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Le cronache di Maladrim - il ritorno dei caduti

Le cronache di Maladrim - il ritorno dei caduti

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Le cronache di Maladrim - il ritorno dei caduti

Lunghezza:
243 pagine
3 ore
Editore:
Pubblicato:
Mar 1, 2019
ISBN:
9788827869277
Formato:
Libro

Descrizione

In un mondo devastato dall’odio e dall’inganno, un manipolo di mortali si ritroverà a combattere una guerra contro forze oscure e il loro esercito di non morti. Guidati in segreto dal Dio della Giustizia, ognuno di loro dovrà anche affrontare le sue paure e per alcuni la battaglia più importante sarà persa. Tra nuove amicizie e vecchi amori, tra alleanze e inganni, violenza e creature mostruose, il Lahkdaar sarà ancora una volta il campo di battaglia nell’eterna guerra fra bene e male, fra luce e oscurità. Mentre gli Dei del cielo staranno a guardare, i demoni degl’inferi tesseranno i loro piani di conquista del Creato e questa volta, dalla loro parte avranno anche il Destino.
Editore:
Pubblicato:
Mar 1, 2019
ISBN:
9788827869277
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Anteprima del libro

Le cronache di Maladrim - il ritorno dei caduti - Fabio Chicchi

pietra

1

L’adunanza

La bruma saliva dal terreno in una strana atmosfera di quiete, la pioggia della notte aveva reso quelle terre quasi impraticabili e lo zoccolo del possente destriero affondò nel fango al suo ultimo passo.

Il cavaliere osservava immobile la massiccia palizzata che gli si presentava davanti, non si udiva alcun suono provenire dal suo interno, ma rimase ad osservare in attesa degli eventi come se aspettasse un mutamento da un momento all’altro. L’uomo tolse l’elmo e lo poggiò davanti a se sul cavallo. Era un elmo di pregevole fattura, la visiera aveva la forma di un elegante falco, le cui ali terminavano ai lati della testa in assetto di volo.

Il cielo appariva di un innaturale color lilla con sfumature rossastre dovute ai primi raggi di una timida stella diurna che si faceva spazio fra le nubi della notte. Passò qualche istante prima che un grosso cancello di tronchi si alzasse lentamente a rivelare in parte ciò che si trovava all’interno dello accampamento. Il cavaliere scosse leggermente le redini e il destriero iniziò ad avanzare al passo. Una volta dentro, il grosso cancello di tronchi si richiuse alle sue spalle.

L’uomo si guardò attorno, alcuni arceri sulle torri di guardia lo tenevano sotto tiro con i loro archi, altri uomini armati lo osservavano da vari punti del piazzale, tre di loro si avvicinarono.

Indossavano tutti delle lunghe tuniche di un color marrone scuro, legate in vita da semplici corde ingiallite, i loro capelli erano quasi del tutto rasati e tutti portavano al collo un amuleto di legno con l’effige della luce. L’unica cosa che li distinguava da ogni altro monaco, erano gli stivaletti che portavano ai piedi, al posto dei sandali. «Cosa ti porta da queste parti cavaliere?»

«Sono diretto al monastero di Dordurian!» «Allora il tuo viaggio finisce qui, il monastero non esiste più!» Il cavaliere si guardò di nuovo intorno notando, oltre ai monaci, molti vecchi e bambini.

«Cos’è accaduto?» Il più anziano dei tre lo guardò per qualche istante restando in silenzio prima di rispondere. «Seguimi!» L’uomo smontò da cavallo.

«Si occuperanno loro del tuo animale!» Disse il monaco indicando i suoi confratelli.

Percorrendo i viottoli in mezzo a tende e baracche, il cavaliere notò anche una strana concentrazione di viandanti e mercanti, ma più di ogni altro, la sua attenzione fu rivolta verso un piccolo gruppo di soldati riuniti lungo un muretto di pietra.

La maggior parte di loro stava stravaccata a non far niente, altri parlottavano e due di loro si stavano allenando con la spada. Le loro armature erano sporche e logore, ma egli potè ben distinguere lo stemma sul loro petto, due cervi uno di fronte all’altro. «Siamo arrivati!» Disse il monaco.

