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Millaria - Il tempo dell'inganno

Millaria - Il tempo dell'inganno

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Millaria - Il tempo dell'inganno

Lunghezza:
663 pagine
10 ore
Pubblicato:
Apr 9, 2019
ISBN:
9788825408690
Formato:
Libro

Descrizione

Narrativa - romanzo (588 pagine) - Raino è costretto da un ricatto a fingere di morire in un incidente di volo e restare in esilio, ma l’amore per una donna e per la sua terra lo spingono ad affrontare prove e mondi inquietanti pur di tornare indietro. Mentre il tempo si dilata e si contrae intorno a lui, la sfida con il destino inizia.


Una relazione clandestina e un enorme debito di gioco costringono Raino, pilota militare di Millaria, a cedere al ricatto di Wornat, potente consigliere del presidente, e accettare la farsa di una finta morte. Scampato a stento a quella vera, trova aiuto e rifugio nel mondo sotterraneo di Dulvana, affronta la misteriosa Foresta delle Domande, cerca e scopre nella Terra di Loro, nemica di Millaria, un’orribile verità: chi lo ha allontanato con l’inganno sta per rendere schiava la sua patria. Per difenderla e cercare Esan, la donna amata e perduta, dovrà tornare indietro e sfidare il destino.


Dada Montarolo è stata giornalista, caporedattore e corrispondente dall’estero (Australia, Stati Uniti, Oriente) per alcuni quotidiani nazionali (Corriere dello Sport, Avvenire, La Nazione), ghostwriter e copywriter. Affianca all’attività di scrittore quella di editor e curatore di traduzioni di romanzi in lingua straniera. Ha pubblicato il romanzo storico Le battaglie di Giulio Cesare (1981), ed. Varesina; il romanzo Alter (2003), ed. Campanella; i romanzi Golfavolando – storie vere di un circolo immaginario (2008) e Golfavolando – le nuove storie (2012), ed. Mursia; la raccolta di racconti Mixing – dodici storie dentro un bicchiere, i racconti Pensione Paradiso, Il figlio del Re, Le continuità della morte in ebook, ed. Pelide; il romanzo Nessun Messaggio Nuovo (2017), ed. Gabriele Capelli, che ha vinto la targa speciale della critica al concorso letterario Città di Stresa 2017. Ha scritto per il teatro le commedie Il Moglio e Il Maliardo, e per il teatro canzone La Valigia.

Pubblicato:
Apr 9, 2019
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9788825408690
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Libro

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Anteprima del libro

Millaria - Il tempo dell'inganno - Dada Montarolo

Valigia.

Personaggi

‘Nba, della stirpe dei Frosnath e guida di Dulvana

Brudasio, segretario di Wornat

Byla, fidanzata di Raino

Clonia, della Terra di Loro

Criacono, capo degli Arcieri delle Rocce

Esan, di Millaria

Espioge, della Foresta delle Domande

Filomero, della Terra di Loro

Frusio, della Cerchia Grigia

Griocanio Vinicius, della Terra di Loro

Gual, alexomai

Ibo, servi a Millaria

Il presidente di Millaria

Julo, della Terra di Loro

Krovor, ghez

Laka, madre di Esan

Laudivio, alexomai

Mael, madre di Raino

Morissa, degli Arcieri delle Rocce

Muriux, alexomai

Noat, fratello di Raino

Olac, alexomai padre di Raino e Noat

Orcunda, della Cerchia Grigia

Palisos, medico

Prioriano, padre di Talagea

Raino, alexomai

Robbo, degli Arcieri delle Rocce

Sopius, ghez

Talagea, capo assemblea della Terra di Loro

Wornat, di Raeder

Xixo, glypteriodonte della Terra di Loro

Zurior, capo alexomai e padre di Byla

Glossario

Alexomai: corpo scelto di guerrieri di Millaria chiamati anche difensori (v.), protettori (v.).

Ascaluro: carnivoro delle gole di Dulvana.

Betasauride: razza di appartenenza dell’ascaluro.

Capiregione: capi di ciascuna delle parti in cui è suddivisa la Cerchia Grigia.

Capospada: alexomai incaricato di rappresentare il corpo dei difensori nelle questioni interne.

Cerchia Grigia: anello fortificato intorno a Millaria.

Coriarite: materiale impiegato a Millaria per usi diversi.

Consiglio: assemblea dei delegati del popolo (v.).

Corte maxima: supremo organo della giustizia militare di Millaria.

Corte: assemblea dei capiregione della Cerchia Grigia.

Delegati del popolo: consiglio con funzioni legislative di Millaria.

Difensori: sinonimo di alexomai (v.).

Dischi memoriali: sistema di archiviazione.

Dissuasori: apparecchi usati dalle guardie di Millaria e dai pattugliatori (v.) della Cerchia Grigia.

Dromide: animale anfibio sotterraneo.

Essenza: droga ricavata dalla pianta di eutanata (v.).

Eutanata: pianta desertica.

Friarlione: uccello sacro dei Frosnath.

Frosnath: stirpe alla quale appartiene ‘Nba.

Ghez: insieme di parti meccaniche e di tessuti organici.

Glypteriodonte: erbivoro della Terra di Loro.

I Primi: antenati.

Individuatore di anomalie: apparecchiature di sorveglianza impiegate nelle torri di Millaria.

Farfar: creatura mitica delle grotte dove vivono gli Arcieri delle Rocce.

Nihil: unità di misura della velocità del ghez.

Olhuen: sacerdote e indovino della stirpe dei Frosnath (v.).

Pattugliatori: guardie della Cerchia Grigia.

Pirosfera: gas che avvolge Millaria negli strati superiori.

Protettori: sinonimo di alexomai (v.).

Protobosone: particella in grado di produrre energia.

Raeder: terra d’origine di Wornat.

Silurus: macchina anfibia.

Sirhonuper: animale sacro ai sacerdoti raederiani.

Torre degli alexomai: costruzione di Millaria dove vivono i difensori e loro quartier generale.

Torre del governo: costruzione di Millaria dove vivono e lavorano i rappresentanti di governo.

Torre universale: costruzione di Millaria dove vengono svolti compiti amministrativi e di rappresentanza.

Triaspyro: carnivoro volante.

Trucantea: erba velenosa della Foresta delle Domande.

Visione translettica: funzione del casco degli alexomai.

Breve è la vita che viviamo davvero. Tutto il resto è tempo.

Lucio Anneo Seneca

Alle vittime

di tutte

le menzogne

e a te

che non sei mai

andato via.

Parte prima

Il consigliere Wornat girò l’angolo nel corridoio delle stanze presidenziali. La luce, a quell’altezza della torre principale di Millaria, entrava con prepotenza dalle vetrate, fredda e livida anche se era mezzogiorno. Nel cielo verde pallido i soli brillavano all’apice della traiettoria quotidiana, quello primario più in alto del secondario. Producevano invisibili onde di energia catturate dai collettori di protobosoni installati nel deserto, indispensabili per la sopravvivenza della città e un calore forte, velenoso se l’esposizione diretta ai raggi durava più del tempo di attraversare un quartiere senza indossare protezioni.

Le guardie ai lati dello studio si irrigidirono scambiandosi uno sguardo di controllo reciproco: guai ad avere anche solo una scaglia della mantella fuori posto, un fermaglio della divisa chiuso male o, peggio, l’arma non perfettamente parallela alla gamba.

La porta nera si spalancò silenziosa.

