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Nel cuore di Punt

Nel cuore di Punt

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Nel cuore di Punt

Lunghezza:
306 pagine
4 ore
Pubblicato:
14 mag 2019
ISBN:
9788834111635
Formato:
Libro

Descrizione

Negli antichi miti l’origine della civiltà egizia è localizzata nell’ignota Terra di Punt. 
Due storie distanti nel tempo si alternano nel nord della Somalia: un popolo evoluto dell’antica Punt cerca di insegnare ai selvaggi e un medico di Torino conduce un gruppo di amici in una missione archeologica.  
Il quarto millennio A.C. è raccontato da un simpatico furfante che si lamenta dei ‘figli impuri’ e nel ventunesimo secolo, i ricercatori cercano di comprendere come una civiltà avanzata sia scomparsa senza lasciare tracce. 
Monumenti spettacolari, Il Re Scorpione, macabri sarcofagi e creature letali animano l’antico racconto. Monete d’oro, canaglie senza cuore e personaggi dei servizi segreti riempiono la pericolosa missione del giorno d’oggi.
Nel passato, una civiltà avanzata viene distrutta dall’invasione egizia e da una malattia sconosciuta, nel presente, si cerca di decifrare la scrittura sensoriale di Punt e di scoprire piramidi e templi di un’epoca remota in un clima di paura e sospetto.
Pubblicato:
14 mag 2019
ISBN:
9788834111635
Formato:
Libro

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Nel cuore di Punt - Piero Abbruzzese

Piero Abbruzzese

Nel cuore di Punt

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Questo libro è stato realizzato con StreetLib Write

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Indice dei contenuti

Capitolo 1

Più di diecimila anni fa

Capitolo 2

La Terra di Punt

Capitolo 3

Il mistero di Hargeisa

Capitolo 4

Il modellatore di metallo

Capitolo 5

Richard

Capitolo 6

Harga

Capitolo 7

Il Viaggio

Capitolo 8

Il ragazzo impuro

Capitolo 9

Il Direttore

Capitolo 10

La Regina di Punt

Capitolo 11

Al-Shabaab

Capitolo 12

La maledizione

Capitolo 13

Media

Capitolo 14

Il Re Scorpione

Capitolo 15

Imhotep

Capitolo 16

L'Egitto

Capitolo 17

La biblioteca degli Dei

Capitolo 18

Ritorno a Punt

Capitolo 19

Serpentelli di fuoco

Capitolo 20

La Flotta

Capitolo 21

Homo Savius

Capitolo 22

Lo Car

Capitolo 23

Il Congresso

Ringraziamenti

Capitolo 1

Più di diecimila anni fa

Anatolia, 10.500 anni fa

La terra si risveglia, squassata da singulti minacciosi.

Gli edifici sobbalzano, come scossi da mani immense. Oscilla tutto, le colline franano, le case crollano e i templi si ricoprono di polvere grigia.

Al sacerdote manca la terra sotto i piedi. Si guarda intorno sconvolto e vede che si sposta tutto, una spaccatura profonda nella strada si allarga davanti a lui. Il mondo oscilla, lui ruzzola per terra vicino al precipizio e non riesce ad alzarsi per il terrore.

Sopravvivrà qualcuno?

Sente lamenti, belati e ululati di terrore. Vede uomini correre verso il nulla e scorge altri sacerdoti tremanti. Boati coprono le urla di gente angosciata.

Alza gli occhi verso il cielo e implora gli dei di salvarlo da quel disastro.

É la maledizione del passato, la leggenda della fanciulla brunita.

"Dei clementi, fermate questo tormento. Porrò fine al sacrilegio e convincerò i miei fratelli a seppellire i templi profanati e ricostruirli. Nasconderemo le nostre opere e il sacro incantesimo che ha creato la loro scrittura.

Lacrime amare rigano la polvere del viso disperato:

Non possiamo uccidere i figli impuri, li abbiamo generati noi. Saremo noi ad allontanarci verso una landa lontana.

D’incanto, il ruggito della terra si ferma e una cupa quiete, interrotta da schianti tardivi, riempie la città dilaniata. Nella foschia sporca che comincia a diradarsi, riappaiono i giganti di pietra senza testa, i templi e le colline lontane.

