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Manuale del Volontario

Manuale del Volontario

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Manuale del Volontario

Lunghezza:
146 pagine
1 ora
Editore:
Pubblicato:
30 apr 2019
ISBN:
9788866613855
Formato:
Libro

Descrizione

Il libro si divide in due parti.
Nella prima si affronta l'aspetto dell'essere adatto a fare volontario, a scegliere quale tipo di attività svolgere e come rapportarsi con le persone assistite.
Nella seconda parte si esaminano nel loro aspetto pratico i servizi che il volontario può svolgere, come svolgerli, se e quando sia necessario un corso specializzato.
Fare il Volontario ed il Soccorritore Volontario è uno dei mestieri più difficili che possano esistere. La pressione e lo stress, soprattutto quando si opera in ambito sanitario, sono fortissimi. Ma le soddisfazioni sono di più, e superano di gran lunga le delusioni.
Quando mi sono trovato a farlo 15 anni fa in Ospedale e poi in Ambulanza, ho pensato “perché non l'ho fatto prima?”. E tutte le volte che parto per un servizio (che è sempre una incognita) magari alle 6 di mattina mi domando “Ma chi me l’ha fatto fare?” e poi quando torno verso la mezzanotte mi rispondo “Adesso si, capisco perché l’ho fatto!”.  

Luigi Bruno è un semplice volontario, e lo fa da oltre 15 anni in vari reparti ospedalieri (Malattie Infettive, Pronto Soccorso), in ambulanza (Servizio di Emergenza Sanitaria 118/112) e nel Servizio Psicosociale di Croce Rossa. Con questo libro vuole dare un aiuto alle nuove e future reclute con l’esperienza fatta in 15 anni di lavoro volontario.
Editore:
Pubblicato:
30 apr 2019
ISBN:
9788866613855
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Manuale del Volontario - Luigi Bruno

ePub: 9788866613855

Parte prima

Il volontariato

Arriva al Pronto Soccorso una bella macchina, nera, moderna, e scendono l’uomo che era alla guida e due signore e ci chiedono una sedia a rotelle per la signora anziana che siede davanti.

Una ausiliaria va a prendere la sedia ed io apro la porta davanti. Vedo una signora anziana, sulla novantina, minuscola e magrissima, tutta storta da chissà quale patologia, forse artrite, che mi informa subito di aver avuto una frattura dell’anca, una del braccio, di avere dolore atroce al tallone. L’uomo che era alla guida mi rassicura dicendo che non c’è alcuna frattura in corso, la signora ha solo mal di stomaco.

Guardo la signora: sebbene anziana, non ha solo mal di stomaco. Non è in grado nemmeno di alzarsi dal sedile, ha un maglioncino un po’ corto e dei pantaloni da tuta da ginnastica un po’ piccoli, da cui fuoriesce la parte superiore di un pannolone, e sotto il pannolone la cute è rossa come la buccia di un’arancia matura e sembra un po’ macerata dal sudore o forse dai liquidi che hanno saturato il pannolone. Il grembo è sporco e polveroso, come se avesse mangiato varie cose, tipo biscotti, patatine, pane, altra roba indistinta, briciole varie.

E’ così piccola e magra che la prendo con le braccia e la appoggio sulla sedia a rotelle. La signora lamenta dolore ad ogni movimento. Come giriamo la sedia e ci avviamo al Triage, vedo che tutti rientrano in macchina per partire. No, dico, almeno qualcuno deve rimanere per spiegare quello che è successo, poi serve la tessera sanitaria o un documento, e se avete degli esami passati ci servirebbe vederli.

Allora le due signore ci seguono al triage, dove subito una delle due precisa Guardate, noi siamo le figlie, ma la signora la dovete considerare sola, perché non vogliamo avere nulla a che fare con lei. E’ voluta venire al Pronto Soccorso per forza e noi l’abbiamo portata, ma non intendiamo assecondarla e interessarcene.

Almeno ci spiegano qualcosa del problema che l’ha portata da noi. Sono due giorni che ha dolori allo stomaco (non all’intestino o al torace, faccio precisare, solo allo stomaco), non mangia e ha avuto vomito. Tutto questo lo dice a me, volontario con tanto di badge e stemma sul camice che lo evidenzia, ed avendolo già precisato a voce. Si, ma non voglio parlare con loro, indicando le infermiere del Triage.