Wornat la oltrepassò con il solito passo ovattato, il fruscio del mantello fu l’unico rumore a rimbalzare contro le pareti spoglie. Non indossava mai niente di diverso, tutti a Millaria riconoscevano subito la figura alta avvolta in quella fluttuante tenebrosità, segno distintivo insieme alla cresta argentea sulla testa allungata.

Il presidente era in piedi davanti alla scrivania formata da un’unica consolle e la guardava corrucciato. – Eccoti, finalmente! – esordì squadrandolo. – Allora, questa rivolta alla frontiera? Non dirmi di nuovo che è roba da niente.

– Invece lo è davvero, solo un gruppetto di esaltati. I soldati li hanno dispersi subito: sono pochi disperati, combattono ogni giorno contro la miseria. Lasciarsi abbindolare dalle voci è facile.

L’altro batté un pugno sulla consolle e una miriade di luci si accesero allarmate. – Perché non lo dici chiaro? Oppure fai fatica anche tu a pronunciare le parole è tutta colpa di quelli della Terra di Loro?

– Fosse stato solo per me oggi non esisterebbero più. Invece abbiamo continuato a mandarli in esilio, anziché eliminare il problema alla radice.

Il presidente cominciò a camminare su e giù, sempre più nervoso. – Laggiù sono sopravvissuti, è gente in gamba. Con il passare del tempo si sono anche organizzati e adesso mandano le voci.

– Le ascoltano solo i nomadi del deserto, ma poi purtroppo ne parlano in giro – confermò Wornat, – e la gente di frontiera vuole sapere sempre di più su quei dannati bisbigli, con il risultato che le teste calde si esaltano. Sto studiando come fare ma devo essere cauto, abbiamo già abbastanza problemi. A proposito… – Si avvicinò come per rivelargli una confidenza. – Ci vorrebbe una novità, un diversivo di tipo patriottico. Un eroe, per esempio. In grado di distogliere l’attenzione dalle voci.

– In città si spettegola? – chiese l’altro allarmato.

– Non proprio, però qualcosa è trapelato.

Il presidente si leccò le labbra rinsecchite. – Torniamo alla questione dell’eroe. Mi piace l’idea di averne uno su misura, pronto per farsi amare dalla gente. In fondo la storia è sempre quella: distraiamo il popolo con qualcosa di emozionante e presto dimenticherà il resto.

– Ne avrei già una, devo ancora lavorarci sopra ma credo di avere trovato la soluzione.

– Quale?

– Ancora non è perfetta nei dettagli. Preferisco parlarne quando avrò sistemato tutto e sarò pronto a dare il via all’operazione. Ti piacerà.

– Allora procedi pure e tienimi informato. La cosa rimane fra noi, è inutile ricordartelo.

– Come sempre, presidente.

– Faresti meglio a essere più rispettoso, consigliere.

La cresta vibrò in modo impercettibile ma l’altro non se ne accorse.

– Con il tuo permesso vado a occuparmene. Visto che l’idea ti piace, realizzarla diventa urgente.

– Aspetto solo belle notizie da parte tua.

– Ti ho mai deluso?

– No. Per questo sei ancora qui. Vai.

Per un istante l’astragalo restò in equilibrio assurdo puntellandosi sull’unico angolo arrotondato. Poi cadde con grazia accanto agli altri tre, mostrando il suo lato concavo sotto la luce violenta proiettata sul tavolo da gioco. Un mormorio di apprezzamento interruppe il silenzio che aveva accompagnato l’ultimo lancio.

Laudivio fece schioccare la lingua. – Hai perso di nuovo.

L’avversario rimase impassibile. Solo gli occhi scuri si strinsero appena ma tornarono subito a fissare tranquilli quelli del vincitore. – Sembra di sì.

Gli spettatori commentavano eccitati la partita e qualcuno, seduto più in là, allungò il collo per vedere cosa succedeva. L’ultima puntata era stata davvero alta; tirare gli astragali era uno dei passatempi preferiti al Covaccio e la variante bolinda veniva usata solo dai più abili.

Lo sconfitto guardò ancora una volta le ossa sparse sul tavolo e si alzò. – Va bene se ti pago fra cinque turni?

Il biondo, muscoloso Laudivio allargò le braccia. – Certo, da qui non scappi di sicuro – rispose con un sorrisetto amichevole; in fondo gli rincresceva aver battuto il compagno in modo così deciso.

L’altro allungò una mano per congedarsi. Mentre si stringevano i polsi, il vincitore aggiunse a bassa voce: – Se hai bisogno di qualche turno in più…

– No, grazie. Salderò il mio debito come ho detto.

Si girò per andarsene dalla sala da gioco ricavata in fondo al Covaccio e molti lo salutarono, chi a voce alta, chi solo con un cenno misto di dispiacere e ammirazione.

Mentre si avviava verso l’uscita una recluta si rivolse al soldato che l’aveva accompagnata. Erano entrati con un permesso speciale, premio per il primo classificato all’esame di ammissione: – Chi è quello?

– Quello – rispose la guardia con deferenza seguendo con gli occhi la figura slanciata – è un alexomai. Uno dei migliori, anzi direi il migliore.

Raino non si accorse che parlavano di lui; aveva intravisto Gual e allungò il passo per raggiungerlo. Le porte del Covaccio si chiusero alle sue spalle. Il simbolo della spada ricurva, incastonato in ciascuno dei due battenti, scintillò orgoglioso, illuminando di riverberi metallici la rampa in penombra.

– Com’è andata?

– Non bene.

– Quanto?

– In tutto? Più o meno centoquaranta strisce nere.

Gual trattenne il fiato. Era una cifra enorme, molto più di quanto un difensore poteva sperare di guadagnare in una mezza vita di lavoro.

Camminarono affiancati nel buio spesso della notte senza lune avviandosi verso il passaggio sospeso nel vuoto che divideva il Covaccio dalla residenza degli alexomai senza degnare di un’occhiata lo spettacolo di Millaria illuminata.

Fra le più alte della città, la torre era il quartier generale del corpo e si biforcava all’apice in un paio di guglie ardite: una ospitava il Covaccio, gli uffici e le sale per le riunioni, la sua gemella gli appartamenti riservati agli alexomai che vivevano soli. Più in basso, gli alloggi delle famiglie degli altri difensori erano bui e tranquilli, molti dormivano già da ore.

– Cosa farai?

– Non lo so. Non adesso, perlomeno.

– Potresti chiedere…

Raino si fermò. Lo superava di tutta la testa e gli era così vicino che poteva intravvedere anche nella penombra del corridoio gli alveoli dei peli della barba sul volto del compagno. – No, è fuori discussione.

– Non sai neanche cosa stavo per dirti.

– Non posso coinvolgere nessuno in questa faccenda. Neanche te. Devo trovare una soluzione da solo e ci riuscirò. – Una risatina per niente allegra. – Non posso fare altrimenti.

– Tua madre e tuo fratello… – riprovò Gual.

– Non devono sapere niente e tu starai zitto.

– Come vuoi – si rassegnò l’altro riprendendo a camminare.

Si fermarono davanti a una porta.

– Buona notte, amico – lo salutò Raino. – Dormi bene. Domani ci sarà la sessione notturna, dovrai fare bella figura.

– Be’, anche tu, no?

– Io faccio sempre bella figura.

– Finché ti sono in coda, comandante. Byla verrà?

– Non se ne perde una, figurati.

