Goditi subito questo titolo e milioni di altri con una prova gratuita

Solo $9.99/mese al termine del periodo di prova. Cancella quando vuoi.

La Serietà nel Buffo: il melodramma italiano e l'arte di Gaetano Donizetti

La Serietà nel Buffo: il melodramma italiano e l'arte di Gaetano Donizetti

Leggi anteprima

La Serietà nel Buffo: il melodramma italiano e l'arte di Gaetano Donizetti

Lunghezza:
181 pagine
2 ore
Editore:
Pubblicato:
Apr 11, 2019
ISBN:
9788831615112
Formato:
Libro

Descrizione

Questo saggio verte sulle caratteristiche salienti dell'arte di Gaetano Donizetti, e sulla sua influenza nella creazione del melodramma italiano. Nelle opere buffe di Donizetti, ricche di elementi emotivi e lirici quanto le sue opere serie, ma dedicate alla gente comune anziché a personaggi storici o di alto rango, vengono ravvisati elementi di modernità che precorrono il verismo. Vengono brevemente esaminati gli sviluppi ulteriori del melodramma italiano, da Verdi a Mascagni.
Editore:
Pubblicato:
Apr 11, 2019
ISBN:
9788831615112
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Correlato a La Serietà nel Buffo

Libri correlati

Articoli correlati

Anteprima del libro

La Serietà nel Buffo - Carlo Di Lauro

633/1941.

Prefazione

Da un esame accurato delle opere di Gaetano Donizetti, si dovrebbe dedurre che almeno le maggiori tra quelle classificate come buffe non rispondono appieno a tale attributo. Sono infatti opere ricche di espressioni liriche, e non prive di momenti di patos, così come le opere melodrammatiche riconosciute come tali, e sempre improntate alla massima compostezza espressiva, caratteristica saliente nello stile di Donizetti.  Il buffo o il divertente sono da ricercarsi nelle situazioni che si susseguono nello sviluppo della trama, in cui però agiscono personaggi dotati di piena umanità, e capaci di sentimenti, passioni profonde ed anche sofferenza. Per questa concezione inconsueta, le maggiori opere buffe di Donizetti sono ben comparabili, per stile e valori musicali, alle sue opere serie, purché le si prendano sul serio!

La tendenza diffusa nelle interpretazioni attuali a voler rendere comici anche i singoli personaggi è fuori luogo, e finisce con lo snaturare il significato di tante pagine ricche di grandi espressioni musicali.

Un aspetto interessante nelle opere buffe di Donizetti risiede nel fatto che i protagonisti di queste sono gente comune, e non personaggi storici, eroici o comunque notabili, come nella moda del tempo. In tal senso, le opere buffe di Donizetti hanno qualcosa di più moderno rispetto alle opere serie.

La tuttora limitata diffusione delle opere di Donizetti, poco conosciute da parte del grande pubblico, è anche dovuta al fatto che esse sono tipicamente basate sulla sola espressione musicale, senza la contaminazione di elementi teatrali, scenici e retorici, e per questo meno accessibili ad un vasto pubblico, e poco rispondenti a certi criteri di marketing, che imperano anche nella cultura. Se Donizetti fosse meglio conosciuto, non passerebbe in silenzio l’indubbia influenza che egli ha avuto sulla ulteriore evoluzione del melodramma italiano.

In questo scritto illustrerò quelle che mi sembrano le caratteristiche salienti dello stile musicale di Donizetti, con riferimento particolare alle sue opere che mi sembrano più significative, indipendentemente dal successo ottenuto e dalle frequenze delle rappresentazioni. Questo senza la pretesa di effettuare una rassegna esauriente. Parlerò anche dello stile melodrammatico italiano, di cui Donizetti è forse il più autorevole fondatore, e della sua evoluzione nel tempo.

