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La Confraternita del Serpente, libro 2 : Ribellione: La Confraternita del Serpente, #2
La Confraternita del Serpente, libro 2 : Ribellione: La Confraternita del Serpente, #2
La Confraternita del Serpente, libro 2 : Ribellione: La Confraternita del Serpente, #2
E-book387 pagine3 ore

La Confraternita del Serpente, libro 2 : Ribellione: La Confraternita del Serpente, #2

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Info su questo ebook

L'autrice conduce ancora una volta il lettore in un racconto avvincente che mescola fantascienza e storia, ma in fondo cosa sappiamo veramente della storia dell'umanità? E se chi governa il mondo avesse tutto l'interesse a tenerci all'oscuro di ciò che è realmente accaduto sulla terra, e di ciò che sta ancora avvenendo?

Dopo aver letto questo libro, dirai: "E se ci fosse del vero in questa storia?"

LinguaItaliano
Data di uscita6 apr 2019
ISBN9781386137542
La Confraternita del Serpente, libro 2 : Ribellione: La Confraternita del Serpente, #2
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    Anteprima del libro

    La Confraternita del Serpente, libro 2 - Annie Lavigne

    Della stessa autrice

    La Confraternita del Serpente, Libro 1, Invasione

    Viaggio verso l’amore, Libro 1, Scoperta a Venezia

    Viaggio verso l’amore, Libro 2, Valzer a Vienna

    Viaggio verso l’amore, Libro 3, Sulla strada per Hollywood

    Avana, Volume 1, La profezia del Druido

    Avana, Volume 2, La ricerca dei Maghi

    Avana, Volume 3, Il risveglio del Drago rosso

    Chiunque si pone come arbitro in materia di conoscenza è destinato a naufragare nella risata degli dei.

    Albert Einstein

    Capitolo 1

    Il passaggio di Nibiru aveva causato la più grande catastrofe naturale nella storia dell'umanità: l'inversione dei poli.

    Nibiru oramai si era allontanato lasciando dietro di sé un pianeta devastato, distrutto, una popolazione decimata.

    L’apocalisse dell'inversione dei poli aveva cambiato per sempre il volto della terra. Inenarrabili tsunami avevano colpito violentemente tutti i continenti, inghiottendo intere zone costiere. Terremoti, frane ed eruzioni vulcaniche avevano distrutto migliaia di città.

    Nei mesi che seguirono, quegli sconvolgimenti, scatenarono molte epidemie e la morte di un numero incalcolabile di persone. I sopravvissuti però, non erano alla fine delle pene: a causa del cambiamento climatico, molte colture furono completamente annientate, la carestia divenne mietitrice.

    Le persone tentarono di riorganizzarsi, di ricostruire alloggi, scuole, di ricominciare una vita normale, ma dovevano impiegare tutte le loro energie per soddisfare i bisogni primari. Molti non avevano più un lavoro, quindi le imposte non potevano essere pagate, gli stati cessarono di fornire i servizi. L'economia affondò, i governi persero ogni potere.

    Come se non bastasse una nuova forma di Ebola, iniziò a diffondersi, per via aerea, infettando le vie respiratorie delle vittime, e innescando una pandemia su scala globale.

    Fu allora che gli abitanti di Nibiru, quelli chiamati Anunnaki, si rivelarono all'umanità.

    Le loro astronavi, delle gigantesche ziggurat, sfidando le leggi di gravità, si posizionarono sopra le poche grandi città che avevano resistito ai cataclismi.

    Fu sempre in quel tempo che i Serkys, che abitavano la terra da migliaia di anni, uscirono dall'ombra e rivelarono agli umani la loro natura rettiliana. Una razza ibrida creata dagli Anunnaki, integrando i geni rettiliani nel codice genetico umano.

    Subito dopo quella che fu chiamata Apocalisse, gli ibridi, pur continuando a mostrarsi sotto apparenze umane, per non impressionare la popolazione, sbandieravano con orgoglio l'appartenenza alla grande famiglia rettiliana.

    Da secoli i Serkys manipolavano il mondo, controllando finanza, commercio, politica, informazione e, proprio in previsione del ritorno degli Anunnaki, avevano preparato la terra al Nuovo Ordine Mondiale.

    Capi di stato e politici di spicco Serkys, avevano proposto un Nuovo Ordine Mondiale: il governo globale, che avrebbe costruito, grazie alla tecnologia Anunnaki, le megalopoli per ricevere i milioni di sopravvissuti.