Sotto un grosso albero di mele sedeva un giovane, anch’egli indossava il saio, ma a differenza degl’altri, aveva lunghi capelli biondi, che incorniciavano un viso magro ma dai lineamenti delicati e dalla carnagione chiara e strane orecchie appuntite si facevano spazio fra la folta chioma.

Quando il cavaliere vi posò gl’occhi il giovane le nascose fra i capelli.

Ciò che catturò l’attenzione del cavaliere fu anche il fodero alla cinta, dal quale spuntava l’elsa di un pugnale di notevole fattura, sulla quale erano incisi strani simboli. «Salve straniero!» «Cos’è accaduto al monastero?» Chiese il cavaliere senza tanti preamboli.

«Ormai il monastero è perduto, come la maggior parte di ogni cosa da queste parti!» Rispose il ragazzo. «Il tuo abate ?» «E’ caduto quando i morti sono usciti dalle loro tombe!»

Ci fu un istante di silenzio. «Comandi tu questo posto?» «Non c’è niente per te da queste parti cavaliere!» Rispose il monaco. Lo straniero si allontanò mentre il ragazzo lo osservava incuriosito e non erano molte le cose che riuscivano a catturare la sua curiosità.

***

Dalla parte opposta dell’accampamento in una zona isolata, c’era una piccola tenda ma ciò che dava nell’occhio era un grosso cranio con le corna, infilzato in un lungo palo appuntito e posto proprio all’ingresso.

Will il carovaniere ormai annoiato dalle settimane passate in quell’accampamento senza nessuno da condurre oltre il passo orientale, decise di presentarsi allo strano individuo che vi alloggiava e che aveva solo intravisto al suo arrivo qualche giorno prima.

Si avvicinò alla tenda deciso a fare conoscenza, ma impressionato da quel grosso cranio impalato, avanzava lentamente. Quando fu abbastanza vicino all’entrata si schiarì la voce. «Salve !» Non ebbe risposta. «Ehi, c’è nessuno la dentro?» Ancora silenzio.

Così Will decise di addentrarsi. Spostò leggermente la pelle che fungeva da porta e vi si affacciò.

Era buio, un buio quasi innaturale visto che comunque la stella diurna era ormai alta nel cielo. Tenendo lo sguardo dritto in avanti e strizzando gl’occhi nell’inutile tentativo di vedere attraverso l’oscurità, entrò all’interno.

Una voce tagliente come la lama di un pugnale lo fece trasalire. «Cerchi qualcosa?» Will saltò all’indietro confusamente inciampando sui suoi stessi piedi e finì fuori dalla tenda, cadendo pesantemente a terra nel fango.

I pantaloni e la casacca di Will, prima di un color verde primavera, ora erano di un grigio scuro, oltre che decisamente appiccicosi.

Will guardò verso la tenda e ciò che vide gli tolse il fiato. Una mano! Una mano consumata quasi fino alle ossa, piena di impressionanti vesciche annerite.

Tendini e nervi purpurei ben visibili e dotata di inquietanti unghie simili ad artigli. Quando la mano scostò la pelle animale sulla soglia, Will vide il suo interlocutore. Un uomo apparentemente giovane ma già in qualche modo consumato dal tempo, dal viso scarno e biancastro in cui sembravano incastonarsi due occhi chiari come il ghiaccio, profondi ed inquietanti. «Perché sei qui!»

I lunghi capelli albini, lisci come seta, erano legati in parte con un laccio in cuoi nero a formare una coda di cavallo che sovrastava il resto della capigliatura lasciata libera.

Era vestito completamente di nero che risaltava ancor più il pallore del suo volto. Will trovò il coraggio di parlare. «Salve … io sono …» Non riuscì a terminare la frase. L’uomo si voltò rientrando nella tenda. «Non tornare!»

***

Il cavaliere, si fece indicare la fucina e una volta dentro si guardò attorno. Non c’era nessuno. Faceva caldo, i tizzoni scoppiettavano nel braciere liberando nell’aria l’odore del fumo che si mescolava a quello del metallo appena lavorato.

