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La Morte attende tranquilla: romanzo

La Morte attende tranquilla: romanzo

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La Morte attende tranquilla: romanzo

Lunghezza:
365 pagine
4 ore
Pubblicato:
16 apr 2019
ISBN:
9788868153113
Formato:
Libro

Descrizione

Estate 1916. La guerra infuria in tutta l’Europa, trascinando a fondo milioni di vite umane. Geoffrey Coleman, studente universitario arruolatosi come volontario nell’esercito inglese, sta per partecipare alla terribile offensiva della Somme sul fronte occidentale. Tutto si svolgerà in pochi attimi, quando i soldati usciranno dalle trincee per dare inizio all’attacco e la morte sarà in agguato ad ogni passo. Sospeso tra determinazione e paura, Geoffrey deciderà qui tutta la sua vita: l’amore, la morte e l’amicizia.
Pubblicato:
16 apr 2019
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9788868153113
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La Morte attende tranquilla - Gabriele Chiarolanza

La Morte attende tranquilla

romanzo

Gabriele Chiarolanza

Meligrana Editore

Copyright Meligrana Editore, 2019

Copyright Gabriele Chiarolanza, 2019

Tutti i diritti riservati

ISBN: 9788868153113

Meligrana Editore

Via della Vittoria, 14 – 89861, Tropea (VV)

(+ 39) 338 6157041

www.meligranaeditore.com

info@meligranaeditore.com

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INDICE

Frontespizio

Colophon

Licenza d’uso

Gabriele Chiarolanza

Copertina

Dedica

La Morte attende tranquilla

Ringraziamenti

Meligrana Editore

Licenza d’uso

Questo ebook è concesso in uso per l’intrattenimento personale.

Questo ebook non può essere rivenduto o ceduto ad altre persone.

Se si desidera condividere questo ebook con un’altra persona, è necessario acquistare una copia aggiuntiva per ogni destinatario. Se state leggendo questo ebook e non lo avete acquistato per il vostro unico utilizzo, siete pregati di acquistare la vostra copia.

Grazie per il rispetto verso il duro lavoro di questo autore.

Gabriele Chiarolanza

Gabriele Chiarolanza è nato nel 1978 a Venezia. Attualmente vive nella provincia di Treviso con la moglie e la figlia piccola. Intrapresa la carriera universitaria a Trieste, presto si è scoperto grande appassionato di storia, in particolare della Prima Guerra Mondiale.

Contattalo: rectoitinere@gmail.com

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A Laura,

stella luminosa

sempre al mio fianco.

La Morte attende tranquilla

Ancora adesso

la sua voce ammonitrice mi perseguita:

Cherchez la femme.

Bucky Bleichert, in Dalia Nera di James Ellroy

APERTURA DEL SIPARIO

30 giugno 1916

Francia. Zona di guerra, a pochi chilometri da Albert

Cara Lisbeth,

sono le undici di sera e domani andremo all’attacco. Sono venuto qui per questo, è stato il mio scopo fin dall’inizio. Sono pronto, niente potrà fermarmi. Sento una certa calma dentro di me, a differenza di quasi tutti quelli che mi circondano. Qualcuno si ubriaca, qualcuno tenta di scrivere una lettera alla mamma, qualcuno canta a squarciagola. Alcuni piangono, mentre altri ancora hanno lo sguardo perso nel vuoto. Io me ne sto qui nell’angolino che mi sono ricavato e scrivo queste poche righe senza grande agitazione. Per fortuna qui il rombare dell’artiglieria inglese, che bersaglia le linee tedesche, non è troppo fastidioso anche se per voi laggiù, che la guerra non la vedete, risulterebbe certamente insopportabile.

Dunque, dicevo, domani andremo all’attacco. Pare si tratti di un’offensiva in grande stile, per quello che conta. Vogliono sfondare il fronte tedesco, roba da squilibrati. Non sfonderanno un bel niente. Molti credono alle favole raccontate dai comandanti, che i reticolati davanti alle trincee tedesche verranno distrutti dopo che i nidi di mitragliatrice saranno stati resi innocui, con i serventi germanici falciati dal bombardamento di preparazione, portato avanti ininterrottamente per la bellezza di una settimana. Sì, lo so, a te queste cose non interessano e dubito che ti interesserà sapere di me, ma te le dico ugualmente, già che ci sono.

