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L'isola del dottor Moreau + La macchina del tempo: Ediz. integrali
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E-book324 pagine4 ore

L'isola del dottor Moreau + La macchina del tempo: Ediz. integrali

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Info su questo ebook

EDIZIONE REVISIONATA 15/04/2020.

La fantasia di Herbert George Wells (1866-1946) è stata tra le più brillanti della storia della letteratura. È stato, insieme a Jules Verne, il creatore di veri e propri miti che non risentono del passare del tempo e che sono stati ampiamente sfruttati dal mondo del cinema. Ne “La Macchina del Tempo” (1895) Wells racconta di uno scienziato che è riuscito a costruire una macchina che permette di viaggiare oltre i limiti che la Natura stessa ha fissato per l’uomo. Nel futuro remoto, però, il protagonista scopre che l’umanità si è evoluta in modo inquietante e misterioso. Si sono create, infatti, due razze distinte: gli Eloi e i Morlock. Entrambe rappresentano una delle possibili evoluzioni della nostra società. “L’Isola del Dottor Moreau” (1896) è l’avventura di Edward Prendick, un naufrago che viene salvato e portato su un’isola abitata dall’oscuro dottor Moreau e dalle sue inquietanti creature. Entrambi i romanzi fanno parte della storia della letteratura fantascientifica e hanno come filo conduttore la figura quasi romantica e disperata dello scienziato dell’ottocento che rimane travolto dall’amore per la ricerca fino a mettere a rischio la propria vita.
LinguaItaliano
EditoreCrescere
Data di uscita29 apr 2019
ISBN9788883378324
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    Anteprima del libro

    L'isola del dottor Moreau + La macchina del tempo - Herbert G. Wells

    Herbert G. Wells

    L'isola del dottor Moreau

    +

    La macchina del tempo

    Edizioni integrali

    © 2019 LIBRARIA EDITRICE S.r.l.

    CRESCERE Edizioni è un marchio di

    Libraria Editrice S.r.l.

    http://www.edizionicrescere.it

    Tutti i diritti di pubblicazione e riproduzione anche parziali sono riservati

    Per approfondire: L'isola del dottor Moreau ||La macchina del tempo ed Autore - Link Wikipedia - Wikimedia Foundation Inc.

    A cura di Alberto Büchi : ALBERTO BÜCHI LIBRI (Facebook)

    Edizione cartacea disponibile isbn - 9788883377037

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    Indice dei contenuti

    L’ISOLA DEL DOTTOR MOREAU

    Introduzione

    Capitolo I

    Capitolo II

    Capitolo III

    Capitolo IV

    Capitolo V

    Capitolo VI

    Capitolo VII

    Capitolo VIII

    Capitolo IX

    Capitolo X

    Capitolo XI

    Capitolo XII

    Capitolo XIII

    Capitolo XIV

    Capitolo XV

    Capitolo XVI

    Capitolo XVII

    Capitolo XVIII

    Capitolo XIX

    Capitolo XX

    Capitolo XXI

    Capitolo XXII

    LA MACCHINA DEL TEMPO

    Capitolo 1

    Capitolo 2

    Capitolo 3

    Capitolo 4

    Capitolo 5

    Capitolo 6

    Capitolo 7

    Capitolo 8

    Capitolo 9

    Capitolo 10

    Capitolo 11

    Capitolo 12

    Epilogo

    Note

    L’ISOLA DEL DOTTOR MOREAU

    Introduzione

    Il primo febbraio del 1887, la Lady Vain naufragò a causa di una collisione con un relitto a 1° di latitudine sud e 107° di longitudine ovest.

    Il cinque gennaio del 1888, ovvero undici mesi e quattro giorni dopo, mio zio Edward Prendick, un gentiluomo riservato che doveva essersi imbarcato sulla Lady Vain a Callao e che si temeva fosse annegato, fu salvato a 5° e 3’ di latitudine sud e 101° di longitudine ovest, da una piccola imbarcazione dal nome illeggibile, ma che probabilmente era appartenuta alla goletta Ipecacuanha, che era stata data per dispersa . Egli riportò alcuni fatti tanto strani da far credere che fosse impazzito. Tempo dopo, dichiarò di aver avuto un vuoto di memoria dall’evento del naufragio della Lady Vain . Il suo caso fu discusso dagli psicologi come tipico esempio di vuoto di memoria causato da uno shock fisico e mentale. Il racconto che segue è stato ritrovato tra le sue carte dal sottoscritto, suo unico nipote ed erede; non vi era alcuna nota esplicita sul desiderio di pubblicazione.

