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Historia Romana, Vol. I

Historia Romana, Vol. I

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Historia Romana, Vol. I

Lunghezza:
1.379 pagine
13 ore
Pubblicato:
24 apr 2019
ISBN:
9788832547818
Formato:
Libro

Descrizione

Costantino III. Rex Britannorum - Romolo Augusto. L'ultimo Cesare - Foca. Il
demone che vestì la porpora

3 Romanzi in 1

Tre imperatori, tre epoche diverse della millenaria storia dell'Impero Romano.
Costantino III, l'usurpatore Britannico che arrivò quasi a strappare il trono ad
Onorio, risollevando la sua isola natia e sfiorando l'impresa di dominare
incontrastato su tutto l'Occidente.
Romolo Augusto, l'ultimo Cesare di Roma deposto in gioventù da Odoacre
nell'ultimo giorno dell'Urbe come cuore dell'impero, mai arresosi a cedere
la porpora a lui spettante per diritto divino.  
Foca, l'oscuro soldato senza un passato che arrivò a conquistare il trono di
Costantinopoli, instaurando un vero e proprio regno del terrore che viene ricordato
tutt'ora come uno dei più sanguinosi della storia antica.
Tre uomini, tre augusti oscuri, esuli e spesso dimenticati, animati dal desiderio di
regnare su Roma immortale prima di ogni cosa.
Tre storie spesso sconosciute e dimenticate, ma meritevoli di esser riportate in vita.
Pubblicato:
24 apr 2019
ISBN:
9788832547818
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Libro

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Historia Romana, Vol. I - Patrizio Corda

Patrizio Corda

Historia Romana, Vol. I

ISBN: 9788832547818

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Indice dei contenuti

Costantino III. Rex Britannorum

Romolo Augusto. L'ultimo Cesare

Foca. Il demone che vestì la porpora

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HISTORIA ROMANA

i

COSTANTINO III. Rex britannorum

ROMOLO AUGUSTO. L’ULTIMO CESARE

FOCA. IL DEMONE CHE VESTì LA PORPORA

Patrizio Corda

Costantino iii

Rex britannorum

Patrizio Corda

A mia sorella

I

Figli di Roma

Eboracum, Marzo 374 d.C.

La nebbia coprì del tutto l’orizzonte, posandosi come un monolite irremovibile sul prato ancora coperto di brina.

Lentamente, delle sagome scure emersero lentamente dai banchi di foschia, annunciate dal loro passo cadenzato e uniforme prima ancora che dai propri contorni. La legione si mostrò così, come una teoria di fantasmi sorti dalle acque profonde e inesplorate che circondavano l’isola, agli abitanti di Eboracum.

Volti ricoperti di cicatrici, barbe incolte, rughe profonde come i solchi nei campi preparati per il raccolto di pochi mesi benevoli.

Il tintinnio delle armi che pendevano ai fianchi dei soldati come un’eco, una reiterazione del loro arrivo sentenziato da quell’incedere. Silenziosi, granitici.

Gli abitanti della città e fortezza Romana risposero a loro volta con un accorato, rispettoso e grato silenzio. Non un grido, non un’acclamazione o un dono. Solo un tacere colmo di significato. Nel mezzo di quel fiume umano, come un’appendice purulenta a rovinare l’armonia e l’ordine di quella marcia stava un gruppo enorme di ostaggi di guerra. Capigliature irsute, barbe lunghissime, occhi truci e fisici giganteschi ricoperti di poche pelli e stracci.

Pitti.

Il peggiore dei popoli che popolava le lande oscure e desolate del Nord della Britannia, aldilà del Vallo di Antonino. Quei barbari non avevano fatto altro che seminare morte e distruzione con ogni loro discesa, al punto da richiedere necessario l’intervento delle truppe stanziate ovunque in tutta l’isola. E quello era stato il risultato.

Le armate Romane avevano massacrato tutte le tribù che si erano trovate davanti, e ora ritornavano nella Britannia Romana, la parte civilizzata dell’isola, con appresso un bottino ingente di vite umane che avrebbero fruttato all’impero un consistente introito con la loro rivendita ai mercati degli schiavi.

Con la sua toga senatoriale e il mantello cinto fino a coprirsi il naso, Flavio Claudio Ambrosio tenne lo sguardo fisso sui militari che tagliavano in due la città con il loro passaggio, reprimendo a stento i brividi per il gelo reso ancora più insopportabile dall’umidità del mattino.

Per fortuna, ancora rimanevano le legioni. Altrimenti la Britannia intera sarebbe finita alla mercé di quelle genti del tutto avulse alla civiltà, avvezze unicamente agli eccidi e agli stupri.

Per la verità, nelle riunioni cui aveva sempre partecipato in seno al palazzo di città si era sempre domandato, estendendo i suoi dubbi anche agli altri spettabili membri di quel consesso, se i monumentali valli costruiti dagli imperatori Adriano e Antonino nei secoli precedenti sarebbero stati ancora sufficienti a contenere le offensive di quei popoli. Nondimeno, oltre ai Pitti anche i Sassoni avevano iniziato a premere insistentemente, spesso sbarcando sulle coste dell’isola.

Sembrava che quelle grandiose opere del passato, quei muri immensi costellati di fortilizi non potessero più reggere, come destinati a essere soverchiati dalle maree umane che si narrava albergassero oltre i loro confini, rintanate tra monti e foreste.

Tutti avevano sempre negato la prospettiva catastrofica di un’invasione, ma le notizie che giungevano dalle altre regioni imperiali non facevano ben sperare. L’impero che un tempo aveva avuto confini sicuri, tanto ampi da poter vedere il sole nascere e morire entro di essi, doveva ora difendersi dalle orde barbariche che erano emerse dalle terre più remote.

E non si trattava solamente di Germani.

Aveva voluto presenziare al passaggio della legione, degli invincibili soldati di Roma, l’Urbe di cui lui si sentiva pienamente parte, per capire. Voleva vedere con i suoi occhi le forze cui era affidata la salvaguardia dell’impero, del mondo in cui viveva.

Eppure, pur nella vittoria del momento, scorse volti stanchi, provati dalle continue privazioni. Spesso incrociava gli sguardi dei veterani, scorgendo in essi il desiderio di arrivare quanto prima al congedo per fuggire da quella vita fatta più di stenti che di onori e riconoscimenti. Non gli parve affatto un bello spettacolo.

Gli pareva di vedere un padrone stanco e insofferente mentre cercava di domare una bestia instancabile e furiosa, un cavallo selvatico impossibile da sellare e ammansire in alcuna maniera.

I Pitti tacevano per pochi istanti, poi tornavano a dimenarsi, a lanciare versi incomprensibili cercando di liberarsi dai nodi, fino a che qualche soldato non li colpiva riportandoli alla calma.

Non poteva esserci spazio nell’impero per bestie simili.

Aveva visto abbastanza.

Il gelo gli stava facendo perdere la sensibilità alle dita delle mani, penetrandogli nelle tempie con fitte lancinanti mentre gli occhi a malapena aperti gli si rinsecchivano sempre più.

Aveva sperato di assistere a un trionfo, e invece aveva visto una mesta processione di militari assai poco motivati e di uomini – se uomini li si poteva definire – destinati ad essere poco più che oggetti, carne da macello.

Si domandò fino a che punto quelle posizioni sarebbero rimaste tali e se mai si sarebbero invertite. La prospettiva gli procurò un altro brivido, ben più profondo, che gli fece capire di essere giunto al limite della sopportazione.

Si voltò allora dirigendosi spedito verso la sua abitazione. Aveva sottratto fin troppo tempo a ciò che sarebbe dovuta essere la sua vera priorità. Sua moglie era giunta ormai al momento topico della gravidanza, e probabilmente avrebbe dato vita al suo primogenito quello stesso giorno.

E lui non si sarebbe perso quella scena per nulla al mondo.

II

Il rogo

Adrianopoli, 9 Agosto 378 d.C.

A Valente parve che la fine dei tempi fosse giunta.

Egoisticamente si compiacque di essere in punto di morte, così da poter evitare di vedere tutto quanto finire, disfarsi, ridursi dalla magnificenza più fulgente a un cumulo di cenere.

Cercò di muovere la mano destra per provare a tastarsi la ferita al fianco che ancora sentiva sanguinare copiosamente, ma riuscì a malapena a muovere le dita. Vi rinunciò mestamente.

Non avrebbe mai pensato che sarebbe finita così.

La battaglia decisiva per difendere i confini dell’impero era stata persa miseramente. E le colpe erano unicamente sue.

Era stato lui a pensare di poter soggiogare i Visigoti, aprendo loro le porte dell’impero per farne poi schiavi e braccianti.

