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Civiltà e Vita Contadina

Civiltà e Vita Contadina

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Civiltà e Vita Contadina

Lunghezza:
706 pagine
10 ore
Editore:
Pubblicato:
30 apr 2019
ISBN:
9788831614238
Formato:
Libro

Descrizione

Un omaggio agli umili coltivatori della terra che prima e dopo di me l’hanno lavorata, affinché non vada disperso il patrimonio delle esperienze acquisite, con sudore e fatica, con gli occhi rivolti in su prima e, all'orizzonte dopo, cercando il piccolo conforto dal Cielo. Una storia, in minima parte autobiografica, raccolta nelle terre delle Murge, tra Masserie, Trulli e Contadini, in una unità di tempo, luogo e azione che nasce, vive, spera e prega.

Uno scatto fotografico su un “sapere” semplice e antico che è scomparso insieme al suo significato antropologico pur restando inserito nella lunga storia dell’umanità; un sapere maturato giorno per giorno attraverso comportamenti, riflessioni, credenze, aforismi, modi di dire e di fare, mali, esorcismi, riti agricoli pagani e cristiani, leggende, ricorrenze e Santi. Un museo di cultura e civiltà contadina ormai privato per sempre di un suo ritorno. Spigolature e temi per riuscire a vivere con l’acqua, il sole e il principio della vita; misero contadino servitore della gleba nutrito dalle piante e dagli animali che Madre Natura ha generato nell'ingrata terra da sempre; ricordi sparsi raccolti seguendo i tempi circadiani della vita contadina, tempi ciclici come il passaggio degli equinozi e dei solstizi, i ritmi lavorativi severi imposti dallo scorrere tempestoso del tempo. Una civiltà ormai scomparsa, sorta di un passato contadino morto negli anni Sessanta del XX secolo, ormai alle spalle.
Editore:
Pubblicato:
30 apr 2019
ISBN:
9788831614238
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Anteprima del libro

Civiltà e Vita Contadina - Domenico Scapati

Indice

Prefazione

Preambolo

Lettera ai Nonni, ai pazienti genitori

L’acqua, il sole e il principio della vita per il contadino

Ora che sale il giorno

La Cultura Contadina nella mia Terra, ieri

Identità delle terre di Puglia tra le Murge,e ricordi

Viaggio nel passato, passando per Mottola e dintorni

La Puglia, la ricchezza nelle sue Masserie, la storia

Trulli, caseddhi e pagghijare, specchie e lamie tra storie e leggende

Il Mondo Contadino al Sud, storia tra passato e presente

La classe bracciantile e l’economia masseriale

La terra derelitta dell’aggobbito zappatore

Il tempo ciclico, tra lavori e traslochi

Modi e mezzi di coltivazione per graminacee

Il Contadino, il tempo, i cicli di vita tra Equinozi e Solstizi

I ritmi della vita e l’avvicendarsi delle stagioni ai riti religiosi, il Barbanera

Ciclicità della vita contadina

Miti e Riti cosmologici

Cultura tradizionale contadina e civiltà tra cicli, ricorrenze e rituali

Riti del vino, salsa del pomodoro e olio

Previsioni meteorologiche e vita in avvenire, a zonzo tra i ricordi

La ciclicità dei lavori nel mondo contadino, il Cielo

Il dialetto nella cultura dei proverbi e degli aforismi

La figura dei Santi nella cultura contadina

Lavoro, Preghiera tra Dialetti e Miti

Credo e Credenze contadine tra fede e speranze

Il pensiero del tempo, come un eterno riposo

Bibliografia di consultazione

Domenico Scapati

CIVILTÀ

E VITA CONTADINA

Lavoro delle Terre nelle Murge

tra Miti e Riti, Preghiere e Proverbi

Youcanprint Self-Publishing

Titolo | Civiltà e Vita Contadina – Lavoro delle terre nelle Murge tra Miti e Riti, Preghiere e Proverbi

Autore | Domenico Scapati

ISBN | 9788831614238

Le foto ricavate tramite internet hanno esclusivi fini culturali.

Le parti delle opere, i brani, i riassunti e le citazioni riprese dai testi indicati nella bibliografia e dalla sitografia sono ad esclusivo uso per l’insegnamento e per propizie discussioni per la valorizzazione della cultura dei popoli e dei territori interessati, al fine di assegnare alla storia i miti e i riti in ordine al tempo, ai luoghi e allo spazio. Si tratta di un volume propedeutico alla lettura di altri più complessi e articolati, come Sud e Magia, la Terra del Rimorso, di E. De Martino.

© Tutti i diritti riservati all'Autore

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Dedicato a chi metterà un fiore sulla tomba degli Avi contadini,

a ricordo, giacché il tempo dissolve il superfluo e conserva l’essenziale, a mio fratello Natale, che ha dedicato la sua vita a servire Madre Natura, a quell’ignaro Contadino che lavorava la terra, ad Andria, colpito da una lamina di ferro mentre i due treni si scontravano.

Dedicato al Destino della vita che è bella, ma che è fatta male.

La vita è una scuola sempre aperta giacché l’ultima lezione ce la dà la morte (Natale Scapati)

Prefazione

La necessità di dare alla sua terra un contributo che contenesse la ricostruzione del tempo, della civiltà contadina, dei riti, dei misteri, delle superstizioni, delle tradizioni e delle credenze, ha indotto, ancora una volta, Domenico Scapati a cimentarsi in una non facile impresa di valore storico-culturale. Un’impresa da cui traspare subito impegno, passione, orgoglio, legame alle proprie radici, laiche e religiose, desiderio di rilancio dell’identità cittadina, quasi a preservarne gelosamente, novella sentinella del tempo, la memoria e a favorirne scrupolosamente la trasmissione.

Si tratta di un contributo che s’innesta nella più generale storiografia della città di Mottola e del suo territorio e che non ha la pretesa di mettere la parola fine sull’argomento. Piuttosto, vuole dar voce e vita a un segmento di storia locale, mottolese in particolare (dal momento che l’Autore è nativo di Mottola) ma anche pugliese in generale, ch’è un po’ la storia del Mezzogiorno. Del resto, le ricerche non possono essere mai complete ed esaustive. E chi opera con questa sana e umile consapevolezza, sa che in fondo ha il non facile compito di creare premesse costruttive, di porre le basi per ulteriori valutazioni, approfondimenti e analisi.

Scapati in fondo, come si può intuire scorrendo queste pagine scritte col cuore e con la mente, ha voluto offrire questa ennesima serie di vivide e pregne testimonianze non solo per quei mottolesi che vogliono riappropriarsi culturalmente di radici andate disperse, ma soprattutto perché si rafforzi nei giovani quel nobile senso dell’appartenenza, specie quando si è costretti a vivere lontani dal paese natio, che irreversibilmente si avvia verso l’estinzione causando una grave perdita in termini di cultura non solo locale.

Realtà, quest’ultima, che l’Autore conosce molto bene dal momento che vive in Sicilia, a Palermo, ormai da diversi decenni.

Sicché, questo libro/viaggio nel passato, costituisce altresì una sorta di monito: anche vivendo lontani dalla terra di origine si può contribuire alla tutela e valorizzazione del proprio patrimonio culturale! Certo, va da sé che diverse affermazioni e considerazioni riportate possono tradire anche l’idea che l’Autore abbia scritto questo denso contributo per una nostalgica necessità di sapore campanilistico. Ma ciò viene immediatamente smentito per le novità che il testo ha cercato piuttosto, in varie occasioni, di proporre in maniera accattivante all’attento lettore. Il portato narrativo di questo nuovo lavoro di Scapati non si sostanzia, infatti, di ricordi freddi, banali, o scontati: si carica, invece, di memorie affettive non sepolte, soprattutto di quella legata alla solida figura paterna (Scapati non rare volte, infatti, fa ricorso alla memoria del padre esordendo con: Mio padre mi diceva…).