    L’unica isola di cui si conosca l’esistenza nella zona in cui mio zio fu recuperato è l’isola di Noble, un isolotto vulcanico e disabitato. Fu visitato nel 1891 dall’equipaggio della nave di Sua Maestà Scorpion . I marinai sbarcati non trovarono anima viva tranne alcune tignole bianchicce, maiali e conigli e alcuni ratti decisamente singolari. Per questa ragione la narrazione rimane senza prove per ciò che concerne le circostanze più importanti. Ciò premesso, ritengo che rendere noto al pubblico questo racconto non possa recare alcun danno a nessuno, anche considerate le volontà di mio zio. Ciò che vi è di certo è che mio zio scomparve a circa 5° di latitudine sud e 105° di longitudine est per poi riapparire nella stessa parte di oceano dopo un periodo di undici mesi. In qualche maniera deve aver pur vissuto in questo arco di tempo. E pare anche che una goletta di nome Ipecacuanha , comandata da un capitano ubriacone, John Davies, fosse partita nel gennaio del 1887 da Arica con a bordo un puma e altri animali. Inoltre, pare che questa nave (con a bordo una notevole quantità di copra) fosse nota ai vari porti del sud del Pacifico e che, dopo aver toccato Bayna nel dicembre del 1887, sia scomparsa da quei mari andando incontro al suo ignoto destino. La data coincide perfettamente con il racconto di mio zio.

    Charles Edward Prendick.

    Capitolo I

    A bordo del dinghy della Lady Vain

    Non ho certo la pretesa di aggiungere nulla a quanto è già stato scritto sul naufragio della Lady Vain . Come è noto a tutti, entrò in collisione con un relitto a dieci giorni dalla partenza da Callao. La lancia, con sette uomini dell’equipaggio, venne recuperata diciotto giorni dopo dalla cannoniera di Sua Maestà Myrtle e il resoconto di ciò che dovettero patire quegli uomini è ormai tanto conosciuto quanto il ben più tremendo episodio riportato dai superstiti della Medusa . A ciò che è già stato detto sulla Lady Vain devo però aggiungere un’altra vicenda non meno orribile e sicuramente più assurda. Si è sempre creduto che i quattro uomini che si erano messi in salvo a bordo del dinghy [¹] fossero morti, ma ciò non è esatto. Io infatti posso fornire la prova della mia affermazione poiché ero uno di quei quattro uomini.

    Prima di tutto, devo dire che non ci sono mai stati quattro uomini a bordo del dinghy, ma erano soltanto tre. Constans, che fu visto dal capitano saltare nel dinghy , come riportato dal Daily News il 17 marzo 1887, per fortuna nostra e per sventura sua non riuscì a raggiungerci. Si calò giù da un groviglio di funi sotto i sostegni del bompresso frantumato, ma mentre prendeva lo slancio il piede gli si impigliò in un canapo e rimase appeso a testa in giù; poi cadde e andò a sbattere contro un bozzello o un pennone che galleggiava in acqua. Remammo subito verso di lui ma non tornò più a galla.

    Ho scritto che per fortuna nostra non ci raggiunse ma sarebbe quasi più corretto dire che la fortuna fu tutta sua, poiché avevamo con noi soltanto un barilotto d’acqua e alcune gallette rammollite. L’allarme era stato improvviso e trovò la nave impreparata a un eventuale disastro. Pensammo che le persone sulla lancia avessero più provviste di noi (anche se ora sembra il contrario) e tentammo di chiamarli. Non ci udirono e il giorno successivo, quando solo nel primo pomeriggio la pioggerellina diminuì, non avemmo più modo di sapere che fine avessero fatto. Non potevamo alzarci per guardarci attorno a causa del beccheggio dell’imbarcazione. Gli altri due uomini scampati insieme a me fino a quel momento erano Helmar, un passeggero come me, e l’altro un marinaio di cui non ricordo il nome, tozzo, robusto e balbuziente.