– Suo padre può contare su di lei. E anche tu.

– Sì, è una ragazza entusiasta e prudente allo stesso tempo. Sono contento di sposarla.

– Sarà una buona moglie, Raino. Ne hai bisogno. Così le altre donne la smetteranno di correrti dietro. Almeno si spera.

Risero insieme e si salutarono.

Non tutti gli abitanti della Cerchia Grigia erano tranquilli e addormentati. Nessuno a Millaria sapeva mai con certezza cosa accadeva fra le mura di pietra disposte ad anelli concentrici, innalzate tanto tempo prima. Si chiudevano a tenaglia intorno alla città con un’unica larga apertura per entrare e uscire, rivolta verso il deserto. A ogni ora del giorno e della notte da quel groviglio contorto di costruzioni fatiscenti, simile all’intestino in perenne subbuglio di un’enorme creatura famelica, si alzavano fumi nauseabondi, grida e lamenti e boati fino alle periferie; chi viveva nelle ultime torri della città, più economiche di quelle centrali, si era abituato per forza al pandemonio di odori e rumori, non ci faceva più caso. Qualche volta gli abitanti della Cerchia Grigia esageravano e i millariani periferici avvisavano la sorveglianza, i dissuasori volanti carichi di gas si tuffavano sulle baracche e poco dopo voci e rumori cessavano, temporaneamente sedati.

Impossibile uscirne e chi tentava di tornare a Millaria veniva catturato, riportato davanti alle porte della cerchia, sorvegliato a vista fino a quando le oltrepassava, risucchiato dai miasmi e dalle urla di scherno di quelli che si era illuso di non vedere più. Mai ucciso o fatto prigioniero, non era contemplata l’eventualità di creare un possibile martire.

Con magnanima misericordia verso gli inadeguati, così venivano chiamati i suoi sfortunati abitanti, gli avanzi delle mense della città venivano lasciati davanti alle porte e ogni giorno si scatenava una guerriglia per accaparrarseli prima che venissero messi all’asta.

Non c’era un governo nella Cerchia Grigia ma esistevano parecchi capi riuniti in una Corte, impegnati a disputarsi il controllo della popolazione. Era un mondo isolato sebbene dipendente, fatto di baracche costruite con materiali recuperati qua e là, di solito scarti di costruzioni: a Millaria non servivano a nessuno e come il cibo venivano depositati davanti alle sue porte.

Il ragazzino dagli occhi azzurri si rannicchiò sotto il telone di coriarite.

Colto sul fatto mentre cercava di svignarsela con un sacco di avanzi sottratto al mucchio di roba pronto per l’asta della Quarta Piazza della Cerchia Grigia, Frusio – così si chiamava – era stato acchiappato dalla squadra N23 dopo una breve fuga nei vicoli intorno alla piazza.

– Mi avete fatto lo sgambetto! È irregolare! – si era messo a strillare mentre scalciava tenuto saldamente da un paio di pattugliatori. Un potente manrovescio gli aveva spaccato il labbro e riempito la bocca di sangue.

– Zitto, canaglia! E spera di arrivare vivo davanti al giudice. Potrei cambiare idea e mollarti a loro.

Il capo di N23 aveva indicato il gruppetto di persone alle spalle dei pattugliatori. Erano i vincitori dell’asta e lo guardavano furibondi; il sacco di avanzi puzzava e brulicava di vermi ma se lo erano aggiudicato mettendo insieme quasi tutto quanto possedevano e conquistare un lotto garantiva la sopravvivenza per qualche giorno.

Un’occhiata ai derubati aveva convinto Frusio a tacere.

Seduti su scranne alte agli angoli delle strade più importanti, i giudici osservavano tutto quanto accadeva ai loro piedi. Amministravano la giustizia per conto dell’assemblea dei capi di ogni regione, le zone in cui la cerchia era divisa, e decidevano seguendo un unico principio: la simpatia o l’antipatia verso l’imputato. In un paese senza leggi era un controsenso crearle, non sarebbero mai state applicate. Venivano eletti a ritmo continuo e non erano necessarie competenze specifiche per diventare tali, bastava proporsi e la Corte decideva seduta stante, dipendeva dalla necessità. Se la sentenza emessa non piaceva all’imputato, la si poteva ribaltare ammazzando il giudice e la fuga garantiva all’omicida la decadenza dell’accusa.

Frusio possedeva una fionda come unica arma. Finora non gli era servito altro, pugni e calci lo avevano protetto dalle prepotenze e con la fionda sapeva essere svelto, dicevano, come un alexomai con il pugnale.

Era nato nella Cerchia Grigia e subito abbandonato; un’anziana prostituta aveva sentito i vagiti affamati e dopo essersi avvicinata al fagotto sudicio piazzato in mezzo al vicolo, se l’era portato via. In prospettiva il marmocchio poteva esserle utile.

Svezzato alla meno peggio, era stato buttato per strada quando ancora gattonava con la dotazione personale di un sacchetto appeso al collo: i suoi occhioni azzurri, pensava la donna, sarebbero riusciti pur a intenerire qualche cuore e a farci finire dentro il necessario per la sopravvivenza di entrambi. Qualcuno si era intenerito, è vero, ma solo alla prospettiva di subentrarle nella gestione del tenero fascino del piccino.

Liquidata la vecchia a bastonate, Frusio era stato prelevato e portato a un nuovo indirizzo. Ora viveva con altri bambini in una specie di grande gabbia e tutti i giorni veniva sguinzagliato per le straducole della Cerchia Grigia insieme ai suoi minuscoli colleghi. Con il passare del tempo il sacchettino si era ingrandito e dentro ci teneva pure una piccola fionda, costruita pasticciando con un pezzo di metallo a tre punte trovato per caso e uno scarto di qualcosa dall’origine sconosciuta, elastico e resistente. In giro i proiettili per allenarsi non mancavano e presto era diventato un bravo tiratore. In questa seconda fase della sua vita vigeva una regola unica: mangi per un decimo di quanto porti a casa, vedi tu cosa riesci a combinare e guai se ti ingozzi alle mie spalle, tanto me ne accorgo sempre se tiri a fregarmi, oltre alle botte ti toccherà il digiuno.

A lui e a qualcun altro bambino la regola non andava proprio giù e un giorno saltarono addosso al padrone della grande gabbia liberandosene per sempre. Nel senso che lo sbranarono, contendendosi a calci e pugni e morsi il fegato e il cervello dell’uomo con la prima ferocia della loro esistenza.

Eliminato così l’ostacolo fra lui e la libertà, si era trovato un nido fra le pietre della cerchia, in un angolo poco frequentato e rialzato dal terreno quanto bastava a non attirare l’attenzione, grande a sufficienza per raggomitolarsi e ammucchiare i frutti delle sue imprese.

– Ti prenderà Isias e diventerai il suo servo, gli obbedirai in tutto e se non lo farai potrà punirti come meglio vorrà. Fine del giudizio – aveva sentenziato il giudice mentre Frusio lo guardava spavaldo dal sotto in su, con già la fionda stretta in mano.

Non c’era stato il tempo per caricarla, due braccia enormi lo avevano bloccato da dietro mentre una vociaccia gli strillava nelle orecchie: – Vieni, servo, e non fare scherzi al tuo nuovo padrone!

L’alito dell’uomo era fetido e Frusio aveva spostato la testa d’istinto. Un morso immediato al cranio lo fece urlare.

