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L'inutile morte di Togliatti
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E-book309 pagine4 ore

L'inutile morte di Togliatti

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Info su questo ebook

1957. L'Italia è una repubblica socialista, nata dall'ignobile attentato omicida che nove anni prima insanguinò la Nazione, eliminando dalla vita politica "il Migliore", Palmiro Togliatti. Giacomo Matteotti, funzionario di partito e soprattutto giovane visionario, combatte per realizzare il suo grande sogno: il Primo Campionato Unitario di Calcio, che sarà lo storico passo verso l'agognata unità nazionale. O almeno, così voleva essere. Perché come ben sappiamo, la palla è rotonda e tutto può succedere.
LinguaItaliano
Data di uscita27 mar 2019
ISBN9788831612197
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    Anteprima del libro

    L'inutile morte di Togliatti - Nicola Deleonardis

    strumentalizzati.

    14 luglio 1957

    Bologna

    La Grassa risplendeva in una bellissima giornata di sole.

    Un fremito percorreva l’intera città, pronta per la grande parata militare commemorativa che ogni anno, dal 1949, si teneva nella domenica più vicina alla data del 14 luglio.

    Tra il pubblico c’erano bambini, giovani, vecchi. Uomini, donne, eroi reduci della seconda guerra mondiale. Tutti con gli occhi fissi sul corteo che scorreva serrato, sulla marcia dei militari che proseguiva con ritmo regolare.

    I tacchi degli stivaloni dei soldati scandivano i pensieri del popolo.

    Tutti erano riuniti a futura memoria dell’attentato che il 14 luglio 1948 tolse la vita al padre della Patria socialista Italiana, Palmiro Togliatti.

    Il Migliore.

    Le sue gigantografie riempivano la strada.

    Nessuna foto, ovviamente, dell’esaltato anti comunista Antonio Pallante, l’attentatore che sparò tre colpi da una Colt calibro 45.

    Qualche giorno dopo essere stato bloccato ed arrestato, poche ore prima di essere fucilato, si scoprì che quel terrorista aveva in casa anche un’altra pistola, sempre americana, ma calibro 38. Se avesse scelto quella, forse, Togliatti si sarebbe salvato.

    Ma la storia non si può cambiare.

    Anche oggi tutti si erano riuniti sotto un tremendo sole cocente, in attesa dell’annuale dimostrazione di forza e di compattezza nazionale. Occhi brillanti di giovani baldanzosi e occhi stanchi di anziani dalle rughe profonde, figli sì di anni diversi ma della stessa storia.

    Dopo la morte del leader comunista, fu nuovamente la guerra. Si susseguirono giorni di rabbia e di terrore: per le strade e per le campagne dilagò inarrestabile una furia fratricida. Il sangue ricominciò a scorrere nel paese, lo lacerò nelle ossa e nell’anima, già spezzata dall’orribile conflitto mondiale da poco terminato, che aveva visto alleate le due maggiori potenze mondiali: gli Stati Uniti d’America e l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

    Due schieramenti socialmente e politicamente contrapposti già da allora e che, in seguito, si sarebbero trovati uno di fronte all’altro.

    In quei momenti venne sfiorato l’olocausto nucleare.

    Facciamo un passo indietro.

    Subito dopo l’annuncio ufficiale della morte di Togliatti vi furono grandi e violente sollevazioni popolari, orchestrate in primis dal Partito Comunista ma appoggiate, senza remore, anche dalla sinistra socialista.

    Il Fronte Popolare, come veniva chiamata, in modo semplicistico, l’alleanza dei partiti della sinistra colse, nel sacrificio di Togliatti, l’occasione per rivendicare a gran voce il primato delle elezioni d’aprile 1948, in cui la Democrazia Cristiana aveva vinto le elezioni politiche nazionali.

    Dai dati dello spoglio elettorale ufficiale si leggeva che il 38,7% dei voti andava al partito dello Scudo Crociato contro il 37,9% del Fronte: quest’ultimo denunciò immediatamente e con aspre polemiche presunti brogli elettorali, intrighi e truffe ai seggi orchestrati, secondo loro, dagli USA e dalla CIA, la neonata agenzia dei servizi segreti statunitensi.

    Dalle aule di un Parlamento sempre più diviso, gli attacchi verbali si materializzarono ben presto nelle strade e nelle piazze.

    In questa situazione di enorme tensione politica e sociale, il Presidente della Repubblica Enrico De Nicola cercò di prendere tempo: ne seguì la nascità di un raffazzonato governo di unità nazionale, dove la Democrazia Cristiana del Primo Ministro De Gasperi, insieme a tutti i partiti politici di area cattolica e filo-americana, spingeva per estromettere il Fronte Popolare da ogni decisione di politica nazionale ed internazionale di rilievo, pur avendo lo stesso Togliatti come Ministro della Giustizia.

    Pochi istanti dopo l’attentato, si sparse la voce che Togliatti era stato ferito gravemente. Le frequenze radio di tutta Italia trasmettevano notiziari e bollettini in continuazione, in cui venivano comunicate man mano le novità. Togliatti era gravissimo; già sotto i ferri.

    Si sarebbe salvato, così dicevano.

    De Gasperi però, appena due ore dopo il fatto, fece mobilitare l’esercito e le prime truppe percorsero a tutta velocità, su blindati e camionette, le strade delle principali città italiane, lasciando attoniti e preoccupati molti cittadini, specialmente fra quelli che avevano votato a sinistra.

    A questa azione, come per ogni legge fisica, corrispose una reazione.

    Man mano che il tempo passava, il popolo comunista si raggruppava davanti ai bar e nei caffè nelle strade, un po’ per farsi coraggio, un po’ per ascoltare in compagnia le notizie che venivano gracchiate dagli altoparlanti delle radio a tutto volume.