Era stato lui ad affidare la gestione dei profughi e le operazioni militari a Lupicino, accettando che poi questi cercasse di uccidere a tradimento il capo barbaro Fritigerno. Il fallimento di quella congiura aveva scatenato la furia dei Visigoti, che allora si erano sollevati in armi contro Roma.

E sempre lui era stato d’accordo con il muovere le truppe contro il nemico senza aspettare che l’imperatore d’Occidente, Graziano, venisse in suo soccorso così da poter combattere il nemico in notevole superiorità numerica.

Annaspò faticosamente, con respiro roco, mentre sentiva il sapore forte e nauseante del sangue riempirgli la bocca.

E così le sue forze, le forze dell’impero, erano state sbaragliate da quella orda di Visigoti che era parsa invincibile. Anche quando vi era stata la possibilità di ritirarsi e salvare migliaia di vite in attesa dell’arrivo di Graziano, aveva deciso di insistere, di ingaggiare battaglia nella speranza di trionfare. Lui, e basta.

Il suo ego smodato l’aveva perduto. Questo era.

Quando era rimasto ferito era stato immediatamente portato nella sua tenda. Ma poi i Visigoti, dopo aver sterminato quasi la totalità dei suoi uomini erano giunti pure lì. L’aveva capito, seppure in parte incosciente, quando aveva visto medici e servi fuggire senza dirgli nulla, mentre aveva avvertito un calore crescente tutt’attorno.

I barbari, senza neppure sapere chi vi fosse dentro, avevano appiccato il fuoco attorno alla tenda. Che stolti!

Quanto bottino avevano appena perso! Per non parlare dell’onore nel poter issare la testa dell’augusto su una picca!

E lui, Valente, il signore di metà del mondo, aveva perso contro simili ingenui. Aveva lasciato che decine di migliaia di valorosi soldati Romani venissero uccisi, fatti a pezzi e poi vilipesi da quell’orda di bestie che non avevano nulla di umano.

Che strana sensazione era, in quel frenetico sovrapporsi di immagini presenti e passate, provare i sudori freddi che facevano da anticamera al trapasso mentre tutto quanto attorno ardeva inesorabilmente.

Valente rise. Eppure piangeva.

In pochi istanti si rese conto di non sentire più le gambe.

Il suo corpo ormai lo abbandonava, e si chiese se una volta morto il Signore non l’avrebbe abbandonato a sua volta, non potendolo perdonare per la sua follia.

Aveva bramato di essere il fautore di una delle più grandi vittorie militari della storia, e invece sarebbe stato rimembrato dai posteri come il responsabile di uno sterminio vergognoso e insensato.

Forse, addirittura della fine del più grande impero di sempre.

E per giunta, il suo odiato collega Graziano ne sarebbe uscito come un eroe incompreso, senza colpe davanti a quella catastrofe.

Ora i Visigoti, e con loro tutte le altre popolazioni barbare, avrebbero capito che Roma non era invincibile. Non più.

Se declino e fine di tutto sarebbe stato, la colpa sarebbe stata per sempre sua. E di nessun altro.

Urla incomprensibili gli giunsero da fuori. Grugniti animaleschi, grida di gioia gutturali, quasi più simili a ululati che a parole.

Il mondo sarebbe forse stato di questa gente, da quel giorno in poi?

Quale disgrazia!

Valente vide tutto avvolto dalla nebbia. Pensò prima che fosse il fumo, poi le lacrime che non riusciva più a trattenere per la vergogna, ma poi capì che semplicemente stava morendo dissanguato, e che non aveva più forze.

La sua ora era quasi giunta.

Avrebbe voluto togliersi la vita da sé, compiendo un ultimo gesto che gli ricordasse che era un Romano, il primo dei Romani, e in quanto tale una certa dignità e morale gli erano imposte.

Ma non poteva più. Era già paralizzato. Ridotto a una larva.

Una fine all’insegna dell’estrema ignominia era stata decisa per lui, come punizione per la pazzia che aveva generato le sue azioni.

E se lo meritava, in fondo.

Chissà se tutte quelle persone che aveva scelto di elevare ai più alti incarichi nella preparazione di quella battaglia si erano salvate.

Avrebbe voluto provare rancore verso di loro, ma troppo aveva fatto in prima persona per poter scaricare anche una sola colpa su qualcuno che non fosse lui.

Solo lui.

La tenda prese a bruciare. Le fiamme stavano divorando tutto.

Non aveva più forze. A quel punto, chiuse gli occhi.

Che lo divorassero, quelle fiamme.

E che purificassero la sua anima dai peccati che aveva compiuto.

Il crepitio, assieme alle urla esterne, sovrastarono tutto.

Prima di rimettere la sua anima a Dio, pregò che Roma e l’impero tutto non patissero il suo stesso destino.

III

Sogni

Eboracum, Giugno 380 d.C.

«Allora vuoi diventare un legionario, ragazzino?»

Costantino sgranò gli occhi di un celeste cristallino e annuì vigorosamente scuotendo i riccioli corvini. Tese senza alcun imbarazzo la mano. Il soldato si risollevò e rise.

«Vuoi questa?» fece indicando la spada che teneva al fianco. Costantino annuì ancora, elettrizzato.

«E va bene» fece questi, che si chiamava Graziano, porgendogliela.

Scoppiò a ridere mentre osservava il bambino faticare anche solo a tenerla tra le mani, con la punta che strisciava sul terriccio.

«Ma è pesantissima!» si lamentò.

«È ancora un po' presto perché riusciate già ad impugnare un’arma, però la buona volontà è sempre un ottimo punto di partenza» s’intromise l’altro legionario, il cui nome era Marco.

I due avevano fattezze del tutto opposte: alto, robusto e dalle spalle larghe Graziano, con i capelli radi e il naso forte, mentre Marco risultava più minuto, non meno muscoloso ma con tratti somatici eleganti resi appena più ruvidi dai folti ricci bruni e da una barba fitta e ispida che gli ricopriva buona parte del volto rubizzo.

Avevano preso in simpatia quei due ragazzini che ogni tanto svicolavano dall’attenta vigilanza dei precettori per intrufolarsi nel loro campo, immerso in un bosco di querce secolari.

L’atmosfera magica di quel fortilizio incastonato nella natura selvaggia doveva indubbiamente avere un ascendente su dei ragazzini così giovani. E se Costantino era già noto ai più, essendo figlio di un membro del Senato e rampollo di una nobile famiglia, proprio non riuscivano a capire chi fosse l’altro bambino, magro e dalla pelle lattea, con sottili occhi grigiastri da felino e i capelli lunghi del colore della neve.

Se ne dicevano tante, sugli albini. Che fossero figli di unioni proibite tra vergini e spiriti delle foreste, o che fossero posseduti dal demonio e capaci di stregonerie pericolose e oscure.

Inoltre, quel suo atteggiamento serioso e il suo silenzio lo rendevano molto meno affabile di Costantino.

Marco s’inginocchiò davanti a lui. Il bambino lo fissò senza dar cenno di emozione.

«E tu? Anche tu vuoi essere un legionario come il tuo amico?»

«Sì».

Nient’altro. Marco corrugò la fronte.

Era proprio un bambino strano.

«Eppure non sembri un pari rango del tuo compagno. Qual è il tuo nome?» intervenne Graziano.

«Vortigern. Mi chiamo Vortigern».

Dall’espressione dura che questi gli rivolse, i due capirono che il piccolo doveva essere figlio di gente umile, e non solo per la foggia dei suoi vestiti, ben più misera delle raffinate vesti di Costantino, che intanto lo guardava con compatimento.

Era senz’altro figlio di Britanni e non di Romani. E decisamente non aveva apprezzato il loro cenno al suo lignaggio.

«Dai, prendila anche tu!» lo incoraggiò Costantino.

Vortigern gli rivolse un sorriso appena accennato, e a differenza dell’amico riuscì a tenere ben salda la spada, abbozzando addirittura dei fendenti tirati per aria, seppur goffamente.

«Non male!» si congratulò Marco, cercando di rimediare all’affermazione infelice che aveva fatto prima il compagno.

Il ragazzino non gli rispose. Sembrò perso nei suoi pensieri, mentre fissava la sua mano che teneva in pugno la spada. Poi, come se nulla fosse, fissò il legionario e gliela riporse.

«Ci potete portare a fare un giro?» domandò Costantino.

Quel luogo gli sembrava fantastico. Le armi, i cavalli, i soldati in marcia, la fortificazione stessa con i suoi blocchi di pietra e le palizzate…era un sogno!

Quanto gli sarebbe piaciuto un giorno essere anche lui un membro delle gloriose e invincibili legioni di Roma!