Memorie che testimoniano la povertà, la miseria, l’emigrazione, le umiliazioni, i sacrifici, i sudori, la fame, il freddo, le lacrime, le sofferenze, i consigli, i modi di dire, le ansie e i timori di genitori e nonni: persone animate, a modo loro, dal desiderio di creare un mondo migliore. E così, l’Autore traccia con dovizia di particolari e con intimo sentire partecipativo quadretti di vita quotidiana di un paese del Sud legato alla civiltà/cultura contadina che ha accompagnato il mondo rurale fino alla fine degli anni cinquanta del Novecento. Quadretti di vita vissuta, direi, dal momento che è la vita ad essere vissuta e non il tempo! Una civiltà/cultura strettamente connessa con le consuetudini caratterizzate dal ciclo della vita (la nascita, i giochi dei piccoli, i passatempi dei grandi, il fidanzamento, il matrimonio, la morte), dalle tradizioni del ciclo dell'anno (le attività agricole, l'influenza della luna, le previsioni del lunario, le festività del calendario liturgico, le ricorrenze dei Santi, i detti, i motti e i proverbi che scandivano l’andamento della stagione), dalle manifestazioni popolari (sagre, fiere, mercati) e dalla cultura orale (filastrocche, conte, cantilene, indovinelli, preghiere, canti tradizionali), frutto di una cultura senza manuali, di una saggezza plurisecolare, una saggezza che era alla base di quella scuola di comunità, semplice e schietta, senza storia e scevra delle sovrastrutture tipiche dell’attuale società, che non conosceva aule e che si svolgeva ovunque senza limiti di orario, senza il suono della campanella.

Ed era il tempo in cui tutto un patrimonio culturale, che inconsapevolmente ha assunto via via quei caratteri identitari giunti fino a noi, veniva trasmesso e tramandato ai più giovani nel contatto quotidiano del lavoro nei campi, nei cortili, nelle piazze, nei vicinati, nelle botteghe degli artigiani (i mestieri di una volta sono quasi tutti scomparsi, almeno nel senso tradizionale) o quando ci si raccoglieva davanti al focolare per sfuggire ai rigori del freddo nelle lunghe giornate invernali o, ancora, mentre le donne erano intente a fare il bucato, a cucinare, a filare. E ciò avveniva spesso aiutandosi con un ricco patrimonio gestuale e con cambiamenti di tono della voce.

Scapati sottolinea poi il fatto che l’identità di una comunità è data sì dalla polivalente tradizione, intessuta di folclore, ma anche da tutta una serie di soprannomi/nomignoli talvolta curiosi (i signa o supernomina) che rivelano i segni distintivi, appunto, di personaggi che se li sono guadagnati sul campo: atteggiamenti e comportamenti quanto mai originali, abitudini, preferenze, difetti fisici e morali, carenze di vario genere. Giova ricordare, inoltre, che il soprannome (dal latino medievale supernomen), oggi in avviata desuetudine, costituiva in passato la norma abituale per poter individuare una persona, una famiglia, perfino un ceto sociale. Ma Scapati affronta anche il tema del tempo circolare del lavoro e della vita contadina, sicché a un certo punto si chiede: cos’era il tempo per noi che lavoravamo la terra senza momenti di riposo e tregua per il corpo? ...una sommatoria di attimi costanti e infiniti, eternità senza fine?. Poi prova a riflettere sul concetto stesso di tempo, sulla sua natura, nonché su una sua possibile definizione. Però s’accorge subito che si tratta di un concetto che sfugge a ogni possibile definizione, sia che si provi a cercarla in base al proprio vissuto soggettivo, sia che si provi a chiederla alla scienza.

Del resto lo stesso Sant’Agostino s’interrogava a lungo sull’enigma del tempo, vero è che è rimasta famosa la sua lapidaria espressione: Che cos’è il tempo? Se nessuno me lo domanda, lo so. Se voglio spiegarlo a chi me lo domanda, non lo so più. E a tutt’oggi si è ancora fermi qui. In effetti, secondo quanto si chiede Scapati, c’è un preciso rapporto tra la dimensione dell’attimo e quella dell’eterno.

Anche se il ciclo è composto da una serie di attimi, l’attimo stesso è più vicino all’eterno che non al ciclo stesso. E infatti, sia l’attimo che l’eterno, sono entrambi legati alla dimensione dell’essere, al contrario del ciclo, che è invece legato alla dimensione del divenire. E a proposito dell’imparare, dell’apprendere, Scapati è convinto che questa sia un’altra possibilità che la vita ciclica ci offre e che solo essa può offrire! E ciò accade perché l’esperienza, per realizzarsi, ha indispensabilmente bisogno di ripetitività, cioè di cicli. L’esperienza (come l’apprendimento) non è mai istantanea, ma si costruisce in base alla ripetizione, come l’albero che cresce in base al ripetersi delle stagioni: ogni anno, ogni ciclo, un anello nel tronco. I cicli possono essere giorni, settimane, mesi, anni, o periodi e fasi della vita. Ognuno di essi depone o comunque offre uno strato di esperienza alla coscienza in crescita; ognuno di essi rappresenta un’opportunità per confermare o rinforzare certe esperienze, o comprensioni, o capacità; oppure al contrario per modificarle, o addirittura sostituirle. Tutto questo è possibile grazie all’aspetto ciclico delle stagioni e degli anni, a quella continuità che lega tra loro le esperienze e i vissuti degli stessi cicli in un filo unico, un filo che metaforicamente tesse la struttura di ogni vita, che ne rappresenta la trama e l’ordito.

Giova ricordare comunque, che la ricerca dell’Autore si è mossa soprattutto tra il desiderio di tramandare un ricco retroterra culturale e la curiosità, una curiosità talvolta pazientemente accanita e premeditatamente astuta quando mira a catturare le testimonianze più lontane e difficili, gli aspetti più reconditi e sconosciuti di cui ormai si sa poco o niente. E allora, pur di recuperare il recuperabile Scapati, quando indossa le vesti del cultore vernacolare, per manifestare tutto il suo interesse per il dialetto che ha accompagnato la vita della comunità mottolese nel tempo, non rare volte mette in atto una sorta di stalking (nell’accezione più sana del termine, s’intende) del conoscere, del sapere a tutti i costi nel contesto di un campo minato, quello idiomatico, nell’ambito dell’evoluzione dialettale di un paese collinare come Mottola, chiuso in se stesso, strategicamente posto a nord della Terra d’Otranto e a sud della Terra di Bari, tra lo Ionio e l’Adriatico.

Un’operazione, questa, che non è stata semplice.

Del resto, il dialetto non è una lingua ferma, immobile, ma una lingua completa con tutte le caratteristiche di una lingua letteraria che vede mutare gli aspetti specifici del suo uso nel tempo. E anche i mottolesi hanno mutato nel tempo la loro cultura e con questa il mezzo per esprimerla: la lingua, appunto. Hanno lasciato così cadere in disuso termini che esprimono concetti o indicano oggetti non più attuali. E soprattutto le nuove generazioni, difficilmente usano oggi certi termini, mentre, la fonesi arcaica è ormai andata perduta per sempre.

È questo l’alto prezzo pagato alla globalizzazione linguistica e culturale, ai social network. Scapati, pertanto, pur di raccogliere reperti linguistici ha chiesto e richiesto, ha cercato e ricercato, ha confrontato le testimonianze, ha annotato tutto, come si fa per gli appunti di viaggio, in una sorta di taccuino della memoria, di vademecum per i figli di questo disastroso Terzo millennio.