    Furono Luigi Longo, ora Ministro delle Telecomunicazioni, l’attuale Presidente della Repubblica Pietro Nenni e, specialmente, Pietro Secchia, da sempre il portabandiera della componente rivoluzionaria del PCI, i primi a chiamare a raccolta le decine di migliaia di militanti comunisti e socialisti.

    Poche ore dopo l’azione del Presidente De Gasperi, la grande comunità della sinistra seguì l’indicazione dei vertici del Partito, ritrasmessa ed amplificata attraverso la capillare rete delle Case del Popolo e ritrovi vari: un mare di gente, composta da lavoratori, studenti e pensionati di entrambi i sessi e di ogni età, si riversò nelle piazze.

    La situazione stava velocemente scappando di mano al leader democristiano: questa escalation mise seriamente a rischio la stabilità della Nazione e della pace. Ormai era idea comune che si stesse materializzando, di nuovo, un intervento armato da parte degli americani: stavolta, si diceva, sarebbero scesi in campo come veri e propri tutori dell’ordine costituito.

    Piccole brigate di cittadini, spesso partecipate da componenti armati alla bell’e meglio, occuparono le zone strategiche di diverse città, trovandosi faccia a faccia con i militari in assetto da guerra, sempre più nervosi e confusi; molte le stazioni ferroviarie che vennero bloccate: le banchine dei porti di Genova, Ravenna ed Ancona furono presidiate da gruppi di lavoratori portuali che non facevano imbarcare o sbarcare persone o merci; alcune università, come quella di Bologna, Ferrara e Padova, furono occupate da studenti e professori; ospedali, uffici postali e addirittura qualche chiesa venne piantonata da uomini e donne con un fazzoletto rosso al collo o legato al braccio.

    La sensazione che andava diffondendosi era chiara: stava per generarsi uno scontro e tale sentimento si rafforzava e montava di ora in ora.

    Anche i palazzi delle Prefetture nelle maggiori città del nord e del centro Italia furono occupati: le azioni erano inevitabilmente accompagnate da tafferugli con i Carabinieri e la Polizia e così arrivarono i primi scontri armati a Milano, a Brescia, in Toscana e in Umbria.

    La pronta mobilitazione della macchina organizzativa del popolo rosso sembrò da subito fin troppo pronta: in poche ore si era mossa una grande massa popolare, efficiente e ben oliata.

    Che ci fosse un piano già prestabilito?

    Due giorni dopo l’attentato, nella tarda mattinata, vennero bruscamente interrotte le trasmissioni alla radio per annunciare la morte di Togliatti: si ebbe la sensazione che per qualche secondo l’intera Italia trattenesse il respiro.

    Gli anglo-americani di stanza a Trieste si barricarono in città, in attesa di un attacco che ritenevano inevitabile. Vista la tensione già presente sul territorio, erano sicuri che l’annuncio avrebbe causato un’inarrestabile concatenazione di episodi di violenza, con il rischio di un vuoto di potere e il conseguente colpo di mano da parte delle forze popolari di sinistra, magari appoggiate dai sovietici.

    Questo immediato e prematuro irrigidimento delle posizioni innescò di fatto un conflitto: proprio gli ex-liberatori, chiusi in atteggiamento difensivo preventivo, ne furono la causa.

    Passarono altri due lunghi giorni di ininterrotti scontri fra alcuni reparti dell’Esercito e dei Carabinieri contro i manifestanti: ma dall’URSS non arrivò la marea rossa che si temeva… o che si sperava, dipende dal punto di vista.

    Longo e Secchia, poche ore dopo che Trieste venisse blindata dalle forze americane di stanza agli ordini del TrUST, il Trieste United States Troops agli ordini del generale Bryant E. Moore (uno che prima sparava poi interrogava) erano prontamente volati da Roma a Mosca, per chiedere ovviamente aiuto e protezione al Piccolo Padre.

    Stalin non li ricevette.

    Fu un alto dirigente, Scevliaghin, ad incontrarli il giorno dopo l’arrivo nella poco formale hall di un Hotel che si affacciava sulla Moscova, dove i due politici erano stati parcheggiati per la notte. L’incontro fu molto cordiale, ma asettico: Longo presentò la situazione e un dossier di qualche foglio, scritto nella notte un po’ con la macchina da scrivere ed un po’ a penna, con evidenziate le criticità e le richieste immediate per risolvere la situazione in Italia.

    Il russo prese la cartellina sorridendo e senza degnarla di uno sguardo la consegnò nelle mani di un suo galoppino. Informò in modo lapidario che non ci sarebbe stato alcun intervento armato in territorio italiano, nessun tipo di aiuto diretto.

    Soldi sì, ma pochi.

    Scambi commerciali, sì. Armi, no.

    Dopo circa un’ora dalla fine dell’incontro, i diplomatici italiani erano già imbarcati su un Antonov delle linee aeree Aeroflot, destinazione Atene. Da qui sarebbero giunti a Roma.

    Nel frattempo la situazione nella Penisola si faceva ancora più incandescente. Decine di sedi della Democrazia Cristiana e circoli ACLI vennero distrutti.

    Qualche prefetto dichiarò il coprifuoco, ma causò ancor più irritazione fra la gente, specie in quella meno allineata. A Genova, a Padova e a Torino avvennero nuovi gravi scontri di piazza fra operai e reparti dell’Arma: morirono quaranta persone, quasi tutti operai.

    La sera del 20 luglio, nel capoluogo piemontese venne rapito Vittorio Valletta, l’amministratore delegato della FIAT. Il braccio destro della famiglia Agnelli, già rifugiatasi in Francia, fu preso di mira da una decina di persone incappucciate e ben armate mentre rientrava dall’ufficio.

    La scorta del dirigente venne m