    Per otto giorni interi, andammo alla deriva affamati e, quando terminammo la provvista d’acqua, anche tormentati da una sete insopportabile. Il secondo giorno, il mare si placò poco alla volta fino a raggiungere una calma vitrea. È assolutamente impossibile, per un comune lettore, farsi un’idea esatta di quegli otto giorni. Per sua fortuna, non può richiamare alcun ricordo concreto per rendersene conto. Dopo il primo giorno parlavamo di rado e stavamo nei nostri posti a fissare l’orizzonte oppure a scrutare, con occhi sempre più scavati e patiti, la miseria e la sofferenza che si impadronivano dei nostri compagni. Il sole divenne spietato. Finimmo l’acqua il quarto giorno e già cominciavamo a pensare cose strane, comunicandole agli altri solo con gli occhi; credo fosse il sesto giorno quando Helmar diede voce al macabro pensiero che tutti noi avevamo avuto: uno di noi tre avrebbe dovuto sacrificarsi per gli altri due. Ricordo che le nostre voci erano tanto roche e flebili che dovevamo curvarci gli uni verso gli altri per poterci udire e risparmiare fiato. Mi opposi con forza, sarebbe stato meglio affondare la barca e morire tutti insieme dilaniati dagli squali che ci seguivano. Quando però Helmar disse che se la sua proposta fosse stata accettata avremmo avuto da bere, il marinaio fu con lui.

    Ciò nonostante, non volli tirare a sorte e quella notte il marinaio confabulò a lungo con Helmar mentre io me ne stavo a prua con il mio coltello a serramanico in pugno, anche se dubito che avrei avuto le forze per lottare. La mattina seguente accettai la proposta di Helmar e gettammo una monetina affidandoci alla sorte; questa decise per il marinaio. Egli però era il più forte tra di noi e non accettò l’esito arrivando ad aggredire Helmar a mani nude. Si avvinghiarono e lottarono e si alzarono quasi in piedi. Io strisciai verso di loro lungo la barca con l’intenzione di aiutare Helmar e afferrai una gamba del marinaio. A quel punto egli incespicò per l’ondeggiamento dell’imbarcazione ed entrambi caddero sulla falchetta e finirono insieme in acqua. Affondarono come sassi. Ricordo di averne riso e di essermi chiesto il perché della risata. Era una risata strana quella che mi aveva preso, come se non fossi io a ridere.

    Rimasi disteso per non so quanto tempo pensando che, se ne avessi avuto la forza, avrei bevuto l’acqua di mare. Volevo impazzire per non soffrire, e poi morire in fretta. Nonostante fossi là sdraiato in preda del mortale abbattimento, scorsi, con un interesse non maggiore di quello che avrei avuto se fosse stato un dipinto, una vela sulla linea dell’orizzonte che avanzava nella mia direzione. Avevo la mente smarrita in assurdi pensieri, eppure ricordo distintamente tutto quello che accadde. Ricordo di come la mia testa oscillava insieme alle onde e, all’orizzonte, di come quella vela danzasse su e giù; ricordo persino con altrettanta chiarezza di aver pensato di essere morto da poco e che era proprio una presa in giro il fatto che arrivassero a recuperarmi troppo tardi.

    Per un lasso di tempo infinito, almeno così mi parve, rimasi steso con la testa appoggiata, guardando la goletta emergere dal mare (si trattava di una barchetta attrezzata a goletta a prua e a poppa). Cominciò a procedere con ampie virate, controvento. Nemmeno per un attimo mi venne in mente di tentare di attirarne l’attenzione e non ricordo nulla con esattezza dal momento in cui ne scorsi il fianco fino al momento in cui mi ritrovai in una piccola cabina a poppa. Rammento, in modo vago e confuso, di essere stato portato a bordo tramite una passerella e ricordo un viso grasso e rubicondo, pieno di lentiggini e circondato da capelli rossi, che mi fissava dal parapetto. Ebbi anche la vaga impressione di vedere una faccia scura, con occhi straordinariamente accesi, molto vicina alla mia; all’inizio pensai di trovarmi in un incubo finché non mi capitò di rivederla. Mi sembra di ricordare che qualcosa mi fu versato tra i denti...

    E questo è tutto.

    Capitolo II

    L’uomo senza una meta

    La cabina nella quale mi trovavo era piccola e piuttosto sciatta. Un uomo abbastanza giovane dai capelli biondi, con baffi ispidi del colore della paglia e con il labbro inferiore cascante, mi sedeva vicino tenendomi il polso. Per un minuto ci guardammo senza parlare. Aveva occhi grigi e acquosi, stranamente privi di espressione. Poi, proprio sopra di me, udii un rumore, come di una branda di ferro che veniva trascinata e il ringhio sordo e rabbioso di qualche grosso animale. In quello stesso momento l’uomo parlò: «Come si sente ora?»