Nelle opere di fine ottocento o primo novecento il genere buffo è poco coltivato, ma non mancano episodi buffi o satirici, anche di pregevole fattura musicale, in opere serie e tra personaggi seri, come secondo lo stile di Donizetti. La divertente scena del signor Benoit, nella Bohème di Puccini, non è forse un momento di grandissima ispirazione musicale?  È una scena buffa tra personaggi seri, proprio come sono seri i personaggi delle opere comiche di Donizetti, una bellissima pagina musicale che andrebbe distrutta volendo trasformare Benoit in una specie di giullare.

Uno degli scopi di questo scritto, maturato soprattutto in seguito a lunghe e reiterate audizioni, è quello di richiamare all’attenzione del lettore opere di incredibile valore artistico di cui oggi non si sente più neppure parlare, e che quindi sarebbe difficile individuare anche da parte di chi ne fosse fortemente interessato.

Poiché la prudenza mi induce a prevedere che non tutti i potenziali lettori decideranno di proseguire oltre questa prefazione, ritengo che sia questo il momento di dare loro un consiglio, per quando abbiano l’occasione di ascoltare un’opera buffa di Donizetti, e ancor più di darlo agli artisti che debbano interpretarla: che la prendano sul serio, molto sul serio!

Vincitori e vinti

Fin dall’antichità il genere umano ha manifestato una naturale tendenza a riconoscere e celebrare, anche nelle arti, pregi e virtù di personaggi di successo. Ne sono testimonianza i grandi poemi epici, che celebrano le gesta di prodi guerrieri ed illustri regnanti, ma non solamente. Così, l’amore è stato spesso celebrato come sentimento riservato a nobili dame e cavalieri piumati, lungi dai sentimenti nonché dai diritti della gente comune.

Ciò forse rientra nella naturale, ancorché deprecabile, inclinazione al rispetto per i vincitori. Vincitori nel senso morale, perché non poche volte ai nobili personaggi celebrati viene riservato un destino avverso, talvolta propiziato dalla loro stessa grandezza, ma che non inficia comunque il loro ruolo di vincitori. È un vincitore anche Werther, spinto al suicidio travolto dalla sua passione, ma anche dal senso del dovere, perché conquista l’amore di Carlotta, anche se non può soddisfarlo. È quindi degno di essere celebrato.

Werther è comunque un personaggio moralmente accettabile, ben diverso dal fedifrago Ulisse che, tornato a Itaca dopo tante disavventure con piacevoli intermezzi, pretende di vedere come si comporta sua moglie, travestendosi da mendicante. E quando la sua vecchia nutrice lo riconosce, egli le impone di non rivelare la sua identità, che altrimenti avrebbe a rimpiangere di essere nata, frase che rivela tutta l’imperiosa potenza dell’eroe, e non può non destare ammirazione! Ammirazione che sembra manifestare lo stesso autore del poema, quando l’eroe in incognito vince un mendicante vero in un incontro di lotta, organizzato per divertimento dai commensali di casa sua. La posta in palio è molto seria: il perdente verrà consegnato allo spietato Echeto, re d’Epiro, che gli infliggerà torture e mutilazioni orribili. E questa sorte toccherà al poveretto che mendicava per necessità, per la colpa di avere osato, essendovi costretto, cimentarsi con il grande Ulisse.

Tuttavia non mancano, sebbene non frequenti, specie in tempi lontani, opere d’arte che rivelano i sentimenti di personaggi inferiori, i perdenti o vinti, ed io ritengo che siano in generale opere di autori di particolare ingegno e sensibilità.

Il primo che mi viene in mente è il poeta latino Orazio, che con impietoso realismo presenta se stesso come perdente.  Orazio era di bassa statura e rotondetto, ed è quindi comprensibile che Lydia gli preferisse l’atletico Telefo. Ma la storia non è così semplice, perché Lydia, pur non trovando avvenente il nostro poeta, sentiva il fascino del suo carattere volubile ed irascibile, più lieve del sughero e più iracondo dell’improbo Adriatico (…tu levior cortice et improbo iracundior Hadria…, Ode n. 9, libro terzo), strani gusti davvero! Così il poeta, non preferito, ma nemmeno allontanato, restava sulla corda, con inenarrabili pene che egli descrive più volte come tormenti del fegato. Tormenti del fegato che proverà anche Lydia, quando la sua avvenenza sarà svanita e non avrà più corteggiatori (…cum tibi flagrans amor et libido quae solet matres furiare equorum saeviet circa iecur ulcerosum…, Ode n. 25, libro primo).  Quanto fuorvianti sono le numerose traduzioni in cui il termine originale, iecur, diventa cuore!