    Preferendo la stabilità al caos, gli umani accolsero a braccia aperte il governo planetario, tutti i seggi in Parlamento furono occupati dai membri della Confraternita del Serpente.

    In pochi mesi, tutte le città la cui struttura era rimasta intatta, furono trasformate in megalopoli. Sopra ciascuna di esse, gli Anunnaki costruirono una cupola, uno scudo di energia luminescente che, oltre a offrire protezione contro i virus, illuminava la città con una luce, dolce e soffusa.

    A quel punto, fu lanciata una propaganda capillare, per convincere i sopravvissuti ad andare a vivere nelle megalopoli.

    In tutte le comunità, il governo globale inviò emissari che sbandierarono agli umani le attrattive di quelle città moderne e sicure.

    La minaccia di Ebola era così grande che molti dei sopravvissuti, si gettarono a capofitto nelle navette che li avrebbero portati nelle città Anunnaki.

    Furono accolti tutti quelli in buona salute. Gli umani in età lavorativa si videro assegnare una funzione collegata al soddisfacimento dei bisogni fondamentali: alloggio, cibo, vestiti. In tutti quei settori, gli Anunnaki, attraverso i Serkys, erano lì per trasmettere nuove tecnologie che avrebbero facilitato la ricostruzione delle città.

    Gli umani, per entrare nelle megalopoli della salvezza, dovettero accettare l'impianto di un microchip e la regola che imponeva di prendere quotidianamente il Proxis, un farmaco che controllava gli umori.

    Una volta passata la paura dell'ignoto, le persone si dissero  fortunate a essere sopravvissute ma, soprattutto, ad aver trovato accoglienza in quelle città concepite solo per loro.

    Gli Anunnaki, pur rimanendo rintanati e nascosti nelle loro ziggurat, vennero ritenuti salvatori. Alcuni li chiamarono addirittura gli dèi venuti dal cielo e iniziarono a dedicargli dei culti.

    Una volta raggiunta la capacità massima delle megalopoli, venti milioni di persone, vennero chiuse. Il caos continuò a regnare all'esterno ma un ordine rigoroso fu stabilito all'interno. Più nulla poteva entrare, ma nemmeno uscire...

    Questo evento segnò la fine della civiltà terrestre come era stata conosciuta fino ad allora.

    Capitolo 2

    Dalla finestra del suo appartamento, Mila Williams osservava New Phoenix, uno degli ultimi cento paradisi di vita sulla terra. La città, circondata da una muraglia di cemento, era situata nel cuore del deserto dell'Arizona.

    Mila alzò gli occhi verso l'orizzonte. Sopra la megalopoli fluttuava Etemenanki, la nave madre degli Anunnaki, una visione quasi irreale nel cielo luminoso dello scudo antivirus.

    Una voce femminile artificiale ruppe il silenzio dell'appartamento, ricordandole l’appuntamento in clinica alle venti.

    La clinica, ancora! Mi diranno che non capiscono, che questo non succede a nessuno, a parte me. Il mio corpo non sembra volere questo dannato microchip e lo ha rifiutato di nuovo.

    Tutti, nelle megalopoli, avevano un impianto di microchip sul cranio, nell'ipoderma. Quella meraviglia tecnologica, conteneva: il nome, i dati anamnestici e sanitari, gruppo sanguigno, assicurazioni, impronte digitali e codice genetico.

    Per chiunque vivesse in città, microchip e Proxis erano obbligatori. Mila prese quel farmaco qualche mese poi smise, preferendo affrontare i suoi stati d'animo piuttosto che addormentarli. Andava sempre a chiedere le sue dosi ma le gettava nel water.

    Senza farmaci, i suoi mal di testa erano sempre più insostenibili. Sentiva che la depressione la stava invadendo, salendo a ondate di violenta disperazione.

    A venticinque anni non aveva già più alcun desiderio. A volte pensava di commettere un atto disperato, per liberarsi della sua sofferenza ma qualcosa la tratteneva.

    La folle speranza che le cose sarebbero cambiate.

    Cittadina di quella gigantesca città dove milioni di esseri umani si erano rifugiati per sopravvivere, lei si sentiva soffocare sotto quella cupola, dove la temperatura era controllata e il sole non tramontava mai.

