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Roma, il Lazio e il Vaticano II: Preparazione, contributi, recezione

Roma, il Lazio e il Vaticano II: Preparazione, contributi, recezione

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Roma, il Lazio e il Vaticano II: Preparazione, contributi, recezione

Lunghezza:
1.375 pagine
18 ore
Pubblicato:
29 mag 2019
ISBN:
9788838248221
Formato:
Libro

Descrizione

Presentazione del card. Angelo De Donatis.

La presente raccolta di studi esamina la preparazione, i contributi e la recezione del Vaticano II nelle diciassette diocesi laziali. Dopo un saggio sulla nascita e il cammino storico del “Lazio ecclesiastico” e della Conferenza episcopale regionale, costituitasi all’indomani del Concilio, il volume si suddivide in tre parti, dedicate rispettivamente alla diocesi di Roma, alle diocesi suburbicarie e alle altre diocesi della Regione.
All’opera hanno collaborato ben ventuno studiosi di diversa competenza scientifica e impegno ecclesiale, alcuni dei quali personalmente coinvolti nel cammino – entusiasmante e difficile a un tempo – della recezione conciliare. Recezione che, come ha affermato pure papa Francesco, è per molti versi ancora agli inizi. Né potrebbe essere diversamente, trovandoci di fronte a un evento che ha profondamente riplasmato l’autocoscienza della Chiesa nel contesto di un mondo in rapida trasformazione.
Il volume vuole appunto inserirsi nel cammino della recezione del Concilio, cioè della sua appropriazione vivente e creativa all’interno delle Chiese locali, partendo da quelle che, per singolare privilegio, costituiscono la Provincia romana, di cui il papa è «arcivescovo e metropolita».
                           
Pasquale Bua (1982), presbitero della diocesi di Latina, è professore straordinario di teologia dogmatica nell’Istituto Teologico Leoniano (Anagni) e professore invitato nella Facoltà di teologia della Pontificia Università Gregoriana. Tra le sue pubblicazioni si segnala Sacrosanctum Concilium. Storia/Commento/Recezione, Studium, Roma 2013.
Pubblicato:
29 mag 2019
ISBN:
9788838248221
Formato:
Libro

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Roma, il Lazio e il Vaticano II - Pasquale Bua

Pasquale Bua

Roma, il Lazio e il Vaticano II

Preparazione, contributi, recezione

Tutti i volumi pubblicati nelle collane dell’editrice Studium Cultura ed Universale sono sottoposti a doppio referaggio cieco. La documentazione resta agli atti. Per consulenze specifiche, ci si avvale anche di professori esterni al Comitato scientifico, consultabile all’indirizzo web http://www.edizionistudium.it/content/comitato-scientifico-0.

Comitato scientifico: Lorenzo Cappelletti, Maurizio Tagliaferri,

Giovanni Tangorra e Dario Vitali

Volume stampato con il contributo della Banca Popolare del Lazio

(Velletri) e degli Istituti Scolastici «Isas» (Fondi)

Copyright © 2019 by Edizioni Studium - Roma

ISSN della collana Cultura 2612-2774

ISBN 9788838248221

www.edizionistudium.it

ISBN: 9788838248221

Questo libro è stato realizzato con StreetLib Write

http://write.streetlib.com

Indice

Presentazione, Angelo card. De Donatis

Introduzione, Pasquale Bua

I. Il Vaticano II, il Lazio e la Conferenza episcopale regionale, Pasquale Bua

I. Il cammino storico del Lazio ecclesiastico e lo snodo del Concilio

1. Il Lazio civile, una regione in cerca d’identità

2. L’erezione delle regioni ecclesiastiche nel Lazio fra Ottocento e Novecento

3. Il nuovo assetto giuridico delle diocesi suburbicarie

4. I cardinali suburbicari e la preparazione del Vaticano II

5. Dal Concilio alla nascita della Conferenza episcopale laziale

6. La fatica della Cel a elaborare un progetto pastorale unitario

7. I primi accorpamenti tra le diocesi del Lazio dopo il Vaticano II

8. Il riordinamento generale delle diocesi nel 1986 e gli interventi successivi

9. Le parole del metropolita della Provincia romana nelle visite ad limina

II. La recezione del Vaticano II e la Conferenza episcopale laziale

1. Fermenti e turbolenze del primo post-Concilio romano

2. La primavera dei movimenti ecclesiali a Roma e nel Lazio

3. La Cel tra novità conciliare e difficile dialogo con il mondo

4. La rievangelizzazione del Lazio e il faticoso cambio di passo della catechesi

5. La riforma liturgica di fronte alla crisi della pratica sacramentale

6. Il ministero ordinato tra diminuzione dei preti e ripristino del diaconato

7. Il lancio tardivo ma coraggioso della pastorale della carità

8. La riflessione sulla vocazione dei laici negli anni Ottanta e Novanta

9. Il nuovo promettente focus sul laicato degli anni Duemila

Conclusione

I PARTE - LA DIOCESI DI ROMA

II. La Chiesa di Roma nel primo Sinodo diocesano e nel Concilio Vaticano II, Michele Manzo

1. Lo stato della diocesi alla fine degli anni Cinquanta

2. L’avvento di Giovanni XXIII

3. Gli annunci del 25 gennaio 1959 e il primo Sinodo diocesano

4. La preparazione all’evento conciliare e l’apertura dell’11 ottobre 1962

5. La diocesi durante le sessioni conciliari, p. 143

III. La recezione del Concilio nella Chiesa di Roma fino al secondo Sinodo diocesano (1965-1993), Luigi Storto

1. Nel dopo-Concilio Roma prende coscienza di essere Chiesa diocesana

2. Il convegno del ’74 e la denuncia dei mali di Roma

3. La Caritas romana e l’opera di don Luigi Di Liegro

4. Il secondo Sinodo romano

5. La vocazione alla carità della Chiesa di Roma

6. Conclusione

IV. La recezione del Concilio nella Chiesa di Roma dopo il secondo Sinodo diocesano (1993-2017), Walter Insero

1. La prima fase di attuazione del Sinodo diocesano (1993-2008)

1.1. Un cammino sinodale per l’attuazione del Sinodo

1.2. «La paziente edificazione di una Chiesa comunione meglio in grado di evangelizzare»

1.3. «La nuova evangelizzazione costituisce il grande compito della Chiesa di Roma»

1.4. La missione della Chiesa di Roma nella Città

1.5. La pastorale della famiglia e la missione educativa

2. La seconda fase di attuazione del Sinodo diocesano (2008-2017)

2.1. La verifica per «aggiornare la pastorale ordinaria»

2.2. «Appartenenza ecclesiale e corresponsabilità missionaria»

2.3. La sfida dell’evangelizzazione e l’iniziazione cristiana

2.4. «L’animazione cristiana degli ambienti di vita e dell’ordine temporale»

V. La diocesi di Roma e i papi: da Paolo VI a Giovanni Paolo II, Antonio Scornajenghi

1. Il pontificato di Paolo VI (1963-1978)

2. Il pontificato di Giovanni Paolo II (1978-2005)

3. Le visite alle parrocchie dei vescovi di Roma

4. Roma, modello del magistero wojtyłiano

VI. Il papa, vescovo di Roma: un excursus storico-teologico, Marcello Semeraro

1. Papa perché vescovo di Roma

2. Dall’episcopato romano al centralismo romano

3. Attenzioni papali alla Chiesa di Roma prima del Vaticano II

3.1. Giuseppe Sarto – Pio X (1903-1914)

3.2. Giacomo della Chiesa – Benedetto XV (1914-1922)

3.3. Achille Ratti – Pio XI (1922-1939)

3.4. Eugenio Pacelli – Pio XII (1939-1958)

4. I vescovi di Roma dal Concilio a oggi

4.1. I sinodi diocesani

4.2. Il Vicariato di Roma

4.3. Le visite pastorali alle parrocchie romane

VII. Il «vescovo di Roma» al Concilio Vaticano II: una presenza-assenza, Dario Vitali

1. La lezione della storia

2. Dalla Pastor aeternus al I schema de Ecclesia

3. Il cambio di prospettiva

4. «Episcopi [...] cum romano episcopo communicabant» (LG 22)

5. «Salvo restando il primato della cattedra di Pietro» (LG 13)