Giorni dopo, la paura agita il cuore di tutti. Le pire dei defunti fumano cupe, detriti macchiati di sangue ingombrano le strade. Nelle case la gente trema e digiuna in onore degli dei.

Inveiscono tutti contro i figli impuri. Accoppiarsi con loro all’epoca della fanciulla brunita ha permesso che l’empietà entrasse nelle loro case.

Stagione dopo stagione, riti di espiazione si susseguono e i templi e le scritture vengono seppelliti sotto montagne di terra.

Generazioni trascorrono, le alture che nascondono i templi inverdiscono e si popolano di alberi. L'oblio del tempo offusca gli animi dei selvaggi.

Gli uomini savi si allontanano e i figli impuri riempiono il territorio.

Quella civiltà scompare. Tigra e Firat [1], i due fiumi maestosi che scendono ricchi verso l'oceano, perdono il ricordo del popolo eletto. Ma qualcosa rimane nei miti dei figli impuri, che lentamente crescono e ritrovano le conoscenze dei savi.

[1] Antichi nomi del Tigri e dell’Eufrate

Capitolo 2

La Terra di Punt

Terra di Punt, più di 5.000 anni fa

Le ripide colline si stanno affollando di alberi e di arbusti spinosi. In una valle nascosta c’è una casa acciaccata che mostra frammenti di un passato migliore. Si intuisce un arco sulla porta d’ingresso rosa dai tarli e macchie di mosaici spiccano sulla terra grigia dell’ingresso. Dal tetto un filo di fumo si spande nell’aria serale e baluginii fiochi filtrano dalle strette aperture delle pareti.

Sono seduto su una vecchia sedia con braccioli usurati e mi strofino le mani al calore del camino. Devo avere proprio l’aspetto di un vecchio rugoso e magro e me ne dispiace. Per fortuna mi dicono che i miei occhi color del cielo mantengono la curiosità di sempre e guardare in quelle pozze azzurre immerge in una storia antica.

Mi chiamo Lo Car e sono il narrastorie del popolo di Punt.

Sostengono che racconto in maniera vivida come se vivessi le avventure in quell’istante.

Qualche volta mi allontano con lo sguardo per rincorrere ricordi lontani, accavallati nella mente come onde del mare.

La mia barba ricciuta è diversa da quelle degli altri, lunghe e ben curate. Quando comincio a parlare, mi accarezzo i riccioli bianchi come per lisciarli e tutti zittiscono, pronti ad ascoltarmi.

C’è sempre tanta gente intorno a me: uomini magri, donne con glutei prorompenti, vecchi che sembrano più anziani di me ma che potrebbero essere miei figli. E tanti bambini, alcuni deformi con gambe gigantesche, accucciati in silenzio. Si vedono anche sguardi spenti e occhi gonfi in uomini che si toccano dolenti la testa ingrandita.

Mi rispettano tutti, hanno una simpatia istintiva per le mie storie bizzarre, che racconto sorridendo. Ridono tutti quando riporto le marachelle di gioventù. E li diverte che io sia un ghiottone scandaloso e che basta portarmi un timballo di mandorle per farsi raccontare le mie avventure. I bimbi mi cercano e chiedono curiosi su quale albero cercare la gomma rossa, deliziosa da masticare.

Tanti devono essere miei parenti, ma non so bene neanche io. La mia nascita si perde nel tempo. Tutti si chiedono quanti anni abbia e nessuno lo sa. Sono uguale a quando sono nati e i loro padri mi descrivevano alla stessa maniera.

So solo dico sorridendo che tua madre mi chiedeva la stessa cosa e sollevavo le spalle incerto e anche tuo padre, in punto di morte, mi ha fatto la stessa domanda e non ho saputo rispondere. Hanno perfino cercato di corrompermi con bei pasticci profumati o con dolci di miele selvatico ma…

Rido, mostrando denti ancora risparmiati dal tempo ma con una sfumatura inquietante che tradisce l’erba che mastico.

Non so davvero quante stagioni ho vissuto

Il mio sguardo si allontana nel passato e racconto.