– Te lo avevo detto di non fare scherzi, servo. Dovresti…

Non sentì il resto, era svenuto mentre un velo caldo e rosso gli scendeva sulle palpebre. Fu risvegliato da una vocetta. – Forza, alzati, altrimenti le prendi di nuovo.

Con uno sforzo riuscì a sollevare le palpebre incrostate di sangue. Inginocchiato accanto a lui c’era un ragazzino dai capelli color arancio acceso e dall’espressione preoccupata. – Davvero, muoviti. Le buschiamo tutti e due se non ti spicci a tirarti in piedi. Isias può arrivare da un momento all’altro.

– Dove… dove siamo?

– Nel retrobottega di Isias, almeno così lo chiama lui. In realtà non è un retrobottega, è il posto dove ci tiene quando finiamo il lavoro.

– Quale lavoro?

L’altro lo guardò con sufficienza. – L’unico lavoro possibile. Rubare, cosa credevi?

Si era messo a sedere toccandosi la testa. Fra i riccioli scuri c’erano grumi di sangue rappreso e la ferita con le impronte dei denti di Isias pulsava regalandogli fitte di dolore a ondate ravvicinate.

– Come si esce da qui?

– Quando lo decide Isias. Oppure con i piedi in avanti. – Non gli mancava il senso dell’umorismo, al rosso.

– Io me ne vado – aveva detto Frusio alzandosi in piedi un po’ incerto sulle gambe.

Si guardò intorno. Era una spelonca lurida. Una decina di giacigli vuoti fatti con assi di legno erano sparpagliati qua e là, sulla terra umida. Sopra, qualche mucchietto di stracci, nient’altro. Una finestrella senza vetri dava su un vicolo stretto stretto, allungando un braccio si poteva toccare la baracca di fronte.

– Dove porta?

– Da nessuna parte, il vicolo finisce contro due pietroni alti. Sono lisci, è impossibile salirci sopra.

– Ci hanno già provato?

– Qualche volta. Due sono tornati indietro prima che Isias se ne accorgesse, per fortuna loro. Il terzo… – Aveva portato di taglio una mano alla gola facendola scorrere in orizzontale. – Isias lo ha sorpreso mentre tentava la scalata. Lo ha obbligato a provare e riprovare fino a quando quello è caduto giù dallo sfinimento. Appena è stato a terra gli ha sfondato il cranio con un martello. – Un’occhiata preoccupata alle spalle. – Se torna Isias…

Non finì la frase. L’unica porta si era aperta e il padrone di casa fece il suo rumoroso ingresso. – Dannazione, vi volete muovere?

Frusio non se lo era fatto dire una seconda volta. Con un balzo e una finta sgusciò fra le gambe e le mani di Isias protese per acchiapparlo, infilò la porta e si mise a correre a caso. Non conosceva quella parte della Cerchia Grigia, molto lontano dalla sua solita zona. Sentiva le urla di Isias ma non perse tempo prezioso per girarsi, ogni attimo era un passo in più fra lui e l’inseguitore.

Prese una viuzza laterale augurandosi che finisse da qualche parte e non contro un muro. Affannato com’era, quasi non aveva visto la catasta di coriarite.

Scoperta per caso tempo addietro, la coriarite era stata estratta in quantità dal sottosuolo e impiegata a lungo nella costruzione delle torri cittadine: duttile, facile da lavorare, addirittura trasformabile in tessuto, era considerata indispensabile e usata persino per il fondo delle strade principali di Millaria.

Dopo qualche tempo erano cominciate le morti. Inspiegabili, dapprima: dopo una febbre leggera giovani e vecchi, uomini e donne cominciavano a tossire. Ogni spasmo polmonare portava via un pezzo di vita e arrivavano alla fine fra sofferenze atroci, la morte prosciugava le vittime giorno dopo giorno senza rispettare nessuno schema, nessun collegamento fra gli ammalati.

Il presidente aveva fatto dichiarazioni rassicuranti: sì, stavano indagando; no, per ora non c’erano ipotesi plausibili però era importante restare calmi; l’untore, se esisteva, sarebbe stato individuato e punito.

Intanto la morte non smetteva di colpire a ondate, una marea ritmica e inarrestabile che andava e veniva, picchi di decessi si alternavano a giorni e anni di calma durante i quali il mostro svaniva, rintanandosi chissà dove. I più ottimisti tiravano un sospiro di sollievo, è finita, se n’è andata per sempre dicevano. Lui, puntuale, li smentiva ritornando a uccidere.

A forza di ragionarci sopra e di indagare sui cadaveri si era arrivati a concludere che la colpa era della coriarite: quando veniva lavorata rilasciava un impalpabile pulviscolo assassino, a contatto con le cellule umane il pulviscolo impazziva di ingordigia, le divorava trasformando i tessuti in alveari vuoti. Infine sazio, diventava inerte fino alla volta successiva.

Non c’era modo di curare e neanche prevenire, ormai il danno era fatto e il pulviscolo penetrato ovunque. L’unica possibilità di arginare il male era togliere di mezzo tutta la coriarite possibile per tutelare almeno i superstiti.

Restava il problema di dove e come depositarla. La risposta era scontata: Cerchia Grigia. I suoi balordi abitanti potevano usarla come fondamenta per le baracche, dopo un certo tempo il pulviscolo non si sollevava più e imprigionato nei basamenti diventava innocuo, secondo gli esperti.

In poco tempo davanti alle porte della cerchia erano stati depositati enormi cumuli di coriarite fatta a pezzi, arrotolata oppure schiacciata dentro grandi contenitori. La manovalanza per lo smantellamento era stata recuperata nella terra di Dulvana, principale fornitrice di operai a basso costo, e pagata con cifre superiori a quanto offerto fino a quel momento.

La gente della Cerchia Grigia aveva assistito indifferente all’andirivieni di mezzi, guardie e lavoratori dulvaniani mentre i mucchi di coriarite si alzavano giorno dopo giorno arrivando a sfiorare la sommità delle mura. La Corte, dopo una sbrigativa consultazione, decise che ognuno si poteva regolare come meglio credeva: prelevare o meno la coriarite era una scelta lasciata al libero arbitrio. All’inizio i cumuli rimasero intatti poi lentamente cominciarono a rimpicciolire, c’era sempre bisogno di materiale nuovo per ricostruire le baracche, consolidare quelle esistenti e proteggerle dalla luce e dal calore dei soli.

Sotto il telone Frusio non si sentiva affatto al sicuro ma contava sul timore di Isias, toccare la coriarite a mani nude o respirarle vicino era un’avventura rischiosa anche per lui. Per quanto lo riguardava, preferiva la coriarite all’idea di finire servo di quell’essere schifoso.

– Lo so che sei qui, lurido piccolo bastardo – borbottò Isias muovendosi intorno alla catasta come un cacciatore che avesse annusato la preda. Le mani enormi si allungavano verso gli angoli e le pieghe formate dalla coriarite senza osare toccarla. La testa cespugliosa si spostava di lato il più possibile per non respirare il pulviscolo sollevato dai suoi passi e allo stesso tempo cercava di non perdere d’occhio qualsiasi movimento dentro la catasta.

L’assedio durò a lungo. Esasperato, a un certo punto l’inseguitore alzò i pugni verso il cielo. – Va bene, servo, per questa volta hai vinto tu. Prega di non tornarmi mai fra i piedi, vedere la mia faccia sarà l’ultima cosa che farai da vivo!