    La soluzione era forse di tornare a prima dei cataclismi? In quel mondo in cui ogni paese aveva un governo e una religione, in cui quegli stessi governi e religioni erano pronti a uccidersi a vicenda in nome delle loro ideologie? Quel vecchio mondo caotico, senza un'autorità centrale, senza una comune visione, era migliore di questo gestito, attraverso le megalopoli, da un governo planetario?

    A dispetto di tutta la propaganda a favore del governo globale, delle litanie che ascoltava ogni giorno, Mila era convinta di sì. Voleva tornare indietro, uscire da quella prigione in cui, in nome della propria sicurezza, non poteva più ammirare il cielo stellato, le nuvole, i raggi del sole...

    Posò gli occhi sull'orologio a muro, che le ricordava che avrebbe dovuto partire subito per non arrivare in ritardo, quindi si infilò la giacca sopra la divisa blu navy, l'uniforme dei cittadini.

    Quel genere di vestiario era stato proposto dal governo globale perché la possibilità di confezionare vestiti, fabbricare tessuti, creare modelli, e altro, nelle megalopoli era limitata. Alle persone era stato detto che erano gratuite e potevano essere cambiate se troppo usate, e questo alla maggioranza piacque.

    Afferrò il casco e andò fuori di casa. Attraversò l'atrio del condominio, diretta al garage sotterraneo dove, inforcata la moto, fece rombare il motore con dei colpi di acceleratore.

    Amava quel ruggito, il suono della fuga, e quella moto che la portava dove voleva, almeno, entro i confini della megalopoli.

    Era il suo succedaneo della libertà in quell'era post apocalittica.

    Uscì dal garage impennando e facendo stridere le gomme sull'asfalto. Malgrado l'ora tarda era chiaro, i residenti avevano l'obbligo al giorno eterno.

    L'unico indicatore del tempo ormai erano gli orologi digitali, posizionati dovunque, in città e negli appartamenti, che avvertivano i cittadini quando si doveva mangiare, lavorare, andare a casa, dormire.

    Il ciclo naturale del giorno e della notte era stato sostituito dalla tecnologia. Gli esseri umani si erano gradualmente abituati, addirittura avevano cominciato ad apprezzare quella specie di confortante routine.

    Mila percorse le vie del suo quartiere senza preoccuparsi del limite di velocità.

    Phoenix dopo i cataclismi, era molto cambiata: da ex capitale dell'Arizona, dove vivevano un milione di persone, adesso era diventata una delle due megalopoli degli Stati Uniti, l'altra era Cincinnati, anch'essa con venti milioni di anime.

    Tutte erano state costruite con le stesse direttive: ingrandire i grattacieli già esistenti, riempire tutti gli spazi, anche quelli verdi, con nuovi edifici, per aggiungere migliaia di unità abitative.

    Grazie all'ingegneria civile degli Anunnaki, avanti centinaia di anni rispetto a quella umana, si erano potute creare città che, invece di estendersi in larghezza per chilometri, si elevavano verso il cielo.

    Erano città costruite in altezza, ma anche in profondità.

    Le megalopoli consistevano in dieci livelli sotterranei e cinquanta fuori terra per un centinaio di metri di altezza, sui quali si innestavano i vari edifici e le strade, sospese e sovrapposte.

    Molti negozi e aziende si trovavano in uno dei dieci piani sotterranei. La metropolitana era accessibile attraverso il seminterrato dei grattacieli, molti cittadini non dovevano neanche uscire dal palazzo per recarsi al lavoro o fare le commissioni.

    Tutti i veicoli erano dotati di GPS che, in quel sistema stradale complesso, permetteva di non perdersi.

    Ben presto le persone presero l'abitudine a vivere in quel modo, gli uni sugli altri.

    Organizzati, felici, in un ambiente sicuro.

    Microchip, Proxis e megalopoli: la nuova trinità degli umani, che alla fine avevano trovato Dio... nella tecnologia.

    Capitolo 3

    Mila Williams arrestò la moto in un parcheggio sotterraneo e prese un ascensore per andare al quarantaduesimo piano, costituito essenzialmente da abitazioni, aveva in più le cliniche che fornivano il Proxis, oltre che gestire i problemi con il microchip.

    Quei centri, ovviamente situati nelle zone residenziali, erano accessibili giorno e notte.