E se è vero, come è vero, che il dialetto è custode e, al contempo, portatore dinamico, con le sue permanenze  e trasformazioni, di usi, costumi, tradizioni, precetti di vita, allora vi è un motivo in più per dire che questo lavoro di Scapati merita attenzione non solo perché costituisce uno strumento di conoscenza e consultazione, ma anche per la genuina bellezza del dialetto così carico di fresche immagini, di espressioni colorite e talvolta allegre, oltre che per l’encomiabile opera di recupero/salvaguardia dell’identità culturale mottolese, di trasmissione di una cultura e di una civiltà irripetibili. L’augurio allora è che le nuove generazioni sappiano trarre stimolo, vigore e tenacia per aggiungere, senza la vergogna di riconoscersi e ritrovarsi nel passato o nel dialetto locale, nuovi capitoli a questo volume che documenta le proprie radici, il passaggio dei nostri padri su questa nostra bellissima, straordinaria e amata terra. E chissà se proprio in questa voglia di riconoscersi e ritrovarsi non si celi il vero senso della storia!

Vito Fumarola

Preambolo

Lu pensìere ca te vène nisciune tu mantène (il pensiero che ti viene nessuno te lo mantiene). Filosofia antica, contadina, che bene si coniugava con quella dei detti che scriverò, forse, semmai completerò questo lavoro. Scriverò a casaccio frammentando i pensieri, passando senza pensarci troppo da un argomento all’altro, magari ripetendomi, alla maniera in cui mi viene, utilizzando il linguaggio contadino, anche figurato, senza alcuna forzatura. Mi esprimerò allo stesso modo di chi era un lavoratore della terra del mio tempo di contadino. Ho vissuto gli anni Cinquanta e Sessanta del XX secolo abitando una masseria con le sue terre, lontana dal paese, periodo questo che è stato l’ultimo momento storico di quel vecchio mondo contadino, baluardo di vita ormai a finire, secolo di transazione tra uno che apparteneva ad un passato privo di sviluppo e uno nuovo che trasformerà con la tecnologia la ricerca, tanto che da meccanica diverrà elettromeccanica e subito dopo informatica e robotizzata. Diciotto anni di vita contadina per conoscere il mio mondo, quello animale e quello vegetale, quella che oggi chiamiamo civiltà contadina.

Sono nato in una famiglia dignitosa, non fessa, purtroppo non truffaldina, con genitori impegnati tutto il tempo a lavorare la terra, dotati di adeguate esperienze e professionalità (oltre ai lavori contadini, mio padre non disdegnava realizzare pareti a secco, svolgere lavori edili, lavorare il legno, mentre mia madre svolgere lavori di sartoria per la famiglia).

Famiglia che, sin dalle generazioni più antiche, era vissuta nelle terre, lontanissima dagli aggregati urbani, tra povertà di cibo e povertà di sapere, privata della cultura scolastica. In ordine di priorità veniva il lavoro della terra che, coltivandola, avrebbe permesso la sua sopravvivenza.

Sarà uno scritto con riferimenti autobiografici.

Sarà del tipo taccuino di viaggio, alla ricerca nella memoria delle credenze, ma anche delle conferme ai miei pregiudizi, alle leggende, alle superstizioni, agli usi e consuetudini, ovvero, in una sola parola, tradizioni. Ricercherò, per quanto mi sarà possibile, come peraltro faccio da anni, la vita del mio passato che ormai è lontano, sogno senza più materia, privato com’è delle speranze smarrite per la strada dei ricordi. Scriverò del mio mondo contadino; quello d’allora, quello che verrà interamente lasciato alla memoria, isola di un’eternità. Un’istoria che è tenuta ancora in vita da qualche immagine antica che interpreta le povertà. Potrebbe essere un modo per far toccare, a chi lo vorrà, quel patrimonio culturale che si riesce a vivere quando si invecchia, e ci si incammina a passi veloci verso il tramonto. Potrebbe essere una sorta di riconoscimento alla Cultura Contadina che è linfa dell’albero della vita, e che ne dispensa frutti.

Non solo a chi scrive, ma a chi vivrà.

Quando parlerò della storia i riferimenti non saranno alle guerre ma alle tradizioni giacché, nelle dinamiche relazionali, i popoli contribuiranno ad accrescere i loro saperi, confrontandoli, a volte contaminandoli, a volte rafforzandoli. Nei saperi dei popoli c’è stato, da sempre, l’uomo che ha lavorato per secoli e secoli la terra, vivendo di essa i suoi culti, le preghiere, le leggende, le fiabe e i miti: tutto attraverso le ritualità, i comportamenti.

Il mondo contadino avrà dalla sua storia tutto: buoni e cattivi uomini, benefattori e malfattori, persone dotate di bontà estrema che si potevano calpestare e delinquenti. E non che i buoni fossero meno intelligenti dei cattivi: anzi. L’intelligenza di quel mondo contadino, specie di quello stanziale che viveva nelle campagne, starà nel crescere verso il meglio, nell’adattarsi alla vita e alla sua cultura: cosa per la verità che non era alla portata di tutti in quanto frustrati dalle esperienze negative (che erano tante).

Nessun contadino riuscirà mai a scrivere una sua pagina di storia, per lui hanno scritto coloro che non erano mai stati oggetto del duro lavoro della terra, negriero.

Con la scomparsa della tipica figura del contadino il mondo agricolo cambierà, forse in meglio.

Non mi illudo giacché il peggio sta nella nuova leva della società che opera nell’imprenditoria agricola che non riesce a prendere cognizione del fatto che senza il lavoro corteggiato dallo studio non maturerà le capacità di analisi e osservazione della vita: nel mondo contadino di una volta, oltre alla temperanza, erano presenti altre due forze: la prima divina, la saggezza, la seconda umana, l’intelligenza quale capacità di adattamento alla vita del momento, quella di tutti i giorni, lunga, indecifrabile.

Con lo spegnersi della candela tenuta accesa con l’olio, nella nicchia della parete di casa, sotto la Madonnina, il Bambino e San Giuseppe, a partire dagli anni settanta, si perde il senso della preghiera serale. Ci si dimentica così del suo quotidiano rimbocco che era antichissimo rito serale: con esso si recitava la consueta preghiera di richiesta di aiuto ai Santi. Il nuovo che verrà, tra radio, televisione e altri mezzi di informazione più sofisticati, farà solo chiacchiere e demagogia, inducendo l’uomo a non cercare più il confronto umano, a non più adattarsi alle lunghe ed estenuanti attese, a parlare più per affermare le personali verità (assolute, farcite di cavolate e stupidità indecenti) che per dialogare sugli aspetti della vita reale, affettiva e lavorativa.

Confronti necessari che ben potrebbero portare crescita intellettuale e spirituale, forza di volontà, voglia di sperare e vincere. Per il contadino la Cultura del sé aveva provenienza da coltivazione: ciò che faceva quotidianamente. Amava tutte le forme di cultura inerenti al suo realizzare. Seguiva meno se non poco i cicli e i fenomeni folclorici (quelli che si vivono e si studiano) preferendo ripetere, per non farli morire, i reali cicli folcloristici.

Una cultura contadina che era prettamente ed esclusivamente legata al fare in grado, meglio delle altre, di mantenere nel corso dei secoli, le tradizioni, gli usi, i costumi (la cultura del ballo per la guarigione, riti propiziatori per la pioggia, e così via). Il contadino non ne farà mai a meno giacché, senza questo abito, non sarebbe mai riuscito a mantenere l’identità d’origine; sorta di identità remota sulla quale realizzava l’impalcatura del suo ignaro futuro. Peccato che il contadino non saprà mai che la sommatoria delle singole culture identitarie dei diversi popoli della terra un giorno del XX secolo si sarebbero fuse dando luogo, basilarmente, a confronti linguistici e sociali mondiali, seppure contaminandoli.