Conclusione

VIII. Il vescovo di Roma nell’ecclesiologia postconciliare, Giovanni Tangorra

1. Il potere di servire

2. La difficile via della collegialità

3. Il vescovo di Roma

4. Condizioni di una riforma

II PARTE - LE DIOCESI SUBURBICARIE

IX. La diocesi di Albano, Gian Franco Poli

1. Preparazione (1959-1962)

2. Celebrazione (1962-1965)

3. Recezione (1966-2015)

3.1. Mons. Raffaele Macario (1966-1977)

3.2. Mons. Gaetano Bonicelli (1975- 1981)

3.3. Mons. Dante Bernini (1982-1999)

3.4. Mons. Agostino Vallini (1999-2004)

3.5. Mons. Marcello Semeraro (2004)

3.5.1. Essere «preti del Concilio»

3.5.2. Vivere la consacrazione religiosa in sintonia col Concilio

3.5.3. Laici protagonisti nella comunità ecclesiale

3.5.4. Una Chiesa viva nella storia

3.5.5. Trasmettere il vero senso della liturgia

3.5.6. Rivitalizzare la parrocchia

Conclusione

X. La diocesi di Frascati, Valentino Marcon

1. La preparazione del Concilio in diocesi

2. Durante lo svolgimento del Concilio: i resoconti

3. L’invito dei papi

4. L’entusiasmo un po’ caotico del primo post-Concilio

5. Il riflusso o meglio il periodo di riflessione

6. Il quarantesimo del Concilio e l’ultimo tratto del cammino

XI. La diocesi di Palestrina, Massimo Sebastiani

1. La diocesi suburbicaria di Palestrina

1.1. Una storia antica

1.2. Un cambiamento epocale

1.3. I presuli prenestini al Concilio

1.3.1. Il card. Benedetto Aloisi Masella

1.3.2. Mons. Pietro Severi

2. La preparazione del Concilio

2.1. Un annuncio sorprendente

2.2. La fase antepreparatoria

2.3. Proposte e aspettative del card. Aloisi Masella

2.4. Proposte e aspettative del vescovo Severi

2.5. La fase preparatoria

3. Durante il Concilio

3.1. Aloisi Masella

3.2. Severi

3.3. Il Concilio e i futuri presbiteri prenestini

4. Il post-Concilio nella diocesi prenestina

4.1. Il Concilio nel magistero del card. Aloisi Masella

4.2. Il Concilio nel magistero di mons. Severi

4.3. Il Concilio negli episcopati successivi

4.3.1. Renato Spallanzani

4.3.2. Pietro Garlato

4.3.3. Vittorio Tomassetti

4.3.5. Eduardo Davino

4.3.6. Domenico Sigalini

Conclusione

XII. La diocesi di Porto-Santa Rufina, Roberto Leoni

Premessa. La rinascita di una Chiesa

1. Tisserant, il padre della diocesi

2. Il Sinodo diocesano, un concilio ante litteram

3. Il card. Tisserant al Concilio

4. Andrea Pangrazio: un vescovo dal Concilio

5. Il nuovo corso dei vescovi residenziali

Conclusione. Memoria e identità

XIII. La diocesi di Sabina-Poggio Mirteto, Alberto Cecca

1. Verso il Concilio

2. Durante il Concilio

3. Dopo il Concilio

3.1. La liturgia

3.1.1. Nuove chiese e adeguamento liturgico

3.1.2. Il calendario particolare

3.1.3. Il diaconato permanente

3.2. La pastorale della famiglia

3.3. La pastorale della carità

3.4. Associazioni e movimenti

3.4.1. L’Azione Cattolica

3.4.2. L’Unitalsi

3.5. L’ecumenismo e il dialogo interreligioso

XIV. La diocesi di Velletri-Segni, Dario Vitali

1. La preparazione al Concilio

2. La partecipazione al Concilio

3. La recezione del Concilio

III PARTE - LE ALTRE DIOCESI LAZIALI

XV. La diocesi di Anagni-Alatri, Pasquale Bua

1. Gli interventi di Compagnone e Ottaviani in Concilio

2. Gli anni del Concilio ad Anagni

3. Gli anni del Concilio ad Alatri

4. Il primo post-Concilio e l’unione in persona episcopi

5. Il graduale avvio di un cammino comune tra le due diocesi

6. Il salto di qualità del secondo post-Concilio

XVI. La diocesi di Civita Castellana, Roberto Baglioni

1. La preparazione del Concilio nelle diocesi (1959-1962)

1.1. Giuseppe Gori e le diocesi di Nepi e Sutri

1.2. Roberto Massimiliani e le diocesi di Civita Castellana-Orte-Gallese

2. Il contributo dei vescovi al Concilio e le iniziative ecclesiali (1962-1965)

2.1. Giuseppe Gori (Nepi e Sutri)

2.2. Roberto Massimiliani (Civita Castellana-Orte-Gallese)

3. La recezione del Vaticano II (1965-2015)

3.1. Roberto Massimiliani (Civita Castellana-Orte-Gallese: 1965-1975)

3.2. Giuseppe Gori e Tito Mancini (Nepi e Sutri: 1965-1969)

3.3. Marcello Rosina e la nascita della diocesi di Civita Castellana (1969-1989)

3.4. Divo Zadi (1989-2007)

3.5. Romano Rossi (2007)

XVII. La diocesi di Civitavecchia-Tarquinia, Augusto Baldini

1. Mons. Giulio Bianconi

2. Mons. Luigi Rovigatti

3. Mons. Filippo Franceschi

4. Mons. Antonio Mazza

5. Alcuni preti del Concilio

Per concludere

XVIII. La diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino, Sergio Antonio Reali

1. I vota dei vescovi di Veroli-Frosinone e di Ferentino nel 1959

2. Gli interventi conciliari del vescovo di Veroli-Frosinone Luigi Morstabilini

3. Gli interventi conciliari del vescovo di Ferentino Costantino Caminada

4. Gli interventi conciliari del nuovo vescovo di Veroli-Frosinone Giuseppe Marafini

5. La recezione del Vaticano II nella diocesi di Ferentino

6. La recezione del Vaticano II nella diocesi di Veroli-Frosinone

7. Un breve confronto tra le due realtà ecclesiali

8. Due diocesi e un vescovo

9. Una nuova diocesi

XIX. L’arcidiocesi di Gaeta, Emanuele Avallone

1. La Chiesa gaetana negli anni del Concilio e del primo post-Concilio

2. Luigi Maria Carli: «Il programma ce lo dà il Concilio»

3. Alcune attenzioni di Carli: le vocazioni e la spiritualità del clero diocesano

4. La recezione del Concilio continua: Farano, Mazzoni e D’Onorio

XX. La diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno, Pasquale Bua

1. La preparazione diocesana e l’intervento conciliare di Pizzoni

2. Le lettere del vescovo dal Concilio

3. Il primo post- Concilio nel passaggio da Pizzoni a Pintonello

4. Compagnone e il vero avvio della recezione conciliare

5. Pecile e il «piccolo concilio pontino» del 1986

6. Petrocchi e il primo Sinodo diocesano come manifesto della recezione del Concilio

In conclusione

XXI. La diocesi di Rieti, Alfredo Pasquetti

1. La Chiesa reatina alla vigilia del Concilio

2. Gli esordi di Cavanna e l’avvio della stagione conciliare

3. Durante il Concilio

4. L’immediato post-Concilio

5. Trabalzini: il Concilio prende corpo

Una prima conclusione

XXII. La diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo, Luigi Gulia

1. Dall’annuncio del Concilio al «principio della rinascita cristiana »

2. Organismi di partecipazione, istituzioni e strutture di formazione, promozione e sostegno

3. In cammino: per una Chiesa di comunione, servizio e speranza, matura nella fede

4. Chiamati a servire: una Chiesa tutta ministeriale

5. La transizione: educare all’appartenenza per una nuova evangelizzazione

6. Il rinnovamento dell’abbazia di Montecassino e il Sinodo diocesano

XXIII. La diocesi di Tivoli, Angelo Maria Cottarelli

1. La situazione precedente e la preparazione al Concilio

1.1. I decenni che precedettero il Concilio

1.2. L’episcopato di mons. Luigi Faveri e la preparazione conciliare

2. L’apporto di Faveri ai lavori conciliari e le iniziative diocesane

2.1. Il contributo di mons. Faveri ai lavori conciliari

2.2. L’immediato post-Concilio a Tivoli: le iniziative

3. La recezione del Concilio in diocesi

3.1. L’episcopato di mons. Guglielmo Giaquinta

3.1.1. Il lavoro per l’adeguamento della diocesi al dettato conciliare

3.1.2. Le opere letterarie

3.1.3. Le visite pastorali

3.2. L’episcopato di Garavaglia, il Sinodo mai iniziato e la recezione fino ai nostri giorni

Conclusione

XXIV. La diocesi di Viterbo, Fabio Fabene

1. I vescovi dell’alta Tuscia negli Acta conciliari

2. La prima recezione del Concilio con mons. Luigi Boccadoro

3. Mons. Fiorino Tagliaferri e la Chiesa come comunione missionaria

4. La visita pastorale e il Sinodo diocesano nel solco del Concilio

5. Mons. Lorenzo Chiarinelli e l’immagine della Chiesa pellegrina

6. In cerca della valorizzazione ecclesiale di tutti i battezzati

Conclusione

Conclusione aperta, Dario Vitali

1. Dal romano pontefice al vescovo di Roma

2. La Ecclesia romana

3. Una Chiesa costitutivamente sinodale

4. Il vescovo di Roma in una Chiesa tutta sinodale

5. Conclusione aperta sul vescovo di Roma

Abbreviazioni e sigle

Gli autori

Indice dei nomi

CULTURA

Studium

159.

Religione e società

PASQUALE BUA (ED.)

ROMA, IL LAZIO E IL VATICANO II

Preparazione, contributi, recezione

Presentazione del card. Angelo De Donatis

Presentazione, Angelo card. De Donatis

Papa Francesco ha voluto far coincidere la celebrazione del cinquantesimo anniversario della chiusura del Concilio Vaticano II, nella solennità dell’Immacolata Concezione (8 dicembre 2015), con l’apertura del Giubileo straordinario della misericordia. Non è stato solo un modo per sottolineare una ricorrenza importante, ma una felice intuizione del nostro vescovo di Roma, che ha voluto rendere evidente il bisogno della Chiesa odierna di attingere, dal ricco patrimonio dell’esperienza conciliare, innanzitutto l’ispirazione fondante avuta dal Papa buono sul carattere del Concilio, seguita anche da Paolo VI.