Io non credo a queste storie. Possono raccontarle fino allo sfinimento, ma il tono di voce alterato dalla foga patriottica che ci mettono dentro tradisce subito la falsità di ogni parola. Il patriottismo serve solo ad ingannare i semplici e gli ingenui. Serve a trascinarli nelle trincee e a farli morire in modi che altrimenti non accetterebbero mai. Domani alle 7.30 sarà dato l’ordine di attaccare e sarà sempre la stessa storia, la stessa da quel maledetto agosto di due anni fa.

Hanno detto, a me e al mio gruppo di soldatini terrorizzati, che dovremo uscire verso le 8 del mattino. Faremo parte di una delle prime ondate che si lanceranno verso le linee avversarie. Meglio. Tanto meglio. Non avrei avuto nessuna voglia di starmene qui tutto il giorno a vedere cosa succede lì fuori, per poi prepararmi ad uscire dopo ore di battaglie furibonde con morti e feriti urlanti dappertutto. Meglio uscire subito e cercare il proprio destino senza perdere tempo.

Te lo voglio dire chiaramente, mia cara, anche se non vuoi che ti chiami così: io voglio essere ucciso. Sono venuto qui per questo, per uscire dalla trincea correndo in avanti senza nemmeno curvarmi verso terra allo scopo di ricevere un minimo di protezione. Sono venuto qui per correre incontro ai proiettili tedeschi e farmi falciare il prima possibile. Stabilii di arruolarmi in fanteria, qualche mese fa, proprio perché essa sopporta il peso maggiore di questa guerra scriteriata. Stando in fanteria le probabilità di essere ammazzato sono molto più elevate. Cerco la morte. La desidero più di ogni altra cosa e credo che questa dannata guerra possa avere almeno un aspetto utile: uccidermi senza dover rendere conto a nessuno. Volevo uccidermi già prima che mi venisse quest’idea dell’arruolamento, ma poi ci ho rinunciato. In fondo sono buono d’animo e non ho voluto creare dei fastidiosi grattacapi alle poche persone che mi circondano. Non ho voluto che sentissero il peso di dover giustificare un suicida, di doversi sorbire tutti i giudizi dei parolai e di dover giudicare a loro volta.

Dunque eccomi qui, pronto. Ho trovato il modo di uccidermi senza farlo sembrare un suicidio agli occhi di tutti. Perché lo dico a te, allora? Perché tu sei la causa di tutto questo. E anche perché so che non lo dirai a nessuno. In realtà sospetto che potresti anche non leggere queste mie parole, ma cosa importa ormai? Lasciami almeno l’illusione che tu partecipi con me ai miei ultimi momenti.

Il capitano, domattina, darà l’ordine di uscire col suo fischietto e io sarò l’unico a lanciarsi fuori con entusiasmo, perché so che finalmente la mia pena avrà fine e non dovrò più preoccuparmi di nulla. Andrò davvero incontro alla morte col sorriso, ma non perché sono contento di sacrificarmi per la patria. No. Sorriderò perché la morte avrà il tuo viso. La pallottola o la granata ad uccidermi recherà con sé il tuo viso, e io morirò felice.

Diranno che sono stato falciato mentre andavo arditamente a conquistare le posizioni avversarie. Diranno che la patria deve essere fiera del mio coraggio. Non sapranno mai che sono stato io ad andare all’attacco, con quello slancio fulmineo, per trovare te dentro un proiettile. Non lo sapranno mai ma tu, se vorrai, lo saprai. Perché tu devi sapere.