Detto questo la signora mi chiede Senta, ma se la dimettono oggi, oppure se la ricoverano e poi la dimettono, e se noi non vogliamo venire a prenderla, cosa fate?

Secondo la nostra procedura, viste le condizioni della signora, se non c’è una famiglia o qualcuno a prendersene cura, si tratta di una dimissione protetta, cioè dovremo coinvolgere le assistenti sociali ed avvisare i Carabinieri perché si può configurare un abbandono di incapace.

Ah, no, guardi, dice la signora con un sorriso, io sono un magistrato, e non si tratta proprio di abbandono di incapace. La signora è capacissima: ha il suo bancomat, la sua carta di credito, può chiamare un taxi e farsi portare a casa.

Perché, abita da sola?

Ha una signora che va ad aiutarla, ma lei vuole stare da sola, e comunque, visto come ci tratta, noi figlie non vogliamo avere nulla a che fare con lei, quindi non chiamateci nemmeno perché non verremo a prenderla.

Se ricoverarla o meno, se e quando dimetterla, e se telefonarvi, rientra nelle facoltà del medico che la prende in cura. Come poi sarà lui a decidere, viste le condizioni della signora, la forma e gli atti per le dimissioni.

Comunque noi vi abbiamo detto tutto, non ci chiamate, ora ce ne andiamo. E se ne vanno.

Aiuto l’infermiera a compilare la scheda di Triage, a rilevare i dati vitali, a registrare i dati anagrafici (la signora ha 86 anni), visto che siamo più o meno tutti un po’ sbalorditi dall’accaduto. Poi accompagno la signora in sala Gialla. Sto con lei, parlandole, per circa un’ora, non volendo lasciarla sola. Se fisicamente ha grossi problemi, mentalmente è lucida, lucidissima.

Era un avvocato, anzi lo è ancora perché è ancora iscritta all’Albo ed ha uno studio ancora attivo, anche se lei non ci lavora. Abita da sola nella casa di famiglia. Il marito era un generale. Una signora viene per le pulizie, per preparare da mangiare e aiutarla un po’, per il resto è e vuole restare sola ed in quella casa.

E’ stata appena dimessa da una casa di cura privata, dove è rimasta ricoverata per un mese e mezzo spendendo 30mila euro. Ma da due giorni non mangia perché ha dolori di stomaco e se vede qualcosa da mangiare le viene da vomitare.

Se non mangia da due giorni, mi domando, a quando risalgono la briciole che le sporcano tutto il grembo? E quando le è stato cambiato il pannolone l’ultima volta, visto il rossore che, senza dubbio, provocherà anche dolore?

* * *

Quando viene chiamata per la visita, racconto tutto l’accaduto alla dottoressa che la deve visitare, la quale rimane allibita ed anche discretamente arrabbiata dal trattamento riservato alla signora dai parenti.

Le infermiere la devono spogliare completamente per pulirla e togliere quei vestiti sporchi che ha addosso. Quando esce dalla sala visita, dopo aver fatto i prelievi e l’elettrocardiogramma, mi parlano di varie piaghe sul corpo.

Nel frattempo sono arrivate due colleghe volontarie, alle quale narro la vicenda accaduta. Una delle due si prenderà cura della signora, andandole a parlare, tenendole compagnia e seguendo e spiegandole le varie procedure che dovrà effettuare. Per iniziare una radiografia agli arti inferiori e superiori, al bacino ed al torace, tanto per avere un quadro di quello che è successo in passato ed eventuali problemi attuali.

* * *

Ecco, questo è un servizio effettuato dai volontari. Se non ci fossero stati i volontari la signora sarebbe stata abbandonata direttamente appena scesa dalla macchina e sarebbe rimasta sola e abbandonata durante l’attesa prima e dopo la visita. Mentalmente lucida, ma fisicamente come un manichino maltrattato uscito fuori da una discarica.

Questo è accaduto appena una settimana prima di iniziare questo libro, ed è stata una delle motivazioni per scriverlo.