Nella bolla di indizione del Giubileo della misericordia Misericordiae vultus al numero 4, infatti, il Papa rimanda al principio cardine posto da Roncalli stesso, imprescindibile per una autentica ermeneutica e recezione del Vaticano II: «Tornano alla mente le parole cariche di significato che san Giovanni XXIII pronunciò all’apertura del Concilio per indicare il sentiero da seguire: Ora la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore [...]. La Chiesa cattolica, mentre con questo Concilio ecumenico innalza la fiaccola della verità cattolica, vuole mostrarsi madre amorevolissima di tutti, benigna, paziente, mossa da misericordia e da bontà verso i figli da lei separati».

«Ora la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore». Parole semplici ma rivoluzionarie, sgorgate dal cuore di un pastore di anime, che chiedono non solo un nuovo metodo ma indicano anche la direzione che i lavori dell’assemblea ecumenica avrebbero dovuto seguire. Nello stesso testo, sottolineando la continuità tra i due pontefici del Concilio, papa Francesco aggiunge: «Sullo stesso orizzonte, si poneva anche il beato Paolo VI, che si esprimeva così a conclusione del Concilio: Vogliamo piuttosto notare come la religione del nostro Concilio sia stata principalmente la carità [...]. L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio [...]. Una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal Concilio sul mondo umano moderno. Riprovati gli errori, sì; perché ciò esige la carità, non meno che la verità; ma per le persone solo richiamo, rispetto ed amore. Invece di deprimenti diagnosi, incoraggianti rimedi; invece di funesti presagi, messaggi di fiducia sono partiti dal Concilio verso il mondo contemporaneo: i suoi valori sono stati non solo rispettati, ma onorati, i suoi sforzi sostenuti, le sue aspirazioni purificate e benedette [...]. Un’altra cosa dovremo rilevare: tutta questa ricchezza dottrinale è rivolta in un’unica direzione: servire l’uomo. L’uomo, diciamo, in ogni sua condizione, in ogni sua infermità, in ogni sua necessità».

Sempre nel numero 4 della bolla Misericordiae vultus Francesco individua nella testimonianza della misericordia che la Chiesa è chiamata a offrire il fil rouge che unisce l’assise ecumenica e l’anno del Giubileo straordinario: «Aprirò infatti la Porta santa nel cinquantesimo anniversario della conclusione del Concilio ecumenico Vaticano II. La Chiesa sente il bisogno di mantenere vivo quell’evento. Per lei iniziava un nuovo percorso della sua storia. I padri radunati nel Concilio avevano percepito forte, come un vero soffio dello Spirito, l’esigenza di parlare di Dio agli uomini del loro tempo in un modo più comprensibile. Abbattute le muraglie che per troppo tempo avevano rinchiuso la Chiesa in una cittadella privilegiata, era giunto il tempo di annunciare il Vangelo in modo nuovo».

La Chiesa di Roma e le Chiese del Lazio ancora oggi sentono l’urgenza di mantenere vivo quell’evento, affinché tutti i semi, sparsi in quella nuova primavera in cui lo Spirito ha parlato alla Chiesa, germoglino e portino frutto. Francesco precisa che questa ricorrenza «non può essere ricordata solo per la ricchezza dei documenti prodotti, che fino ai nostri giorni permettono di verificare il grande progresso compiuto nella fede. In primo luogo, però, il Concilio è stato un incontro. Un vero incontro tra la Chiesa e gli uomini del nostro tempo» ( ibid.).

Non si tratta unicamente di studiare e approfondire i testi conciliari, limitandosi alla lettera degli scritti, ma occorre riferirsi sempre allo spirito del Concilio, in cui i testi sono nati e maturati. Questo studio, infatti, non offre un’analisi né un commento dei testi, ma prende in esame la preparazione, i contributi e la recezione del Concilio Vaticano II nel tessuto vitale della Chiesa di Roma, nelle diocesi suburbicarie e nelle altre diocesi del Lazio. La prospettiva della ricerca è prettamente ecclesiale e non soltanto ecclesiologica, infatti prende le mosse dalla vita delle comunità cristiane, volendo mostrare come queste Chiese hanno preparato, vissuto e recepito la ricchezza dei frutti dell’assise conciliare. Il presente volume, in tal senso, si prefigge un obiettivo molto ambizioso e riesce nel suo intento, offrendo un’analisi preziosa e davvero unica della partecipazione al Concilio e della sua attuazione nelle Chiese della nostra Regione.

Molto resta da fare affinché in tutte le nostre comunità parrocchiali arrivi il vino nuovo del Concilio con tutta la sua freschezza, perché possa essere custodito e fatto invecchiare in otri capienti così da assicurare anche in futuro la gioia della festa a tutti gli invitati al banchetto. Riflettendo sulla storia della Chiesa, rileggendo soprattutto le pagine dedicate ai concili ecumenici, appare evidente che cinquant’anni sono pochi per una profonda assimilazione, siamo solo all’inizio di un lungo periodo di recezione di questo evento dello Spirito.

Papa Francesco fin dall’inizio del suo pontificato, anche senza esplicite menzioni, non ha mai smesso di indicare negli insegnamenti del Vaticano II la bussola per il cammino della Chiesa del ventunesimo secolo. Pur essendo il primo papa dopo tutti i suoi predecessori a non aver preso parte all’assise ecumenica, come lui stesso ha confidato a un amico giornalista: «proprio per questo nel mio ministero mi impegnerò ancora di più a far recepire e attuare il Concilio Vaticano II». A chi un giorno gli ha fatto notare: «Lei, Santità, non parla molto del Concilio», il Papa ha risposto: «Il Concilio bisogna farlo, più che parlarne».

Nel periodo in cui si svolgevano i lavori conciliari, il giovane Bergoglio era impegnato nello studio della filosofia, mentre dal 1967 al 1970 ha seguito i corsi di teologia. Erano gli anni in cui nasceva e si sviluppava nella Chiesa argentina la teologia del popolo, con l’intento di tradurre nella vita di quella Chiesa locale tutte le ricchezze e le novità del Concilio Vaticano II, alla luce dei lavori dell’assemblea del Celam di Medellín (1968). Se si ignora la fecondità del periodo postconciliare vissuto dalla comunità ecclesiale argentina, in cui cresce e matura la vocazione di padre Bergoglio, non si possono conoscere e comprendere le origini della feconda esperienza pastorale e della riflessione teologica che il Papa della fine del mondo offrirà alla Chiesa universale una volta diventato vescovo di Roma.

Nell’esortazione Evangelii gaudium, testo programmatico del suo pontificato, papa Francesco rimanda al dettato conciliare per illustrare il fondamento cristologico della riforma ecclesiale: «Il Concilio Vaticano II ha presentato la conversione ecclesiale come l’apertura a una permanente riforma di sé per fedeltà a Gesù Cristo: Ogni rinnovamento della Chiesa consiste essenzialmente in un’accresciuta fedeltà alla sua vocazione [...]. La Chiesa peregrinante verso la meta è chiamata da Cristo a questa continua riforma, di cui essa, in quanto istituzione umana e terrena, ha sempre bisogno. Ci sono strutture ecclesiali che possono arrivare a condizionare un dinamismo evangelizzatore; ugualmente, le buone strutture servono quando c’è una vita che le anima, le sostiene e le giudica. Senza vita nuova e autentico spirito evangelico, senza fedeltà della Chiesa alla propria vocazione, qualsiasi nuova struttura si corrompe in poco tempo» (n. 26).

Auspico che questo studio, che promuove una rilettura della storia recente delle nostre comunità cristiane, sia utile non solo agli studiosi ma anche ai fedeli laici e ai pastori impegnati nel rinnovamento delle nostre Chiese locali. Tale riforma, promossa dal nostro vescovo di Roma, potrà realizzarsi concretamente soltanto se tutte le realtà ecclesiali, nella fedeltà agli insegnamenti del Vaticano II, accoglieranno di vivere una trasformazione radicale mediante una conversione missionaria e pastorale in chiave sinodale.

Sono grato a don Pasquale Bua che ha curato il volume e al comitato scientifico formato da stimati docenti di diverse università italiane: Lorenzo Cappelletti, Maurizio Tagliaferri, Giovanni Tangorra e Dario Vitali. Ringrazio tutti gli autori che hanno contribuito con i loro interventi a porre le varie tessere di questo grande e colorato mosaico che restituisce la vivacità e la ricchezza delle nostre amate Chiese del Lazio.

Questo testo è uno strumento prezioso che ci aiuta nel fare memoria del cammino percorso dalle nostre comunità ecclesiali negli ultimi cinquant’anni, alimentando nei nostri cuori una profonda gratitudine verso il Signore che non ha mai fatto mancare la propria guida paterna e provvidente al suo popolo tra le complesse vicende del dopo-Concilio. Allo stesso tempo, ci incoraggia ad affrontare, seguendo la rotta sicura tracciata dal Vaticano II, le sfide del futuro con fede e discernimento pastorale.