«Claudio Flavio Costantino!»

Ambrosio irruppe come una furia, coprendo la distanza che lo separava dal figlio a grandi passi. Lo afferrò con rabbia per il polso e lo strattonò tirandolo a sé mentre questi si lamentava.

Marco e Graziano s’irrigidirono all’istante. Non volevano problemi.

«Senatore…»

Ambrosio sembrò accorgersi di loro solo in quel momento.

«Vi chiedo di perdonarmi, soldati. Purtroppo questo ragazzino mi fa penare ogni giorno di più» fece lanciando un’occhiata di fuoco a Costantino, che abbassò lo sguardo imbarazzato.

«Ma no, i ragazzi non avevano intenzione di disturbarci…ci stavano facendo giusto qualche domanda».

«Domande che dovrebbero fare quando sono a lezione, sempre ammesso che non le stiano saltando di proposito!»

«Padre, io…»

«Silenzio! Ne parleremo una volta a casa. Vi chiedo ancora di perdonare la loro irruenza. Potete pure tornare alle vostre esercitazioni».

I soldati annuirono, accennando un inchino.

«Andiamo, Vortigern. Vieni anche tu con noi, forza».

Il ragazzo dai capelli da vecchio rivolse un ultimo, freddo sguardo ai due uomini, per poi perdersi a scrutare i bastioni del fortilizio.

Parve attratto dal volo solitario di un’aquila che attraversava in quel momento il cielo nuvoloso sopra di loro.

Poi, senza dir nulla, prese la mano di Costantino e si voltò.

IV

I gemelli

Caledonia, Dicembre 385 d.C.

Nella fittissima foresta di betulle, in cui la nebbia serpeggiava tra tronchi e rami nella notte, apparve un impercettibile bagliore.

Al riparo da qualsiasi occhio, in una minuscola radura era un altare di pietra, costituito da un blocco monolitico enorme di un grigio metallico. Tutt’attorno, in cerchio, alte pietre gigantesche, come pilastri senza più un tetto da sorreggere.

Sull’altare crepitava un fuoco, che andava facendosi sempre più grande. Poche figure incappucciate presenziavano davanti a questo. Un uomo dall’età indefinita, dalla barba bianca e lunghissima, continuava a gettarvi sopra rami secchi e foglie, ravvivando le fiamme.

Mormorava formule tanto arcaiche da sfuggire alla comprensione di quasi tutti i presenti, mentre con brevi gesti fulminei raccoglieva le ceneri dal fuoco e le spargeva tutt’attorno.

I suoi occhi erano chiusi, il suo corpo dondolava come se un vento solo a lui conosciuto lo reggesse e lo facesse levitare secondo le sue volontà.

Aprì le braccia e due inservienti, anche loro incappucciati gli porsero ciò che aveva richiesto. Il cuore, ancora caldo, di un cervo.

Si voltò poi verso le due figure più distanti, che scoprirono i loro volti. Un uomo e una donna, ancora giovani, si fecero avanti, ciascuno di loro con un bambino in braccio.

Neppure il gelo e il continuo formulare del vecchio druido sembravano poterli svegliare, anzi. Quell’atmosfera spettrale sembrava aver conciliato loro il sonno, infondendo in essi una calma imperturbabile.

I piccoli furono posati, mentre le fasce venivano loro tolte lasciando i corpicini del tutto nudi, sull’altare di pietra, poco distanti dal fuoco che emanava fugaci bagliori bianchi e bluastri.

Il druido posò su ciascuno di loro le mani scheletriche.

«Breanainn…» sussurrò roco.

I due giovani genitori rimasero in silenzio.

«…Maewyn».

Al pronunciare i loro nomi, i bambini iniziarono simultaneamente a piangere, di un pianto dirotto e incontrollabile, come se qualcosa, oltre ad averli svegliati bruscamente dal loro sonno, li stesse turbando nel profondo.

Il druido allora prese il cuore del cervo e lo strizzò con la pressione delle mani, fino a che il sangue scuro e caldo che ne uscì non inondò completamente i corpi dei due infanti.

La madre dei piccoli si coprì la bocca con la mano per la paura, mentre il marito la stringeva a sé cercando di rassicurarla.

Era un rito pericoloso, un rito oscuro, ma era ciò che era sempre stato fatto tra la loro gente, per secoli. Anche quando i popoli del Sud erano giunti nelle loro terre, e li avevano quasi del tutto sterminati. Ancora in quei giorni si raccontava della furia di Roma, la terra natia dei conquistatori che quasi avevano cancellato dalla terra e dalla memoria di tutti gli antichi e sacri riti druidici cui tutti loro erano stati introdotti a pochi giorni dalla nascita.

Era quello il saluto alla vita per quei bambini, nel nome dei loro avi.

Il druido alzò progressivamente la voce fino ad urlare a pieni polmoni, e un refolo di vento attraversò sibilando le rocce tutt’attorno, insinuandosi ovunque per la foresta.

Raccolse da una sacca un piccolo fagotto di pelle, e lo aprì spargendone poi il contenuto polveroso sulle fiamme.

Queste si ingigantirono a dismisura arrivando a ruggire mentre si sollevavano nel cielo stellato superando in altezza anche le pietre più alte. I riverberi rossastri delle lingue di fuoco danzarono ovunque, presenze spiritiche arrivate tra gli uomini dal loro mondo occulto. Non era per nessuno di loro la prima volta che assistevano a un rito simile.

Ma ogni volta la magia prendeva il sopravvento, prostrando gli animi e facendo sì che tutti si abbandonassero, recitando preghiere sommesse e cantilenanti, alla sacralità del momento.

Le fiamme avvolsero tutto, fino a nascondere alla vista i piccoli che intanto avevano smesso di piangere e il vecchio druido, che levò le braccia al cielo e con voce straziata continuò a urlare alle stelle le sue formule, fino a che un bagliore accecante non piombò sull’altare, togliendo a tutti la vista per alcuni istanti mentre il rombo del suo impatto si espandeva, scemando in breve tempo.

Qualche attimo dopo, una fitta caligine dall’odore pungente si posò sul suolo umido e fresco, rivelando a poco a poco delle sagome.

«Eogan vi è riuscito?» mormorò la donna, trepidante.

«Sì» la rassicurò il marito stringendola ancora un poco. «Vi è riuscito». Un lampo d’orgoglio gli balenò negli occhi verdi mentre le nubi si diradavano definitivamente.

«Ora anche i nostri due amati figli saranno dei druidi. Proprio come noi, e i nostri padri prima di noi».

Il vecchio era a terra, stremato, rannicchiato su se stesso come a umiliarsi davanti alla maestosità di ciò che si era appena compiuto. Sull’altare il fuoco si era magicamente spento, lasciando di sé solo le braci a malapena fumanti.

Non vi era traccia di sangue sulla pietra.

Infine, per ultimi riapparvero i due bambini, entrambi distesi e nuovamente assopiti, con le espressioni dolci e serafiche sui volti perfettamente identici.

L’uomo e la donna si recarono all’altare, mentre le figure incappucciate soccorrevano il druido Eogan e lo sollevavano cercando di aiutarlo a riaversi dopo quello sforzo sovrumano.

Sotto le stelle della Britannia più remota e selvaggia, i due bambini furono rivestiti dai genitori, e poi issati al cielo e così consacrati agli spiriti immortali che erano ovunque attorno a loro, e che avrebbero servito fino alla fine delle loro vite.

V

Predestinato

Costantinopoli, Gennaio 386 d.C.

«Ho grandi piani per lui».

Stilicone osservò in tralice Teodosio, l’imperatore d’Oriente, mentre assieme vegliavano sul piccolo Onorio, il figlio dell’augusto che dormiva serenamente, l’ovale paffuto del viso appena lambito da un raggio di sole pomeridiano.

A neppure due anni, il bambino era già stato nominato console.

Quella carica nobile e secolare, che richiedeva una vita di sacrifici e strategie ai più per giungervi, gli era stata data in dono, senza tante riflessioni, dal padre. Indubbiamente un gesto politico volto a rafforzare quella che doveva, nei piani di Teodosio, diventare una dinastia indissolubilmente unita al potere assoluto.

Il piccolo sarebbe cresciuto a corte, nel cuore dell’impero d’Oriente, e avrebbe imparato da subito come muoversi e come interpretare gesti e intenzioni di chiunque gli stesse intorno.

Ma Stilicone era un barbaro. Il più potente barbaro dell’impero, ma pur sempre un gradino sotto a qualsiasi Romano che avesse del sangue puro. E neppure i suoi già immensi meriti militari e la sua lealtà a Roma avrebbero mai potuto elevarlo a simili posizioni.