    Credo di aver detto che mi sentivo bene. In realtà non riuscivo affatto a ricordare come fossi arrivato là. L’uomo parve leggermi nel pensiero, perché la voce mi mancava.

    «È stato raccolto da una barca, stremato dalla fame. Il nome scritto sull’imbarcazione era Lady Vain e c’erano macchie di sangue sul parapetto.»

    Nello stesso istante, il mio sguardo si spostò su una mia mano, così scarna da sembrare una sacca di pelle sporca con dentro qualche misero osso e mi tornò in mente tutto il dramma della barca.

    «Prenda un sorso di questo», disse porgendomi una porzione di qualcosa di rosso e ghiacciato.

    Aveva il sapore del sangue e mi fece recuperare un po’ le forze.

    «È stato molto fortunato di essere stato recuperato da una nave con un medico a bordo», disse pronunciando le parole esitando, con un lieve difetto di pronuncia.

    «Che nave è questa?», chiesi piano, con la voce resa fioca dal lungo silenzio.

    «È un piccolo veliero mercantile che fa rotta da Arica a Callao. Non ho mai chiesto quale sia il suo porto di partenza ma probabilmente arriva dal paese dei pazzi. Io sono un semplice passeggero e mi sono imbarcato ad Arica. Il proprietario, che è anche il capitano, si chiama Davies ed è uno stupido; ha perso il suo certificato, o qualcosa del genere. Immagino possa capire di che tipo di persona si tratta. Dovete sapere che tra tutti i nomi che poteva scegliere ha chiamato la sua nave Ipecacuanha [²] , anche se, quando c’è mare grosso e non spira vento, è un nome azzeccato.»

    In quel momento, il frastuono sopra la mia testa ricominciò. Si udì uno sbraitare simile a un ringhio e poi anche una voce d’uomo. Subito dopo, un’altra voce che intimava a qualche disgraziato idiota di piantarla.

    «Era quasi morto», disse l’individuo con cui stavo parlando. «In effetti, ci è mancato poco. Ma adesso l’ho rimessa in sesto. Sente male al braccio? Sono le iniezioni. È stato privo di conoscenza per quasi trenta ore.»

    Pensavo lentamente. Fui distratto dal latrato di alcuni cani.

    «Posso mangiare qualcosa di solido?», domandai.

    «Stia tranquillo», rispose, «stanno già preparando il montone.»

    «Sì», dissi con sicurezza, «credo che lo mangerò volentieri.»

    «Però», disse con esitazione passeggera, «deve sapere che muoio dalla curiosità di conoscere il motivo per cui si trovava da solo su quella barca. Maledetto ululato! » Mi parve di scorgere un certo sospetto nel suo sguardo.

    All’improvviso uscì dalla cabina e lo udii discutere duramente con qualcuno che gli stava rispondendo in una lingua incomprensibile, almeno così mi parve. Poi egli urlò contro i cani e tornò nella cabina.

    «Ebbene?», si rivolse a me dall’uscio. «Mi sembrava che stesse proprio per cominciare il suo racconto.»

    Gli dissi il mio nome, Edward Prendick, e della mia passione per la storia naturale, interesse che avevo sviluppato per contrastare la monotonia della mia vita troppo comoda e agiata.

    Sembrò interessarsi alla cosa. «Anch’io ho coltivato questa scienza. Ho seguito un corso di biologia all’University College; ho studiato a fondo l’ovario dei lombrichi e la radula delle lumache e cose del genere. Dio mio! Sono già passati dieci anni, ormai. Ma continui, continui! Mi racconti della barca.»

    Era evidentemente soddisfatto dalla sincerità del mio racconto, che articolai con frasi piuttosto concise perché mi sentivo tremendamente debole. Quando terminai di parlare, egli tornò subito alla storia naturale e ai suoi studi di biologia. Cominciò a farmi domande precise su Tottenham Court Road e Gower Street. «Il Caplatzi è ancora di moda? Che bel locale che era!» Doveva essere stato un modesto studente di medicina e, continuando a parlare, tornò diverse volte a raccontarmi delle sue avventure nelle Music Hall. «Abbandonai tutto dieci anni fa», disse, «Che allegria all’epoca! Non riuscii, però, a combinare niente e dovetti interrompere gli studi prima dei ventun anni. Ora, comunque, mi sento di affermare che è tutto diverso. Basta per il momento… devo tener d’occhio quell’asino di un cuoco e capire cosa sta combinando con il montone.»