Angelo card. De Donatis

vicario generale di Sua Santità per la diocesi di Roma

presidente delegato della Conferenza episcopale laziale

Introduzione, Pasquale Bua

Nel 2007, presentando la raccolta di studi su Il Vaticano II in Emilia-Romagna , Maurizio Tagliaferri registrava che il convegno da cui quella curatela traeva origine rappresentava «il primo tentativo in Italia di riflessione su scala regionale della recezione del Concilio» [1] . Si tratta di parole che, a distanza di oltre dieci anni, non sono state superate dai fatti.

È vero che, complice pure la commemorazione cinquantenaria del Vaticano II, sono nel frattempo apparse alcune pregevoli pubblicazioni sulla partecipazione dei vescovi di qualche regione ecclesiastica del Belpaese all’assise conciliare: così, da quanto ci risulta, è avvenuto per la Puglia [2] , la Sardegna [3] , la Basilicata [4] , la Toscana [5] , la Calabria [6] e il Triveneto [7] . Tuttavia, benché si tratti almeno nei primi due casi di opere voluminose, il loro scopo resta circoscritto alla divulgazione e all’analisi di quanto i vescovi hanno detto e scritto – dentro e fuori la basilica vaticana – negli anni della preparazione e della celebrazione del Concilio, cioè grosso modo nel settennio 1959-1965.

Esula invece dai loro intenti lo studio dei rapporti tra il Concilio e le Chiese locali dei rispettivi territori regionali: come l’annuncio di Giovanni XXIII il 25 gennaio 1959 è stato accolto dal clero e dai laici? Come la preparazione del Vaticano II è stata attuata a livello diocesano? Come, tra il 1962 e il 1965, la celebrazione dell’assise conciliare ha trovato eco nella vita diocesana? Come, soprattutto, il dettame del Concilio – e con esso il nuovo spirito creato dal Concilio – è penetrato all’interno delle Chiese locali, avviando il lento e complesso processo della recezione, cioè – per dirla con Yves Congar – dell’appropriazione vivente e creativa del magistero conciliare, avente per soggetto l’intera comunità ecclesiale che in esso riconosce una regola conforme alla sua vita [8] ?

Sul versante opposto alle regioni citate si colloca, per così dire, la Sicilia, dove un saggio altrettanto recente indaga ex professo il periodo successivo al Vaticano II, per verificarne l’attuazione soprattutto attraverso l’esperienza dei convegni ecclesiali [9] . In altre regioni, poi, il post-Concilio è studiato dal punto di vista dell’adeguamento liturgico delle chiese cattedrali: così per la Campania [10] , il Piemonte e la Valle d’Aosta [11] e, da ultimo, lo stesso Lazio [12] . In questi casi, mentre resta fuori dall’interesse il periodo del Concilio, l’aspetto stesso dell’applicazione – e della recezione che l’applicazione dovrebbe propiziare – è indagato da punti di vista ben circoscritti e, per questo, incapaci di offrire il polso complessivo del rinnovamento conciliare delle Chiese locali coinvolte [13] .

A tali considerazioni se ne aggiunge un’altra: al di fuori dell’Emilia-Romagna, nessuna delle ricerche menzionate prende in considerazione, oltre ai singoli vescovi e alle singole diocesi, la conferenza episcopale regionale e il contributo alla recezione conciliare che essa, per la parte che le compete, ha prestato alle Chiese locali. Se è vero, infatti, che le conferenze episcopali regionali sono sorte già alla fine del XIX secolo con l’erezione in Italia di quelle che si chiamavano allora regioni conciliari, è altrettanto vero che il Vaticano II ha dato un vigoroso impulso alla loro attività (e forse, ancor prima, alla loro stessa autocomprensione), nel quadro di una Conferenza episcopale italiana profondamente riplasmata nell’organizzazione e negli obiettivi [14] . L’accurata analisi di Tagliaferri sulla Conferenza episcopale «emiliana e flaminia», pubblicata negli atti del convegno sopra citato [15] , è rimasta dunque fino a oggi in attesa di chi si incaricasse di emularne gli scopi prendendo in considerazione qualche altra regione ecclesiastica.

Porre rimedio a tale solitudine è, appunto, quanto si prefigge il presente progetto editoriale. Esso approfondisce il legame esistente fra l’ultimo Concilio e le Chiese particolari della regione ecclesiastica del Lazio, prendendo in esame tre momenti fra loro intimamente connessi: 1) la preparazione del Concilio nelle singole diocesi (1959-1962), 2) l’eventuale apporto dei vescovi laziali ai lavori conciliari e le iniziative diocesane contestuali al Concilio stesso (1962-1965), 3) la recezione del Vaticano II nelle diverse Chiese particolari (1965-…). Quest’ultimo aspetto, naturalmente, ha domandato di essere sviluppato con particolare ampiezza, anche per il suo aggancio con il presente e le sue ricadute pastorali, considerando che il processo della recezione conciliare non si è in realtà ancora concluso e anzi resta, per certi versi, solo agli inizi. Pure per questo non è stato possibile delimitare in modo uniforme il terminus ad quem della ricerca: alcuni autori, consapevoli che più ci si approssima al presente più la storia tende a confondersi con la cronaca, hanno preferito sostare sui primi decenni del post-Concilio; altri, invece, si sono spinti più avanti, magari interrompendosi in occasione dell’avvicendamento di questo o quel vescovo alla guida della diocesi.

Pur traendo ampia ispirazione, finanche nel titolo, dallo studio effettuato per l’Emilia-Romagna, la presente raccolta di studi rivendica al tempo stesso una propria originalità. Anzitutto perché originale, e anzi assolutamente unica nel suo genere, è la regione ecclesiastica di cui si occupa: quel Lazio che per la geografia ecclesiastica coincide con la «Provincia romana», di cui il papa è, come recita l’Annuario pontificio, «arcivescovo e metropolita». La Conferenza episcopale laziale, di cui il vescovo di Roma è il presidente naturale, possiede per forza di cose un’identità e una missione peculiari, che – come si vedrà – i pontefici postconciliari non hanno mancato di rimarcare incontrando i presuli del Lazio in occasione delle visite ad limina, benché – come spesso accade, dentro e fuori la Chiesa – alle affermazioni di principio non abbiano fatto seguito iniziative concrete.

Questi aspetti sono affrontati nel saggio di apertura, a firma del sottoscritto, dedicato alla Cel e alla recezione regionale del Concilio, che si articola in due sezioni. La prima, di natura storica, esamina le origini della Regione, dal punto di vista sia civile sia soprattutto ecclesiastico, prestando speciale attenzione – com’era ovvio – allo snodo rappresentato dal Concilio. Si vedrà che, a differenza di altre regioni italiane, il Lazio è un territorio nuovo da entrambi i punti di vista, essendosi costituito come entità territoriale dopo gli eventi convulsi dell’unificazione nazionale che condussero alla caduta dello Stato pontificio ed essendo stato riunito in un’unica regione ecclesiastica soltanto nel 1967, cioè dopo la chiusura del Concilio. Elemento, quest’ultimo, che già da solo giustifica l’affermazione che il cammino della Cel, nei cinquant’anni della sua giovane storia, si è fondamentalmente sovrapposto al processo di recezione locale del Vaticano II. Tale aspetto è indagato ex professo nella seconda parte, la quale, dopo essersi soffermata sui fermenti di novità del primo post-Concilio romano e laziale, prestando una speciale attenzione alla diffusione regionale dei movimenti ecclesiali, analizza i documenti prodotti dalla Conferenza in mezzo secolo di vita.

Un secondo motivo di originalità del progetto editoriale deriva dalla costatazione che la diocesi metropolitana del Lazio, Roma, è la prima sedes della Catholica, ciò che ha meritato alla sua cattedrale, la basilica patriarcale di San Giovanni in Laterano, il titolo di « omnium Urbis et orbis Ecclesiarum mater et caput», come recita l’iscrizione posta ai due lati dell’ingresso centrale. Il fatto che chi la presiede come vescovo diocesano sia, in quanto successore di Pietro, anche e inseparabilmente il capo dell’ universa Ecclesia, cioè della Chiesa toto orbe diffusa, incrocia in modo per così dire ineluttabile le sorti di questa specifica Chiesa locale, che come tale è in tutto simile a ogni altra diocesi del mondo (con il suo clero e i suoi fedeli, i suoi uffici e le sue parrocchie), con gli orizzonti più vasti della Chiesa universale, chiamata a guardare a Roma come alla Chiesa che «presiede nella carità» tutte le Chiese, secondo la celeberrima espressione di Ignazio d’Antiochia [16] , ripresa da papa Francesco nel suo primo discorso Urbi et orbi (alla Città e al mondo) dopo l’elezione al soglio petrino [17] .

Alla Chiesa diocesana di Roma è appunto dedicata la prima parte di quest’opera, con ben sette studi. I primi quattro, a carattere storico, studiano il rapporto tra la diocesi dell’Urbe e il Concilio, soffermandosi nell’ordine: sugli anni della preparazione e della celebrazione, segnati in particolare dal primo Sinodo romano del 1960 (M. Manzo); su quelli della prima recezione fino al secondo Sinodo diocesano del 1992-1993, corrispondenti principalmente al ministero episcopale del cardinale vicario Ugo Poletti (L. Storto); su quelli della seconda recezione negli anni successivi al Sinodo, caratterizzati dal servizio pastorale dei cardinali Camillo Ruini e Agostino Vallini (W. Insero); sul ministero episcopale romano di Paolo VI e Giovanni Paolo II (A. Scornajenghi).