Quello che ricordo è un tempo lontano in cui mio padre Am Aut veleggiava…

Per un attimo, il silenzio è coperto dai crepitii dei tizzoni ardenti, poi la storia comincia….

La barca avanza a fatica.

Gli uomini del lontano nord remano immersi nel sudore e gli stracci che li coprono puzzano di lercio. Sono giorni che ingurgitano un pastone senza sapore e soffrono la sete.

I lucidi muscoli del sorvegliante si inarcano mentre colpisce con forza il tamburo.

Hanno superato l'isola degli uccelli e gli starnazzi li assordano ancora. Stormi di gabbiani e corvi gracchianti li sorvolano e l'isola sembra fremere sotto il loro sguardo lontano.

La vela, scossa dal vento, fa sbandare la barca, che cerca di entrare nella barriera. Punte di corallo affiorano fra le onde e fra gli schizzi si intravedono pochi passaggi. Il veleggiatore scruta preoccupato la barca piegata e alza gli occhi all’intreccio di canne, che si oppone agli sforzi dei mozzi. É pronto ad abbattere l’albero imponente.

Impreca impaurito:

Ci daranno, spero, una di quelle vele nuove che la regina ha promesso. Grande madre, aiutaci tu!

Con un balzo su un’onda imponente, la barca entra nella barriera e il mare si calma d’incanto.

La loro è stata una buona spedizione. Hanno trovato sassi lucenti, azzurri come il cielo e gialli come il sole. Sarà contenta la regina, che si adornerà di quelle pietre incastonate dai mastri gioiellieri.

Sbarcano su un lungo molo animato da scaricatori possenti e con cammelli accucciati, in attesa delle mercanzie. In fondo, torreggia il tempio sovrastato dalle corna curve della dea madre.

In città si affollano i naviganti provenienti da lontano, selvaggi sbalorditi dalle strade di pietra e dagli alti edifici con uomini che vivono gli uni sopra agli altri. Lungo la via principale, l'odore delle carni arrostite si mescola al profumo della mirra. Donne attempate vendono foglie dai poteri straordinari e giovani svestite sorridono ai marinai.

Quella notte Am Aut giace sereno fra i friniti delle cicale, con lo stomaco teso dai cibi della cena. Dopo la carne secca di una navigazione senza fine, la zuppa calda e la tenera carne di pavone lo hanno riconciliato con la vita. É felice delle sue mercanzie: due dischi gialli, che valgono cinquanta cammelli, entreranno nella sua casa. E i lavoratori che porta con sé, enormi nubiani, valgono ciascuno dieci piccoli dischi. Sarà ricco dopo questo viaggio e adornerà la casa di vasi colorati. Sua moglie avrà una pietra azzurra per il suo diadema.

I suoi navigatori vogliono lasciare Fil-Ka al più presto. Arrivare all’altopiano sacro sarà spossante e occorreranno giorni e giorni lungo la ripida salita. Ma da Erigavo [1] sarà facile arrivare ad Harga, circondati dai profumi della savana.

Partono all’alba.

Il veleggiatore impreca e si pulisce la faccia dallo sputo di un cammello. Ha voluto controllare che il marchio sia quello del suo amico. Tutti sanno che sono gli stessi da sempre, da quando esistevano solo uomini, cammelli e sacre mucche. Il clan del suo compagno alleva i cammelli migliori.

La strada si arrampica nel verde. Felci ed arbusti la invadono e alberi enormi la coprono. Pesanti frutti gialli piegano i rami e cadono, colpendo a casaccio fra le risate delle donne, che tirano i cammelli innervositi dall’usta delle iene.

La sera dormono qualche ora e ripartono prima dell’alba, per difendersi dal caldo infernale, che continua a tormentarli, fino a quando, giorni e giorni dopo, la brezza dell’altopiano rinfresca l’aria. Vedono cambiare gli alberi, che hanno ampie chiome sopra tozzi tronchi. Laghi paludosi sono pieni di pericolose mucche d’acqua, che spalancano le immense fauci, ignorando i coccodrilli furtivi. Più lontano, lunghi colli di giraffe si immergono ad abbeverarsi accanto ai musi di antilopi gentili

Disteso sotto le stelle, Am Aut ascolta il chiacchiericcio del bivacco. Sono tutti felici:

Vedrò il mio nuovo nato per la prima volta.