Ma con il tempo sempre più artisti hanno dedicato la loro attenzione a personaggi di modesto lignaggio, con i loro problemi e sentimenti.  Nel campo delle arti figurative trovo di particolare rilievo il rispetto con cui il grande pittore spagnolo Velázquez, nella sua attività di artista di corte, si sia avvicinato ai personaggi minori, quali nani e buffoni, generalmente oggetto di bassa considerazione. Il ritratto del nano Don Sebastián de Morra ce lo mostra con uno sguardo profondo che sembra esprimere una intensa sensibilità interiore, e quello del buffone Don Diego de Acedo ci mostra un uomo di cultura, intento a sfogliare un grande tomo.

È stato però con il verismo che la gente comune, ed anche i più emarginati, sono assurti a ruoli da protagonisti, con risultati talvolta discutibili, come sempre avviene quando una corrente artistica diventa abituale, ma anche con opere di grande rilievo. Basti pensare al ciclo di romanzi, benché incompiuto, progettato da Giovanni Verga, intitolato appunto I Vinti, ed all’incommensurabile produzione letteraria di Salvatore Di Giacomo, con le sue composizioni poetiche e teatrali in dialetto napoletano, ma anche con le novelle in Italiano, dedicate alla vita del popolo. Ricordo in particolare la triste ballata dedicata ad un povero gobbetto che lavorava da sguattero cuciniere, conosciuto come Donn’Aceno ’e foco (don acino di fuoco), vanamente innamorato della figlia del cuoco, e da questo brutalmente respinto anche in ragione della differenza di classe sociale: "E ’nce steva nu scartellatiello / c’a trent’anni era sguattero ’e cuoco…"

Le opere del compositore Gaetano Donizetti (1797-1848) appartengono ad un periodo in cui la moda operistica in Italia era orientata verso le grandi figure epiche o storiche, o comunque verso personaggi artefici di azioni di rilievo, e tali sono appunto i personaggi della maggior parte delle sue opere. Non però i personaggi delle sue opere buffe, o almeno classificate come tali. Questo è comprensibile, perché i personaggi epici e storici, o autori di imprese notabili, sono inderogabilmente delle persone serie!

Ma vi è qualcosa che mi fa esitare nell’ adoperare il termine buffo per le maggiori opere di Donizetti classificate come tali, perché non mi sembra che in dette opere vi siano personaggi buffi, ma solo situazioni ed episodi buffi o divertenti. I personaggi coinvolti in tali vicende sono invece sensibili e umani, pur non essendo personaggi storici o eroici, o in qualche modo artefici di egregie cose. Si potrebbe perciò pensare che le opere buffe di Donizetti possano essere in un certo senso ritenute più moderne delle opere serie, avendo già per protagonisti gente comune, cosa che per le opere serie diventerà abituale solo dopo qualche decennio. Ma questo è un discorso, come ogni considerazione sulle opere liriche, che non si può portare avanti, o comunque approfondire, senza un esame dei contenuti musicali delle stesse, e quindi delle caratteristiche dei compositori.

Punti di vista

Le opere liriche sono composizioni complesse, che comprendono musica strumentale, canto, recitazione ed arti sceniche. È perciò naturale che possano essere valutate sotto diversi punti di vista, largamente dipendenti dalla sensibilità dell’ascoltatore-spettatore.

Se è indubbio che l’opera sia nata come ornamento musicale a composizioni teatrali in prosa o in versi, è pur vero che essa poi si sia evoluta al punto che l’elemento predominante è divenuto quello musicale. Ciò nonostante, l’emotività della trama, la rappresentazione scenica e anche la retorica sono elementi che possono influenzare anche fortemente il gradimento degli spettatori, pur non essendo elementi musicali.