Un successivo contributo si pone, per così dire, a metà strada tra la storia e la teologia: a firma di Marcello Semeraro, vescovo-ecclesiologo di chiara fama, il saggio esamina la progressiva rivalutazione del ruolo diocesano del papa da parte dei pontefici del XX secolo, en pendant con la riscoperta dell’ecclesiologia della Chiesa locale del primo millennio. Seguono due contributi di indole ormai prettamente teologica, affidati ad altrettanti ecclesiologi: se Dario Vitali si interroga sul ministero del vescovo di Roma alla luce dell’ecclesiologia del Vaticano II (messa a confronto con quella del Vaticano I), Giovanni Tangorra passa in rassegna gli sviluppi postconciliari intorno alla figura del vescovo di Roma analizzando il pensiero di alcuni teologi particolarmente rappresentativi. Non vi è dubbio che questa sezione sia quella in grado di destare il maggiore interesse anche al di là dei confini del territorio regionale, visto che il Vaticano II ha contribuito in modo rilevante ad innescare un approfondimento teologico della peculiare identità ministeriale del vescovo di Roma, concorrendo indirettamente a ridefinire la stessa missione ecclesiale della diocesi cui egli presiede. Aspetti, questi, ripresi non a caso dalla conclusione generale del volume, a firma di Vitali: si tratta, in modo per nulla contradditorio, di una «conclusione aperta», di una conclusione cioè che non chiude ma rilancia il dibattito sul vescovo di Roma, soprattutto alla luce del pontificato di Francesco.

Un ulteriore fattore di originalità del presente progetto è dovuto alla situazione, anch’essa unica nel suo genere, delle sette diocesi suburbicarie, quelle cioè che circondano immediatamente Roma e che per questo, fin dall’antichità, sono state governate dai vescovi – poi cardinali – che operavano a più stretto contatto con il papa. La celebrazione del Vaticano II si è intrecciata, per queste Chiese, con una riforma a suo modo storica, dal momento che, con il motu proprio Suburbicariis sedibus dell’11 aprile 1962, Giovanni XXIII sollevava i cardinali vescovi suburbicari dalla giurisdizione ordinaria di quelle sedi, affidandone da quel momento in poi la cura pastorale a vescovi che risiedessero effettivamente in loco e potessero dunque assicurare un’azione più costante e incisiva [18] . Poiché però il nuovo corso non è andato dovunque subito a regime, è interessante costatare che alcuni di quei cardinali hanno talvolta continuato a esercitare una certa influenza sulla vita delle suburbicarie negli anni del Concilio e anche dell’immediato post-Concilio: di quei presuli, alla guida di alcuni dei principali dicasteri della Curia romana (o, nel caso di Velletri, a capo della diocesi di Roma in qualità di vicario del papa), ci è dato ora di conoscere, forse non senza un pizzico di sorpresa, anche la caratura diocesana e le sollecitudini pastorali. È quanto avviene nei saggi che compongono la seconda parte della raccolta di studi, affidati a Gian Franco Poli (Albano), Valentino Marcon (Frascati), Massimo Sebastiani (Palestrina), Roberto Leoni (Porto-Santa-Rufina), Alberto Cecca (Sabina-Poggio Mirteto) e Dario Vitali (Velletri-Segni). Resta tagliata fuori Ostia, e non poteva essere altrimenti, visto che – come il primo saggio della presente raccolta documenta – questa minuscola diocesi suburbicaria esiste ormai da decenni solo sulla carta, essendosi trasformata de facto in un’appendice della diocesi di Roma.

La terza e ultima parte si concentra sulle restanti diocesi laziali, molte delle quali hanno subito negli anni del post-Concilio una radicale ristrutturazione territoriale, soprattutto mediante l’unificazione tra sedi viciniori, che ha avuto il suo momento culminante, ma non sempre conclusivo, nel riordinamento generale delle circoscrizioni ecclesiastiche italiane del 1986. Ciò ha richiesto a molti autori la fatica supplementare di esaminare contemporaneamente più diocesi, verificando pure in che modo la recezione del Concilio, già faticosa di per sé, si sia sovrapposta al cammino travagliato dell’unificazione, da molti inevitabilmente vissuto come un trauma. Considerando solo le diocesi attualmente esistenti, che spesso sono dunque il risultato della fusione di diocesi autonome ai tempi del Concilio e del primo post-Concilio, i saggi che costituiscono questa parte sono firmati da Pasquale Bua (Anagni-Alatri), Roberto Baglioni (Civita Castellana), Augusto Baldini (Civitavecchia-Tarquinia), Sergio Antonio Reali (Frosinone-Veroli-Ferentino), Emanuele Avallone (Gaeta), Pasquale Bua (Latina-Terracina-Sezze-Priverno), Alfredo Pasquetti (Rieti), Luigi Gulia (Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo), Angelo Maria Cottarelli (Tivoli) e Fabio Fabene (Viterbo).

Un’operazione editoriale tanto impegnativa – resa ancor più difficile dal numero elevato delle diocesi del Lazio, che con diciassette Chiese locali (escludendo Ostia e le tre abbazie nullius, tutte ormai prive di un territorio effettivo) è terzo in Italia solo alla Campania e alla Puglia – non sarebbe stata possibile senza la generosa collaborazione di tanti. Desidero pertanto ringraziare i membri del comitato scientifico (Lorenzo Cappelletti, Maurizio Tagliaferri, Giovanni Tangorra e Dario Vitali), per la loro partecipazione al progetto, nonché per i suggerimenti elargiti quando necessario; le Edizioni Studium di Roma, tradizionalmente impegnate nell’approfondimento storico e teologico dell’ultimo Concilio, per la pronta disponibilità ad accogliere quest’opera nella Collana «Cultura», anche grazie all’interessamento di Angelo Maffeis, presidente dell’Istituto «Paolo VI»; l’Istituto Teologico Leoniano di Anagni, mia sede accademica, per il patrocinio prestato e per la collaborazione offerta attraverso vari membri del corpo docente, anche al di fuori di quelli coinvolti nella stesura dei saggi; infine, la Banca Popolare del Lazio e gli Istituti Scolastici «Isas» di Fondi per il contributo economico generosamente concesso. Last but not least, profonda gratitudine va ai membri della Conferenza episcopale laziale, molti dei quali hanno incoraggiato e talvolta fattivamente agevolato la realizzazione del presente progetto, a cominciare dal presidente delegato, il cardinale vicario di Roma Angelo De Donatis, che con la sua presentazione impreziosisce non poco questa raccolta di studi.

Pasquale Bua


[1] M. Tagliaferri, Presentazione, in Il Vaticano II in Emilia-Romagna. Apporti e ricezioni, a cura di M. Tagliaferri, Dehoniane, Bologna 2007, pp. 5-6: 5. L’opera, aperta da un saggio di A. Riccardi sulla recezione del Concilio in Italia, prosegue nella prima parte considerando l’apporto della diocesi di Bologna al Vaticano II e nella seconda parte esaminando la recezione conciliare nell’attività della Conferenza episcopale regionale e nelle diocesi della Regione.

[2] Cfr. I vescovi pugliesi al Concilio Vaticano II, Viverein, Roma-Monopoli 2007, con saggio introduttivo di C.F. Ruppi e nota editoriale di N. Giordano. Il volume ripropone nella prima parte i consilia et vota dei vescovi nella fase antepreparatoria, nella seconda i loro interventi in aula e nella terza le loro animadversiones scritte.

[3] Cfr. T. Cabizzosu, I vescovi sardi al Concilio Vaticano II, I. Fonti, Arkadia, Cagliari 2013; II. Protagonisti, Arkadia, Cagliari 2015. L’opera raccoglie nel primo volume gli interventi dei vescovi (i consilia et vota della fase antepreparatoria, i discorsi in aula, le animadversiones scritte, le sottoscrizioni di interventi di altri vescovi, la lettera pastorale collettiva dell’episcopato sardo per la Quaresima 1962), soffermandosi nel secondo volume sul profilo dei presuli conciliari.

[4] Cfr. G. Messina, I vescovi lucani dalla preparazione alla celebrazione del Concilio Vaticano II, in http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/allegati/37836/I%20Vescovi%20Lucani%20al%20Concilio%20Vaticano%20II.doc (ultima consultazione 1 giugno 2018), un breve articolo che analizza i vota della fase antepreparatoria, gli interventi in Concilio dei vescovi lucani e quelli dei presuli che dopo il Concilio sarebbero stati trasferiti in Basilicata.

[5] Cfr. I vescovi della Toscana e il Concilio Vaticano II, a cura di Renato Burigana-Riccardo Burigana, Fondazione Giovanni Paolo II, Fiesole [2012]. Il volume, dopo alcuni saggi introduttivi (di L. Giovannetti, dei due curatori e di A. Plotti, cui si aggiunge un contributo di P. Nepi su Giorgio La Pira), ripubblica alcuni scritti dei vescovi in occasione del Concilio (tre documenti della Conferenza episcopale regionale, i vota di due vescovi, alcune lettere dal Concilio di singoli presuli alle loro diocesi), integrati con le note conciliari finora inedite del vescovo di Chiusi e Pienza Carlo Baldini. Cfr. anche Riccardo Burigana, The Collegial Aggiornamento. The Episcopal Conference of Tuscany during the Vatican II, in Vatican II au Canada. Enracinement et réception. Actes du colloque organisé par la Faculté de théologie et de sciences religieuses et le CIEQ dans le cadre du projet de recherche Vatican II et le Québec des années 1960. 23, 24 et 25 août 1999, Université Laval, Québec, Fides, Montréal 2001, pp. 461-479; Id., Dal Piave all’Arno. Le fonti sulla partecipazione al Concilio Vaticano II dei vescovi del Triveneto e dell’Etruria, in Il Concilio Vaticano II alla luce degli archivi dei padri conciliari, a cura di Ph. Chenaux, Lateran University Press-Pontificio Comitato di scienze storiche, Città del Vaticano 2015, pp. 149-174: 158-162; 167-174.