Se ne andò furente e Frusio rimase là dentro fino a notte fonda. Aspettò fino a quando le lune tramontarono e mise fuori la testa con cautela. Nessuno. Preferì lasciar passare ancora del tempo e quando si decise a saltar fuori iniziò subito a correre, Isias poteva essere ovunque, pronto ad agguantarlo e azzannargli di nuovo il cranio. Sussultava a ogni ombra, a ogni rumore, scartando all’ultimo quando qualcuno gli si parava davanti o si trovava sulla sua traiettoria.

Corse fino a non poterne più. Stremato, si fermò a un crocevia e lo riconobbe con sollievo: era ancora distante dal suo nido fra le pietre ma poteva farcela. Arrivò a destinazione quando ormai l’alba dei due soli schiariva l’aria. Si lasciò cadere sulla coperta lacera, unico lusso del rifugio e piombò in un sonno senza sogni.

I cadetti si misero sull’attenti e il brusio cessò mentre il presidente e il consigliere entravano nel salone riservato alle feste e alle celebrazioni solenni.

L’enorme stanza costruita sulla cima della torre più alta della città era di forma esagonale con metà delle pareti in materiale trasparente. La luce era diffusa, fredda e il colore dei muri, privi di qualsiasi decorazione, tendeva a un grigio-marrone. Pochi i posti dove sedersi, e scomodi, così l’attenzione dell’ospite veniva subito catturata dall’imponenza del profilo di Millaria al di là dei vetri, un nastro di guglie, cuspidi e pinnacoli si srotolava lungo tutto l’orizzonte relegando il cielo a un ruolo secondario.

Il presidente avanzò lento. Anche questa volta gli invitati erano tanti e prestigiosi: una delegazione straniera, il fior fiore della società di Millaria e i membri del Consiglio.

Si girò verso Wornat. – Ben fatto – mormorò.

– Non è difficile quando l’invito arriva da te – rispose l’altro allo stesso modo con un sorriso acido mentre faceva scorrere in fretta lo sguardo su tutti i presenti.

La vide quasi subito. Era al fianco del padre e stava parlando con un gruppetto di persone. Indossava un abito verde chiaro scollato sulla schiena e a ogni movimento della testa i riccioli scuri raccolti sulla nuca danzavano leggeri accarezzandole il collo. Mormorò scusatemi al presidente e a un paio di ospiti e si diresse verso il punto dov’era Byla.

La voleva, la voleva a tutti i costi. La conosceva da bambina e mai lo aveva sfiorato il pensiero di desiderarla. Un giorno, durante una delle cerimonie ufficiali, mentre si guardava intorno cercando di nascondere la noia l’aveva vista sollevare un braccio per aggiustare una ciocca di capelli. La scollatura della tunica si era aperta, un poco appena, e quel poco era bastato a mostrargli l’attaccatura di un seno, alto, sodo e a fargli intuire un turgore che l’aveva estasiato e incendiato, fulmineo. E da allora tormentato.

Subito erano cominciate le ossessioni accompagnate dallo sconcerto di ritrovarsi vittima di una simile fissazione ma il tentativo di riportare tutto dentro i confini di un capriccio era fallito, passava ore a chiedersi com’era Byla nuda e distesa in un letto e pronta ad accoglierlo, come doveva essere affondare fra i suoi capelli, sfiorarne la pelle, entrare dentro di lei e goderla fino quasi a svenire di piacere, procurarle qualche sapiente dolore per eccitarsi ancora di più.

Le ossessioni erano diventate progetti e ipotesi, tutti destinati a infrangersi contro il più insuperabile degli ostacoli: Wornat poteva avere tutte le femmine che voleva ma non Byla. Non la figlia di Zurior, il capo degli alexomai al quale lo legava una storica inimicizia. Troppo giovane per lui, troppo nemico suo padre. Troppo fidanzata con Raino, il più amato dei difensori di Millaria.

– Quando iniziano? – lo apostrofò un invitato dallo sguardo freddo sbarrandogli il passo.

Distolse a fatica gli occhi dalla ragazza. – Appena le lune saranno tramontate – rispose indicando al di là delle vetrate i due satelliti sull’orlo dell’orizzonte dove il chiarore del tramonto stava cercando di resistere all’oscurità che avanzava. – Ci vuole un po’ di pazienza – concluse nascondendo l’irritazione.

Tutti gli sguardi degli invitati puntarono dove indicava Wornat e qualcuno si ritrasse dopo essersi avvicinato alle pareti trasparenti e aver dato un’occhiata in basso; sotto la torre il buio era totale e il vuoto stesso pareva annegare nell’oceano oscuro spalancato sotto di loro.

Lontano, al di là delle colline ormai nere, nelle viscere della terra i ghez erano ancora fermi e silenziosi. I musi appuntiti scintillavano appena e le scaglie di copertura alle fusoliere restavano chiuse e opache, solo più tardi si sarebbero aperte per mostrare i loro riflessi mortali.

Nella sala piloti Raino e Gual e gli altri diedero un’ultima occhiata agli schermi; le parole e le immagini correvano veloci e gli altoparlanti ripetevano in fretta le ultime istruzioni per la formazione.

– Perché decide la torre di governo la strategia di volo e non il comandante? – si lamentò un pilota.

Nessuno rispose, nelle loro menti c’erano già tante domande in sospeso, per quella sera non ne servivano altre.

– Consigliere, ci racconta cosa stiamo per vedere? – chiese allegra una signora coperta di troppi gioielli. Un coro di sì, sì, sì accompagnò la richiesta dell’ospite.

Wornat si sfiorò con un dito la cresta d’argento. Lo faceva quando era irritato oppure quando tutta l’attenzione era su di lui, un gesto automatico descritto una volta da un suo nemico, da tempo passato a miglior vita, così: si liscia quella dannata cresta come se si stesse leccando in mezzo alle gambe.

– Mia cara, assisterete a una vera e propria operazione militare, vedrete all’opera i nostri alexomai con i loro ghez. Molti di voi sanno chi sono, qualcun altro no. – Un cenno di cortesia verso la delegazione di Surlanera, ospite d’onore della riunione. – Gli alexomai rappresentano il gioiello più prezioso di Millaria. – Uno sguardo verso Zurior per vedere come prendeva la sottile ironia, un messaggio privato fra loro due. – Sono i nostri difensori, pattugliano i confini, scacciano gli invasori, ci proteggono da ogni pericolo, sempre. – Lasciò scorrere tutto intorno uno sguardo compiaciuto. – In tempi lontani appartenevano a una stirpe di eroi, provenivano dai confini delle terrae, avevano una discendenza diretta e gli estranei non venivano ammessi nelle loro fila. Millaria deve agli alexomai di allora la sua sopravvivenza, la protessero contro ogni pericolo esterno anche a costo della vita. Per qualche motivo rimasto sempre sconosciuto però i difensori a un certo punto si estinsero. – Una pausa. – Noi li abbiamo, per così dire, resuscitati. Scegliamo i nostri futuri guerrieri fin da giovanissimi e li addestriamo a diventare alexomai, non più per nascita ma per valore. Sanno combattere con ogni tipo di arma e in qualsiasi condizione anche se portano addosso solo la sciabola e il pugnale. Con il tempo abbiamo aggiunto alle eccezionali capacità umane qualcosa d’altro di origine artificiale. Oggi ci sentiamo di affermare che un alexomai è la metà perfetta dell’arma perfetta perché… – Altra pausa a effetto. – L’altra metà, altrettanto perfetta, è il ghez.