Io ho quattro figli e il grande navigherà con me la prossima volta

"La dea madre ha voluto il mio più grande ad onorarla. É cambiato, sapete? Adesso ha la testa rasata e veste una tunica bianca di un tessuto leggero come l’aria [2] ".

Si, è quella pianta del grande fiume con gli steli che vengono intrecciati sui telai dalle donne tessitrici. Mi hanno detto che occorre molta fatica per fare quel tessuto

Il veleggiatore pensa alla sua grande casa di pietra ad Harga, al pane croccante ed alla polenta, che accompagneranno costolette di agnello e di tenere gazzelle. Sarà a un giardino di distanza dal tempio della regina svettante verso l’alto.

Harga, la magnifica, compare davanti a loro.

La costruzione che si staglia davanti a loro è destinata a chiedere benedizioni alla dea madre. Quell’edificio è imponente e si restringe verso l’alto. Gli avi raccontano che generazioni addietro i templi crollavano prima di essere finiti. Crescevano sgraziati, si piegavano e si sfaldavano. I costruttori e gli scribi pregavano e studiavano, tentando e ritentando. Am Aut sa che la soluzione di quel problema è arrivata quando hanno costruito recinti di strette assi, li hanno inondati d’acqua e hanno posto paletti all’interno, per stabilire il piano orizzontale ed avere costruzioni diritte verso l'alto. Gli scribi conservano la conoscenza di quella magia, scrivendo i loro segni impregnati di profumi e pieni di significati sui fogli sottili ricavati dalla pianta di papiro del fiume del nord. Tanta conoscenza è conservata in quei fogli shefedu, scritti dai membri della gilda degli scribi, che devono essere letti e toccati perché sprigionino la loro sapienza.

Dall'ombra rinfrescante del giardino, compaiono i suoi tre figli, che gli corrono incontro. Ama tutti e tre ma non può evitare di preferire Lo Car, piccolo curioso di pochi anni, attento a quello che accade intorno a lui e sempre pieno di domande.

Il precettore gli ha detto che Lo Car chiede sempre i segreti del cielo notturno e non si accontenta della mitologia delle luci dei defunti. Vuole sapere come si muovono nel cielo le stelle e come fanno i veleggiatori a muoversi negli oceani. E ha aggiunto sorpreso:

Lo Car mi chiede sempre delle pietre dure che chiamiamo metalli. Vuole costruire le lame lucenti, vuole fare il modellatore… Non so cosa dire!

La moglie guarda innamorata Am Aut, che torna a casa dopo quattro stagioni. Ha barba incolta e riccia. Ha capelli lunghi e il colore ambrato della pelle è diventato un bruno simile a quello della gente del nord. I suoi occhi chiari sono aperti e ospitali.

Anche gli stranieri arrivati da lontano beneficeranno del cibo abbondante della festa di quella sera, in onore suo e della dea madre, protettrice del viaggio nelle terre lontane.

Il veleggiatore è fiero del suo lavoro e della sua gente, gli uomini di Punt.

Le storie che vengono perpetuate di padre in figlio, parlano di antenati provenienti dalla terra di Goblek [3] , che hanno creato la magica scrittura di immagini, profumi, impronte e sensazioni a perpetuazione del pensiero.

[1] Città nella parte orientale del Somaliland

[2] Lino

[3] Gobekli Tepe, sito archeologico in Turchia risalente al 10.000 AC

Capitolo 3

Il mistero di Hargeisa

Hargeisa, Somaliland, adesso

Omar quasi mi travolge fuori dell’ospedale, mentre fumo, godendomi quel vento tiepido di Hargeisa che fa dimenticare di essere vicino all'equatore. Gli strepitii dei bambini, risate e piccoli litigi mi arrivano lontani. Ci sono pochi pianti in Somalia, i bimbi malati sono tosti e, a parte un povero lattante con una meningite, andranno tutti a casa fra due o tre giorni,

Sento una richiesta in somalo e il cancello si apre. Una Range Rover entra sgommando e si ferma a pochi centimetri da me. Quando sto per protestare, vedo un tizio in jeans e camicia a quadri. Magro e alto, mi stampa un sorriso candido nel viso caffelatte.