[6] Cfr. L. Festa, Le proposte dei vescovi delle Chiese calabresi per il Concilio Vaticano II, Rubbettino, Soveria Mannelli 2013, che si limita a esaminare i consilia et vota redatti dai presuli della Calabria nella fase antepreparatoria del Concilio. Cfr. anche Id., I consilia et vota dei vescovi della Calabria, in «Centro Vaticano II. Studi e ricerche», VII, 2013, pp. 89-92. Per la verità uno studio analogo era stato già condotto da M. Mariotti, Le proposte dei vescovi calabresi per il Concilio Vaticano II (attraverso i consilia et vota della fase antepreparatoria), in Chiesa e società in Calabria nel secolo XX, a cura della Delegazione regionale calabrese del Movimento Laureati di Ac, [Tipolito Barcella], Reggio Calabria 1978, pp. 111-141 (= in Studi di storia sociale e religiosa. Scritti in onore di Gabriele De Rosa, a cura di A. Cestaro, Ferraro, Napoli 1980, pp. 1285-1323).

[7] Cfr. Riccardo Burigana, Dal Piave all’Arno, cit., pp. 152-157; 163-166, che passa in veloce rassegna i contributi dei vescovi di Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige al Concilio, delineando di ciascuno di essi un essenziale profilo biografico.

[8] Cfr. Y.-M. Congar, La réception comme réalité ecclésiologique, in «RScPhTh», LVI, 1972, pp. 369-403 . Tra gli ormai innumerevoli studi specificamente dedicati alla recezione del Vaticano II, ci limitiamo a segnalare Comitato centrale del grande Giubileo dell’anno 2000, Il Concilio Vaticano II. Recezione e attualità alla luce del Giubileo, a cura di R. Fisichella, San Paolo, Cinisello Balsamo 2000; Associazione teologica italiana, La Chiesa e il Vaticano II. Problemi di ermeneutica e recezione conciliare, a cura di M. Vergottini, Glossa, Milano 2005; M. Tagliaferri, La recezione del Concilio Vaticano II. Il recente dibattito storiografico fra teologia e storia, in «Rivista di teologia dell’evangelizzazione», X, 2006, pp. 401-427; G. Routhier, Il Concilio Vaticano II. Recezione ed ermeneutica, Vita e pensiero, Milano 2007 (or. fr. 2006); Chr. Theobald, La recezione del Vaticano II, I. Tornare alla sorgente, Dehoniane, Bologna 2011 (or. fr. 2009); F.S. Venuto, Il Concilio Vaticano II. Storia e recezione a cinquant’anni dall’apertura, Effatà, Cantalupa 2013.

[9] Cfr. G. Alcamo, La sicura bussola della Chiesa. La recezione del Concilio ecumenico Vaticano II e i convegni ecclesiali nelle Chiese siciliane, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2008, in particolare il primo capitolo («Dall’annuncio del Concilio alla sua celebrazione: gli anni ’60»). Utile pure Id., La catechesi in Sicilia tra il Concilio Vaticano II e il Giubileo del 2000. Le scelte proposte dall’Ufficio catechistico regionale, Coop. S. Tommaso-Elledici, Messina-Leumann 2006.

[10] Cfr. S. Di Liello-P. Rossi, Le cattedrali della Campania. Architettura e liturgia del Concilio Vaticano II, Federico Motta, Milano 2003. A questo studio ha fatto recentemente seguito un convegno i cui atti sono confluiti in Cattedrali della Campania, a cura di E. Rascato, Conferenza episcopale campana, Napoli 2017.

[11] Cfr. Le cattedrali del Piemonte e della Valle d’Aosta. Antichi spazi per la nuova liturgia, a cura di C. Castiglioni et alii, Nicolodi, Rovereto 2008.

[12] Cfr. Le cattedrali del Lazio. Ecclesia semper reformanda . L’adeguamento liturgico delle chiese madri nella regione ecclesiastica del Lazio, a cura di F. Capanni-G. Lilli, Silvana, Cinisello Balsamo 2015.

[13] Sulla recezione regionale del Concilio si può segnalare pure il breve articolo di P.G. Accornero, La ricezione in Piemonte del Concilio Vaticano II. Una ricostruzione sul grande evento della Chiesa cattolica e le sue ricadute in Piemonte, in https://www.lavocedeltempo.com/Chiesa/Diocesi/La-ricezione-in-Piemonte-del-Concilio-Vaticano-II (ultima consultazione 1 giugno 2018), dedicato alla lettera collettiva dell’episcopato piemontese del marzo 1966.

[14] Del passaggio dalla Cei «prima maniera» alla «nuova» Cei come «frutto» del Concilio parla R. Baglioni, Il Concilio tradotto in italiano, I. Vaticano II, episcopato italiano, recezione, Youcanprint, Tricase 2014, pp. 167-170. Ulteriore bibliografia sulla Conferenza episcopale italiana potrà essere reperita nel primo saggio di questa raccolta di studi.

[15] Cfr. M. Tagliaferri, La Conferenza episcopale emiliana e flaminia, in Il Vaticano II in Emilia-Romagna, cit., pp. 77-119.

[16] Cfr. Ignazio d’Antiochia, Ad Romanos, proemio, in PG, V, col. 686. Si veda anche LG 13.

[17] Cfr. Francesco, discorso Voi sapete (13 marzo 2013), in «AAS», CV, 2013, pp. 363-364: 363. Il riferimento al testo di Ignazio è ritornato nell’importante discorso per il cinquantesimo anniversario del Sinodo dei vescovi, in cui il Papa ha delineato un vero e proprio progetto ecclesiologico alla luce del principio di sinodalità: cfr. Id., discorso Mentre è in pieno svolgimento (17 ottobre 2015), in «AAS», CVII, 2015, pp. 1138-1144: 1144.

[18] Cfr. «AAS» , LIV, 1962, pp. 253-256.

I. Il Vaticano II, il Lazio e la Conferenza episcopale regionale, Pasquale Bua

La regione ecclesiastica Lazio è suddivisa in ventuno diocesi [...]. Raramente però questa frammentazione corrisponde a un effettivo decentramento e a una vivace identità diocesana, a motivo dell’attrazione esercitata da Roma [...]. Altre particolarità della regione ecclesiastica Lazio hanno influito nel corso della storia sull’organizzazione delle Chiese che la compongono: la presenza di Roma, le diocesi suburbicarie e le abbazie territoriali. Il vescovo di Roma è il papa. È evidente che il ministero del pontefice ha una dimensione universale che si accorda con grande difficoltà alla dimensione e alle necessità diocesane. Solo con Giovanni XXIII (1958-1963) e con i suoi successori, dopo quasi un secolo di isolamento in Vaticano, il papa torna ad avere un contatto diretto con la sua diocesi di Roma mediante le ripetute visite al carcere, agli ospedali, alle parrocchie. [...] Fino all’11 aprile 1962, quando papa Giovanni XXIII con il motu proprio Suburbicariis sedibus attribuì ai vescovi residenziali il governo effettivo delle diocesi suburbicarie, lasciando ai cardinali il solo titolo, queste ultime erano sottoposte all’effettiva giurisdizione dei cardinali vescovi, che significò per esse, a seconda degli impegni e delle volontà cardinalizie, un abbandono totale o una grande profusione di energie, evidenziando in ogni modo una serie di interventi puntiformi e sporadici che non sempre hanno rappresentato le esigenze della comunità diocesana. Infine, ha rappresentato un’anomalia – non esclusiva – della regione ecclesiastica laziale la presenza di tre abbazie territoriali (Subiaco, Montecassino e Santa Maria di Grottaferrata) il cui abate, fino alle recenti riconfigurazioni territoriali (rispettivamente 2002 e 2014 per le prime due, mentre l’ultima ha sempre coinciso di fatto con il monastero), esercitava giurisdizione episcopale su un gruppo di parrocchie e di preti diocesani [1] .

In questa lunga citazione si trovano anticipati i principali nodi problematici del Lazio ecclesiastico, su cui dovremo soffermarci più avanti: quel Lazio che oggi coincide con ciò che il vocabolario della Chiesa denomina ab immemorabili Provincia romana, perché corrispondente al gruppo di diocesi immediatamente soggette alla Sede Apostolica, delle quali – come riporta l’ Annuario pontificio enumerando i numerosi titoli attribuiti al successore di Pietro – il papa, in quanto vescovo di Roma, è arcivescovo e metropolita [2] .

È stato scritto che «la storia del Lazio contemporaneo è ancora in buona parte da scrivere» [3] . Questo vale non solo per la regione civile, che come tale ha cominciato a esistere dopo l’Unità nazionale, raggiungendo l’attuale configurazione amministrativa non prima dell’epoca fascista, ma anche per quella ecclesiastica, che è ancora più giovane, essendo stata eretta il 25 luglio 1967 [4] .