Era come se, pur essendo una figura importante - anzi vitale date le turbolenze ai confini – di quel mondo non gli fosse consentito di esserne del tutto parte, sempre estromesso dai giri che veramente contavano e cui lui ambiva a causa delle sue origini.

Bastava menzionare queste perché il suo valore, la sua arguzia militare, il suo spirito puro e la sua onestà passassero in secondo piano, lasciando a qualcun altro gli onori della ribalta.

Come nel caso di quel bambino grassoccio, dai capelli neri lunghi e un po' disordinati, che riposava beatamente su un fianco mentre lui e Teodosio lo rimiravano.

Indubbiamente Onorio aveva preso dal padre, sia nel colore dei capelli che nella pelle chiara e nel viso dai lineamenti morbidi e gentili. Su Teodosio poco c’era da dire: la sua carriera militare parlava da sola, e anche sul trono si era immediatamente saputo imporre con la sua intelligenza politica.

Lui aveva meritato la porpora. Quel bambino, invece?

Stilicone proprio non riusciva a spiegarsi perché un bambino ancora incapace di parlare fosse stato appena fatto console a scapito di decine, centinaia di uomini insigni e meritevoli.

Uomini come lui.

Ma a questo punto lui doveva curarsi unicamente delle manovre militari dato che politicamente, doveva rendersene conto, valeva meno di zero. Teodosio, scaltro com’era, aveva capito quanto fosse delicata la situazione nell’impero. I Visigoti che avevano distrutto anni prima l’esercito di Valente erano stati fatti stanziare lungo il Danubio, non senza aver temuto a ragione che ripetessero ciò che avevano fatto nella battaglia di Adrianopoli.

In Britannia, poi, le legioni avevano eletto un usurpatore, quel Magno Massimo che si era spinto fino in Gallia e a causa del quale, durante uno degli scontri avvenuti in seguito, era perito l’augusto d’Occidente, il giovane Graziano.

Quando l’impero era stato diviso in due parti, questa era parsa la scelta più saggia per riportare l’ordine in un panorama politico ed economico che stava attraversando grossi cambiamenti.

Eppure, per quanto grandi fossero stati gli sforzi compiuti, nuove minacce continuavano ad emergere dai confini, e non solo dall’esterno, come testimoniava appunto l’ascesa di Magno Massimo, eletto proprio dalle legioni Britanniche.

«Vedrai, Stilicone. Il bambino, crescendo da subito in una posizione di potere, diventerà naturalmente un sovrano intelligente e perfettamente a suo agio nel prendere anche le decisioni più ardue, in qualsiasi materia esse siano».

Gli occhi di Teodosio brillavano mentre contemplava il figlio.

Non c’era dubbio che con Onorio e il suo figlio maggiore, Arcadio, questi progettasse un impero retto in tutto e per tutto dalla dinastia che aveva appena avviato.

«Non ne dubito, sacro augusto. Sarà un grande sovrano».

Ma sapeva benissimo di mentire.

Non era possibile, anzi non era minimamente logico fare delle simili osservazioni su quello che era appena un infante.

La storia, che aveva appreso pur tardi ma con grande voracità, gli aveva insegnato che Roma e le sue dinastie al potere avevano spesso conosciuto dei rampolli che si erano rivelati inadeguati al governo, se non addirittura degeneri su tutta la linea.

Caligola, Nerone, Commodo, giusto per citarne alcuni.

Giovani cresciuti a corte, proprio come Teodosio auspicava per il piccolo e innocente Onorio, che anziché diventare reggenti saggi e moderati si erano crogiolati nel vizio e nei privilegi, acuendo le loro turbe a dismisura una volta raggiunto il potere.

Spesso, spargendo anche sangue nella propria famiglia.

Stilicone scosse il capo. Forse si stava spingendo troppo in là.

«A che pensi?» domandò Teodosio, che aveva notato il suo silenzioso rimuginare.

Il Vandalo si sentì colto in flagrante. Si accarezzò la folta barba bruna e sorrise distrattamente.

«A nulla, augusto. Stavo solo pensando a cosa ci aspetterà ora, con quel Magno Massimo in Gallia».

L’imperatore gli posò affabilmente una mano sulla spalla.

«Non pensarci ora, generale. Ne discuteremo poi con i tutori del giovane augusto Valentiniano. La statua che gli ho fatto erigere lo avrà sicuramente fatto calmare. Una volta che avremo deciso il da farsi, tornerai in Italia e sovrintenderai la spedizione in prima persona».

«Mi onori, sacro augusto» mormorò Stilicone inginocchiandosi.

Meglio così. Non vedeva l’ora di salpare verso Occidente.

Lì sarebbe tornato a fare quello che amava, e in cui era il migliore in assoluto. Comandare l’esercito.

Senza neonati imperiali a derubarlo dei suoi incontestabili meriti.

VI

Un mondo da proteggere

Dintorni di Eboracum, Marzo 386 d.C.

Costantino porse a Vortigern una mela ancora acerba. Il giovane Britanno la addentò senza lamentarsi, e rimase a fissare il prato verdissimo mentre lasciava ciondolare le gambe nude nel vuoto.

Da quando un giorno d’inverno avevano scoperto quel luogo magico e isolato, ne avevano fatto il loro nascondiglio.

Inseguendo un capriolo si erano addentrati in un fitto bosco di querce secolari, arrivando a una radura piccola e rigogliosa, ricoperta di ciuffi d’erba verdissimi e fiori multicolori, in cui sembrava che il sole riversasse tutti i suoi raggi che non potevano penetrare i rami degli alberi. Al centro della radura erano grandi pietre, per la maggior parte posate verticalmente e in cerchio e coperte a loro volta da blocchi sistemati in orizzontale, eccezion fatta per una, gigantesca, deposta al centro. Nelle mattine gelide tipiche della Britannia, il ghiaccio le ricopriva di una patina rilucente, che emanava bagliori in tutte le direzioni squarciando la foschia del giorno che nasceva.

«Quindi quelli erano dei templi?» chiese Costantino.

Vista così dall’alto, mentre si riposavano sui rami di una quercia colossale, quella costruzione era ancora più suggestiva, con le sommità del bosco tutt’intorno e i rilievi montuosi all’orizzonte.

«Mio padre mi ha sempre detto che era in luoghi come questo che i druidi, uomini col dono della magia, compivano i loro riti. Questo, finché non sono arrivati i Romani».

«E poi?» gli chiese Costantino, sporgendosi verso di lui.

«A quel punto, sono scomparsi. Mentre i Romani conquistavano l’isola intera, i druidi si sono rintanati in boschi secolari come questo. C’è chi dice che siano poi spariti del tutto, o magari che siano stati sterminati, cosa molto probabile. Altri dicono addirittura che siano fuggiti oltre il Vallo di Adriano e poi quello di Antonino, fino in Caledonia. Ma visto che lì ci sono solo Pitti, Sassoni e pirati che vengono dall’isola di Ibernia, dubito che abbiano trovato una terra dove insediarsi».

«Quindi sarebbero dei maghi…»

Vortigern fece spallucce. Nulla sembrava poterlo impressionare.

«Se così vuoi chiamarli» disse gettando svogliatamente il torsolo della mela.

Costantino si poggiò con la schiena al tronco della quercia.

Rimase a fissare lo spettacolo della natura, le infinite meraviglie che quell’isola incantata regalava loro ogni qual volta decidevano di allontanarsi dalla città per giocare, per esercitarsi o anche solo per esplorare i dintorni e liberare la fantasia. Amava quella terra.

«Siamo fortunati a vivere qui, Vortigern».

L’albino gli rivolse uno sguardo a metà tra il malinconico e l’emozionato. Era felice che il suo amico Romano apprezzasse la bellezza della sua terra natia. Costantino era un bravo ragazzo, leale e capace con il suo entusiasmo fanciullesco di bilanciare le sue ritrosie e il suo essere introverso. Eppure, sapere che l’isola dove lui e i suoi avi erano nati era dominata dai Romani non gli faceva del tutto piacere. Sì, avevano portato civiltà, cultura e commercio, ma al prezzo di centinaia di migliaia di vite umane.

L’arrivo della loro cultura, seppur invidiabile, aveva quasi del tutto cancellato le tradizioni, i miti e le leggende che solo dentro le case degli autoctoni, alla notte e con le imposte sbarrate, si osavano rimembrare davanti ai fuochi.

Il coraggio di Budicca, la regina dai capelli di fuoco che sollevò i Britanni in rivolta contro Roma. Le magie dei druidi, le loro conversazioni con gli spiriti della natura. Le creature fantastiche che albergavano nei boschi, i mostri marini che dominavano le acque profonde che circondavano l’isola, acque dello stesso colore della nebbia impenetrabile, capaci di confondere e far perdere anche il navarco più abile.