Sul lato destro della baracca c’erano diverse falci, daghe e spade appese alla grossa trave sul soffitto che tintinnavano oscillate dalla brezza che entrava attraverso le fessure fra le assi delle pareti. Dal lato opposto c’erano delle casse di legno accatastate e qualche grosso barile.

Un pesante grembiule in pelle di maiale selvatico era appeso ad un gancio in fondo alla stanza, fra il braciere e l’incudine.

L’uomo si avvicinò ad un ripiano sotto le armi appese, dove si trovava un drappo grigio scuro dal quale fuoriusciva solo di poche spanne una lama. Alzò leggermente il drappo quando una voce catturò la sua attenzione. «Posso aiutarti?» Il cavaliere si voltò leggermente. «Cerco il fabbro!» «L’hai trovato!» L’uomo osservò la ragazza. Più robusta di molti dei monaci dell’accampamento, aveva lunghi capelli rossi raccolti in svariate trecce. Un corsetto di pelle di camoscio ed un gonnellino e stivali in pelle di daino. Un grande amuleto di bronzo al collo. «Sei tu il fabbro?»

La ragazza si diresse spedita verso il braciere, prese il grembiule appeso alla parete e lo indossò legando i lacci alla vita. «Se non ti sta bene puoi anche andartene!»

Il cavaliere si avvicinò lentamente alla ragazza, la guardò dritta negl’occhi e sorrise sfoderando la spada, poggiandola con la punta sull’incudine. «Puoi ripararla?»

«Che diavolo ci hai tagliato?» Lo sguardo del cavaliere si incupì di colpo. «Ultimamente troppe teste!» «A quanto pare erano tipi dalla testa dura!»

Rispose la ragazza afferrando un grosso maglio poggiato di fianco all’ incudine. «Puoi aggiustarla?»

Ripeté l’uomo.«Quando avrò finito sarà come nuova!» Il cavaliere lasciando la fucina si rivolse alla ragazza.

«Passerò domani mattina prima dell’alba!» Alisan, il fabbro, aggrottò le ciglia. «Eih, non ho intenzione di lavorare tutta la notte!» Il cavaliere lanciò una saccoccia di monete sull’incudine «Per il tuo tempo!» Poi uscì.

***

Will stava raccontando ciò che era accaduto a Rakis, uno dei tanti mercanti che suo malgrado si ritrovava bloccato in quel posto, ma era anche l’unico che aveva trovato il modo di rendere quella sosta forzata un occasione d’oro. Rakis era un uomo di mezza età, con un po’ troppa pancia e un po’ troppa parlantina, alla quale ormai quasi tutti si erano abituati, anche perchè un mercante di armi come lui, era da quelle parti, più prezioso dei venditori di cibo.

Rakis diceva che nonostante quei tempi difficili non si dovevano tralasciare gusto e buone maniere, giustificando quindi il suo abbigliamento ricercato e sofisticato.

Indossava le migliori stoffe provenienti dall’ovest, calzature di pelle di serpente dei deserti di Talhoe e molti dettagli in oro e seta, pregiati manufatti degli artigiani di Lajada. Il cavaliere non poté fare a meno di sentire ciò che Will aveva raccontato e pensò che un tale vicino di alloggio avrebbe certamente tenuto lontano i ficcanaso.

Raggiunse quella parte dell’accampamento e sistemò le poche cose recuperate dal suo destriero vicino ad un cumulo di pietre e sedette sotto la palizzata nella parte più ombreggiata ad osservare da lontano, monaci e viandanti.

***

Un grido squarciò l’aria, una possente ascia bipenne si abbattè su un grosso tronco spezzato ben aggrappato alla terra. La lama affondò nel legno in un tonfo sordo.

«Se fosse stato un uomo lo avresti diviso in due!» Disse la ragazza seduta li accanto mentre la lama tornò indietro e la grossa ascia si posò sulla spalla dell’ uomo alto più di due metri, con lunghi capelli corvini riuniti in una folta treccia. L’occhio sinistro era incorniciato da un tatuaggio blu scuro che gli scendeva fino a metà della guancia.