Good morning my friend!

Fanno simpatia l’americano strascicato e gli stivali texani che risuonano a ogni passo. Mi dice che si chiama Omar, fa l’ingegnere ed è tornato dagli Stati Uniti due anni fa. Fa dighe e scavi nei dintorni della città e fa pochi palazzi, perché non ha le conoscenze giuste.

My friend, ci vorrebbero case come si deve qui a Hargeisa. Sai che questa città ha proprio bisogno di un restyling!

Ha ragione! Hargeisa è grande quanto Torino e se la vedesse papà, urbanista convinto, rabbrividirebbe. Le strade polverose e senza asfalto sono spesso a fondo cieco e si attorcigliano intorno a palazzoni e casupole di uno, due piani. Immondezza ce n’è tanta accanto a botteghe con insegne dipinte e qualche bibita e sigaretta nell’interno oscuro. Nel centro della città, grovigli inestricabili di fili elettrici sono appesi nel nulla su negozi scintillanti di computer. E vedi tante moschee, silenziose fino all'ora della preghiera, quando i muezzin [1] partono con i loro cori in una specie di gara con i motori e clacson assordanti, che imperano fino a notte.

Il nostro ospedale è al centro di quel suk [2] caotico e si affaccia su una strada polverosa, percorsa da camion carichi di qat fresco, che arriva dall’Etiopia a tutta velocità. Il comune ha messo finalmente dei rallentatori sull’asfalto quando abbiamo rischiato di perdere un bimbo che si è sporto troppo. Il nostro è l’unico ospedale per i bambini del Corno d'Africa e arrivano da posti sperduti anche dalle nazioni vicine. Molti bivaccano in piena notte dopo giorni di cammino in attesa dei nostri medici.

Il mio nuovo amico mi dice che ha sentito meraviglie dell’ospedale italiano e vuole vederlo. Scruta attento dappertutto, ammirando i dettagli.

Hey man! Excellent construction!.

Il suo slang cantilenante mi ricorda i miei anni americani.

Quando scopre che sono di Torino, mi chiede del Museo Egizio e non della Juventus.

Come sai del Museo di Torino? Chiedo sorpreso.

Mi interessa l’archeologia e… ne so qualcosa. Il vostro museo è il secondo più importante al mondo.

Lo guardo e vedo che avrebbe voglia di dire qualcosa di più e lo provoco curioso:

Anche a me piace la storia antica. Non sono un grande esperto ma…

Mi scruta per un po’ esitante, poi mi fa entrare in macchina, si guarda intorno e comincia a parlare a bassa voce:

Buddy, ho trovato cose incredibili durante i miei scavi. Devono essere molto antiche. Ci sono monete con disegni splendidi e sculture sulla roccia. Ho tanti reperti ma non voglio farli vedere in giro. Non mi fido di questa gente... magari, mi tolgono tutto e li vendono... oppure se ne prendono la paternità… no, non mi fido proprio.

Mentre parla, gli brillano gli occhi. Continua a voce ancora più bassa:

Vorrei datare dei frammenti. Secondo me, sono almeno di sei o settemila anni fa e mostreranno che il Somaliland è la mitica Terra di Punt… sai cos'è?... di che cosa sto parlando?.

Terra di Punt? Mai sentita. Cos’è?

Lo guardo interrogativo e lui si sistema sul sedile e prosegue cauto come se temesse un complotto:

Gli egizi sostenevano che la loro civiltà ha avuto origine in un posto piena di tesori, la terra di Punt. Nessuno ha localizzato quel luogo con certezza, ma si sa che è in questa zona e parlano di Somalia o Eritrea o Yemen... non ci sono prove sicure.

Si apre in un sorriso trionfale:

Devi vedere quello che ho trovato. Il Somaliland è la terra di Punt… ne sono certo!