«Non vorrei mai che qualcuno minacciasse la nostra terra. Non potrei mai permetterlo».

Eppure, con quelle affermazioni così sincere, Costantino si era saputo guadagnare la sua amicizia, dandogli diverse ragioni per stimare i Romani.

«Penso che con Magno Massimo non correremo di questi problemi. È un grande guerriero».

«E anche noi lo saremo!» sbottò Costantino scattando e tirandosi su, fino a rimanere in piedi sul grosso ramo.

Fissò Vortigern con occhi febbricitanti.

«Dobbiamo giurarlo, amico mio. Abbiamo sempre voluto essere dei soldati, ti ricordi? Ricordi? E allora, non appena saremo in età per impugnare le armi, entreremo nell’esercito così da far in modo che nessuno possa mettere in pericolo tutto questo!» disse eccitato, allargando poi le braccia per indicare la distesa verde davanti a loro, salendo fino ai monti verdi di boschi rigogliosi.

Vortigern rimase ammirato, in parte per l’accorato discorso dell’amico, e in parte per la bellezza e l’armonia della natura che li circondava con i suoi colori e i suoi profumi.

«Che siano barbari o anche Romani, nessuno dovrà mai portare guerra e distruzione in Britannia. Questo è il nostro mondo, e dovremo essere noi in futuro a difenderlo dalle insidie che stanno scuotendo l’impero! Allora, che ne dici? Sei d’accordo?»

Il Britanno non poté far a meno di sorridere. Costantino era capace di coinvolgere chiunque, con quella sua parlantina e gli occhi apparentemente freddi ma incredibilmente espressivi.

Era gioviale ma determinato, facile a galvanizzarsi ma anche capace di ragionare con studiata precisione.

Un ragazzo veramente speciale.

E un amico sincero cui voler bene e di cui fidarsi ciecamente.

«Ci sto!» si convinse a dire Vortigern, alzandosi a sua volta e stringendo il braccio dell’amico.

Costantino gli sorrise, con gli occhi brillanti di esaltazione.

Scesero allora dalla quercia e si diressero verso il misterioso complesso monolitico, lascito di quel mondo antichissimo e oscuro che sia Vortigern il Britanno che Costantino il Romano avevano deciso in quel giorno di primavera di scegliere come il loro.

VIi

Vocazione

Lindum, Settembre 386 d.C.

Costantino era in estasi. Già l’aver accompagnato il padre a Lindum, una vecchia cittadina ora adibita solo a fortezza militare, l’aveva scaraventato in quel mondo castrense che aveva sempre sognato. Mai però si sarebbe aspettato di ritrovarsi di fronte a Magno Massimo in persona.

L’uomo che si era rivoltato all’impero che apriva le porte ai barbari, il militare venuto dalla stessa terra dell’augusto Teodosio era lì, assiso davanti a lui in una piccola sala rimessa in piedi in fretta e furia mentre il capo delle legioni Britanniche riceveva alcuni influenti membri del Senato.

Lo osservò meglio. Era robusto, poderoso con le sue spalle larghe, il collo taurino e le braccia muscolose nonostante la porpora che indossava ne celasse l’imponenza. Portava i capelli corti, del colore della paglia, e aveva un grande naso retto come quello degli antichi. La fronte era sporgente e solcata da qualche ruga, mentre gli occhi piccoli, quasi incastonati dentro le orbite, guizzavano veloci. Il viso squadrato ne enfatizzava la durezza propria di un uomo d’armi.

Si isolò completamente dai discorsi che il padre e Magno intrattenevano, perlopiù inerenti all’andamento economico delle principali città e al consenso della popolazione. Di volta in volta, la voce tonante di quello che Ambrosio aveva chiamato più volte Cesare lo aveva riscosso. Non c’era dubbio alcuno: il signore della Britannia era un uomo potentissimo, venerato dalle legioni, un vero guerriero cui avrebbe voluto fare tantissime domande.

Ma lui era lì solamente per far compagnia al padre, e allora decise, mestamente, di rimanere in silenzio.

Poi, per un istante, incrociò lo sguardo di Magno Massimo.

«Dei, Ambrosio, tuo figlio sembra in tutto e per tutto un antico Romano! Come ti chiami, ragazzo?»

Costantino rimase interdetto, con gli occhi sgranati. Si voltò verso il padre, che con le labbra strette lo esortò eloquentemente a non far attendere troppo il suo interlocutore per una risposta.

«Mi…mi chiamo Flavio Claudio Costantino, mio signore».

Un sorriso bonario apparve sul viso di Magno Massimo, che sollevò la mano destra dal bracciolo del suo scranno e fece un gesto difficile da comprendere per un ragazzino come lui.

Stava, in verità, riconoscendo affabilmente la nobiltà della sua progenie e dei nomi che portava, rimembranti augusti del passato.

«E dimmi, Ambrosio, come si comporta il tuo primogenito? È forse un vero Romano anche nei valori?»

Ambrosio si sciolse in un sorriso leggermente forzato, indubbiamente dettato dal nervosismo. Aveva le mani sudate.

«Certo, Cesare. Costantino studia diligentemente i classici dei grandi del passato, e viene educato nel rispetto dei valori che hanno reso grande l’impero».

«Certo, certo» fece Magno massimo accarezzandosi il volto fresco di rasatura. Poi lanciò un’occhiata incuriosita a Costantino.

«Peccato, però, che lo stesso impero si stia imbastardendo, lasciando che vili barbari ne insozzino il sangue purissimo. Ecco perché noi abbiamo reclamato giustizia sollevandoci in armi, in quanto figli di una delle prime regioni che Roma conquistò, popolo sempre a loro leale».

Sia Ambrosio che Costantino annuirono vigorosamente.

«E tu che ne pensi, figliolo? Abbiamo agito nel giusto?»

Costantino sentì le gambe rammollirsi e un groppo ostruirgli la gola. Avrebbe voluto dire mille cose, dimostrare che era più maturo dei suoi dodici anni e capace di fini ragionamenti, ma l’emozione e la paura di dire qualche sciocchezza lo bloccavano.

Magno Massimo rise. Aveva denti bianchissimi.

«Non temere. Nessuno ti manderà a morte per le tue opinioni. Non in questa parte dell’impero, almeno!» lo esortò scoppiando a ridere per la sua battuta, seguito da Ambrosio.

«I-io, io…sono d’accordo. L’impero dev’essere dei Romani. Nessun popolo dovrebbe farne parte per lucro o necessità, come nel caso dei barbari che vengono accolti solo per diventare servi o mestieranti con scarsi risultati. Ma bensì dovrebbero farne parte solo se davvero utili a lottare per la grandezza di Roma immortale».

Chinò il capo sperando di non essersi sbilanciato troppo, ma il battito delle mani di Magno lo riscosse.

Vide il padre sinceramente sorpreso dal suo eloquio.

«Bravo! Bravo Costantino! Rendi onore al tuo nome con queste parole. Ambrosio, hai proprio un ragazzo d’oro per le mani!»

«Mi onori, Cesare» mugolò Ambrosio.

«Ma dimmi, figliolo. Per l’oratore che sei malgrado la tua verde età, cosa vorresti fare da grande? Forse l’avvocato?»

Costantino sgranò gli occhi.

Cosa voleva fare da grande?

Lui in realtà l’aveva sempre saputo. Ma suo padre e sua madre gliel’avevano sempre impedito. Entrare nell’esercito sarebbe stato un disonore per un membro di famiglia senatoria. Eppure lui sentiva che quella era la sua chiamata. Lui aspirava certamente alla grandezza, ma intendeva giungervi come ai tempi facevano gli antichi, attraverso una brillante carriera militare.

E la simpatia che l’uomo più importante di Britannia sembrava avere per lui era un’occasione troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. Non poteva non farsi avanti.

«Cesare, io…io…» farfugliò, bloccandosi mentre incrociava lo sguardo ammonitore del padre. Al diavolo, si disse.

«Io vorrei essere un legionario, Cesare!»

Gli occhi di Magno Massimo si illuminarono.

«Quale fantastica notizia! Abbiamo proprio bisogno di giovani così probi e devoti agli ideali originari dell’impero!»

«Cesare, ti prego…è solo un ragazzino, non sa quello che va dicendo…» intervenne Ambrosio.

Magno Massimo sventolò in aria la mano destra.

