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Lunghezza:
158 pagine
1 ora
Editore:
Pubblicato:
26 feb 2019
ISBN:
9788831602310
Formato:
Libro

Descrizione

I racconti sono sempre una sfida, ogni volta diversa. Ciò che vale è l’intersecarsi dell’idea, dell’intreccio narrativo e della capacità di tenere legato il lettore alle frasi che scorrono. In poesia, se riesci ad azzeccare una manciata di frasi buone, a tagliarle con una certa coerenza in righe successive, con rima no poco importa, a rendere i suoni delle parole scorrevoli senza dissonanze, se riesci a esprime un complesso concetto in una sintesi folgorante, allora sei a un buon inizio, invece tutt’altra cosa è il racconto. Già la prima frase è tutto. Sbagli la prima frase e ti sei perduto il lettore, oppure tiri fuori un finale moscio e il lettore ci rimane male come a un goal fallito. E poi c’è la tensione che deve tenere incollato il lettore alle frasi che si susseguono nell’aspettativa della frase successiva come definitiva che ancora non lo è. Credo che il micro-racconto sia l’estrema sintesi di tutto ciò, ma non il micro-racconto costruito su un’unica frase, che reputo sia una frase e non di più, anche se suggestiva. Qualcuno potrebbe obiettare che anche una frase racconta, in tal caso si possono concepire anche gli atomo-racconti, fatti di due parole, pensate a M’illumino d’immenso che è una poesia ma è anche un racconto, chi lo può negare?

I miei micro-racconti sono, come detto sopra, l’uno dall’altro disparati nelle loro sollecitazioni emozionali e allora mi permetto un consiglio per il lettore.

I micro-racconti hanno una caratteristica, si leggono lentamente uno alla volta e si rimanda ad altra situazione e condizione di spirito il racconto successivo, allo scopo di farlo decantare. Alla prima impressione di lettura un micro-racconto può non suscitare chissà cosa, ma il giorno dopo forse ci si ripensa.

===

SOMMARIO

C’era una volta un vecchio

La risata

La biblioteca celeste

L’ombra

Un’osteria antica

La perdita

Il ricevimento

Senilità

Spocchiosità

La nuvola

Il teschio innamorato

Davanti a una libreria…in mezzo a capanne di paglia

Il ladro

Il gatto e la farfalla

Il funerale

Nascere

Balentia

Fermata dell’autobus

Una vita breve

Quando il destino…

Lorena e il vento

Incipit

Pioggia di note

Il canto triste dell’ultimo sacerdote

Abbandono gnostico

La strega

La poesia puttana

Teoremi politici

Un sogno sulla cima di un pistillo

Diffida

L’iniziazione di Azize

La berretta da notte

C’era una volta una grande quercia

Chiari freschi e dolci versi

Homunculus

Grande Onda

C’era una volta un bruco saggio

APPENDICI

La morte al bar

C’era una volta un vecchio

RINGRAZIAMENTI

A Hauf An’ A Hauf
Editore:
Pubblicato:
26 feb 2019
ISBN:
9788831602310
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Anteprima del libro

Istanti - Francesco Angioni

1

C’era una volta un vecchio

C’era una volta un vecchio. No, non era un vecchio, era un giovane travestito da vecchio Aveva delle lunghe trecce bianche che gli scendevano sul petto come un collare e svolazzavano come serpenti d’argento al suono tintinnante dei suoi pensieri.

Il suo sguardo aveva la trasparenza ondeggiante dell’aria del Supramonte e la lucentezza dell’ombra delle foglie di mirto. Si sforzava di camminare zoppicando per mascherare il passo lieve del suo amore che percorreva i sentieri delle anime che incontrava. E faceva finta di essere smemorato per dare spazio ai ricordi delle cose che ancora dovevano accadere. In realtà era uno spirito che, come tutti gli spiriti, muoveva le ali purpuree delle emozioni di chi attraversava con soffio etereo. Mi capitava spesso di incontrarlo nei luoghi più impensati, eppure ogni incontro era come un appuntamento; come quella volta che sentii il bisogno di entrare in un giardino e lo trovai seduto sulla panchina con l’aria paziente di chi mi stava aspettando. Mi sedetti sentendomi lieve come una foglia d’autunno che si adagia ondeggiando lenta sull’asse della panchina. Parlammo con molta intensità del più e del meno e, ogni tanto, per rilassarci, divagavamo sulla concezione religiosa dei Neanderthal o sulla magia dei movimenti delle sfere celesti e della loro importanza nel pensiero dei mistici sufi. Oppure, semplicemente, del significato sacrale del fiore di nontiscordardimé. Poi con la leggerezza di un battito d’ali di farfalla lasciò che la frase appena detta a metà mi si avviluppasse con le sue spire …e andò via, col suo passo che non capivi se danzasse o zoppicasse. Talvolta lo vedevo sbucare dall’angolo di un vicolo e attraversare la gente col suo corpo forte e solido, quasi una carezza lieve come lo sguardo materno. Mi faceva paura perché sembrava che mi leggesse tra le righe dell’anima. Aveva la pragmatica concretezza delle stelle che forano il silenzio dolente dell’umanità che non sa parlare a se stessa. Non so da quale contea fosse giunto a noi ma portava con sé l’aroma secco e pungente dei rosi marini. Parlava tutte le lingue o così sembrava, infatti quando parlava non parlava alle persone ma ai cuori delle persone e tutti lo capivano e credevano che parlasse la loro lingua perché intendevano la musica dei suoi pensieri che percorrevano i sentieri innevati e le strade assolate delle coscienze silenti. Le sue parole danzavano nell’aria come note di canzoni rituali e nessuno ricordava nulla di quello che lui diceva, però andavano via col passo danzante e il cuore che cantava, senza accorgersi che avevano la statura cresciuta di un palmo. Ogni volta che mi parlava non sentivo la sua voce perché le sue parole erano il trillo del fringuello, il sussurro della brezza dolce, il fremito della terra, il ridacchiare allegro dell’acqua del torrente e mi accorgevo che prima delle sue parole ero un pigro viaggiatore che si sposta nei millenni ricercando i sentieri e le orme degli animali, e ora, dopo le sue parole, un uomo che segue i sentieri e le orme della sua stessa anima. La sua voce aveva il colore della notte, sapete, di quelle notti senza luna, quando si cammina e non si sa distinguere tra la terra e il cielo e si affonda nel profondo delle stelle, lì dove l’universo si fa unico e fa risuonare cristallini i pensieri del viandante. Mentre parlo, mi volto sconcertato… e lo vedo allontanarsi rimpicciolendosi velocemente come pura scintilla puntiforme di luce, ma ora il mio cuore ride.