Come volontari vediamo spesso il lato peggiore della nostra società, e spesso abbiamo visto episodi di maltrattamento o abbandono di anziani da parte delle loro famiglie, magari per vecchi rancori o motivi economici (mettere la nonna in clinica e prendere possesso della casa). Ma in genere vi era alla base un ambiente già disagiato in partenza, figli senza abitazione, oppure senza lavoro, in quartieri periferici e situazioni economiche di debito perenne, magari aggravati dalla tossicodipendenza di un qualche nipote.

Tre o quattro anni fa una signora, dimessa dal Pronto Soccorso, ha dovuto aspettare tre giorni (naturalmente accudita da infermieri e volontari, che la nutrivano e la pulivano) prima che il figlio, dietro minaccia di intervento dei Carabinieri, venisse a riprendere la madre. Ma non era mai successo con persone di indubitabilmente alto livello economico e culturale, madre avvocato e figlia magistrato. Nessuna delle quali senza dimora e senza lavoro, anzi.

Motivazione e aspirazione

Se avete acquistato questo libro in teoria dovreste avere la motivazione di aiutare il prossimo, od almeno l’aspirazione ad aiutare il prossimo.

Perché questa differenziazione fra motivazione e aspirazione? Entrando in una associazione di volontariato sentirete spesso parlare di motivazione. E’ la motivazione che ci fa aderire, la motivazione che ci fa fare servizi anche lunghi e faticosi, la motivazione che ci passare sopra ad inefficienze, ed anzi sopperirne con i nostri mezzi, la motivazione che fa cambiare noi stessi o ci spinge a cambiare delle strutture esistenti… appelli alla motivazione… dobbiamo lavorare sulla motivazione...

Invece di aspirazione non si parla, eppure gioca un ruolo altrettanto importante della motivazione, se non di più, nella decisione di aderire ad una associazione di volontariato e nelle scelte che faremo durante l’attività in questa associazione.

Cosa sono motivazione e aspirazione?

Allora diamo una definizione a questi due concetti e vediamo se li troviamo in noi e quali vi troviamo.

Con motivazione si indica il complesso delle intenzioni che attivano, dirigono e sostengono un comportamento per il tempo necessario a raggiungere un obiettivo. Non ci si ferma ad avere una intenzione, ma si attivano, od almeno si cerca di attivare, le azioni che servono per realizzarla.

La motivazione quindi prevede sia una intenzione che l’azione necessaria per realizzarla, o almeno il suo tentativo, che può costituire nel cercare i mezzi, gli strumenti o le conoscenze; ad esempio seguendo dei corsi ed ampliando le proprie conoscenze, od associandosi ad altre persone con la medesima motivazione o che, anche se non la condividono, possono aiutarci o renderci possibile realizzarla.

Immaginiamo di avere la motivazione di aiutare le persone, od almeno di diminuire le loro sofferenze. La motivazione è reale, quindi mi sento spinto a fare delle azioni concrete. Ma da solo è difficile se non impossibile, e comunque limitato. Associandomi ad una onlus, facendo dei corsi, lavorando insieme ad altre persone, è possibile che riesca a preparare una cena ed a portarla a qualche decina di persone che dormono per strada, nei portoni, sotto i ponti; e magari insieme riuscire anche a procurarmi coperte e vestiti da distribuire.

Ecco allora che la motivazione di aiutare le persone si è realizzata, ed io ho lavorato per realizzarla, ho fatto sacrifici (ad esempio sottraendo tempo al riposo od alla famiglia o semplicemente allo svago con gli amici) ed alla fine sono soddisfatto di questa realizzazione,

* * *

L’aspirazione è molto simile, apparentemente, alla motivazione, anzi nella parte iniziale è identica, e spesso può trarre in inganno la persona stessa, credendo di avere una motivazione che in realtà è un’aspirazione. Possiamo definirla come il desiderio di raggiungere un obiettivo verso il quale si tende o in modo ideale e/o con tentativi moderati e non decisi.

Ho l’aspirazione di aiutare le persone, mi sento spinto a farlo, mi piacerebbe molto farlo, ma da

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