«Affatto. Il ragazzo sa quel che dice. E io dico: perché non dare ai giovani, anche nobili, l’opportunità di dimostrare quanto valgono non solo davanti a un precettore o nell’esercizio amministrativo, ma anche impugnando le armi? Dimentichi forse che Roma ha conquistato il mondo combattendo, Ambrosio?»

«No, no, affatto, mio signore».

«E allora! Costantino, se non erro hai dodici anni, giusto?»

Non ci poteva credere. Stava andando tutto come sperava!

Annuì con un sorriso brillante.

«Direi che devi studiare ancora un poco» rifletté Magno, che per il carattere estroverso e volitivo gli stava piacendo sempre di più. Lo sentiva quasi un amico. Un potentissimo amico.

«Ma tra due anni circa, potresti già entrare nei ranghi. Chiuderemo un occhio, vista la spettabile famiglia di cui fai parte» gli sorrise.

«Cesare, è un onore incredibile per me…» mormorò Costantino con le lacrime agli occhi.

«Non più una parola. Quando vorrai, potrai recarti già nei vari accampamenti e osservare le tecniche militari mentre i legionari si esercitano. Potrai anche fare il servo volontario, se vorrai. Ma lascia che ti regali qualcosa che ti ricordi questo nostro incontro» disse Magno alzandosi e prendendo dei grossi rotoli da uno scaffale impolverato.

Costantino li prese dalle sue grandi mani, e rimase sbalordito.

Erano delle copie del De Rei Militari di Vegezio , il trattato sulla guerra più famoso che esistesse, che veniva studiato a menadito e rispettato in battaglia dai più grandi generali.

Una lettura che aveva sempre desiderato intraprendere.

«È giusto stimolare le menti brillanti e volenterose come le tue. Oggi, ho conosciuto un giovane amico dell’impero» gli sorrise Magno Massimo, scompigliandogli i capelli. «Ambrosio, fai in modo che il ragazzo legga bene questo libro. È tutto, per ora».

«Certamente, Cesare. Non mancherò» disse Ambrosio prendendo il figlio per mano e inchinandosi al suo cospetto.

Prima di lasciare la stanza, Costantino si voltò nuovamente.

Magno Massimo era ancora lì, sullo scranno.

L’augusto di Britannia gli rivolse un sorriso sagace, che lui ricambiò con tutta la gratitudine che riuscì a provare.

Fu certo in quel preciso istante che servire Roma spada alla mano fosse il suo unico, ineluttabile destino.

VIiI

Uniti per sempre

Dintorni di Eboracum, Gennaio 387 d.C.

A Costantino veniva voglia di piangere. E ricacciare indietro le lacrime per sembrare più forte, più simile all’uomo che sognava di diventare ma che ancora non era gli costava tantissimo.

Gli sembrava di subire un’ingiustizia immane.

Non era giusto. Perché accadeva proprio a lui?

Cercò di scrutare, mentre le tenebre incombevano sulla sera e sul suo rossore, negli occhi perlacei di Vortigern.

Il vento sibilava lugubre attorno a loro, cantando nenie oscure.

Improvvisamente la magia del loro nascondiglio, di quella radura immersa negli alberi e rilucente dei colori gioiosi della natura sembrava essere svanita di colpo.

«Ma sei sicuro di quel che dici? Non c’è veramente un altro modo di risolvere la cosa?»

«Te l’ho già detto. Mio padre ormai ha deciso. A Sud i pascoli sono più rigogliosi, e il clima è più mite per via della vicinanza al mare. Qui il tempo è troppo rigido. Abbiamo perso fin troppo bestiame. Se resteremo ancora qui, tutti i nostri capi moriranno, e noi ci ritroveremo in miseria».

Come poteva parlare così? E la loro amicizia?

Eppure Vortigern si era sempre espresso a quel modo, come se nulla potesse scalfirlo, ma allo stesso tempo gli importasse di tutto, soffrendone tanto da restare senza energie.

La sua voce era atona, l’emozione in lui impalpabile.

«Non potete andarvene! Vivete qui da anni…lascia che parli con mio padre, lui saprà aiutarvi, ne sono sicuro che lui troverà una soluzione, e…»

«Per far cosa? Per finire a chiedere l’elemosina a un nobile come le decine di clienti che si assiepano davanti a casa vostra chiedendo lavoro e cibo?» lo fulminò Vortigern, finalmente mosso da un sentimento, anche se rabbioso.

Costantino chinò il capo, e gliene parve male.

«Credi forse che non mi dispiaccia?»

«Non dico questo. Ma non è giusto che rifiuti il nostro aiuto. Tu sei mio amico, dovresti permettere che ti dia una mano».

«Queste sono decisioni della mia famiglia. E noi non discutiamo né contravveniamo mai agli ordini dei padri».

Quell’affermazione urtò non poco Costantino, che vi percepì un riferimento a come lui fosse riuscito a strappare con furbizia l’ammissione nell’esercito malgrado il padre auspicasse per lui una carriera da politico.

Oltre all’ennesima tagliente allusione alle loro differenze, al fatto che lui fosse un nobile Romano, mentre egli un Britanno, padrone naturale di quei luoghi ma ben lontano dai suoi agi e le sue fortune.

Come se fosse colpa sua se la storia avesse preso quella direzione secoli fa, decidendo che quell’isola diventasse dominio di Roma.

Cercò di farsene una ragione e di capire i sentimenti dell’amico, seppure sentisse un grande gelo nel petto. Sotto di loro, dove un tempo avevano ammirato prati verdi e animali selvatici vagabondare, gli parve di scorgere il vuoto, un gorgo i cui vortici portassero direttamente all’oblio, a un mondo fatto di eterna tristezza e solitudine. Che sarebbe stato di lui senza l’amico dai capelli color della neve? Per quanto espansivo fosse, aveva in verità sempre fatto fatica a farsi degli amici. E ora sarebbe rimasto solo, senza l’unica che persona che, per quanto diversa da lui, era certo lo capisse per davvero.

Scese improvvisamente dal ramo e si diresse verso un’altra quercia secolare, col tronco gigantesco sventrato chissà quanti anni prima da una folgore, che vi aveva creato un piccolo antro.

Costantino scomparve nella rientranza, poi riapparve con qualcosa in mano, che emanava bagliori fugaci nell’oscurità imminente. Vortigern lo osservò in silenzio, finché non furono nuovamente faccia a faccia.

«Cosa tieni in mano?» chiese.

Costantino gli mostrò un pugnale, dalla lama lucente e affilatissima, con il manico istoriato placcato in oro. Un autentico gioiello.

«Dove diavolo l’hai trovato?»

«Al campo d’addestramento. Qualche legionario l’avrà perduto. Pensavo di regalartelo, così ci saremmo finalmente potuti esercitare assieme. Ma sembra che mi debba rassegnare a dartelo come dono d’addio».

Vortigern rimase in silenzio, a capo chino.

La più sincera manifestazione d’affetto che potesse concedersi.

«Avevamo giurato che saremmo diventati soldati…te lo ricordi?»

«Sì. Lo ricordo».

«E allora» disse Costantino con voce tremula «io ti regalo questo, non più come arma da usare in guerra, ma come segno della mia amicizia. Sono sicuro che ne farai buon uso e che lo custodirai. Spero che quando sarai lontano, avrai il cuore di ricordarti del tuo amico Romano ogni volta che lo impugnerai».

A quel punto si abbracciarono, imbarazzati ma anche bisognosi di ricevere l’uno dall’altro delle conferme sulla purezza del loro legame. Un sorriso balenò sul volto triste e candido di Vortigern.

«Entrerai veramente nell’esercito, allora?»

Costantino tirò fuori uno dei suoi sorrisi più baldanzosi.

Una ridicola finzione.

«Certamente» disse gonfiando il petto. «Magno Massimo ha detto che presto potrò diventare una recluta».

«Allora, amico mio, combatti anche per me. So che la mia terra sarà protetta, finché veri Romani come te saranno pronti a imbracciare le armi per difenderla».

«Stanne pur certo» fu tutto quello che riuscì a dire Costantino con gli occhi umidi.

Poi le emozioni ebbero il sopravvento, proprio nell’istante in cui il sole moriva, e si abbracciarono di nuovo.

Sottovoce, quasi senza sentirsi a vicenda, si promisero di restare amici in eterno, contro qualsiasi distanza e vicissitudine della vita.

IX

La promessa

Eboracum, Marzo 387 d.C.

«Maledizione, Costantino! Dove vai? Aspetta, non puoi…»

Il precettore cadde a terra nella polvere, mentre Costantino, che si era liberato di lui rifilandogli una gomitata allo stomaco, correva a perdifiato verso l’orizzonte lanciando via tutte le sue pergamene e gli stilo. Correva con tutte le sue forze verso l’ombra che si faceva sempre più piccola, un punto minuscolo che si preparava ad essere fagocitato dal disco infuocato del sole morente.