Non saprà mai che ogni cultura del millenario passato un giorno si sarebbe integrata alle altre, convivendoci: e tutto grazie al folclore che, ripetuto nel tempo, sarebbe stato oggetto di confronto attraverso la globalizzazione dei diversi saperi. Il suo sguardo, decisamente limitato al solo orizzonte, dove arrivava la sua vista, era rivolto alla sua terra e al cielo, alla volta celeste, firmamento di stelle. Cielo stellato, quando non c’erano le nuvole, specie nelle calde notti d’agosto, che gli ricordava l’esistenza del Dio superiore, da pregare per il passato vissuto in vita e il futuro che avrebbe vissuto. 

Il presente era la vita che non andava risparmiata ma spesa. Studia per sapere e lavora per avere, mi si raccomandava quasi quotidianamente seppure il sapere dei miei avi fosse ridotto. Per fortuna che il loro saper fare, cioè come operare lavorativamente, era al di sopra della norma. E durante il lavoro raccontavano che il carro, le ruote e il tornio che utilizzavamo risalivano ai tempi prima della venuta di Cristo.

Non mi citavano né le fonti né l’epoca seppure la storia dell’umanità parlasse di oltre 3.500 anni a.C.; per la verità non c’era chi potesse dir loro che le volte ad arco realizzate nelle nostre campagne risalivano al IV millennio a.C. mentre la conservazione del cibo con l’essiccazione, l’affumicatura, la salatura, i chiodi in legno, gli aratri a 5.000 anni a.C., e il vino a 6.000 anni a.C., i lumi ad olio a 12.000 a.C. e che dovevamo molto ai Sumeri, agli Egiziani, al popolo della Mesopotamia. E che la ceramica risalisse a 10.000 anni a.C. e l’addomesticazione degli animali nientedimeno a 12.000 anni a.C.

Ci volevano le scuole per sapere tutte queste cose: o la scuola della teoria, o il lavoro.

Era essenziale solamente il saper fare, cioè il come realizzare le migliorie alle invenzioni che ci avevano accompagnato per secoli fino agli anni sessanta/ottanta del XX secolo, ad esempio, il come migliorare il modo per arrotare i coltelli, le falci, i falcioni, il come migliorare la lavorazione dei manici di legno, gli aratri di legno, il come lavorare il ferro e portarlo ad essere acciaio, il come ferrare i cavalli, e così via.

Chi abitava nelle campagne, così come ci sono stato per diciotto anni, doveva imparare da piccolo a saper fare tutto, tutto e di più delle cose per non dipendere da nessuno, tutto ciò che concerneva le arti artigiane, come il tagliare i capelli, rammendare, incollare le parti della ceramica, saldare le parti in ferro, conoscere i modi e i mezzi per guarire da morsi di animale, malattie, mostificare l’uva, macinare le olive con la pietra e poi torchiarle, e così via.

Tutto si poteva imparare da piccoli, solo da piccoli.

Si sapeva bene che da grandi non ci sarebbe più stato il tempo per imparare: i tempi passavano e tutto mutava; la stessa memoria avrebbe perso colpi. Macchine, macchinari, robot, dinanzi ad una guerra economica che non ama più il lavoro manuale quanto quello squisitamente meccanico ed elettronico, al massimo dello sfruttamento della tecnologia, senza la quale il mondo si spegnerebbe come una candela rimasta senz’ossigeno. Lo stesso vino, nettare tanto caro agli Dei, non si lavorava più spremendo i grappoli d’uva con le mani o pestandoli con i piedi nella tinozza.

Tutto cambiava, lo stesso linguaggio utilizzato.

Si comincerà a prediligere la lingua italiana e combattere la lingua dialettale identitaria, si smetterà di parlare semplice.

Non ci sarà più la volontà e il desiderio di entrare nella mente altrui: ciò che invece mi prometto di non fare con questo scritto, magari andando per quadri narrativi che ripeteranno più volte alcuni concetti già scritti. Un po’ in terza e un po’ in prima persona scriverò quanto possa riportare ciò che troverò nello scrigno dei ricordi che mi accompagnano, seppure nel tempo di quell’età che avanzando mi porta a dimenticare.

Scriverò più per poter essere libero di dimenticare e perché si possa rinnovare il momento del mio tempo, quello del vissuto d’allora, prima ancora che i ricordi s’affievoliscano e si smarriscano del tutto per andare definitivamente nell’oblio di ciò che non sarà più: so bene che, dopo la stampa, difficilmente lo rileggerò. Cercherò di distinguere con esattezza, nel groviglio che lega i fili linguistici di proverbi e modi di dire, espressioni proverbiali e calchi reiterati, recuperi letterari e adagi popolari, quel che separa e unisce la vita e il lavoro dei nostri nonni contadini.

Seppure tutto ciò sia compito della paremiologia, branca della linguistica che si occupa dei proverbi. Rivolgo un grazie all’antropologo dott. Vito Fumarola per la prefazione, agli studiosi Vito Vincenzo di Turi, Giuseppe De Vincenzo, Francesco Prelorenzo, Valerio Rota, Miche Lentini, Domenico Maldarizzi, ma anche a Sergio Maglio e Domenico Rotolo, a Luigi Basile, e allo storico locale Pasquale Lentini. Quest’ultimo per un quaderno di appunti che contiene circa 600 proverbi, formato da 188 pagine, edito da Pro-loco di Mottola, Stampasud, 1973, con copia originale agli archivi privati di Luigi Basile.

Un ringraziamento è rivolto anche agli altri studiosi dei fenomeni antropologici ed etno-storici dei quali, per ragioni di studio e ricerca, mi permetto di riportare qualche loro passo più o meno interessante, scritti ragionevolmente rivolti al pianeta terra contadina.

Si tratta di Autori citati nella bibliografia di riferimento ed è quanto possa essere sufficiente per gli eventuali successivi approfondimenti. Un grazie nulladimeno a Salvatore Salomone Marino, Luigi Pirandello, Gesualdo Bufalino, Giovanni Verga, Ignazio Silone, Luigi Capuana, Giovanni Meli, Elio Vittorini, Salvatore Quasimodo. Analogo ringraziamento a chi ha scritto, seppure in maniera sintetica, sulla rete informatica rivolgendo attenzione al tema della cultura contadina con l’utilizzo di foto, filmati, musiche e preziosi rari scritti. Un grazie ai letterati e studiosi come Pier Paolo Pasolini, Carlo Levi, Ernesto De Martino e a tutti gli altri antropologi e studiosi delle tradizioni di corollario alla costante crescita dell’uomo della terra, pure al medico siciliano, demo-psicologo, Giuseppe Pitré, titolare della cattedra di Folclore a Palermo, prima che prendesse il nome di Storia delle tradizioni. Studiosi, acuti osservatori delle tradizioni, usi e costumi del passato, di detti e fiabe tutti insieme detentori di un pregevole sapere sulle differenze e somiglianze culturali tra i diversi gruppi sociali. Per salvaguardarne l’autonomia del loro pensiero (e quindi non distorcerne il senso interpretativo) manterrò integri i loro contenuti evitando ogni correzione che spesso ne distorcono il senso. Rivolgo una nota di scusa per qualche errore nello scrivere, in vernacolo e dialetto, alcune citazioni e detti popolari, modi di parlare e altro.