Tutta la sala pendeva dalle sue labbra. Persino gli ibo, creati per servire, parevano ascoltare con attenzione le parole del consigliere.

– È una creatura dei nostri scienziati – riprese. – Metà macchina e metà essere vivente, parti inanimate mescolate a tessuti organici in grado di trasformarsi in un’entità biologica al comando del pilota. Ogni ghez è creato su misura per l’alexomai a cui è destinato, non ci sono due alexomai uguali, così come non ci sono due ghez uguali. – Un’occhiata circolare. – Non posso dirvi in cosa si trasforma un ghez quando il suo difensore glielo ordina perché non lo so. Può essere qualsiasi creatura non umana, perfino un dromide. Anche se è ovvio pensare che un dromide in battaglia sia poco utile, vi pare?

Qualcuno rise.

– Oppure in un serpente o in chissà cosa d’altro – continuò Wornat. – È il segreto dell’alexomai e non lo rivela a nessuno, solo il comandante del corpo, gli assistenti a terra e i compagni piloti lo sanno. Sono tutti legati da un giuramento di segretezza più forte di qualsiasi pressione, fosse anche la più crudele delle torture; vengono addestrati apposta per sopportare ogni tipo di dolore o condizionamento. Se il difensore muore in battaglia il ghez fa altrettanto, si autoelimina subito.

– Un bello spreco – commentò l’ospite dallo sguardo freddo.

Wornat si concesse un ghignetto di superiorità. – Possiamo permettercelo. In ogni caso sia l’uno che l’altro sono troppo preziosi per finire in mani nemiche.

– E se l’alexomai si ammala? – chiese uno di Surlanera.

– Il ghez non può sopravvivere al difensore. Se il difensore guarisce bene, altrimenti anche il ghez soccombe. Succede lo stesso quando l’alexomai raggiunge l’età del ritiro, il ghez viene distrutto.

Nessuno fiatò.

– Bene – concluse Wornat, – ci sono domande?

– Quanto è la vita media di un alexomai? E di un ghez? – chiese qualcuno.

– Quanto basta perché entrambi compiano il proprio dovere fino in fondo – rispose asciutto. – E ora, per favore, avvicinatevi alle vetrate, credo stiano per iniziare. Ripeto, non vedrete una dimostrazione, anche se il nostro presidente vi ha invitato a vederne una. È stato detto così per tranquillizzarvi: li vedrete pattugliare, controllare e se necessario intervenire, sarà una normale sessione di lavoro. Con tutte le possibili varianti, imprevisti compresi.

– È possibile che ci sia un attacco nemico stasera? – chiese eccitata una ragazza.

Si spostò un poco per vederla meglio in faccia. – Finora non è mai successo e mi auguro non accada proprio mentre siete qui. Comunque non si può escludere.

– Chi è il nemico principale di Millaria? – insisté lei.

– Non mi risulta tu faccia parte del consiglio, mia graziosa ospite – rispose con una sfumatura sdegnosa nella voce. – Quando questo avverrà, ti verranno passate le informazioni necessarie. A te come a tutta la popolazione. Comunque – continuò addolcendo il tono, – è da tempo immemorabile che nessuno osa attaccare Millaria. È un pensiero confortante.

– Vedremo anche qualche ghez in trasformazione? – chiese un altro inviato di Surlanera.

– Speriamo di no. Se così fosse vorrebbe dire che siamo sotto attacco e neanche uno di noi sopravvivrebbe per raccontarlo.

– Come, scusa?

– Caro ospite, nessuno può vedere un ghez in fase di mutazione e restare in vita, anche se alleato o amico di Millaria. È una regola che vale anche per te.

Qualche esclamazione incredula e un silenzio attonito accolsero le sue parole. Poi dal buio, là fuori, arrivò un bagliore lontano seguito da un ronzio.

Tutti si avvicinarono ancora di più alle vetrate e Wornat fece in modo di trovarsi dietro Byla quando i primi ghez apparvero al di là delle colline. La ragazza era girata verso il punto in cui stavano spuntando e non si accorse della sua presenza. Pur alta e atletica, aveva un corpo morbido e il vestito leggero metteva in evidenza le curve pronunciate dei fianchi e dei glutei. Wornat socchiuse gli occhi mentre aspirava in fretta due, tre volte il profumo fresco e dolce, provocante e innocente allo stesso tempo.

I ghez davano l’illusione di venire avanti adagio sullo sfondo del cielo ormai nero. Prima in formazione come uno stormo di uccelli, di loro si intravvedevano solo i musi scuri schiacciati dalla prospettiva e le luci alari, occhi rotondi e crudeli. Mentre il ronzio aumentava fino a diventare rumore lo stormo si aprì a ventaglio occupando di prepotenza tutto il cielo, ormai era quasi su Millaria e il rumore si fece più deciso dilatandosi in un rombo assordante. Passarono veloci sopra la torre mostrando per pochi secondi i ventri lucenti e tutto nel salone vibrò travolto dall’onda sonora della loro carezza devastante. Rapidi come erano arrivati, scomparvero nel buio lasciandosi dietro l’eco di mille tuoni.

Wornat mise piano una mano sulla spalla di Byla e la ragazza trasalì. – Sempre impressionante, vero?

Lei si scostò appena liberandosi con grazia dal contatto. – Già – rispose fredda senza distogliere gli occhi dal buio. – Stavo cercando di individuare Raino, al frastuono ci sono abituata. Scusa, mio padre mi sta cercando. – Girò la testa per concedergli un sorriso breve e si allontanò.

– E ora cosa succede? – chiese uno degli ambasciatori stranieri.

Il consigliere impiegò un attimo più del solito per riprendere il filo della presentazione. – Gli alexomai si stanno dirigendo verso i nostri confini. Se non ci sono problemi alcuni di loro torneranno fra poco e ripasseranno sopra di noi un altro paio di volte. Se volete vederli ancora non allontanatevi dalle vetrate, il pattugliamento finirà secondo il programma e salvo imprevisti. – Allargò le braccia in gesto teatrale. – Intanto sarete ospiti del presidente per un saluto conviviale e una cena nel salone qui accanto. Tutti gli alexomai in volo stasera verranno qui e potrete, se vorrete, parlare con loro – concluse sbrigativo.

Detestava quest’ultima parte del suo compito di cerimoniere ma il presidente glielo aveva imposto, sordo alle obiezioni. Cercò ancora Byla con lo sguardo. Ferma vicino alla porta sembrava su punto di andare via. Suo padre le disse qualcosa, la ragazza rispose e uscì salutandolo con un bacio frettoloso. Già la vedeva in poche occasioni e adesso Zurior la mandava a fare chissà cosa. Andò rapido verso di lui e gli ospiti intorno al capo degli alexomai si zittirono vedendolo arrivare.

– Buonasera – esordì asciutto, – ho appena visto uscire tua figlia. Qualche problema?

– Niente di cui preoccuparsi. La moglie del primo ufficiale non sta molto bene e la cosa è abbastanza complicata anche se non grave. Lui è qui e non può muoversi, la signora è sola e così le ho chiesto di andare a tenerle compagnia. Forse più tardi tornerà.

Il tono di Zurior era altrettanto spiccio.

– Peccato, rischia di perdere una bella serata con il suo fidanzato.