Piangeva, e poteva sentire il sapore salato delle sue lacrime insinuarsi tra le labbra secche, mentre annaspava e singhiozzava allo stesso tempo. Non sapeva se le sue gambe gli avrebbero dato la forza di raggiungere quell’ombra, per l’emozione travolgente che lo faceva tremare da capo a piedi.

Strinse i denti e sgranò gli occhi, e chinando il capo prese a correre ancora più veloce, saltando le fosse sulla strada lastricata ormai abbandonata all’incuria. Incespicò, e cadde finendo per ritrovarsi con un’abrasione sanguinante al braccio sinistro. Con un ringhio si rilanciò all’inseguimento, e corse e pianse e si disperò finché la sagoma non si fece più grande.

Era un carro, quello che inseguiva.

Su quel carro, trainato a passo sostenuto da possenti cavalli neri era Vortigern, e con lui tutto l’affetto e l’amicizia che sentiva non avrebbe mai ricevuto in cambio da nessun altra persona nella sua vita. Anche se era giovanissimo e aveva tutto l’avvenire davanti.

Perché non l’aveva avvisato della sua partenza?

Se ne vergognava, ne era certo.

Si vergognava di abbandonarlo così, al suo destino, Romano tra quelli che Romani non erano, un nobile dall’animo umile circondato da persone incapaci di capirlo e di afferrare la sua innata tendenza a volersi mescolare con tutti, ad essere benvoluto, semplicemente amato. Come qualsiasi ragazzino.

Sapeva già che Vortigern se ne sarebbe andato, e l’aveva capito quando il padre, con tutte le sue mandrie, si era avviato verso Sud in anticipo lasciando alla sua famiglia il resto dei preparativi.

Da allora aveva incrociato l’amico in poche occasioni, e come ogni situazione in cui si vorrebbe buttar fuori tutto ciò che si tiene nel petto, non era riuscito a far altro che spiccicare poche parole di circostanza, nella paura di inficiare i bei ricordi passati e di ammettere a sé stesso che quella separazione avrebbe irrimediabilmente logorato il loro rapporto.

Ma poteva la lontananza ridurre in cenere il più nobile sentimento umano? Aveva sempre amato alla follia il De Amicitia di Cicerone, proprio per come disquisiva di quel tema così puro e delicato.

E lui poneva a sua volta il rispetto quel sentimento, quella sensazione unica di affinità che riscaldava il cuore e conferiva una posizione nel mondo, in cima ai suoi valori morali.

Non si sarebbe mai rassegnato a perdere il suo più caro amico, il suo compagno d’infanzia, davanti alle svolte che la vita creava ad arte, beffardamente, per gli uomini.

Avrebbe combattuto, per sé e per l’amico, e sarebbe riuscito a ritrovarlo, a stringergli nuovamente la mano, a ridere e scherzare con lui, come avevano fatto sino ad allora.

E si sarebbe ancora sentito apprezzato, amato e stimato per quel che era, non per il nome che portava o per le ricchezze della sua famiglia. Era proprio quello a far sentire vive, ne era certo, le persone. E non vi avrebbe mai potuto rinunciare.

C’era solo un modo per tenere in vita quel legame, oltre che presentarsi lì, come stava facendo, stremato, ansimante e impolverato, mentre la testa di Vortigern faceva finalmente capolino dalla finestra del carro.

E quel modo era ricordargli, mentre si scambiavano uno sguardo che valeva più di qualsiasi parola, cosa veramente li legasse indissolubilmente.

L’amore per quella terra straordinaria, magica, fatta di valli verdi che sembravano infinite dove il vento si sfogava senza trovare mai ostacoli, dove i giunchi si piegavano alle correnti, e tra i rami delle foreste secolari echeggiavano sibili e canti portati forse da spiriti dei boschi, o magari dai loro avi.

Avevano giurato amore eterno alla Britannia, e si erano impegnati a proteggere quella terra a tutti i costi.

Sentì le membra farsi deboli e il tremore rendergli le ginocchia instabili. Dovette chinarsi, sentendo un sibilo sinistro risalire dai polmoni, mentre la gola arida spegneva i suoi lamenti prima di emetterli e gli occhi si riempivano ancora di lacrime.

Alzò il capo. Vortigern era ancora lì, a fissarlo impassibile, ma senz’altro scosso quanto lui.

Il carro continuava ad allontanarsi.

Allora Costantino si tirò su, trovando il portamento più fiero che potesse, e gonfiò il petto cercando il fiato che non aveva più.

«Vortigern!»

Il Britanno si sporse ancora di più, come a sperare invano di poterlo raggiungere così facendo.

«Hai promesso! Ricordati che hai promesso!» urlò Costantino con tutte le sue forze, cadendo in ginocchio col viso stralunato per il pianto e le emozioni che sembravano potergli squarciare il torace.

Fu proprio allora che vide Vortigern issarsi, tenendosi alla sommità del carro, sbilanciandosi e uscendo dalla finestra fino a sedervisi sul bordo. Per qualche altro secondo fu il silenzio e il solo suono delle ruote sul lastricato.

Poi questi gli sorrise, con infinita tristezza negli occhi, e si portò la mano destra sul cuore, senza dir nulla.

Costantino fece altrettanto, prima di vedere il carro scomparire all’orizzonte. Era quella la fine della loro storia.

Ma il suo amico più caro l’avrebbe sempre portato con sé, nel suo cuore e nei suoi pensieri, e avrebbe tenuto vivo il suo ricordo onorando, ne fu certo, la promessa che si erano fatti.

X

Gli occhi di un bambino

Caledonia, Luglio 388 d.C.

Fiamme.

Fiamme ovunque.

Maewyn rimase fermo, incantato e turbato allo stesso tempo, troppo piccolo per capire cosa stesse succedendo.

Non capiva perché all’improvviso quegli uomini fossero discesi dalle colline e avessero messo fuoco al loro villaggio.

Non riusciva a spiegarsi perché stessero facendo del male, quanto male non sapeva neppure dire con esattezza, agli uomini che difendevano le proprie case e alle donne che trascinavano per i capelli. Sapeva solo che fino a poco prima stava vivendo una giornata tranquilla, come tante altre, intento a giocare con gli altri bambini e suo fratello Breanainn. Poi erano arrivati quegli uomini, tanti, tantissimi, a cavallo e armati, coperti di pelli, con le barbe e i capelli lunghissimi del colore del fuoco, e l’incendio era divampato estendendosi a tutte le capanne.

Non riusciva a trovare una ragione per le grida di dolore, i pianti e l’isteria collettiva.

E non riusciva a capire perché suo padre e sua madre fossero entrambi a terra e non si rialzassero più.

Indugiò ancora un poco davanti a quella che era stata la loro casa, dove aveva mangiato, dormito, giocato e riso sino a quel mattino, mentre le fiamme crepitavano divorando legno e paglia e gli facevano bruciare la pelle candida.

Totalmente assorto dalla scena senza sapere cosa provare al riguardo, non si accorse minimamente della figura che incombeva a pochi passi da lui.

«Maewyn!» gridò il fratello, facendolo voltare.

Si ritrovò davanti un uomo gigantesco, con il corpo e il volto dipinti di nero e azzurro, due grandi baffi bruni e lunghe trecce che gli cadevano sulle spalle. Gli rivolse un sorriso crudele, mentre lo scrutava con i grandi occhi azzurri.

Lo stesso colore dei suoi, notò Maewyn.

Mentre osservava quel dettaglio che lo incuriosiva, non si rese conto dell’ascia che si apprestava a calare sulla sua testa.

Una mano, leggera e dolce, lo sollevò da terra e gli evitò l’impatto fatale. Nel rossore delle fiamme, scorse la sagoma longilinea e il volto rigato dalle rughe di chi lo aveva sottratto alla morte.

Il vecchio Eogan, il druido, l’uomo delle magie che anche i più piccoli conoscevano e ammiravano, lo scrutò con occhi duri e glaciali. Ma senza poter nascondere un velo di compassione.

Scorse anche suo fratello Breanainn, dalla pelle chiara e i capelli color del grano come i suoi, appresso all’anziano mentre questi li portava lontano da quella scena terrificante.

Gli uomini venuti dal Nord gridavano, colpivano, appiccavano altri roghi, mescolando le loro grida animalesche a quelle di strazio e terrore delle persone che avevano sempre vissuto con loro.

Maewyn si girò verso la capanna della sua famiglia, ridotto a un cumulo di macerie ardenti.

I suoi genitori erano ancora lì. Fermi. A terra.