Così la rivolgo pure agli studiosi dei dialetti pugliesi e locali come Giovanni Colasuonno (Grumo Appula), Stefano Leonardo Imperio (Mottola), Pasquale Lentini (Mottola), Vito Alemanno (Palagianello) e ai tanti altri che non cito: il motivo sta nel fatto che vivendo per decenni fuori della mia terra d’origine mi sono un po’ più italianizzato. Certo è che neppure tra loro studiosi c’è sintonia nell’utilizzare uno stesso comune modo di scrivere. Lascio lo studio agli Accademici che, non so fino a quale punto, possano trovare anche loro una visione precisa.

La lingua dialettale che mi appartiene risente delle provenienze dei miei avi; va tenuto sotto osservazione il fatto che i miei nonni non erano di Mottola ma di Putignano e Noci, con l’accento più putignanese e nocese, un misto con quello mottolese. Tutti i dialetti erano molto antichi comunque molto diverso da quello che si sono andati formando attorno agli ultimi decenni del XX secolo quando i contadini avranno rapporti più stretti con i paesi e le città. Il linguaggio che utilizzerò, mentre scriverò, sarà di stile comunicativo semplice più adatto ai lettori convenzionali. È più rispondente a quello del passato d’allora che, con poche parole, sotto aforisma o modo di dire, diceva molto di più (e che era la vera essenza del parlare d’allora). Non colgo la poesia delle pietre, tantomeno mi doto di linguaggio espressivo aulico: non è mai stata erudita la parola del contadino, né alta la sua filosofia del pensiero. Non essendo uno scritto destinato ad un pubblico di critici accademici, farò a meno delle note di rimando, seppure un arricchimento lo eleverebbe a saggio (diversa cosa quella che è la saggezza dei contadini).

È un leggere che potrà incuriosire il lettore se metterà insieme, in un certo modo, i fili del suo sapere: dev’essere in grado di disegnare una tela, come quella della tarantola, molto simile a quella della vita che sta al mondo. Deve in ogni caso relazionarsi con Madre Terra, già Pangea, composta del tempo, cielo, flora, acqua. Le parti delle loro opere, i riassunti, i brani e le citazioni riprese dalla sitografia e dai testi indicati nella bibliografia sono ad uso esclusivo dell’insegnamento e della discussione per l’esclusivo vantaggio della cultura dei popoli, la valorizzazione dei territori contadini e dei loro uomini.

È un lavoro idoneo ad assegnare alla storia contadina tempi, luoghi e spazi: mi permetterò di scriverlo ancora questo pensiero. Chi fosse interessato ad un diverso e superiore sapere potrà avvalersi della bibliografia di riferimento e approfondimento riportata alla fine del testo.

Di per sé è sufficiente ad allargare gli orizzonti desiderati, forse poco se si vogliono soddisfare più immediate curiosità erudite.

È auspicabile la critica, aspra o amabile che sia, perché l’albero possa vivere e rivivere nella mente degli uomini.

Le idee personali espresse non posseggono le qualità dell’eccezionalità essendo, nella fattispecie, una raccolta di impressioni, dati, riflessioni personali, pensiero e comportamento comuni a molti di noi. Le rievocazioni d’oggi, condotte per fini didattici o divertimento, valorizzate dagli antropologi, seppure abbiano il pregio di coinvolgerci ancora, rappresentano di fatto situazioni che sono private della loro spiritualità intrinseca, impregnate di quel contenuto dell’essere profondo vivente come frutto delle esperienze, del vissuto dell’allora, dello spessore culturale e del sapere interiore del come essere stati.

Nessun taglio scientifico si può assegnare al presente lavoro giacché scrivo, per buona parte, secondo un’idea e un proprio sapere, autobiografico, più come una comunicazione diretta rivolta con il dovuto rispetto ai contadini d’allora, popolo lavoratore, per buona parte scolasticamente analfabeta, molto elementare nell’essere, seppure privo del sapere che fosse estraneo a quanto realizzava per riuscire a sopravvivere, oltre ogni comune pensare.

Mio padre, mia

madre, i nonni,

durante il

fidanzamento,

Masseria La Pèntima (a quei tempi solo stretta di mano, non c’erano

smancerie, abbracci …) … fu mandato prima l’ambasciata

Foto 1946

Scena di donna contadina al ritorno dai campi con la legna a ridosso dell’asino mentre allatta il bambino, anni ‘50 (foto internet). Le donne all’epoca non mostravano alcun pudore nell’allattare i figli

Lettera ai Nonni, ai pazienti genitori

Ognuno sta solo sul cuor della terra

trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera

(Salvatore Quasimodo)

È a voi Nonni e genitori che dedicherò questo scritto, giacché a voi era rimesso l’essere oracoli della verità. È alla grande preghiera d’amore che rimetto il mio pensiero, a Te padre Pio che mi hai accompagnato in questo percorso di vita terrena. Senza mai aver avuto la possibilità di conoscerti. In voi tutti, Avi, ho riposto il senso e il responso finale della vita. Proprio a Voi che senza battere ciglia e a stento accettavate i cambiamenti della vita rassegnandoci l’invito, quasi fosse una morale, a non dimenticare mai le origini, il passato, chi eravamo e come oggi siamo. Per vostra esperienza vissuta avevate previsto tutto in riferimento al fatto che noi figli avremmo perso di vista qualcosa delle radici e della nostra storia per obbedire, scientemente, ai fenomeni dei tempi futuri, pure al peccato con Satana e l’Inferno; peccato che si sarebbe materializzato attraverso la televisione come ebbe a dire padre Pio.

Nondimeno, seppure in modo diverso, sulla diceria nelle campagne della fine del mondo, agli inizi del luglio 1969, con lo sbarco dell’uomo sulla madre Luna, serva della Terra, luce divina della notte, astro dagli influssi straordinari sulle maree.

Era mia madre la più preoccupata e ci volle tanto per convincerla che ciò non era possibile e che per la fine del mondo si sarebbe dovuto aspettare ancora tanto. L’Apocalisse, generata nelle parole dei Santi, lasciava segni profondi nella psiche della povera gente manipolata dalle paure e dalle insicurezze di sempre (impotenza nell’avere figli, forme di omosessualità); lo stesso Gioacchino da Fiore ne parlava dell’ultimo stadio dell’Albero della vita. Vita, la vostra, sviluppata interamente sull’allora sentito dire a seconda dei contesti sociali e di appartenenza (cure mediche, orazioni, comportamenti, e altro).

Grazie, buoni e semplici Nonni contadini, resi schiavi e servitori della zappa e della zolla, aggobbiti, dalla fronte solcata dalla polvere e dal madido salato e puzzolente sudore, con lo sguardo sempre corrugato per la stanchezza, vestiti con vecchi abiti adibiti ugualmente a tutte le stagioni che fossero pesanti o leggeri, dai colori scuri, rigorosamente cuciti e ricuciti. Non c’erano le risorse per avere un armadio con più vestiti: uno era discretamente buono con la giacca adatto a feste e funerali, qualche paio di pantaloni rattoppato era destinato al lavoro.

Il nuovo, diventando vecchio, si riciclava passando di padre in figlio.

I vostri sacrifici ci assegneranno, con il tempo e la lungimiranza, un futuro migliore; un futuro senza scadenza, un futuro che è stato utile per non voltarsi mai all’indietro, per tenere al centro della vita la stessa sofferenza giacché, con lo scorrere velocissimo, prima o poi ci avrebbe segnato un dolore, dentro (gli inizi di ogni vita sono gai e riservano gioia, poi arriveranno le amarezze). I canti d’amore, di protesta e di sdegno insieme a quelli popolari terapeutici, alle ninne-nanne per addormentarci, a quelli religiosi e funerari (i moròloija) rimarranno vivi in chi rievoca come me l’essere, quell’esistere che non è realtà, che è invece l’altra faccia della finzione.