Ora devo interrompere la mia lettera, si sta avvicinando un gran baccano perché quel deficiente del soldato Williams ha tentato di ustionarsi deliberatamente una mano pur di farsi mandare nelle retrovie ed evitare di partecipare all’attacco. Strillano, cercano di spegnere il fuoco sulla mano carbonizzata, il capitano bestemmia. Una scocciatura irrimediabile ed inutile. Williams domani attaccherà come gli altri, è ovvio che il tentativo di ustione è autoinflitto e nessun ufficiale lo manderebbe al punto di medicazione nell’imminenza di un attacco, anche perché ciò scatenerebbe una ribellione indomabile qui in trincea. Ma come, quella testa di cazzo se ne va tranquillamente in infermeria e noi stiamo qui come poveri stolti?

Non so se riuscirò a riprendere a buttare giù qualche riga, più tardi. Tutto qui è imprevedibile. Nel caso non dovessi farcela a scrivere ancora, addio. Addio Lisbeth, sappi che ti ho amato tanto, forse troppo. Sappi che non avresti dovuto trattarmi in quel modo e che se ho deciso di venire fin qui per uccidermi, è perché non posso sopportare di essere stato trattato così male e di amarti allo stesso tempo. Nulla mi interessa più, nessun progetto futuro può coinvolgermi ormai. So che anche tu, in fondo, approvi la mia scelta e non mi salveresti neanche se te ne fosse concessa l’occasione. Per me è finita qui, volevo solo che sapessi qual è la verità sulla mia morte.

Addio Lisbeth, ci rivedremo domani, un’ultima volta. Ti aspetto ansiosamente nel proiettile che mi falcerà.

Unisco a queste poche righe un quaderno contenente un diario scritto da poco prima che la guerra iniziasse, due anni fa. È per te, conservalo e tienilo stretto.

Con amore,

Geoffrey

PARTE PRIMA

Geoffrey Coleman

25 luglio 1914

Cara Lisbeth,

da dove cominciare? Tutto sembra così complicato da dire, perfino da pensare. È chiaramente un modo stupido di iniziare questa specie di diario, quello di ammettere di non sapere da dove partire.

Non essendoci un modo univoco per stabilire dove fissare questo punto, ne sceglierò uno a caso.

Mentre scrivo, tutti parlano dei venti di guerra concentrati in Europa, pare addirittura che scoppierà un conflitto di grandi dimensioni il quale coinvolgerà molte nazioni diverse, anche la nostra. A dire la verità tutto ciò mi sembra quasi impossibile, soprattutto perché io continuo a pensare a te. Non dovrei, lo so, ma non riesco a smettere. Mi parlano di guerra, di missioni diplomatiche delicatissime, di eserciti che si muovono verso frontiere inimmaginabili, di giovani ragazzi appena usciti dalla scuola che tornano a casa per comunicare ai genitori che, dopo aver appena finito l’anno scolastico, si arruoleranno. Se la patria ha bisogno di loro, non vogliono mancare all’appello. Me ne parlano e io cerco di rispondere come meglio posso, balbettando qualche frase sghemba, perché ho in testa solo te. Cerco di immaginarmi il mio amico Richard Stample che va a casa dai suoi e dice: ‘Ma’, Pa’, alla fine dell’anno accademico mi arruolo perché sta per scoppiare la guerra e io voglio dare il mio contributo’. La guerra ancora non è stata dichiarata e lui vuole dare il suo contributo, non vuole essere da meno dei suoi colleghi oxoniani. Così mi ha detto solo due giorni fa. Mi sforzo con tutto me stesso di figurarmi la scena, ma non ci riesco. Non riesco nemmeno a rivederlo davanti a me mentre mi spiattella i motivi della sua decisione, neanche fosse un generale che mostra a un uditorio, rapito da una sinuosa fascinazione, il suo mirabolante piano di battaglia. Ricordo solo d’aver pensato che, effettivamente, sembrava un piccolo generale senza esercito e senza la più vaga idea di cosa fosse un esercito. Sì, l’ho pensato, ne sono sicuro, ma poi mi torni in mente tu, come sempre. E, come sempre, prepotentemente in primo piano. Come se nessun altro potesse occuparlo quel primo piano.