– Avranno tutto il tempo per rifarsi, Byla e il comandante Raino si sposeranno presto.

– Già. Allora auguri per la moglie del primo ufficiale e per il resto. – Girò sui tacchi senza aspettare risposta.

Gli ospiti guardarono incuriositi gli alexomai entrare. Indossavano ancora le sottotute verdi da volo e andarono verso il lungo bancone del bar lanciando solo un’occhiata verso di loro.

Raino ordinò da bere. Aspettava Gual, sarebbero andati via insieme e in fretta sperando di non essere fermati. Anche a Zurior non piaceva mettere in mostra così i suoi difensori eppure aveva dovuto cedere da tempo, per il presidente l’esibizione nel salone era importante tanto quanto quella in aria.

Si appoggiò con un gomito sulla superficie lucida e nera e rimase a fissare il vuoto ottuso della parete oltre la testa umanoide dell’ibo. Ripensò al volo appena terminato e a Sopius che aveva ritardato la mutazione. Doveva controllarlo, il suo ghez finora non aveva mai avuto problemi.

– Posso farti i complimenti, comandante? È stata una dimostrazione emozionante.

Si girò, sorpreso.

Una ragazza vestita con un’elegante tunica a larghe strisce colorate gli stava tendendo la mano, piccola e aperta a coppa, nel saluto formale della gente privilegiata di Millaria. Era minuta e lo osservava dal sotto in su. I capelli color rame le scendevano sulle spalle in onde lucenti, pareva una dama compunta ma negli occhi brillava una luce divertita come a prendersi gioco di lui. Lo guardava con il sorriso più seducente del mondo e l’espressione maliziosa di un monello cresciuto nella Cerchia Grigia.

Una volta ne aveva trovato uno acquattato dietro il recinto della pista di volo, sfuggito alle guardie intorno alle mura della cerchia e a quelle di pattuglia al campo. Per qualche istante si erano squadrati in silenzio, poi il ragazzo si era alzato lentamente sfidandolo con gli occhi e nell’azzurro profondo Raino aveva fatto in tempo a vedere un lampo di ammirazione subito soffocato.

Con un movimento impercettibile il clandestino era scomparso, lasciandogli un miscuglio di irritazione e attrazione, lo stesso che stava provando adesso. La damigella meritava una lezione, lui non volava per divertire gli ospiti del presidente. Indugiò nel verdeoro dello sguardo, mentre la stizza si dileguava lasciandolo disorientato.

– Come ti chiami? – chiese più brusco di quanto avrebbe voluto mentre un battito sconosciuto gli accelerava il cuore.

La ragazza rise e fece un altro passo verso di lui. – Esan. E tu?

Raino glielo disse mentre appoggiava la sua sulla mano tesa.

Gual osservava pensieroso l’amico seduto quasi di fronte.

Era stato il cerimoniere a sistemare i posti quando i due alexomai avevano cambiato idea e accettato di partecipare alla cena. Aveva alzato gli occhi al cielo, esasperato: sempre così con questi guerrieri, sono imprevedibili.

Quando era arrivato, Raino stava chiacchierando con una sconosciuta e si era affrettato a presentarli. C’era qualcosa di nuovo nella voce del compagno, gli parlava però lo sguardo era fisso sul viso di lei che faceva altrettanto, aveva detto di essere contenta di conoscerlo concedendogli solo un’occhiata e un sorriso. A sorpresa, l’amico aveva dichiarato che si sarebbero fermati a cena e una leggera gomitata a Raino non aveva ottenuto alcuna reazione.

Anche adesso entrambi parlavano con i rispettivi vicini ma non riuscivano a tenere gli occhi staccati uno dall’altra.

– Mai stata qui, prima? – chiese a Esan seduta al suo fianco.

– No, l’invito del presidente è stato inaspettato e per diverse ragioni difficile da rifiutare. In famiglia non amiamo molto la vita mondana, siamo piuttosto riservati. – Giocherellò con un bicchiere. – Però sono contenta di essere venuta. E non lo dico per farti piacere.

– Non sempre anche noi siamo così fortunati.

– Scusa?

– Voglio dire, capita raramente di avere ospiti tanto… gradevoli – rispose impacciato.

– Davvero? Con voi alexomai bisogna stare attenti, avete una certa fama – lo stuzzicò lei.

– Lo so, raccontano di noi cose orribili – ammise compunto. – Non c’è niente di vero, naturalmente. In fondo siamo bravi ragazzi. Tutto ghez e torre.

Esan indicò con la testa Raino. – Anche lui?

– Lui più di tutti.

Come se li avesse sentiti l’alexomai si voltò. Gual alzò il bicchiere nella sua direzione e la ragazza fece altrettanto.

Più tardi, appena le regole di etichetta lo consentirono, andò via. Dopo cena si erano ritrovati tutti e tre in un angolo del salone a chiacchierare e poco dopo aveva detto di essere davvero stanco. Era a disagio e irritato e si sentiva escluso. Un saluto cortese a Esan, una stretta amichevole al braccio di Raino e prima di uscire dal salone si era girato indietro a guardarli ancora una volta: occhi negli occhi, parlavano fra loro, sottovoce. Niente e nessuno sembrava in grado di distrarli.

Wornat sperava che Byla tornasse e soprattutto che Raino se ne andasse. Se l’alexomai non c’era e lei arrivava poteva starle vicino, inventarsi una scusa e sfiorarla, trovare le parole giuste per interessarla, almeno per qualche istante. Lui, l’uomo più potente di Millaria costretto a rincorrere una donna. Si rendeva conto di comportarsi come un mendicante e questo, invece di farlo infuriare, lo eccitava ancora di più.

Ma Byla non tornava e quell’altro non se ne andava. Anzi, era tutto intento a parlare con l’insignificante ragazza che il consigliere non aveva mai visto prima, di sicuro figlia di qualche personaggio inserito dal presidente nella lista degli invitati senza consultarlo, il solito sgarbo gratuito. Per di più non gliela aveva presentata e così non sapeva chi era. Faccenda irritante.

L’alexomai le stava dietro fin dalla cena, Wornat se ne accorgeva solo adesso. Incredibile, il difensore era come risucchiato dalla ragazza, si stava dedicando tutto a lei dimenticando gli altri invitati.

Sentì montare dentro una rabbia sorda verso quell’uomo bello e fortunato, amato da Byla e ora infoiato per la puttanella ricca. Aveva la donna che voleva lui e ci provava anche con quest’altra. Solo per portarsela a letto e dimenticarla subito. Mollò il suo interlocutore nel bel mezzo di una frase lasciandolo attonito e si avvicinò ai due.

Stavano ridendo per qualcosa. Raino alzò gli occhi, lo vide arrivare e si alzò. A malincuore, gioì Wornat.

– Comandante, non puoi sequestrare così questa deliziosa creatura, ci sono anche gli altri ospiti da catturare. – Il tono era divertito ma lo sguardo glaciale.

– Certo, consigliere, vado subito a fare altri prigionieri.

Anche il tono di Raino era leggero e non riuscì a decifrare l’espressione sul volto dell’alexomai. – Mi occupo io della nostra ospite. Vai – lo incalzò.

Il difensore si irrigidì. – A dopo – disse rivolto alla ragazza prima di allontanarsi.

Si sorrisero.

– Certo.

Wornat stava per dire qualcosa ma Esan lo anticipò. – Si è fatto tardi, meglio andare. Grazie per la bella serata. Ti prego, ringrazia il presidente per me, non voglio disturbarlo.