Possedeva un fisico possente, le sue braccia erano grandi quanto l’intero busto della sua compagna e le sue gambe erano più spesse del tronco che aveva appena colpito.

«Devo trovare qualche demone da massacrare Kyra, non posso continuare a combattere contro i rami spezzati!» «Pazienta Kuràn, quando Athius e gl’altri monaci torneranno, potremo attraversare il passo». Da molto tempo i due erano compagni di viaggio, da quando la giovane maga era stata strappata alla sua famiglia dopo l’arrivo dell’oscurità.

«Devo affondare la mia ascia in qualcosa di diverso di un tronco spezzato o non resisterò a lungo!» Il barbaro camminava avanti e indietro, gettando lo sguardo verso il piazzale centrale aspettando impazientemente il ritorno dei monaci. «Non cambierai mai Kuràn!»

La ragazza sorrideva standosene seduta a terra a guardarlo. La loro avventura insieme iniziò qualche tempo prima sulla via per le terre del nord, ricordi sempre vivi nella memoria della giovane maga.

Era ormai scesa la sera sul campo di Dordurian, tutto aveva un altro aspetto alla luce delle fiaccole. La danza lenta e continua dei fuochi regalava un innaturale atmosfera e placava gl’animi di monaci e viandanti.

I molteplici odori dei più disparati cibi si miscelavano a colmare l’aria e le voci diventavano sussurri.

Al buio della sua tenda lo straniero dalla mano trucidata se ne stava in meditazione, quando d’improvviso spalancò gl’occhi e sorrise. Quando uscì, Declan stava sistemando le sue cose. I due si scambiarono una rapida occhiata poi lo straniero si allontanò.

Il cavaliere lo seguì con lo sguardo per qualche istante come se avesse visto un fantasma, poi tornò ai suoi affari.

Il misterioso avventuriero che tutti chiamavano stregone, camminava fra le tende e baracche guardandosi attorno come stesse cercando qualcosa.

Svoltò dietro una tenda raggiungendo un piccolo spiazzo al centro del quale si trovava un falò, intorno vi erano due donne anziane appisolate, un piccolo uomo dai lineamenti spigolosi e Kyra con il suo compagno d’avventura. Lo stregone si avvicinò lentamente e quando fu abbastanza vicino si annunciò. «Com’è piccolo il mondo!»

Le due donne continuarono a pisolare, il piccolo uomo si voltò per vedere chi avesse alle spalle, Kuràn continuò a mangiare il coscio di porco che aveva fra le mani. Kyra riconobbe quella voce, alzò lentamente lo sguardo su di lui. «Salazard !» «Salve Kyra …sorpresa di vedermi?» L’espressione della ragazza mutò all’istante, il sorriso e la quiete che aveva fino a quel momento lasciarono il posto alla rabbia. «Sorpresa di vederti vivo!» Salazard sorrise. «E’ un piacere anche per me!» Kyra continuava a guardarlo dando l’impressione di volerlo trafiggere con lo sguardo. «Cosa ti ha spinto fino a qui? Sei lontano da Rakdar-Tur?» «Avrei fatto volentieri a meno di venire in questa topaia!» Anche l’espressione di Salazard era diversa, più seria.

La ragazza spostò lo sguardo sul fuoco.«Non c’è niente che valga la pena cercare da queste parti Salazard!»

L’uomo tornò a sorridere, fece qualche passo in avanti e si rivolse al piccolo uomo seduto su un tronco davanti a Kyra. «Posso?» Facendo segno di sedersi. Il piccolo uomo lo guardò intensamente poi si alzò, grugnì fra se e se poi si allontanò.

Salazard sedette. «Credo tu non sia il benvenuto!» Kuràn gli rivolse parola senza guardarlo e continuando a masticare.

I freddi occhi di Salazard si posarono sul barbaro. «Ed io non credevo che un uomo del nord sapesse parlare!» La sua voce tagliente risvegliò anche le anziane signore.