    Il ringhio sopra di me si ripeté, così improvviso e feroce da spaventarmi. «Che cos’è?», gli domandai ma la porta si era appena chiusa alle sue spalle. Ritornò da me poco dopo portando il montone bollito e io fui così eccitato dall’appetitoso odore che dimenticai di colpo il ringhio della bestia che mi aveva intimorito.

    Dopo un giorno intero passato unicamente a dormire e mangiare, mi sentivo tanto ristabilito che lasciai la cuccetta e mi avvicinai alla paratia per osservare le onde che cercavano di starci dietro. Considerai che la goletta stava procedendo con il vento in poppa. Montgomery, era questo il nome dell’uomo dai capelli biondi, mi raggiunse mentre io mi trovavo ancora lì in piedi, e così gli chiesi qualche indumento da mettere. Mi prestò alcuni suoi abiti di tela, poiché quelli che portavo sul dinghy erano stati gettati in mare. Mi stavano piuttosto larghi, perché lui era grosso e aveva le gambe lunghe. Tra le altre cose, mi disse che il capitano si trovava nella sua cabina ubriaco fradicio. Mentre indossavo i vestiti, cominciai a rivolgergli qualche domanda sulla destinazione della nave. Mi rispose che era diretta alle Hawaii, ma che prima doveva far scalo per lasciarlo sbarcare.

    «In quale porto?», domandai.

    «Su un’isola, dove vivo. Per quanto ne so, non ha nemmeno un nome.»

    Mi fissò con il labbro inferiore molle e un’espressione così volutamente stupida che mi balenò il pensiero che egli volesse eludere le mie domande. Fui discreto e non gli chiesi più nulla.

    Capitolo III

    Lo strano volto

    Uscii dalla cabina insieme al dottore e trovai un uomo di spalle che ci sbarrava la strada all’altezza del boccaporto; stava sul primo gradino della scaletta e sbirciava fuori. Era un tipo rozzo, tarchiato e goffo, con la schiena ricurva, il collo peloso e la testa incassata nelle spalle. Indossava un vestito scuro di sargia e aveva capelli neri e ruvidi, incredibilmente spessi. Da qualche parte i soliti cani ripresero ad abbaiare furiosamente ed egli arretrò in fretta, toccando la mano che avevo teso per respingerlo. Si voltò con rapidità ferina.

    Inspiegabilmente, quel volto nero mi saettò davanti e m’impressionò in modo profondo. Era di una deformità strana. La parte inferiore del viso si protendeva in avanti, formando una specie di muso animalesco; la bocca enorme, mezza aperta, lasciava intravedere grandi denti bianchi che mai avevo visto in una bocca umana. Gli occhi erano iniettati di sangue ai lati e attorno alle pupille color nocciola c’era soltanto un sottile orlo di bianco. Nel suo sguardo si leggeva un curioso luccichio di eccitazione.

    «Al diavolo!», esclamò Montgomery. «Vai via! Sei sempre tra i piedi!»

    L’uomo dal volto scuro si scansò senza pronunciare parola. Io invece proseguii uscendo dal boccaporto ma tenendolo costantemente d’occhio mentre mi muovevo. Montgomery rimase fermo. «Tu non hai niente da fare qui, lo sai», disse in tono risoluto. «Il tuo posto è a prua.»

    L’uomo dal volto scuro si fece piccolo. «Davanti non mi vogliono.» Parlava piano, con la voce un po’ bassa.

    «Non ti vogliono?», rispose Montgomery. «Io ti dico lo stesso di andarci!» Fu sul punto di aggiungere qualcosa d’altro, poi d’improvviso alzò lo sguardo verso di me e mi seguì su per la scaletta.

    Mi ero fermato a metà strada per guardarmi indietro, ancora piuttosto stupito dalla mostruosità grottesca di quella creatura dal volto scuro. Non avevo mai visto un viso tanto ripugnante e singolare; ciò nonostante, avevo la strana sensazione di aver già incontrato altre volte quegli stessi lineamenti e quei modi che ora mi riempivano di meraviglia. Poco dopo supposi che forse l’avevo visto quando fui preso a bordo ma, nonostante ciò, non riuscivo ad allontanare il sospetto di una conoscenza più vecchia. Ma com’era possibile che avessi posato lo sguardo su un volto così strano senza ricordare l’esatta circostanza?