Istante 2

La risata

La risata esplose fracassando la compresa attenta assemblea. I versi del poeta s’erano appena sciolti con retorica sonorità sulle teste degli astanti. Nessuno fiatava, la poesia era finita ma nessuno l’aveva capito e aspettava il seguito.

La risata esplose. Non era la risata compressa con mano a soffocarla e lacrime da occhi e naso, neppure era la risatina birichina che non si vuol far sentire ma si sente e neppure il verso ch’assomiglia a una risata di chi non ci ha capito nulla ma vuol far credere che lui solo ha capito ciò che è nascosto.

La risata esplose fragorosa, con la grassa umidità di tonsille esposte alla vista, di ilare incredulità, di assoluta e pervicace critica irriverente. I versi erano ignobili e ridicoli nella loro banalità, la recitazione squinternata e patetica, il poeta misero d’aspetto e di sentimenti. Insomma era la fiera del kitsch poetico. L’uomo, aveva la testa voltata al cielo, la bocca aperta al suono crasso della risata, gli occhi strizzavano lacrime d’esaltato delirio, le sue rughe, interessanti perché lo marcavano con speciale attrazione, si facevano in quell’ilare irrefrenabilità sentieri di cultura violata. No, l’uomo, un po’ mingherlino e asciutto, con la chioma fluente che non significava l’intellettuale ma solo la pigrizia dell’andare dal barbiere, era sì un vorace lettore di poesia, appassionato dei grandi d’ogni epoca ed erotizzato specie dai versi di poeti della modernità, ma era anche un gran curiosone. E non solo, era un curioso che amava il rischio. Visitava improbabili mostre pittoriche di quadri maleodoranti di pennellate che gridavano vendetta agli occhi di Dio, il quale, si sa, ha un certo buon gusto scegliendo di farsi ritrarre da pittori come Raffaello, Michelangelo, Caravaggio e maestri del genere. A tali mostre l’uomo assisteva con lacrime agli occhi e naso gocciolante, mugolando risate che solo un Agamennone ubriaco di vino resinato avrebbe emesso. Perverso con se stesso, quasi alla ricerca di sfide assolute al suo gusto ricercato e coltivato con anni di studio e ricerca accademica, partecipava a performance musicali dove incredibili e altrettanto serissimi signori e signore suonavano strumenti che da due settimane avevano incominciato per la prima volta nella loro vita da impiegati o casalinghe a tenere in mano. Le mura tremavano alle sue risate e Troia, se lui presente, non avrebbe avuto bisogno d’alcun cavallo per essere conquistata, le mura sarebbero crollate alle sue dirompenti risate. Mura e templi diroccati dalle sue bibliche risate. Me lo immagino sentire le parole di una Cassandra e le sue conseguenti olimpiche risate. Nessuna pietà per Troia e le troie, intendo le vezzose compagne dei porci. A proposito di porci o proci m’immagino Ulisse che irrompe nella sala brandendo il possente arco, gonfiare i possenti muscoli mentre incocca la prima possente freccia e il mio uomo che esplode in una risata vulcanica. L’arco si spezza. La freccia s’ammoscia come verme in crisi depressiva e Ulisse sbarra gli occhioni attonito, poi, volta le spalle Penelope, s’arivedemo! e fugge, tra gli applausi dei mariti costretti a casa, sulla nave per un’altra crociera questa volta di quarant’anni. Non era cattivo o perverso in nostro uomo, le sue risate erano d’assoluta ingenua spontaneità. Era solo troppo curioso. Non resisteva a vedere fino a che punto l’empietà culturale umana poteva arrivare e davanti a essa scoppiare a polmoni e bocca divaricati con suoni che neppure Zeus riusciva a imitare coi suoi fulmini. Isteria critico-culturale? Forse. Se la risata affossa i potenti figuriamoci i poetucoli. E il poetucolo, sfibrato dalla risata omerica, lasciò il palco strusciando lungo le pareti come un sorcetto sbigottito. Il presentatore rimase impalato coi suoi foglietti in mano senza avere capacità di parola. Le labbra si muovevano ma senza suoni. Chissà, forse pregava il soccorso delle muse. Ma queste avevano ben altro da fare, stavano tutte acconciandosi vanitose per la cerimonia del Nobel, invitate d’onore, là all’opposto del loro paese.

La risata, così come esplose tacque. Rimasero solo umide tracce di lacrime sulle nuche degli spettatori avanti all’uomo, che si asciugava occhi e naso e labbra, con il sussulto di spalle di una risata ora muta che non voleva assopirsi.

La sala si vuotò lentamente, con la lentezza della delusione, la delusione di essere stati traditi nelle aspettative, aspettative mal riposte in una cultura effimera fondata su un’inserzione letta su A Roma c’è.

Istante 3

La biblioteca celeste

Lo

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