Proprio tale data ci fa comprendere che la breve parabola storica del Lazio ecclesiastico – e della Conferenza episcopale che ne è l’espressione – si sovrappone sostanzialmente al cammino di recezione del Concilio Vaticano II, conclusosi l’8 dicembre 1965. Si potrebbe anzi sostenere, e le pagine che seguono lo dimostreranno, che la stessa Cel sia un frutto del Concilio: una Conferenza episcopale del tutto sui generis nell’Orbe cattolico, di cui il vescovo di Roma è il presidente naturale.


[1] F. Capanni-G. Lilli, Ecclesia mater et maior, in Le cattedrali del Lazio. Ecclesia semper reformanda . L’adeguamento liturgico delle chiese madri nella regione ecclesiastica del Lazio, a cura di F. Capanni-G. Lilli, Silvana, Cinisello Balsamo 2015, pp. 15-16: 15.

[2] Cfr. a titolo di esempio l’ Annuario pontificio per l’anno 2018, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 2018, pp. 23*-24*: «Francesco / vescovo di Roma / vicario di Gesù Cristo / successore del principe degli apostoli / sommo pontefice della Chiesa universale / primate d’Italia / arcivescovo e metropolita della Provincia romana / sovrano dello Stato della Città del Vaticano / servo dei servi di Dio». Rimandiamo in proposito allo studio ancora prezioso di Y.-M. Congar, Titoli dati al papa, in «Conc», VIII, 1975, pp. 1307-1320, che però non dice nulla sul titolo di «arcivescovo e metropolita della Provincia romana» (il fascicolo, dedicato a Rinnovamento ecclesiale e servizio papale alla fine del XX secolo, contiene tra l’altro i saggi di H. Legrand e R. La Valle, attenti alla dimensione romana del papato). Analoga dimenticanza connota la trattazione dei titoli papali proposta da H. Legrand, La realizzazione della Chiesa in un luogo, in Iniziazione alla pratica della teologia, III. Dogmatica II, a cura di B. Lauret-Fr. Refoulé, Queriniana, Brescia 1986, pp. 147-355: 323-326 (or. fr. 1983).

[3] Così M. De Nicolò, L’età contemporanea di una regione incerta, in Il Lazio contemporaneo. Politica, economia e società nel dibattito storiografico e nella ricerca storica, a cura di M. De Nicolò, Franco Angeli, Milano 2008, pp. 9-20: 9. Oltre a questa curatela, che riproduce gli atti di un convegno organizzato nel 2005 dal Laboratorio di storia regionale dell’Università di Cassino, cfr. Il Lazio. Storia d’Italia dall’Unità a oggi. Le regioni, a cura di A. Caracciolo, Einaudi, Torino 1991; Il Lazio. Istituzioni e società nell’età contemporanea, a cura della Fondazione Pietro Nenni, Gangemi, Roma 1993; Atlante storico-politico del Lazio, Laterza, Roma-Bari 1996.

[4] Di questo parere è già A. D’Angelo, Le Chiese del Lazio e la guerra, in Istituto Luigi Sturzo, Cattolici, Chiesa, Resistenza nell’Italia centrale, a cura di B. Bocchini Camaiani-M.C. Giuntella, Il Mulino, Bologna 1997, pp. 389-409: 409: «Lo studio sulle realtà ecclesiastiche del Lazio in età contemporanea è in uno stadio non particolarmente avanzato. Sulla scarsa produzione in questo senso ha pesato indubbiamente il ruolo di Roma che ha sempre catalizzato l’attenzione degli studiosi».

I. Il cammino storico del Lazio ecclesiastico e lo snodo del Concilio

1. Il Lazio civile, una regione in cerca d’identità

La regione civile del Lazio è il risultato di un’organizzazione amministrativa relativamente recente, che per molti aspetti contrasta con l’assetto territoriale precedente. Lo stesso utilizzo del termine «Lazio», se riferito a periodi storici antecedenti all’unità d’Italia, appare anacronistico.

Fino al 1814 la parte dello Stato pontificio che oggi denominiamo Lazio era suddivisa in sei circondari: Roma, Tivoli, Velletri, Frosinone, Viterbo e Rieti. La riforma amministrativa di Pio VII, successiva all’età napoleonica, distinse invece fra il distretto di Roma (la cosiddetta Comarca), le delegazioni di Viterbo e Civitavecchia a nord (coincidenti con il Patrimonium Sancti Petri o la Tuscia romana) e la delegazione di Frosinone a sud (comprendente le antiche province di Marittima e Campagna, corrispondenti la prima ai Castelli Romani e all’Agro pontino, la seconda alla Ciociaria). Con l’ulteriore riorganizzazione amministrativa voluta da Gregorio XVI nel 1833, Campagna e Marittima furono nuovamente separate e quest’ultima, come delegazione a se stante, ebbe per capoluogo Velletri [1] . Al di là del confine meridionale dello Stato pontificio, situato fra la cittadina portuale di Terracina e la valle del fiume Liri, si estendeva la provincia più settentrionale del Regno delle Due Sicilie, denominata Terra di Lavoro, che includeva, oltre all’alta Campania, il circondario di Sora e Gaeta, quest’ultima importante piazzaforte borbonica [2] .

Il termine Latium (da latus, territorio ampio), documentato a partire dal VI secolo a.C., indicava in origine solo l’area a sud di Roma, compresa fra il Tevere e il Circeo, occupata dai Latini. Questo territorio, esteso per circa cinquanta miglia, sarebbe stato denominato in seguito Latium vetus e distinto dal Latium novum o adiectum, costituito dalle aree conquistate dai Latini a sud e a est, fino all’altezza del fiume Liri-Garigliano, abitate da Volsci, Aurunci, Equi ed Ernici.

Di fatto, l’organizzazione territoriale del XIX secolo non faceva che ricalcare approssimativamente quella antichissima d’epoca augustea, aggiornata nel corso dei secoli senza novità sostanziali, finendo per rispecchiare in modo del tutto naturale la percezione delle stesse popolazioni locali. Suddivisione che, considerando la penisola italica come ager romanus, cioè come immediata pertinenza della capitale dell’Impero, distingueva al suo interno undici regiones, fra cui l’ Etruria, comprendente l’attuale Toscana e il Lazio nord, e il Latium et Campania, che si estendeva invece a sud di Roma [3] .

In un certo senso, il Lazio come oggi lo intendiamo fece la sua comparsa solo nel 1860 come «regione residuale» rispetto ai territori contermini, cioè semplicemente come la somma delle aree rimaste a costituire lo Stato pontificio dopo l’annessione della Romagna, delle Marche e dell’Umbria al nascente Regno d’Italia [4] . Si tratterebbe dunque di una regione artificiale, frutto di un processo di regionalizzazione forzato: una regione storicamente «introvabile» e culturalmente «indefinibile» [5] . Essa non rappresenterebbe una «regione naturale», come la maggior parte delle altre regioni del Belpaese, ma un «territorio regionalizzato» in seguito a interventi calati dall’alto [6] .

Il 15 ottobre 1870, dopo la presa di Roma del 20 settembre, il Lazio – cioè l’ultimo territorio pontificio a passare al Regno sabaudo – venne a costituire l’unica grande provincia di Roma (detta pure «Lazio di Roma»), in cui confluivano le quattro delegazioni di Viterbo, Civitavecchia, Velletri e Frosinone, ridenominate circondari. La scelta di un’unica provincia venne giustificata con lo scarso numero di abitanti e l’arretratezza economica delle ex delegazioni pontificie, ma fu pure determinata dalla volontà di dare all’Urbe un circondario adeguato al suo prestigio di nuova capitale d’Italia [7] , nonché dall’esigenza di arginare le rivendicazioni delle periferie di fronte alla possibile esplosione della questione sociale [8] . A seguito dell’accentramento amministrativo a Roma, e della conseguente costituzione di un’unica prefettura, i quattro vecchi capoluoghi di delegazione si trovarono declassati a sedi di sottoprefetture, dove furono dislocati alcuni uffici periferici. Insieme ad essi, continuavano a rappresentare un punto di riferimento anche le sedi episcopali, in cui, nonostante il basso livello di alfabetizzazione, sopravvivevano spesso fiorenti tradizioni religiose e culturali [9] .

Soltanto il 2 gennaio 1927, dopo che nel 1923 il circondario di Rieti era passato dalla provincia di Perugia a quella di Roma, il governo Mussolini decretava la nascita della regione Lazio come la conosciamo oggi, attraverso l’istituzione, accanto alla provincia di Roma, delle province di Viterbo, Rieti e Frosinone. A queste quattro si sarebbe aggiunta il 4 ottobre 1934 Littoria (ribattezzata Latina nel 1945), la prima delle cinque città fondate dal Duce sui territori bonificati a sud di Roma [10] . Contestualmente veniva ripristinato l’antico confine meridionale sul fiume Liri-Garigliano, sottraendo all’abolita provincia di Caserta il comprensorio di Sora e Gaeta, mentre il circondario di Cittaducale, sugli Appennini, passava dalla provincia abruzzese de L’Aquila a quella di Rieti. Con tale provvedimento, insomma, il Lazio veniva ad acquisire la sua fisionomia territoriale pressoché definitiva [11] , riassumendo in sé i due volti contrastanti della politica fascista: quello ruralista in periferia, che propagandava per ragioni tanto ideologiche quanto economiche il ritorno alla terra, e quello urbanista al centro, che all’opposto esaltava i fasti dell’Urbe neo-imperiale [12] .