Non riesco a toglierti dalla mia testa, non posso smettere di desiderarti. Voglio sentire la tua voce che mi parla, che mi dice una cosa qualsiasi. Perché non posso toccarti? Perché dovevo perdere la testa proprio per te? Per te che non mi vuoi? Il mio cervello si arrampica sullo specchio dei ‘perché’ e non trova appigli. Le persone vogliono sempre lambiccarsi con l’idea del ‘perché’ delle cose. Deve esserci un perché a tutto e se a prima vista sembra non vedersi, devono accanirsi a trovarlo come se da questo dipendesse il loro respiro. Devono accanirsi in special modo quando questo ‘perché’ palesemente non esiste. Non c’è motivo per cui io debba perdere la testa per te, succede e basta. L’attrazione non si sceglie, avviene. Lascio perdere futili discorsi sull’amore perché non so bene cosa sia, come si definisca e non voglio riempirmi la bocca di parole senza grande significato. Dirò solo che ti amo, rispettando la convenzione, ma senza sottintendere di sapere cos’è l’amore. Eppure anch’io mi accanisco e voglio sapere perché ti amo e ti penso continuamente. È una maledizione, perché un ‘perché’ non c’è.

Non voglio tediarti oltre con questi ragionamenti, vorrei soltanto che per un attimo tu capissi che la mia attrazione per te non è voluta e, forse proprio per questo, è finita col diventare troppo forte. Non posso averti e per questo ti desidero ancora di più. Penso ai tuoi occhi, alle tue labbra, a ciò che proverei accarezzandoti e più mi rendo consapevole di non poterti nemmeno avvicinare, più ti desidero. Lo vedi, dunque? Stavo disquisendo di Richard Stample e delle sue assurde manie belliche e sono finito sulle tue labbra. Non ho scampo, ma uno scampo devo pur trovarlo da qualche parte. Non posso vivere così ancora per molto tempo.

14 agosto 1914

Alla fine la guerra è stata dichiarata per davvero, mentre il mio cervello delira e sta sempre peggio. Se non sapessi che è una stupidaggine colossale, penserei ad una qualche relazione tra le due cose. Il mio cervello peggiora mano a mano che la guerra procede.

In effetti procede inarrestabile anche l’ondata di arruolamenti, non solo tra i giovani. Sento io stesso i miei compagni d’università narrare dei loro padri o zii manifestare senza remore l’intenzione di andare volontari in Francia e, se solo avessi un cervello funzionante, questo mi farebbe riflettere sullo stato di follia pura che pervade ormai chiunque in questo paese. Né, del resto, presumo che la cosa sia diversa altrove, in altre nazioni con lingue, costumi e modi di pensare diversi dai nostri. Scommetterei qualunque cifra, ad esempio, che in Germania è lo stesso. Devono esserci anche lì mandrie isteriche di persone che non riescono a smettere di parlare di politica, eserciti, strategie di attacco e altre amenità simili, mentre migliaia di ragazzini tentano in ogni modo di arruolarsi e i loro padri scalpitano per dimostrare una buona volta che, anche se non hanno più l’età, l’ardore dei bei tempi non se n’è andato. Se potessi davvero scommettere, sono sicuro che mi arricchirei come d’incanto. Invece non sono così ricco e devo guardarmi continuamente dalla tentazione di esprimere troppo apertamente le mie idee, visto che sarei bollato come un disfattista e un nemico della patria. Ormai non si può più parlare liberamente, anzi si vocifera che siano in cantiere delle norme di limitazione della libertà personale e dei diritti civili per consentire uno svolgimento senza intoppi alla guerra. Già, i diritti civili, come se ne avessimo mai avuti. Tutti sono presi da questa frenesia senza limiti, sembrano contagiati da un misterioso morbo che fa spasimare per argomenti innominabili ed inimmaginabili fino al giorno prima.

Ma che diritto ho io di criticarli? Che diritto ho di ergermi a giudice decretando la follia collettiva del desiderio di guerra, quando io stesso sono preda incontrollata di una passione totalmente irrefrenabile per te, Lisbeth? Loro sono folli per la guerra e per i gradi che conquisteranno nell’esercito non appena potranno dimostrare il loro valore in battaglia. Io sono folle perché non ti posso avere, non ti posso avvicinare. Sono più sconsiderati loro che strepitano per essere primi della fila davanti all’addetto all’arruolamento o sono più folle io che, se mostrandomi valoroso in battaglia potrei finalmente accarezzarti, li ucciderei tutti pur di arruolarmi più in fretta?