    Il movimento che fece Montgomery per seguirmi troncò di netto le mie osservazioni, allora mi guardai attorno e notai che il ponte della piccola goletta era pieno di rifiuti. In realtà ero già abbastanza preparato a quanto stavo vedendo a causa dei rumori che avevo udito in precedenza. Non avrei mai pensato, però, ad un ponte così tanto sudicio. Era cosparso di avanzi di carote, pezzetti di robaccia verde e di una sporcizia indescrivibile. Incatenati all’albero maestro c’erano alcuni grossi e orribili cani, che cominciarono ad abbaiare e a provare a saltarmi addosso; avevano museruole fatte di strisce di cuoio. Inoltre, accanto all’albero di mezzana, c’era un puma immenso rinchiuso in una stretta gabbia di ferro, troppo stretta persino per permettergli di voltarsi. Oltre, sotto il parapetto di tribordo, alcuni conigli erano chiusi in grosse conigliere e un lama solitario era compresso in una gabbia a prua non adatta alla sua stazza. L’unico essere umano sul ponte era un marinaio scarno e silenzioso al timone.

    Le vele, rappezzate e luride, erano tese al vento e in alto il piccolo veliero sembrava portare tutte le vele che possedeva. Il cielo era terso, a ovest il sole calava all’orizzonte; onde lunghe, che la brezza coronava di schiuma, correvano con noi. Superammo il timoniere fino ad arrivare alla parete di babordo per guardare la schiuma dell’acqua sotto la poppa e le bolle danzare e sparire nella scia della nave. Mi voltai per esaminare la nave in tutta la sua disgustosa lunghezza.

    «Ci troviamo su un serraglio oceanico?», domandai.

    «È quel che sembra», disse Montgomery.

    «Cosa sono queste bestie? Merce? Rarità? Il capitano crede di poterle vendere da qualche parte nei mari del Sud?»

    «Così pare», rispose Montgomery, voltandosi nuovamente verso la scia.

    Tutt’a un tratto udimmo un guaito e una raffica furibonda di imprecazioni provenire dal boccaporto e immediatamente dopo l’uomo deforme dal volto scuro che ne usciva di corsa. Subito dietro di lui c’era un omone dai capelli rossi, con un berretto bianco. Alla vista del primo, i mastini, ormai stanchi di abbaiarmi contro, divennero furiosi e iniziarono a ululare e a tirare le catene. L’uomo dal volto nero ebbe un momento di esitazione davanti alle bestie e ciò diede all’altro uomo il tempo di raggiungerlo e di assestargli un colpo tremendo tra le scapole. Quel povero diavolo cadde come un bue bastonato e ruzzolò nel sudiciume tra i cani infuriati. Per sua fortuna avevano tutti la museruola. L’uomo dai capelli rossi si lasciò sfuggire un’esclamazione di giubilo e rimase a barcollare sulle gambe malferme, mancò poco che cadesse all’indietro nel boccaporto oppure in avanti, sulla sua vittima.

    Io intanto mi ero accorto che, non appena era comparso sul ponte, Montgomery aveva trasalito. «Si fermi!», gridò. Nel frattempo, erano apparsi un paio di marinai sul castello di prua. L’uomo dal volto scuro, urlando con voce strana, si rotolò in mezzo alle zampe dei cani senza riuscire ad alzarsi. Nessuno fece alcunché per aiutarlo. Le bestie cercavano in tutti i modi di addentarlo, grattando con le museruole. Eravamo testimoni di una rapida danza che quei corpi grigi eseguivano sulla sua figura impacciata e prostrata. I marinai di prua strillavano come se fosse uno svago. Montgomery esplose in un’esclamazione d’ira e si diresse a grandi passi sul ponte; io lo seguii. Un attimo dopo, l’uomo dal volto nero riuscì a rialzarsi ma cominciò a barcollare. Avanzò fino al parapetto e si sporse accanto alle sartie. Restò lì, senza fiato, a sbirciare con la coda dell’occhio i cani. L’uomo dai capelli rossi, invece, rideva soddisfatto.

    «Senta, capitano», disse Montgomery, con l’esitazione nella pronuncia, afferrando i gomiti del rosso, «così non va!»

    Io mi trovavo dietro a Montgomery. Il capitano fece mezzo giro su se stesso e lo squadrò con lo sguardo vuoto e solenne dell’ubriacone. «Che cos’è che non va?», chiese e poi, dopo aver osservato per

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