Quali motivazioni indussero il Regime a trasformare la provincia di Roma in ciò che possiamo denominare il Lazio contemporaneo? In primo luogo, l’istituzione a raggiera di alcune province attorno a Roma serviva a porre un freno alla corsa migratoria verso la capitale, iniziata subito dopo l’Unità nazionale: la cosiddetta romocentrizzazione [13] . In secondo luogo, si trattava di immettere anche nelle periferie le strutture burocratiche dello Stato e del Partito (prefetture, federazioni dei fasci, sindacati, opere assistenziali, ecc.): assistiamo cioè a «un’operazione strategica nel quadro della costruzione del Regime», che si prefiggeva di raggiungere concretamente «i luoghi della vita reale dei gruppi sociali» per intensificare il controllo capillare del territorio [14] . In terzo luogo, l’iniziativa avrebbe permesso al Regime di guadagnarsi l’appoggio delle classi dirigenti locali, i cui esponenti vennero investiti delle cariche politiche e amministrative collegate all’istituzione provinciale [15] .

Dopo la seconda guerra mondiale, che determinò terribili devastazioni su gran parte del territorio regionale – oltre al bombardamento di Roma [16] , si pensi alle incursioni subite dalle città marittime di Anzio, Nettuno, Civitavecchia e Terracina, senza dimenticare Formia e Gaeta; oppure ai bombardamenti di Cassino (ridotta con la sua abbazia a un cumulo di macerie) e di numerose altre località, alcune delle quali letteralmente rase al suolo –, il Lazio venne ufficialmente istituito come regione italiana a statuto ordinario con la Costituzione repubblicana del 27 dicembre 1947. Tuttavia, come tutte le altre regioni a statuto ordinario, esso non avrebbe avuto un proprio organo politico rappresentativo fino alle elezioni amministrative del 7-8 giugno 1970: «Sotto molti aspetti, si può affermare che il Lazio, fino al 1970, è stato semplicemente una regione inesistente» [17] .

Fino al 1951, anno del primo censimento generale della popolazione italiana dopo la guerra, Roma rappresentava (insieme al massimo alla cittadina portuale di Civitavecchia) l’unica realtà compiutamente urbana della Regione. A quella data, infatti, il 99,5% dei comuni laziali e il 49,6% della popolazione regionale risultavano appartenere ancora a contesti rurali, semirurali o al più semiurbani [18] . Senza considerare l’Urbe, che come capitale d’Italia aveva conosciuto un incontenibile sviluppo del settore terziario, il Lazio del secondo Ottocento e del primo Novecento basava fondamentalmente la sua economia su agricoltura e allevamento, spesso nel quadro di una gestione latifondistica e in definitiva feudale del territorio. Una parziale eccezione era rappresentata dai poli manifatturieri di Isola del Liri, Sora, Tivoli e Civita Castellana, come pure dai cementifici e dalle fabbriche chimiche di Civitavecchia, Colleferro e Fontana Liri.

Solo a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta, mentre l’alto Lazio conservava una forte vocazione agricola e Roma consolidava il settore dei servizi, le provvidenze statali determinarono lo sviluppo industriale dell’area meridionale, soprattutto lungo l’asse Roma-Latina, nella valle del Sacco, in quella del Liri e nel Cassinate (dove, agli inizi degli anni Settanta, si insediò la Fiat), senza comunque dimenticare più a nord il comprensorio di Cittaducale e la basse valle del Tevere. In seguito, tuttavia, la chiusura della Cassa del Mezzogiorno nel 1984 e le ricorrenti crisi economiche degli anni Novanta e Duemila hanno ovunque provocato serie difficoltà al settore secondario, sommandosi ai problemi cronici del settore primario e accrescendo il fenomeno del pendolarismo verso Roma, oltre a quello ben più preoccupante della disoccupazione [19] .

Ancora oggi, a distanza di centocinquant’anni dalla nascita del Lazio, il rischio resta quello di uno sviluppo incontrollato della testa a fronte del perdurante rachitismo delle membra. Due paiono, in sintesi, le caratteristiche fondamentali della Regione, fra loro strettamente connesse. La prima è la mancanza di omogeneità territoriale, cui si collega l’eccezionale varietà di storie locali, tradizioni culturali e assetti socio-economici. La seconda è la presenza soffocante ma al contempo essenziale di Roma, che funge da «calamita sociale, economica e politica» dell’intera Regione [20] . Per la sua importanza storica, simbolica, politica, l’Urbe si configura come un capoluogo regionale del tutto singolare: una metropoli che per un verso regge le sorti del territorio che la circonda, ma che per un altro verso se ne disinteressa a causa della sua connaturata vocazione nazionale e internazionale. Non stupisce, in fondo, che «Roma appare paradossalmente più vicina al mondo (in quanto realtà cosmopolita, centro della cristianità) che alla sua regione» [21] .


[1] Cfr. A. Ventrone, L’amministrazione dello Stato pontificio dal 1814 al 1870, Edizioni universitarie, Roma 1942, pp. 39-45; C. Ghisalberti, Lo Stato pontificio dal 1849 al 1870, in Studi in occasione del centenario, I. Scritti sull’amministrazione del territorio romano prima dell’Unità, a cura dell’Amministrazione provinciale di Roma, Giuffrè, Milano 1970, pp. 1-11. Utili anche R. Volpi, Le regioni introvabili. Centralizzazione e regionalizzazione nello Stato pontificio, Il Mulino, Bologna 1983; e Lo Stato del Lazio. 1860-1870, a cura di F. Bartoccini-D. Strangio, Istituto nazionale di Studi romani, Roma 1998. Specificamente sulla provincia del Patrimonio di San Pietro utile il breve saggio Il territorio dell’Alto Lazio, in Bibliografia e fonti per la storia della pietà mariana nell’Alto Lazio, a cura di L. Osbat, Vecchiarelli, Manziana 2004, pp. 1-4; mentre per la denominazione dei territori di Campagna e Marittima rimandiamo alla seconda parte di G. Falco, Studi sulla storia del Lazio nel medioevo, II, Società romana di storia patria, Roma 1988 («L’amministrazione papale nella Campagna e nella Marittima dalla caduta della dominazione bizantina al sorgere dei comuni»). Una panoramica succinta ma puntuale si trova infine nell’ Introduzione all’ Annuario delle diocesi del Lazio, pp. 1-9: 7-8, preparato a cura del vescovo di Albano Dante Bernini e dell’abate di Montecassino Fabio Bernardo D’Onorio in vista del Giubileo del 2000 e purtroppo mai pubblicato (il testo dell’ Introduzione è conservato in ACEL1997 come Allegato al Verbale dell’assemblea della Cel del 10-11 giugno 1997).

[2] Cfr. A. Giordano-M. Natale-A. Caprio, Terra di lavoro, Guida, Napoli 2003. Per le vicende legate al confine meridionale dello Stato pontificio segnaliamo T. Aebischer, Il confine pontificio presso Terracina a metà del XIX secolo, in «Latium», XVI, 1999, pp. 93-114; Storie di confine. Il fiume Liri: un confine millenario tra Stato pontificio e Regno di Napoli, Provincia di Frosinone, [Frosinone] 2014 (dove si segnalano in particolare, oltre all’introduzione di S. Casmirri, i saggi di L. Gulia, G. Giammaria e F. Corradini).

[3] Cfr. R. Paribeni, L’età di Cesare e di Augusto (= Istituto di studi romani, Storia di Roma, V), Licinio Cappelli, Bologna 1950, pp. 447-449 (più la tavola XII, che raffigura l’Italia nell’epoca di Augusto). L’autore riepiloga la suddivisione augustea proposta da Plinio in Vecchio in Naturalis historia, III, 46, che enumera Latium et Campania come prima regione italica, confinante a nord con il Tevere, a est con il territorio di Tivoli e con quelli degli Equi, dei Marsi, dei Caraceni, dei Pentri e dei Caudini, a sud con il basso corso del fiume Silarus (l’odierno Sele); e l’ Etruria come settima, delimitata a nord dalla Marca e dall’Appennino, a est e a sud dal Tevere. Quanto al Lazio medievale cfr., oltre al citato saggio di Falco, P. Toubert, Les structures du Latium médiéval. Le Latium méridional et la Sabine du XI e siècle à la fin du XII e siècle, 2 vol., École française de Rome-Palais Farnèse, Rome 1973.

[4] Così A. Caracciolo, La Regione storica e reale, in Il Lazio. Storia d’Italia dall’Unità a oggi, cit., pp. 5-39: 5-9. Cfr. soprattutto ibid., p. 6: «È importante dimostrare come nello spazio che oggi denominiamo Lazio erano e sono compresi frammenti di realtà non solo molto diverse tra loro, ma dotate in origine di legami prevalenti con altre entità regionali, che la circondavano e che erano portatrici di propria tradizione e di personalità ben distinguibili. Da lì confluirono e in parte tuttora confluiscono nel compartimento laziale brandelli di storie e di culture diverse portate a convivere

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