Perché il mio punto di vista sia chiaro, dirò subito che io appartengo a quella ristretta categoria di persone che delle opere gradiscono pressoché esclusivamente la musica, intendendo con essa sia la musica strumentale che il canto, e quindi ho sempre concepito la parte visiva degli spettacoli musicali solo in funzione della musica stessa. Mi è sempre piaciuto guardare l’orchestra, sia nella sinfonica che nella lirica, cercando di carpirne i  segreti reconditi in ogni gesto, ed ho perciò appreso con grande soddisfazione un’affermazione del Maestro Gianandrea Gavazzeni, il quale sosteneva che assistere ad una esecuzione orchestrale, anche senza scena come nella sinfonica, possa creare ben più emozioni che il semplice ascolto. 

È chiaro che, secondo questo punto di vista, la scena e tutto ciò che non è audio non è essenziale nell’opera lirica, ma ciò non significa che sia inutile. La scena, l’azione attoriale dei cantanti, ed ogni elemento teatrale servono a predisporre l’animo dello spettatore-ascoltatore a recepire il messaggio della musica, e quindi vanno pensati con questa finalità.

Malgrado la molteplicità dei possibili punti di vista, il fatto che la musica sia l’elemento principale nell’opera lirica è pressoché universalmente accettato, ma non è altrettanto sentito. Infatti, tutte le opere più rappresentate, ed ormai consacrate dalla tradizione come capolavori, vengono invariabilmente definite capolavori musicali, anche se diverse di esse, ricche o meno di pregevoli contenuti musicali, debbono in realtà la loro celebrità ed i consensi del grande pubblico alla loro trama ed ai contenuti teatrali, scenici e anche retorici.  È proprio vero che il capolavoro operistico musicale di Músorgski sia il Boris Godunov, e non la Khovantchina? È proprio vero che la migliore opera musicale del Trittico pucciniano sia il Gianni Schicchi, e la meno riuscita sia la Suor Angelica (certamente tra le più sinfoniche delle opere di Puccini, e quella del Trittico che più piaceva al Maestro?).  La necessità di terminare ad ogni costo la Turandot, lasciata incompiuta dall’autore, non rivela forse quanto la trama di un’opera non venga intesa come un pretesto per fare musica, così come sentiva Puccini, e che non sia ritenuta accettabile un’opera di cui non si sappia come va a finire?. Eppure, a questa straordinaria opera musicale non mancherebbe nulla, se terminasse con la morte di Liù. Tanto più che nel genere non operistico le composizioni incompiute sono ritenute accettabili, e tra queste vi è la pregevole Messa da Requiem di Donizetti. 

Ma se continuassi su questo tema finirei con l’esasperare lo sdegno di tanti illustri esperti di professione, e perciò  qui troncarla conviene.

Ciò che più dispiace è che autentici capolavori musicali, non sostenuti a sufficienza da elementi teatrali, non siano tenuti nella dovuta considerazione e in non pochi casi siano pressoché passati nell’oblio: mi piace qui ricordare l’Arlesiana di Cilea e l’Edgar di Puccini, autentici capolavori musicali. E se dell’Arlesiana non si parla neppure, peggior sorte è toccata all’Edgar, di cui si continua a dir male con assoluta sordità agli aspetti musicali. Se la sensibilità del grande pubblico (e di tanti esperti) si spostasse maggiormente verso i veri contenuti musicali, tanti valori tradizionali sarebbero certamente sovvertiti. Donizetti è tra i compositori che ne trarrebbero indubbi benefici, dal momento che egli è stato musicista puro, che ha concesso ben poco alla retorica ed alla teatralità.

Errori rimediabili e non

Sempre nella mia ottica, una buona rappresentazione di un’opera lirica richiede innanzitutto una buona esecuzione

Hai raggiunto la fine di questa anteprima. Registrati per continuare a leggere!
Pagina 1 di 1

Recensioni

Cosa pensano gli utenti di La Serietà nel Buffo

0
0 valutazioni / 0 Recensioni
Cosa ne pensi?
Valutazione: 0 su 5 stelle

Recensioni dei lettori