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Uscire nel mondo: Strategie di sopravvivenza per cattolici non adult(erat)i

Uscire nel mondo: Strategie di sopravvivenza per cattolici non adult(erat)i

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Uscire nel mondo: Strategie di sopravvivenza per cattolici non adult(erat)i

Lunghezza:
69 pagine
59 minuti
Editore:
Pubblicato:
26 mag 2019
ISBN:
9789887961963
Formato:
Libro

Descrizione

Una proposta alternativa alla stanca spiritualità dei nostri tempi, una proposta che riprende la saggezza della tradizione. Padre Serafino Tognetti dice tra l'altro nella prefazione: "L’ideale di vita proposto in questo libro di Aurelio Porfiri non è un nostalgico ritorno al passato, ma una valorizzazione del presente rivisto e rivisitato con quello spirito, che poi è l’unico cattolico, cristiano: essere figli di Dio umili e combattivi, semplici e convinti, nell’accettazione serena della figliolanza divina in Cristo, avendo presente l’ordine voluto da sempre. La vita non l’inventiamo noi, anche se siamo capaci di andare sulla luna (ma cos’è mai poi la luna, nei confronti dell’universo e delle stelle fisse?): quando nasciamo ci troviamo inseriti in un ordine di natura che si dà da sè, che siamo chiamati a contemplare e in qualche modo ad obbedire. Dio ci dà la libertà e ci insegna ad usarla per il bene.... Quale figura di cristiano propone il nostro autore? La figura del cristiano come monaco-cavaliere. Non con la bardatura, cavallo bianco e spada sguainata, ma in giacca e cravatta negli uffici, con vesti usuali negli uffici, nelle case, nelle scuole, nelle parrocchie, ovunque. Persone che rimettono tutto in equilibrio: Dio prima di tutto, poi l’ascolto della sua divina Parola, la contemplazione della vita e dell’ordine delle cose, quindi di conseguenza l’amore vero per il prossimo, lo spirito di sacrificio, la preghiera, il servizio".  Insomma, tornare indietro per riprendere il futuro.
Editore:
Pubblicato:
26 mag 2019
ISBN:
9789887961963
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Uscire nel mondo - Aurelio Porfiri

mondo

Prefazione

Padre Serafino Tognetti

Non è la prima volta, in questi ultimi tempi, che sento parlare di monachesimo come àncora di salvezza per questo nostro cristianesimo odierno, in affanno nei confronti delle emergenze del mondo. In realtà il monachesimo è l’Ordine religioso non solo più antico, ma anche il più solido. Nato nell’ambito delle persecuzioni romane, o subito dopo (III - IV secolo), con le grandi figure di Antonio, Pacomio, Saba, e con la meravigliosa stagione dei Padri del deserto, il monachesimo ha percorso tutta la storia della Chiesa, senza cedimenti o crisi. Ci sono stati periodi più o meno splendidi – basti pensare tutto il primo millennio, in cui il monachesimo è stato praticamente l’unica espressione religiosa della Chiesa, sia in occidente che in oriente – ma esso è sempre stato presente. Questo significa che il monachesimo è quasi costitutivo all’ossatura della Chiesa stessa. Dico quasi perché non deriva direttamente dalla predicazione del Cristo, ma certamente con i suoi dettami così radicali, le parole del Signore hanno gettato le basi per la costituzione dell’ordinamento monastico, che accompagnasse con la sua ascesi, con la sua preghiera, con la sua testimonianza di radicalità, la vita della Chiesa stessa.

Dei monaci, si direbbe, la Chiesa non può fare a meno.

Relegati nei monasteri e nei romitori, o in sperdute spelonche nelle montagne e nei deserti, quasi invisibili al mondo, i monaci tengono alta la testimonianza della vita di fede e il primato della preghiera e della liturgia. Impediscono che la Chiesa si dissolva in pura socialità, in elemento intra-mondano: essi fanno presente la necessità della spiritualità escatologica, liturgica e contemplativa.

Nel Medioevo gli ordini cavallereschi esprimono l’essere nel mondo a servizio di Dio e degli uomini in modo totalizzante. Immersi nella mentalità e spiritualità monastica, da cui traggono in qualche modo origine, essi vedono l’ordine del mondo reggersi sulle leggi divine, che il Papato e il Magistero della Chiesa fanno presente, che il Re e il principe applicano, che il popolo accetta come ordine di vita. Non c’è niente della vita sociale e umana che non interessi Dio e che non tragga da Lui ordinamento e logica. Se è Dio che ha creato il mondo e gli uomini, può la sua legge non essere direzionata alla vita vera, quella eterna?

Il dramma per l’umanità nasce quando si ribella a quest’ordine e cerca la verità delle cose fuori dalla paternità divina. Come il figlio prodigo della parabola, l’uomo chiede la sua parte di eredità per realizzare se stesso lontano dalla casa paterna, da solo, figlio di nessuno e in balia della proprie forze. Come vada a finire la parabola, lo sappiamo: l’uomo perde tutto e si adatta a vivere una vita inferiore a quella dei maiali, perdendo anche la propria dignità.

L’ideale di vita proposto in questo libro di Aurelio Porfiri non è un nostalgico ritorno al passato, ma una valorizzazione del presente rivisto e rivisitato con quello spirito, che poi è l’unico cattolico, cristiano: essere figli di Dio umili e combattivi, semplici e convinti, nell’accettazione serena della figliolanza divina in Cristo, avendo presente l’ordine voluto da sempre. La vita non l’inventiamo noi, anche se siamo capaci di andare sulla luna (ma cos’è mai poi la luna, nei confronti dell’universo e delle stelle fisse?): quando nasciamo ci troviamo inseriti in un ordine di natura che si dà da sè, che siamo chiamati a contemplare e in qualche modo ad obbedire. Dio ci dà la libertà e ci insegna ad usarla per il bene.

Gli ordini cavallereschi del passato indagarono su quest’ordine e libertà, la vissero e la difesero fino al sangue. I monaci, persone di non minor carattere e vigore, combattero ugualmente contro i nemici dell’uomo (non quelli di carne, ma i nemici spirituali, i demoni e le passioni) e passarono l’esistenza nella lode di Dio e nell’impetrazione per tutti. In altri termini: con la loro vita attestarono il primato assoluto di Dio e della natura voluta da Lui.

Quale figura di cristiano propone il nostro autore? La figura del cristiano come monaco-cavaliere. Non con la bardatura, cavallo bianco e spada sguainata, ma in giacca e cravatta negli uffici, con vesti usuali negli uffici, nelle case, nelle scuole, nelle parrocchie, ovunque. Persone che rimettono tutto in equilibrio: Dio prima di tutto, poi l’ascolto della sua divina Parola, la contemplazione della vita e dell’ordine delle cose, quindi di conseguenza l’amore vero per il prossimo, lo spirito di sacrificio, la preghiera, il servizio.

Ne viene fuori un quadro originale, ma soprattutto possibile, praticabile. E stupendo.

Dire cavaliere e dire monaco sembra oggi cosa strana, come a voler catapultare l’uomo moderno in situazioni lontane e anacronistiche, improponibili. E proprio qui sta l’errore. Nel testo si parla di spiritualità, di motivazione di fondo, non di pratiche. Gli uomini del passato avevano capito tutto questo, e per loro essere monaci nel mondo era cosa normale, come anche essere cavalieri in casa. Un esempio: il mite san Francesco d’Assisi, conosciuto da tutti come figura perfetta del Cristo, come poverello, come mite

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