Non capiva. Perché non venivano con loro?

La mano di Eogan si fece più salda, ma non avrebbe saputo dire se stessero camminando, mentre raggiungevano i margini del bosco, o se vi stessero arrivando diversamente.

Come una foglia che si stacca dal ramo nel pieno dell’autunno, fluttuarono silenziosamente, ondeggiando senza far rumore, ombre che si dileguavano tra i tronchi senza lasciar traccia di sé. Gli parve di sentirsi quasi inconsistente, della stessa sostanza dell’aria, presente eppure invisibile, parte per pochi attimi di un mondo che mai aveva conosciuto prima d’allora.

Le urla si fecero echi lontani, appena udibili. Era ora solo il silenzio del bosco e delle sue profondità. In un battito di ciglia si ritrovarono davanti a una rientranza, forse la tana di qualche animale, che conduceva all’interno di una grande formazione rocciosa ricoperta di muschio, a pochi passi da dove gli alberi si diradavano. Senza, parlare, Eogan li condusse lì dentro.

Rimase sbalordito.

Come erano arrivati fin lì?

Fu buio per lunghi attimi, eppure Maewyn non ebbe mai il dubbio, per neppure un istante, di poter essere rimasto da solo.

Suo fratello era lì, e anche il druido. Poteva sentirlo.

Il vecchio accese, con l’aiuto di alcune pietre, un piccolissimo fuoco dopo aver raccolto dei rami secchi. Vi rovesciò della polvere trasparente che portava con sé, e la fiamma si fece celeste, né calda né crepitante. Un fuoco che mai aveva visto.

I riflessi cerulei illuminarono le pareti dell’antro, disseminate di iscrizioni scolpite nella pietra, di un tipo del tutto sconosciuto.

Niente di ciò che era appena successo poteva essergli comprensibile. Non era che un bambino.

Cercò una risposta negli occhi di Eogan.

«Resteremo qui. Siamo al sicuro, e presto arriveranno anche gli altri» disse con voce cavernosa come se sapesse dal principio ciò che i bambini volevano domandargli.

Ma a Maewyn non parve fosse altrettanto sicuro che qualcuno li avrebbe mai raggiunti.

Ripensò ai suoi genitori, alle donne che piangevano, ai corpi a terra, a quel fuoco che ardeva ovunque. Perché era successo?

Chi erano quelle persone, come erano arrivate lì?

Cosa volevano da loro?

Come aveva fatto Eogan a salvarli e a condurli lì, così lontano, in così poco tempo senza essere notati da nessuno?

Aveva forse compiuto una magia?

Si mise a sedere accanto al fratello. Lo vide triste, e pensò che forse si sarebbe dovuto sentire triste anche lui, se questi lo era.

Se solo avesse capito il perché. Ma non era altro che un bambino.

Ma anche così piccolo, ingenuo e ignaro del mondo, poteva intuire quanto ciò che avevano appena vissuto fosse tragico e terribile.

XI

Chiamata alle armi

Eboracum, Agosto 388 d.C.

Conciare pelli, affilare lame ormai inutili per l’usura e rammendare vesti non dispiaceva così tanto a Costantino. Da quando era rimasto solo si era buttato a capofitto nella vita militare, concedendo sempre meno spazio alle lezioni impostegli dal padre, ormai rassegnato davanti alla sua determinazione nel perseguire quella strada. Solo tra i soldati il ragazzo riusciva a sentirsi un poco apprezzato, riscaldato nell’intimo dalla confidenza, dagli scherzi e anche dalle ruvide reprimende che facevano parte dell’esistenza di chi era tra le fila dell’esercito.

Poche guarnigioni erano rimaste di stanza in tutta la Britannia.

Magno Massimo aveva ritenuto propizio il momento, e si era deciso a scendere in Italia per reclamare quanto sino ad allora gli era stato promesso da Teodosio ma senza conferme concrete.

Era giunta l’ora che diventasse l’imperatore non solo in quell’isola alle estreme propaggini del mondo, ma ovunque.

Attraversata la Gallia, aveva deciso di recarsi in Italia con al seguito quasi tutte le forze che gli fossero fedeli, per principio o per denaro, con l’intento di eliminare Teodosio, l’augusto bambino Valentiniano II e chiunque si frapponesse tra lui e la porpora.

Di conseguenza, le varie roccaforti dell’isola costruite per evitare le incursioni di Sassoni, Angli e altri popoli barbari erano ora sotto il controllo approssimativo di pochissime centinaia di soldati.

Ma quale onore sarebbe stato, se l’impresa fosse riuscita, poter dire di aver personalmente conferito con l’augusto, e di dovere a lui e alla sua amicizia l’ammissione nell’esercito!

La sola idea dette a Costantino tanta energia da avvertirne i fremiti scuoterlo in tutto il corpo.

Si sollevò e decise di abbandonare per un attimo le calzature che stava riparando per andare a chiedere al cuoco se avesse bisogno d’aiuto per servire le razioni ai soldati. Amava rendersi utile.

All’improvviso il suono prolungato di un corno echeggiò per la fortezza, facendolo bloccare all’istante.

Non aveva mai sentito quel rombo prima d’allora, ma era troppo ben informato per non sapere cosa significasse. E non era niente di buono. Si avviò a passo spedito fuori dal capanno in cui stava per vedere cosa accadesse al campo, ma non appena fu fuori dall’uscio si trovò addosso Marco, finendogli quasi addosso.

Questi lo afferrò per il braccio. Costantino sentì la sua morsa di ferro, che arrivò quasi a intorpidirgli l’arto.

Il legionario era decisamente preoccupato.

«Tu vieni con noi» gli intimò con voce tonante ma scossa.

Le sue tempie erano imperlate di sudore, la pelle cotta dal sole che riluceva nella penombra. Le labbra serrate, nel tentativo di dissimulare la pressione che stava sopportando a stento.

«Cosa succede?» domandò Costantino. Per poco non cadde malamente a terra, mentre Marco lo trascinava di forza all’aperto senza aspettare un solo attimo di più.

Al centro del campo, nei pressi del piccolo palco di legno eretto per le comunicazioni ufficiali i soldati si stavano radunando frettolosamente, alcuni intenti ad armarsi mentre contemporaneamente finivano di consumare il proprio cibo.

Una crescente frenesia mista ad ansia permeava l’aria.

Cavalli vennero portati fuori dalle stalle in fretta e furia e poi bardati alla meglio, mentre tutti si passavano vicendevolmente lance, spade, scudi, pugnali e archi.

Era un’esercitazione fin troppo realistica? O c’era dell’altro?

Finalmente Marco si voltò verso di lui, lasciando la presa.

Costantino osservò sbigottito i segni rossi di quelle dita fortissime sulla sua pelle lattea. Il legionario gli piantò sul petto dei calzari, una lorica e un elmo. Lo guardò confuso.

«Sono stati avvistati degli Juti non molto lontano da qui. Sono appena trecento, ma non sono avversari meno temibili dei Sassoni o di qualsiasi altra razza barbara».

«Ma cosa significa?» piagnucolò Costantino, tendendo le braccia come a rendergli l’attrezzatura che aveva ricevuto.

«Significa che se non vogliamo che aggirino la fortezza e si dirigano verso la città, dobbiamo abbatterli. E per farlo dovremo uscire in campo aperto. E saremo a occhio e croce in centosessanta, qua dentro. Devo spiegarti altro?»

Non fu possibile, per Costantino, dare una spiegazione a quello che stava accadendo. Certo, aveva capito che una minaccia incombeva su Eboracum, e che si trattava di predoni barbari che chissà come erano sfuggiti a qualche sentinella lungo la costa. Ma perché lo stavano equipaggiando, quand’era solo un servo?

Marco dovette capire il suo stato d’animo, perché si inginocchio fissandolo dritto negli occhi e piantandogli le mani sulle spalle.

«Ascoltami bene. Dovremo combattere tutti, se vogliamo avere qualche speranza. Anche i servi di campo dovranno fare la loro parte. E questo significa che oggi finalmente farai il tuo esordio nell’esercito. Mi rendo conto che può sembrarti assurdo, ma ci serve chiunque sappia reggere una spada. E mi risulta che tu sappia sia usare questa che un arco, oltre a saper cavalcare. Mi sbaglio?» gli chiese fissandolo ancora più intensamente.

Costantino scosse il capo. No, non si sbagliava.

Un ghigno isterico rilucette nel viso di Marco, coperto dalla barba incolta.

«Non avevi sempre detto di voler essere un legionario? Bè, oggi il tuo desiderio sarà esaudito» fece porgendogli un cinturone e una spada. Fischiò verso un soldato che portava un cavallo bruno per le briglie,

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