Sì, mi rendo conto che queste mie deliranti farneticazioni sono proprio questo: le deliranti farneticazione di uno squilibrato. Sì, mi rendo conto di non avere nemmeno idea di quale potrebbe essere il criterio di discernimento per stabilire chi è più pazzo tra me e loro. Nutro infatti il fondato sospetto che siamo pazzi tutti, loro ed io.

Ti desidero più di ogni altra cosa, mi ossessioni giorno e notte, senza requie. Sento a malapena i discorsi di mio cugino Waldo il quale, neanche a dirlo, vuole partire volontario per fargliela vedere lui a quei fottuti tedeschi. Ha detto proprio così, fottuti tedeschi.

Ma tu ne hai mai conosciuto uno, di tedesco? gli chiedo sommessamente.

No, ma che c’entra? risponde, sguardo inquisitore molto scocciato.

Waldo, che cazzo di ragionamento è il tuo? ribatto molto annoiato. Se non ne hai mai conosciuti, come fai a sapere che tutti i tedeschi sono fottuti? Saranno anche loro delle persone normali bombardate dalla propaganda che ripete loro di prendere le armi contro i fottuti inglesi, non credi?

Waldo mi guarda con odio, sembra non ricordare più che siamo cugini.

Geoffrey, ti si è incantato il cervello? Sei un fottuto neutralista?

Stavolta è il mio turno di guardarlo come se fosse un ebete di primo livello. Neutralista. Diciamo, a farla grande, che Waldo fino alla scorsa settimana non sapeva nemmeno cosa accidenti significasse la parola ‘neutralista’. Pondero rapidamente se controbattere alla sua domanda saccente; il cervello mi tamburella nella testa ossessivamente il tuo viso e decido che non vale la pena. Perché ficcarmi in una discussione senza uscita con quel testone di Waldo e i suoi neutralisti maledetti, se ho in testa solo di venirti a cercare e di abbracciarti una volta per tutte? Inoltre, come se tutto questo non bastasse, dovrei combattere una battaglia impari per far capire a Waldo che il suo concetto dispregiativo di ‘neutralista’ è solo un’accozzaglia di stronzate propagandistiche. No, lascio perdere senza esitazione, ma voglio comunque rifilare una rasoiata a quell’imbecille di mio cugino.

Quindi, voltandogli le spalle e allontanandomi, dico a voce alta: Vorrai scusarmi, ma sono in ritardo per l’assemblea settimanale dei neutralisti della zona. Un altro giorno parleremo con più calma.

Posso intravedere con la coda dell’occhio la furia nello sguardo di Waldo. Furia cieca. Sono convinto che vorrebbe fermarmi e tentare di malmenarmi, ma ha il buonsenso di non farlo. Sa che suo padre non gliela farebbe passare liscia e che, certamente, io farei valere la mia medaglia di campione scolastico di boxe.

7 ottobre 1914

Non ho più avuto occasione di scrivere negli ultimi tempi. Troppi eventi e troppo dolore hanno bloccato la mente e la mano che avrebbero dovuto scrivere.

Circa una settimana dopo il mio ultimo intervento in questa specie di diario, andai a trovare un amico, Colin Steppenwolf. Colin era entrato con me all’Università nell’autunno del 1913 ed eravamo diventati amici, dopo esserci trovati seduti vicini di posto in varie lezioni. Un caso irrilevante aveva creato un’amicizia. Ci siamo subito intesi bene, lui molto pacato e sempre riflessivo, io un po’ più sanguigno e decisionista, ma sempre restio a dirigermi dove c’erano troppa gente e troppa confusione.