Auguravate a noi figli delle future generazioni di poter incrociare nuove strade fatte di un sapere diverso, così di nuovi destini avendo cura di non trascurare il passato ma di sfidare le culture poste al di sopra dei nostri orizzonti, più affascinanti, segrete. Seppure non l’abbiate mai detto con il linguaggio dotto della filosofia sapevate che ciascuno di noi è una ruota in movimento che gira attorno ad un tempo dell’umanità, il tempo dei tempi nel tempo; quel famoso tempo che è stato tenuto velato dall’armonica ragnatela del destino. Mi insegnerete, come costruire i casolari, i trulli, le pagghijare, i furnieddhi, le liame (lammie), i paretòni, le spase, le littere, le aie e i pollai, i pozzi, le pozzelle (puzzèddhre), le cisterne e i pozzi di acqua piovana, le neviere, i trappeti ma anche gli aratri, le zappe, gli zapponi, i rastrelli, e così via, che da un certo momento in poi, non sono più serviti.

Sul lavoro cantavate per darvi coraggio, far trascorrere più velocemente il tempo, per superare le avversità. Quand’ero ancora bambino dicevate che sarei stato il vostro bastone della vostra vecchiaia. Appoggiavate la mano sulla spalla dicendo che sarei stato un giorno grande, con le rughe, curvo, proprio come voi. Come la vita che ti mette al suo posto, solo, a tratti deliziato da brevi momenti di gioia e poi, quasi senza accorgertene, la sera, vicina come non mai. Ero troppo piccolo per capire; solamente il tempo del poi, quello del dopo, mi ha svelato il mistero: era il buon credo di Dio che, a mezzo della procreazione, aveva articolato le vostre volontà e trasmesso l’energia della vita, la forza per imparare ad affrontare i suoi duri e difficili percorsi. Mi mandavate, giorno dopo giorno, anche più di una volta, dagli animali nella stella a chiedere loro cosa volessero quando emettevano suoni diversi da quelli della normalità della fame, simili a lamenti o disturbo. Non capivo ma questo spingermi nel cercare una lettura del non umano negli animali per comprendere il loro disagio, il dramma, esattamente come avviene per l’uomo quando soffre, mi è stato di grande utilità.

Lezioni di vita erano anche queste che imponevano un grande lavorare, soffrire, crescere, studiare, senza sosta. Gli animali pretendevano l’obolo del dare da mangiare per ottenere i loro prodotti o servigi, la terra il lavoro sodo per i suoi frutti.

Dare con la preghiera divina per ricevere ciò che poteva sostenere il nostro corpo; senza alimenti saremmo morti. Mi avete insegnato ad accendere il fuoco con ogni mezzo di fortuna, con tutte le avversità. Quant’era difficile farlo con i rami non asciutti o verdi, nella campagna, dovendosi riparare dal vento. Sorridevate lo stesso nonostante tutte le avversità della vita: anche quando ci raccontavate le vostre disavventure e i fatti dolorosi della guerra come quelle dei bombardamenti aerei, i tantissimi morti al fronte, le deportazioni delle famiglie ebree, le malattie malariche.

Ci affascinavate con i racconti del malocchio e della jettatura (iella), nonché dei modi per allontanare gli spiriti malefici e i demoni. Nel procedere degli anni l’uomo ha chiuso le case non più con lu chiavìne (piccola chiave) ma con le inferriate; i tempi sono ora davvero diversi. Mi insegnavate a come amare la Natura, la casa e la proprietà, il come chiudere la stalla mettendo al portone e alle porte lu spuntapède e lu varròne, buoni sistemi di protezione degli animali e delle persone, contro i ladri.

Dopo di voi, ma non lo saprete mai, è arrivata la robotica che sostituirà del tutto l’uomo dalla pelle bruciata dal sole, nera, carica di scorza (scùrze) che credevate fosse sporcizia. I giovani d’oggi non guarderanno più l’uomo riuscendo a vederlo sempre più come ingordo, infelice, avaro, preoccupato del come gestire le sue risorse. Forse eravate così anche voi, forse perché la poesia d’allora era più semplice e umana. Non ci siete più, non ci sono più i caminetti accesi per raccontarci la storia del passato, oscura e pesante, così come lo erano i difficili contesti di vita alimentati dagli eterni, suggestivi e vivaci colori della Madre Terra.

E pensare che eravate bravi nell’allevare gli animali e lavorare la terra, spietrarla, per rendere ricchi chi vi schiavizzava nel duro e amaro sacrificio del lavoro, tra onte e maltrattamenti. Tengo a dirvi dalla lontana terra, o forse da vicino se mi siete vicini, con animo struggente, cari nonni includendo tra voi anche il mio amato padre, che inizierò questo lavoro con i miti e i riti, le obsolete credenze, quelle vostre diventate anche mie, forse frutto dell’ignoranza della scienza di allora e del sapere che tardava a farsi conoscere, difficile, incomprensibile. Vorrei potervi raccontare del come sia cambiato il mondo, ma non posso perché le vostre anime, ormai, riposano in pace.

Cosa non darei per sapere cosa riserva il futuro a questa terra, parole di mio padre che andò via in un giorno di eclisse di sole, giornata quasi grigia di un agosto del 1989. Voi Avi non potrete più saperlo; meno che mai potrò saperlo io. Dell’incerto domani se ne parlerà sempre: ogni giorno sarà un giorno, giacché noi non siamo eterni ma solo di passaggio per una valle di lacrime, nelle parole di mia madre, ancora in vita per grazia di Dio, almeno fino a questo istante.

Voi del passato avete tenuto in vita, fino a poco tempo fa, usi, credenze e riti.

Lo avete fatto soprattutto voi (uomini e donne) della passata generazione che ha vissuto la povertà combattuta con la zappa e con quello straordinario ritmo, a volte flemmatico, nonostante analfabeti per l’essere stati privati degli studi scolastici, imbrigliati nella tela della difficile quanto stancante quotidianità (lavoro della terra, accudimento piante e animali). In modo del tutto inconsapevole sapevate dare ad un giorno della vita un suo seguito, sapevate pure come intonare le strofe e le cantilene quando si andava a lavorare all’argilla, alla cava, ai vigneti, alla legna. Tre mestieri ci insegnavate per evitare di morire di fame imponendocelo, quale adattamento e alternativa a qualsiasi evenienza presente e futura. Esempio che resterà un cippo a difesa dei confini.

Della storia dei Miti e delle Costellazioni che associavano gli dei agli animali nel trapasso delle religioni come Aracne al Ragno, Asclepio al Serpente, Inanna ed Ereshkigal allo Scorpione, Eurinome e Ofione che possiede l’Amore non v’era stato raccontato nulla.

Meno che mai delle storie di possesso delle terre e dei paesi, dei popoli.

Quella vostra storia dei tempi sarà dibattuta a lungo dagli studiosi della filosofia che avranno tanto da dire sull’essere, sull’esserci, sul niente e sul nulla, sul come il non essere non esiste. La stessa filosofia, che a parole semplici, noi trattavamo insieme quando vi ponevo tante domande e voi, pacatamente, davate risposta, per la verità quasi mai convincente. Comprendo solo ora il perché non sia sufficiente la saggezza nell’uomo e ci vuole altro: è necessario lavorare come fanno le formiche giacché passare da una condizione brutta ad una buona è facile, non viceversa.