Ci penso affascinato. É difficile pensare che in Somaliland ci sia stata una civiltà come quella del Nilo. Arbusti, alberi scheletrici, babbuini e iene sono tutto quello che vedo, andando da Hargeisa a Berbera. É vero però che il Somaliland è grande quanto il Piemonte e ci sono tante zone che non si possono visitare. Non ci sono strade e le misure di sicurezza sconsigliano di allontanarsi dalla zona centrale. Veramente il posto è tranquillo rispetto al resto della Somalia, non ci sono terroristi e non ci sono pirati, quelli li trovi più ad est, nel Puntland... Puntland? Ma Puntland significa terra di Punt. Non ci ho mai pensato, credevo che significasse punta dell’Africa! Devo capire...

Confesso la mia ignoranza:

Non ci capisco niente, amico mio. Devo studiare qualcosa su questa terra di Punt … e devo studiarmi il Somaliland.

Si illumina e afferma entusiasta:

Sì, Piero. Studia la nostra terra! Dovresti vedere le colline a oriente, piene di verde e acqua. E il mare! Sai che c’è un'isola traboccante di uccelli e ci sono baie con acqua piatta come un lago... Quando ero piccolo ero sempre lì ...

Si scuote da quei ricordi lontani e mi sorride:

Hey, man! Ti interessa questo discorso della terra di Punt? Forse puoi darmi una mano. Vorrei che qualche archeologo vedesse i miei reperti e li datasse. Mi puoi aiutare?

Mi piace l'idea e penso alle mie conoscenze. Accetto entusiasta:

Certo, Omar. Vado spesso al Museo Egizio e conosco qualcuno lì.

In un attimo mi vedo con un cappellaccio e una frusta in mano, Indiana Jones della Somalia...! Bel sogno! Magari dovrei essere un po’ più giovane, ma neanche Harrison Ford è un ragazzino nell’ultimo film.

Omar guarda la mia espressione estasiata, comincia a ridere e mi da una pacca sulla spalla.

"OK, buddy! Stasera ti mando un po’ di articoli scientifici e domani ti porto qualcosa da vedere. Faremo bene insieme... Inshallah! [3] ".

Se ne va, marcando il passo con gli stivali.

Mi chiamano in reparto per un bimbo che ha un soffio al cuore. Trovo un piccoletto seduto sul letto, circondato da medici e infermieri che parlottano incerti. Gli ascolto il cuore e dico a tutti che non ha niente. Mi chiedono spiegazioni e mostro come si distinguono i soffi cardiaci innocenti da quelli del cuore malato. Faccio ascoltare il bimbo, prima seduto e poi sdraiato e in un attimo mi circondano tutti e finisco per passare un’ora con loro, affamati di spiegazioni.

Mi piace insegnare agli altri. Quando imparavo la cardiochirurgia in America, mi dicevano sempre: ‘See one, do one, teach one’, vedine uno, fanne uno e insegnane uno e così ho fatto quando son rientrato in Italia. È bello vedere la sorpresa sul viso dei più giovani e sentire che un mio allievo è diventato più bravo di me mi inorgoglisce.

La giornata passa in fretta e arrivo a casa dopo le sette. Che desolazione! Non c'è niente di alcolico. Ad Hargeisa niente alcool, trovi solo bancarelle di qat [4] , assediate all’ora di pranzo da poveri cristi.

Quelle foglie di qat le masticano quasi tutti gli uomini. Si rintanano il pomeriggio nelle loro case e ricompaiono il mattino dopo. È una droga sociale -dicono- che favorisce gli incontri con gli amici. Si intrattengono con Coca Cola, chiacchiere e foglie di qat più fresche possibile, per dimenticare la povertà del posto e abbandonarsi a sogni irrealizzabili. È la droga tipica della Somalia ed è essenziale per l'economia. Le tasse pagate per quelle foglie aiutano il governo più di qualunque altra imposta. Dicono che l’effetto sia blando e l’unica volta che l’ho masticato io, non ho sentito proprio niente.

Ma chi sono io, che parlo saputo di un posto sconosciuto e di una droga dei poveri?

Mi chiamo Piero e sono un fortunato che ha avuto tutto dalla vita. Faccio il medico, anzi faccio il cardiochirurgo dei bambini. Dovevo fare il chirurgo generale,

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