«Se non vuoi vedere come combatte un uomo del nord … sparisci!» Kuràn riprese a mangiare dopo una breve interruzione. «Sono proprio curioso barbaro!» «Addio Salazard !» Intervenne Kyra. Il silenzio piombò sul gruppo.«Anche tu sei lontana da casa!» La voce di Salazard risultava meno affilata, più amichevole. «E’ una lunga storia ma è la che stiamo andando!» «Tankel-Kin è oltre il passo, assai lontana da qui. E’ un viaggio pericoloso!» Disse con un velo di minaccia l’uomo.

Kyra si limitò a guardarlo, le due anziane signore provarono un brivido non dovuto al freddo della notte, il barbaro posò il coscio di porco ed alzò il suo sguardo su di lui. «Calmo bestione, volevo solo dirvi di stare attenti. Se deciderete di affrontare il passo sappiate che non brulica solo di viscidi demoni di sangue…» «Tu, affronterai il passo?» Chiese Kyra con tono più pacato.

Lo sguardo di Salazard, alzandosi, si posò nuovamente su Kuràn. «Ci rivedremo barbaro!» «Non vedo l’ora stregone!» Salazard sorrise.

***

Declan era andato alle stalle per assicurarsi che il suo destriero stesse bene e fosse pronto per l’indomani. Uscendo la sua attenzione diresse su una piccola baracca in tutto simile alle altre, ma percepiva qualcosa di diverso, uno strano potere proveniva dal suo interno.

Rimase qualche istante ad osservarla. Dalle finestre si poteva vedere la luce danzante delle candele su un piccolo tavolo al centro della stanza, ma per quanto provasse, non riusciva a vedere nient’altro.

Provò ad avvicinarsi ma il potere che percepiva lo confondeva ad ogni passo. Udì delle voci e si riparò dietro delle assi. Tasius, capo dell’accampamento, con altri due monaci entrarono nella baracca.

***

«Come fai a conoscere quell’essere?» Chiese Kuràn staccando un altro grosso pezzo di carne dall’osso. «E’ accaduto molto tempo fa. Troppo!»

La voce di Kyra era un misto di nostalgia e delusione. «E’ uno stregone?» Il barbaro continuava a mangiare, mentre la ragazza sorrise amaramente. «No … qualcosa di peggio !» Kuràn smise di mangiare e guardò la giovane.

Era preoccupata o forse peggio, spaventata. «Kyra!?» Esclamò Kuràn. «Salazard giunse a Tankel-Kin in primavera, quando gli alberi nuvola fioriscono e l’aria è fresca e asciutta. Era poco più che un ragazzo ed io poco più che una bambina!…» La giovane maga fissava il fuoco come se ci vedesse il suo passato. «… Era arrivato ai Templi Sacri con il suo mentore. Avevano fatto un lungo viaggio provenienti dalle terre più a sud, oltre il grande deserto. Voleva apprendere i segreti del mio popolo … la magia del fuoco e dell’acqua».

Il silenzio calò su di loro. «Cosa accadde!» Incuriosita da quella storia, una delle due anziane donne si rivolse a Kyra che sorrise.

«Salazard trovò un antico volume … proibito a chiunque!» «E fece infuriare il tuo popolo!» Commentò Kuràn riprendendo a mangiare. «Salazard mi usò per arrivare a mio padre e conquistare la sua fiducia; poi una notte rubò il volume contenente antiche cronache, narrate da coloro che si facevano chiamare chierici. Quelle cronache dovevano essere celate a chiunque. Gli Dei stessi le con segnarono al mio popolo affinchè le custodissero, almeno così diceva la leggenda. Da quella notte,…non ho più visto Salazard!» Kyra sorrise amaramente. Ricordi che pensava aver cancellato per sempre riaffiorarono nella sua mente e con essi una domanda. Cosa cercava Salazard in quelle terre!?

***

Quando uscirono dalla baracca Tasius e gl’altri sembravano preoccupati, parlarono qualche istante, poi i due monaci si allontanarono. «Chi c’è in quella

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