Da lu brùtte a lu bùne te ijacchje sèmpe, da lù bùne a lù brùtte nante ijacche mè (dal brutto al buono ti trovi sempre, dal brutto al buono non ti trovi mai). Un insegnamento forte che ha rivoluzionato la mia vita, seppure spendacciona, con garbo, quando ho potuto, anche grazie alle scoperte scientifiche e tecnologiche che hanno colmato i vuoti della vita, come la linfa derivante dal sapere sempre più diffuso.

Nulladimeno che un misto del niente e del tutto dinanzi al pensiero profondo e timoroso rivolto alla silente preghiera: è tardi ormai, la globalizzazione ha spento tutto.

Il vostro sapere antico non andrà mai smarrito; provo rammarico per aver perso la raccolta di quei frutti dell’albero che andavano a maturazione, nascosti nella profondità d’animo pervase delle emozioni rimaste ancora intrappolate nel labirinto della sofferenza umana. Tutto ciò che appartiene alla terra andrà distrutto, nelle parole di mio nonno materno, ma non sarà così per l’idea, il pensiero e l’amore.

Sarà impossibile portare con sé, a sera, un attimo del possibile domani, così l’angolo segreto delle mie emozioni e del mio sapere. Sarà possibile incontrarci all’aldilà dove potrebbe non esserci un Inferno, un Paradiso o un Purgatorio, del pari identico a quello terreno, nelle parole sagge di un mio zio, vicino alla preghiera.

L’uomo è la somma di ciò che si è, la somma del suo passato, mi dicevate. È il passato nel presente che corrisponderà all’atteso futuro aggiungevate: troppo piccolo io per comprendere le vostre esternazioni, pensierose. Quando mi esprimevo con termini più forbiti mi dicevate, a tono di scherno, vuagliò, parle a tùmmene ca ‘nanze capìsce nùdde (giovane, parla a tomoli che non si capisce nulla) come a dovermi rendere comprensibile. Ovvero con un’unità di misura campestre ridotta. Scriverò utilizzando una retorica tradizionale (metonimia) finché potrò perché nel ciclo della sua vita l’uomo possa consapevolizzarsi delle sue capacità, del ruolo che riveste nella società, obbligato com’è a rendere pane al pane e vino al vino, nel faceto mondo che lo circonda. Giacché, nel suo quotidiano impegno sociale, attraverso il lavoro e le idee, si sforzi di far confluire nella storia anche la sua, quella vera, vissuta. Storia questa che messa assieme è divenuta archeologia, costume, economia e comportamento sociale. Nei risultati che si otterranno sono inclusi i valori, segni distintivi dell’umanità; umanità che ha fatto sì che il Mito, attraverso il rito, divenisse storia.

In questa profondità d’emozioni sui ricordi del passato, scrivendo, si chiuderà pure il mio pensiero rivolto alla vita contadina.

Ho tanta nostalgia del passato e mi rammarico per avere sprecato del tempo.

Mi dispiacerà del fatto che la cultura del tempo della storia si vada spettacolarizzando fino a banalizzarsi e decontestualizzarsi, anche se in cuor mio, forse, non sarà mai accettato.

Non mi avete mai regalato giocattoli permettendomi solo di realizzarli da me con le scarne attrezzature a disposizione e che potevo utilizzare nei pochissimi momenti liberi (impastare la terra, lavorare le pietre per costruire casette nel giardino di casa, qualcosa in legno e così via). Imparando a maneggiare l’accetta, l’ascia, la pialla, la lima, il martello, e altri strumenti, tutti pericolosi. Riuscendoci nell’opera provavo attimi di felicità, poi il nulla riprovando emozioni al loro ritrovamento nell’antico juso. Provo dolore ancora al pensiero di tutte quelle volte in cui mi schiacciavo le dita con il martello.

Sorrido.

Ho raccolto, specie negli ultimi anni, alcune testimonianze sul morso del ragno, serpente, scorpione e altri animali o cose che ci pizzicavano (pungevano, mordevano) scoprendo che quello non era il pungiglione dell’animale ma quello del diavolo di cui parlava San Paolo di Tarso negli Atti degli Apostoli e nelle Lettere ai Corinti; pizzico che coinvolgeva il peccato e il male delle menti e del corpo quand’erano preda dell’isteria, maledetta malattia del peccato d’origine. Simbolico pizzico che riusciva ad angustiarvi e farvi stare male specie quando sopravveniva il male della paura, quel male che tanto vi angustiava e che oggi sembra non esserci più, grazie agli studi medici e scientifici della sistemica. Eravate coraggiosi e saggi nel seguitare a vivere la storia dell’istante sull’istante, del prima e del poi, della vita e della morte costantemente in lotta per far prevalere il bene sul male. Guarivate dal morso con la danza e la musica, lo sputo medicinale, la solennizzazione delle acque, la preghiera. Nondimeno vivendo espressioni di vita, e non solo antropologiche, con il prolungamento dei riti dionisiaci sull’affetta dal male seguita dalla catarsi propiziatoria della sua guarigione. La verità starà nel non volerci inquinare dei tabù della sessualità che erano implementati nel mitologico tarantismo. Sapevate tutto ma, forse per pudore, preferivate farci vivere la sessualità al buio.

Di straordinario, in tutto questo, c’è che avete convissuto per secoli nel silenzio dell’eternità che si farà strada sulla Terra. So che speravate di guarire dai mali della solitudine, della stanchezza e fatica, dal male della tentazione dal peccato grazie alle rocce cui vi appoggiavate: i figli, bastoni della vecchia, come dicevate. È stato importante apprendere, negli attimi che ci avete dedicato, che il tempo è immobile, scalfito appena dai tanti fatti angosciosi che si superano con l’arma della rassegnazione e della saggezza, eccellente guarigione alternativa, vero amore per la terra rossa resa più amara dallo sfogo del riscatto fobico e ancestrale, resa ancora più amara dalle siccità o dalle continue piogge.

So che il peggiore male stava nella paura della follia, quel parossistico piacere della vita, schiacciati dalla paura terrena d’essere feriti nell’orgoglio. Ma anche dalla paura delle distruzioni e delle invasioni dei popoli stranieri che avrebbero ucciso per accaparrarsi le vostre risorse, della fame a causa degli eventi catastrofici come le siccità o la moria degli animali domestici, dalla morte delle vostre braccia, dei bastoni della vostra vecchiaia. Oggi la vita, regalo divino, cerca uno strumento per poter guarire: ma voi non ci siete più.

Eravate rozzi, superstiziosi ma non intossicati dalla corruzione, conservavate inalterato il patrimonio dei costumi e delle tradizioni dei vostri avi.

Eravate villici, con le mani callose e i visi abbronzati dal sole.

Eravate lavoratori attivi e diligenti per tutta l’annata, parchi nei cibi, scevri da vizi, pazienti e rassegnati, disagiati ma testimoni di cuore verso i bisognosi. Trattati male, considerati cozzari (còzzere), della pietra viva, dura. C’era chi osava chiamarvi zucca di ficodindia, tardoni, buzzurri.

La parola d’ordine del dare l’esempio, cioè dando a Cesare ciò che era di Cesare, a Dio ciò che era di Dio. Diventato per noi figli vangelo.