Dunque partii alla volta di Coulson, un paesino nella campagna inglese immerso in una massa di basse colline, dove abitava Colin. Il viaggio fu tranquillo, Coulson non si trovava a grande distanza da dove vivevo e, per mia fortuna, mi ci portò mio zio Albert, possessore di uno dei rari camion dell’epoca. Scesi nella piccola piazza del paese e Colin era già lì ad aspettarmi. Avrei dovuto trattenermi soltanto per tre giorni a casa sua, quindi non c’erano bagagli pesanti da trasportare. Ringraziai mio zio Albert e mi incamminai con Colin verso casa sua.

Mi accorsi subito che qualcosa non andava, il mio amico era troppo taciturno rispetto alle sue abitudini. Colin non era un chiacchierone, ma con me parlava sempre con disinvoltura.

Decisi di andare al sodo, come era mia consuetudine.

Che c’è che non va, Colin? esordii.

Niente di particolare. Cosa ti fa credere che qualcosa non vada?

Andiamo Colin, ti conosco abbastanza bene ormai, ci siamo frequentati molto da quando abbiamo iniziato l’università. Sei troppo taciturno e hai lo sguardo preoccupato. Cosa c’è?

Colin restò zitto per qualche secondo, capii che stava valutando se confidarmi il suo problema. Si vedeva che aveva bisogno di parlarne, ma forse gli pesava. Lo lasciai valutare il da farsi senza disturbarlo e così, dopo quasi un minuto intero di silenzio, cominciò a parlare.

È per la guerra disse.

La guerra?!

Mi squadrò come se stesse guardando uno strano esemplare di qualche popolazione esotica mai vista prima.

Sì, la guerra. Hai presente che il 4 agosto l’Inghilterra ha dichiarato guerra alla Germania?

Sì, ho presente risposi laconicamente.

Geoffery Coleman, ma dove cazzo vivi? Non sai della guerra?

Ora Colin era visibilmente alterato. Era rimasto colpito dal fatto che per me, evidentemente, la guerra non fosse un argomento di primaria importanza. Potevo capirlo. Lui non sapeva di te, Lisbeth, e immaginava che, come tutti, anch’io parlassi di guerra ventiquattr’ore al giorno. Cercai di tranquillizzarlo, poiché volevo si aprisse così da poterlo aiutare.

So della guerra, Colin, non preoccuparti. Lo sanno tutti ormai, ovunque io vada non sento altro che parlare di guerra. Ora, per favore, va’ avanti e spiegami cosa ti preoccupa.

La mia risposta sembrò essere sufficiente per calmarlo.

Disse: Il mio cognome è tedesco.

Mi morsi il labbro appena in tempo, un attimo prima di dire: E allora?. Se l’avessi detto mi avrebbe fulminato e probabilmente si sarebbe rifiutato di dirmi di più.

Dissi invece: Sì, certo. Qualcuno ti ha creato dei problemi per questo?

Colin assunse uno sguardo di disprezzo.

Sì, ovviamente. Tutti quei bamboccioni idioti che abitano qui l’hanno fatto.

Prese fiato e continuò.

Steppenwolf il tedesco, Steppenwolf il crucco, Steppenwolf che diventerà di certo una spia e avanti così. Non sopporto questa cosa e non so come farla finire.

Era davvero preoccupato ed era chiaro quanto si sentisse oppresso da questa faccenda delle prese in giro sulle sue origini tedesche. Stavo per parlare quando mi chiese: E tu, Coleman, non credi che io sia un tedesco di merda vestito di panni britannici?

Confesso che rimasi a bocca aperta. Il mio cervello s’inceppò. Sulle prime non seppi come ribattere, sia perché non mi aspettavo una domanda così sprezzante da parte sua, sia perché io avevo in mente solo te, Lisbeth. Anche mentre Colin mi parlava, io pensavo a dov’eri in quel momento, con chi stavi parlando, chi poteva toccarti.

Cercai di riprendermi in fretta.

Steppenwolf, si può sapere che razza di discorso è mai questo? Davvero secondo te io potrei pensare che sei un tedesco di merda? Ci credi sul serio? Se lo credi, vuol dire che non mi conosci bene, vecchio mio.

Mentre parlavamo eravamo arrivati a metà strada, così ci fermammo su una panchina al bordo della strada, sotto un albero. La giornata era calda ma non troppo, per fortuna.