Non fece in tempo a fermarla, era già in mezzo al salone, aveva raggiunto in fretta Raino, alzandosi sulla punta dei piedi gli stava sussurrando qualcosa e l’alexomai annuiva.

Li osservò indispettito sfiorandosi una punta della cresta con le dita palmate della mano sinistra, caratteristica unica degli abitanti di Raeder, il posto da cui veniva.

La casa dei ghez era scavata nelle oscurità più profonde delle colline intorno al campo di volo. I passi di Raino erano lenti, avvicinarsi richiedeva cautela anche da parte di un alexomai. Un movimento brusco poteva dare il via a una sequenza spaventosa, i ghez rispondevano solo ai comandi del proprio pilota, tuttavia se si sentivano minacciati attivavano il lancio automatico di tutte le armi prima dell’autodistruzione.

Uscito dal salone delle feste era tornato lì, la stanchezza era passata e non aveva voglia di andare a dormire.

Conoscere quella ragazza, Esan, gli aveva provocato un’eccitazione che sentiva ancora scorrere a fior di pelle fino a raggiungere e invadere il cervello. Risentiva la sua voce, rivedeva i suoi occhi, riprovava l’emozione di guardarla. Si impose di non pensarci, di fare altro.

Indossò di nuovo la tuta di volo fatta di microscopiche scaglie sovrapposte, una versione miniaturizzata della protezione sui ghez. Fece un giro largo per non metterli in allarme e si fermò di fronte al muso del suo. – Sono io, Sopius.

La macchina vivente ebbe un fremito. L’alexomai si avvicinò ancora di più. – Dobbiamo sistemare quel problema, lo sai.

Il dorso scaglioso si increspò appena.

– Fammi salire.

La piccola ala ruotò. Un istante dopo era all’interno, prese posto ai comandi e iniziò le procedure di controllo.

Decise di tornare a casa a piedi. La strada era lunga ma aveva bisogno di un po’ di tempo per pensare alla serata appena trascorsa. Era andata alla torre universale per far contenta sua madre, a Esan le cerimonie ufficiali non piacevano.

– Vedrai, non è così male – aveva detto Laka. – Si possono incontrare persone interessanti. Sei sempre con il naso su quell’atlante, per una sera distrarti ti farà bene.

– Se è tanto piacevole perché non ci vai tu?

– Perché devi scoprire cosa c’è nella vita oltre alle tue stelle.

Sua madre aveva sempre argomenti efficaci per sostenere le proprie idee, Esan lo sapeva da un pezzo e aveva ceduto controvoglia dimenticandosi presto dell’impegno preso.

Glielo ricordò Laka fermandola mentre andava di fretta verso lo studio. – Stasera hai un appuntamento, non scordarlo.

– Non so se ci riesco, oggi c’è una lezione notturna interessante.

– Spiacente, ho già dato conferma della tua presenza e in queste cose sono molto formali.

– Non posso! – aveva protestato. – Ho promesso di esserci, sarà una lezione magnifica, imperdibile.

– C’è un altro motivo se insisto. Sai bene quanto sia difficile per noi vivere a Millaria. Non sono molto amata nella torre di governo, nei miei lavori spesso le critiche sono pesanti anche se le nascondo dietro argomenti leggeri. Non faccio niente per ingraziarmi i potenti e qualche volta rischio anche grosso.

– Mamma!

– L’invito è un gesto di pace da parte del presidente dopo anni di indifferenza e perfino di minacce velate. Se ci andassi sarebbe una resa, un modo per sottomettermi e somiglierebbe alla promessa di produrre opere come vogliono loro.

– Invece se vado io… – Il tono di Esan era bellicoso.

– Se ti presenti tu è una dichiarazione di disponibilità a discutere magari più avanti le mie prese di posizione.

– Mi stai usando?

– Sì. Anche.

– Ne vale davvero la pena?

– Credo di sì.

Si era presa qualche attimo per riflettere. – Allora vado – aveva detto rassegnata. – Naturalmente per la tua buona causa.

– Non dimenticare anche la tua buona causa. Vivi troppo isolata.

Prima di uscire sua madre l’aveva ammirata contenta. – Sei davvero bella.

– Non quanto te, mamma. Sono solo graziosa.

Un vecchio gioco fra loro: Laka era stata bellissima, un volto e un corpo meravigliosi anche se di proporzioni minute, seducenti nella loro perfezione. La figlia aveva ereditato in parte i suoi lineamenti delicati, eppure possedeva un fascino diverso, in lei le lievi irregolarità del volto creavano un insieme piacevole, più sensuale della bellezza.

Una volta arrivata Esan si era messa a gironzolare per il salone, annoiata ma attenta a quanto avveniva, ricordando le raccomandazioni materne. Al momento di presentarla, il consigliere aveva fatto la faccia strana: non sapeva come si chiamava.

Era stato il presidente stesso a togliere entrambi dall’imbarazzo. – La conosco io, questa bella creatura. Tale e quale sua madre. – Non aveva aggiunto altro, squadrandola compiaciuto.

Impassibile, Wornat aveva chinato appena il capo e lei era scivolata oltre, sollevata. Forse adesso era il caso di andarsene, il capo di Millaria aveva notato la sua presenza e il compito affidatole sembrava esaurito. Nonostante le supposizioni di Laka non aveva incontrato nessuno di speciale. No, era troppo presto, meglio resistere ancora un poco.

Quando erano arrivati i ghez, come tutti era rimasta intrappolata nell’eccitazione e nella curiosità di saperne di più. Tanto valeva restare e guardare gli alexomai da vicino, non le sarebbe più capitata un’altra occasione del genere.

Lo aveva visto entrare e qualcosa si era svegliato, qualcosa addormentato nelle pieghe più profonde della sua anima dall’inizio del tempo, così forte e potente da spingerla verso di lui senza che potesse resistere, cancellando ogni remora, ogni prudenza. Anche a distanza di ore, riviveva quegli attimi con la stessa sensazione di meravigliosa incapacità di opporsi a quell’istinto. Lo sconosciuto l’aveva guardata come se l’aspettasse da sempre, stupefatto quanto lei. Il resto era avvolto nella nebbia incantata dell’emozione e ancora la avvolgeva in un abbraccio invisibile.

Avevano fatto fatica a separarsi e negli occhi del difensore era saettato un lampo di ribellione, subito domato dalla disciplina, quando Wornat lo aveva obbligato ad allontanarsi.

L’aria era fredda, una delle tante stranezze di Millaria, giorni infuocati erano spesso seguiti da notti gelide. Si avvolse più strettamente nello scialle viola che le arrivava fino ai piedi e si fermò all’angolo della strada dove era casa sua. Anche lei non aveva sonno e continuò a camminare lungo le strade vuote del quartiere, tutta presa da pensieri vecchi e nuovi. Le venne in mente Palisos, un allievo della sua stessa seconda e terza scuola, di qualche anno più grande: l’attrazione del ragazzo per lei era stata a lungo fra i pettegolezzi più succosi dell’istituto. Massiccio, con un naso forte, aquilino e un sorriso accattivante, era uno degli studenti migliori, una mente acuta. Eppure, di fronte a Esan, si bloccava e, se poteva, addirittura scappava. Fin da quando l’aveva vista per la prima volta nel cortile della scuola, la cotta non gli era più passata.

Ricordava bene gli sguardi, i

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