Ci raccontavate che il capo famiglia era un’autorità e che l’azienda domestica doveva fare capo sempre all’uomo, colui che cercava il pane quotidiano per sfamare la famiglia e perciò era a lui che doveva essere tributato il rispetto, la devozione senza fine, l’obbedienza e il riguardo, anche quando il sovraccarico di tensione nervosa (stress) gli metteva cattivo umore e lo portava a manifestarsi con violenza, quasi fosse un tiranno. Non ho mai accettato, e posso dirvelo solo ora, questo pesante modo d’essere villani, tardoni, privi di amore manifesto verso la famiglia, specie la moglie e i bambini piccoli considerati carne di latte. Né ho mai accettato il fatto che "la moglie è come la gatta, se l’accarezzi ti gratta". Molti contadini antichi si prendevano con sé i trovatelli istruendoli e poi assicurando loro un buon matrimonio: che strano mondo il vostro. Vi chiamavano villici ma non dicevate nulla. Eravate uomini d’onore preferendo la parola data con la stretta di mano, anche senza testimoni, alla carta di impegno scritta e sotto firmata da chi sapesse metterla sulla vostra croce.

Dio impera su tutto e su tutti, e il Sole e la Luna sono parte del Firmamento. Mi parlavate molto spesso voi Avi del vostro passato seppure mi interessava poco ascoltarvi, a volte noiosi per la ripetizione, più volte, dello stesso episodio. Un pensiero vi attanagliava oltre il lavoro e il nostro impiego nell’aiutarvi come braccia lavorative: sistemare i figli ore il loro matrimonio. Rinunciavate a tutto pur di risparmiare la lira. Non vi stancavate di pregare: c’era quell’icona appesa sull’uscio di casa raffigurante San Giuseppe e il Bambino, la Madre Immacolata, e poi c’erano, anche nella stanza degli animali, quelle con Sant’Antonio da Padova, San Francesco, i Santissimi Medici Cosma e Damiano. Ma non m’avevate mai parlato di Santa Leocanda, soccorritrice delle partorienti. Avevamo la casa con i mattoni, rossi, difficili da pulire ma c’erano ancora case con i pavimenti di pietra viva, naturale. Alcune con le pietre come quella utilizzate per l’aia (ara), tristemente famose per essere fredde e rugose.

Poveri contadini che dovevano accontentarsi dei trulli o delle pagghijare ove abitare: ma voi, in Masseria, almeno questo, per fortuna non l’avevate. Vi aiutavate l’un l’altro delle Masserie e vi scambiavate la manodopera all’occorrenza.

Ricordo vivi i vostri sermoni di insegnamento ad essere corretti e giudiziosi nella quotidianità e voi nonne a perdonare tutto e tutti. Grazie a voi tutti noi figli abbiamo imparato a salutare le persone, quando ci si muoveva a piedi, incontrandole, càre, càre, senza mai fermarsi per non perdere tempo.

Il lavoro era, prima dell’amore, la forza della vita.

Una screziata e mutevole galassia di usi e costumi ha segnato in modo davvero singolare il vostro periodo di vita; un universo di codici comunicativi che erano legati ai riti. Voi nonne, mamme, eravate sveglie sin da prima dell’alba, indossavate quel grembiule che di fatto proteggeva i vostri vestiti di pezza ma che era utile come guanto per ritirare la padella bruciante dal forno, asciugare le lacrime di noi bambini quando piangevamo e, in certe occasioni, per pulirci le faccine sporche, trasportare le uova e talvolta i pulcini al pollaio.

Serviva pure, quando arrivavano quei pochi amici e parenti che, di passaggio, passavano a chiederci come stavamo, per un saluto, a proteggerci. Ci nascondevamo sotto il grembiule per la timidezza, o quando faceva freddo. All’ora di servire i pasti, da lontano, lo agitavate per dirci da lontano, mentre lavoravamo, di dover andare a tavola. Lo utilizzavate tuttavia come soffietto, agitato sopra il fuoco a legna. Lo utilizzavate per trasportare le patate, i legumi, il mangiare alle galline, la legna secca per la cucina e, dall’orto o dalla terra da paniere occasionale (all’occorrenza), specie per i frutti caduti dagli alberi o per i funghi o i lampascioni. Come dimenticare, quanto parlavate dei chiacchieroni e della gente inutile, dicendo che erano vràzze arrubbète alla tèrre (braccia rubate alla terra), o alla zappa?

Mi facevate sorridere, poi riflettere: ci penso ancora oggi in questo mondo di ladri (la cui canzone non avete fatto in tempo a sentire). Il mio obiettivo, cari nonni, ora è quello di riuscire a portare a termine uno scritto che abbia qualche riferimento anche alla sociologia rurale del mondo della terra, oltre che a quelle sistemiche, filosofiche e antropologiche.

Non solo della Puglia, ma anche per le altre regioni del Meridione quivi compresa la terra di Sicilia che ormai sento mia per le sue tante similitudini con la mia terra, il Basso Salento e la Calabria, ma anche la Campania e la Basilicata. Terre da scoprire per le loro bellezze umane. La Sicilia è una grande terra seppure martoriata dalla cinica e bieca mafia, maledetta cancrena che ha distrutto e distrugge ancora il senso della vita dell’uomo (compreso chi è parte delle istituzioni) determinando sentimenti, rimorsi, assetti comportamentali decisamente diversi dalle aspettative di molti.

Una mafia che ha radici nel feudo, chiamandosi anche brigantaggio per le espressioni di vita assunte nel tempo. Giacché assumeva, nei diversi tempi, le difese di gruppi contadini poveri o addirittura degli opulenti nobili, spesso attaccati dai campieri delle masserie.

Sono affascinato dalla storia: scrivo mentre apprendo quanto la scienza faccia grandi passi nella scoperta di nuovi pianeti appartenenti a sòli diversi.

È mio pensiero, scrivendo, voler salvaguardare, almeno per un po’ l’antichissima e arcaica vostra memoria contadina al fine di recuperare i ricordi di allora, per rileggerli, allo stesso modo dello sfogliare un album di fotografie. Il pensiero è rivolto al vostro passato contadino e perciò rievoco ciò che ricordo dell’allora vita trascorsa, da giovane, sin dalla nascita, in masseria. Gli elementi ritenuti di somma importanza e a cui tutto il mondo contadino si rivolgeva particolare attenzione con invocazioni, sacrifici e continue preghiere, erano il fuoco, l’aria, l’acqua e la terra.

Tutto lasciato nelle mani del buon Dio che per me corrispondeva all’aggraziarvi l’intervento benevolo della Mater Magna, la Madre Natura. Mi sono ancora molto vicini e stretti i vostri gesti apotropaici, le parole e i riti magici coi quali invocavate gli interventi delle potenze soprannaturali per allontanare o neutralizzare le forze malefiche, avverse che si chiamavano iella, iettatura, sfortuna, disgrazia, dolore.

Mi avete permesso di comprendere il ruolo delle donne e le relazioni spaziali dell’uomo, la fruizione culturale e simbolica del tempo e dello spazio sociale, la funzione degli elementi sonori e olfattivi nel corso e durante lo svolgersi delle cerimonie, l’utilizzo di abbigliamenti particolari, la ragione di gestualità. E ne mettono quindi in evidenza il loro peculiare significato antropologico, etnologico e simbolico.

Immaginerete come l’attualizzazione dei miti attraverso i riti è stata la maggiore e più interessante espressione della cultura delle tradizioni. Ho preso atto che, con lo spostamento di certi baricentri sistemici della linguistica, per effetto dei nuovi mezzi di comunicazione, la cultura ha finito per rinnegare un po’ sé stessa. Quanta storia nei trascorsi secoli di vita: tempi in cui il lavoro e il vivere erano uguali. Riti apotropaici che erano toccasana per la psiche.

Storia tutta che è stata metabolizzata nel pensiero giacché ripetitiva; seppure con leggere tinte e sfumature nei colori e negli accadimenti: solo i cicli di vita contadina restavano intatti. Voglio restare in quel mondo ove prevaleva il silenzio e come linguaggio parlato il dialetto,

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