Mi devi scusare, Geoffrey. Mi dispiace, non volevo offenderti, è che tutta questa storia mi sta esasperando. È scoppiata questa guerra e dalla mattina alla sera pensano che, siccome uno ha un cognome tedesco, non valga più niente come persona. E per giunta si sentono autorizzati a strillarlo ai quattro venti.

Finalmente Colin si era aperto e aveva spiegato cosa lo angustiava. Ora si trattava di elaborare una risposta per essere d’aiuto, tenendo conto del marasma generale albergato nel mio cervello. Da due anni ormai non facevo che pensare a te, Lisbeth, giorno e notte, desiderandoti sempre di più e non riuscivo quasi mai a concentrarmi seriamente su qualcos’altro. Mi sentivo sempre peggio ogni giorno che passava e non trovavo una via d’uscita. Il dolore mi avvolgeva al punto che perfino la guerra mi sembrava un argomento superficiale, direi quasi idiota, in confronto alla ferita che mi dissanguava la vita.

Mi sforzai di tornare a pensare a Colin e alla questione del cognome tedesco. Fu uno sforzo sovrumano.

Senti, è inutile che ti dica che sono tutte cazzate, sei troppo intelligente per credere davvero che il tuo cognome tedesco significhi qualcosa di più di un’indicazione della provenienza dei tuoi antenati tedeschi, quindi non insisterò oltre su questo punto.

Lo guardai. Sembrava tranquillo, in attesa di sentire cos’altro avrei detto.

"Il punto è: tu sei convinto che loro abbiano ragione? Voglio dire, tu ti senti davvero uno stupido idiota perché sei tedesco?"

Ora Colin era pensieroso, stava valutando la questione. Buon segno.

Dopo un poco, disse: No, io non credo di essere un idiota e non credo che l’essere tedeschi sia rilevante ai fini della determinazione dell’idiozia di chicchessia.

Bene, questo è il Colin Steppenwolf che conosco. Ora, secondo me, il centro del problema è questo: se tu non lo credi, perché gli dai tutta questa importanza? Perché non smonti il ragionamento nella tua testa, in modo da poter trovare delle soluzioni?

Centro. Vidi che l’espressione di Colin si faceva interessata, stava cominciando ad attivare un nuovo ragionamento. Sperai vivamente che fosse quello giusto.

Colin si alzò dalla panchina e disse: Vieni, proseguiamo e andiamo a casa mia.

Mi alzai anch’io e, ripresa in mano la valigia, ci incamminammo di nuovo.

Il resto della giornata passò tranquillo. Fu un giorno di fine estate trascorso andando in giro per i boschi intorno a Coulson, parlando dell’università, di quello che avremmo voluto fare se mai fossimo riusciti a prendere la laurea, di boxe e della scherma praticata da Colin.

Giunta la sera, dopo cena, e quindi dopo aver fatto il bravo ragazzo con i genitori di Colin, sempre gentili e mai invadenti, si ripresentò tra di noi lo spettro della guerra.

Ci trovavamo seduti nella veranda di casa Steppenwolf e fu Colin a riportare l’argomento in primo piano, mentre io fantasticavo di baciarti e di prenderti la mano tra le mie, Lisbeth.

Fu così che disse: Ho deciso di arruolarmi.

Lo fissai con uno sguardo simile a quello di uno che ha appena visto un fantasma passargli dinanzi in una fugace apparizione.

Dai, non fare quella faccia Geoffrey Coleman! esclamò, ridendo, Colin.

Lo sai, Colin Steppenwolf, che mi fai davvero venire voglia di malmenarti quando mi chiami per nome e cognome? ribattei.

Colin si mise a ridere ancora più forte e non potei fare a meno di ridere a mia volta.

Davvero ti vuoi arruolare? gli chiesi dopo che le risate si furono spente.

Mi guardò con grande serietà. Sì, tra una settimana vado a presentare la domanda.

Faceva sul serio.

Posso chiederti perché l’hai deciso?

"Perché voglio dare il mio

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