    Sulla strada per la clinica, Mila aveva superato alcuni appartamenti e guardato attraverso le finestre. Aveva visto uomini, donne e bambini, con visori, guanti, auricolari, fuori dal tempo e dallo spazio, partiti per un altrove dove il sole splendeva.

    Per la gioia dei cittadini, il governo globale aveva fornito gli appartamenti di un programma di realtà virtuale, Terra Nueva, col quale tutti potevano collegarsi per divertirsi, conoscersi, imparare.

    Vivere così, è davvero vivere?

    Si chiese mentre camminava con noncuranza nonostante il ritardo. Incontrare persone attraverso la realtà virtuale, significava davvero costruire relazioni?

    Parlare, scherzare, dedicarsi a giochi erotici con l’immagine virtuale di un'altra persona, anche lei seduta da sola nel suo appartamento, era davvero soddisfacente?

    Mila aveva rimesso in discussione molte cose da quando non prendeva il Proxis e, soprattutto da quando il microchip non funzionava, sembrava che la parte ribelle di lei si fosse svegliata.

    Gli uomini si sono davvero stancati del faccia a faccia, dove si possono percepire le emozioni, gli sguardi che rivelavano l'anima, il calore umano, tanto da preferire di rifugiarsi nel mondo virtuale?

    Aveva pensato quando si era rifiutata di far installare quel sistema nel suo appartamento. Preferiva aprire un buon libro, oggetto di cultura divenuto una rarità, piuttosto che mettersi in contatto con i suoi simili attraverso una macchina.

    Entrò nella clinica e prese posto in sala d'attesa. Era da sola quel giovedì sera: la distribuzione delle dosi di Proxis avveniva di lunedì, i microchip raramente, praticamente mai, si dimostravano difettosi. Il suo caso era inusitato, il personale della clinica pensava di parlarne al governo affinché lo si potesse studiare più approfonditamente.

    Quando i suoi occhi si posarono su un avviso, che ricordava alla gente di non dimenticare di prendere il Proxis all’ora prestabilita, sentì il battito del cuore rallentare. Ci mise la mano sopra, preoccupata da quella strana sensazione. Si sentì mancare il respiro, il suo corpo fu scosso da spasmi.

    Stava per cadere al suolo quando i suoi polmoni ripresero a gonfiarsi. Era intenta a respirare profondamente quando la porta della saletta si aprì su un uomo in camice bianco.

    – Buonasera, signorina Williams. Come sta oggi?

    Mila era persa, disorientata.

    – Bene.

    Borbottò in risposta alzandosi.

    Si sentiva stordita ma il peggio era passato.

    Si ritrovò seduta sul lettino a chiedersi cosa fosse successo in sala d'attesa, ma non osò parlarne con il dottore.

    Era più forte di lei, non riusciva a fidarsi dei funzionari del governo mondiale.

    – Soffre sempre tanto?

    Domandò l'uomo in camice bianco mentre le anestetizzava la pelle del cranio per rimuovere il microchip.

    Mila annuì.

    – Le prescriverò qualcosa.

    Aggiunse mentre, con l'aiuto di una siringa ipodermica, aspirava il piccolo oggetto lungo tre millimetri a forma di chicco di riso.

    Mila, con gli occhi rivolti alla finestra, osservò l'immensa ziggurat che dominava la città.

    Dall'alto del quarantaduesimo, la dimora degli Anunnaki sembrava ancora più gigantesca e minacciosa.

    Chissà cosa stanno tramando, questi Anunnaki. Perché sono venuti sulla Terra?

    Pensò Mila mentre il dottore rimuoveva il nuovo microchip da una piccola scatola sigillata. Quel pensiero ribelle, che sarebbe andato contro l'opinione popolare, la sorprese.

    Nessuno la pensava così nelle megalopoli.

    – Spero che questo sia per sempre.

    Aveva appena terminato la frase che la porta fu improvvisamente e violentemente spalancata, due persone incappucciate e armate, entrarono nella stanza.

    – Ma cosa...

    Ebbe giusto il tempo di dire il dottore, prima di essere stordito da un colpo alla testa da uno degli incappucciati.

    L'altro afferrò facilmente Mila, che era pietrificata, e le mise sul naso un fazzoletto imbevuto di cloroformio.

    Capitolo 4

    Mila aprì gli occhi, si sentiva frastornata, meccanicamente si grattò la testa dove il microchip era stato rimosso.

    La piccola ferita sul cranio le ricordò che era stata immobilizzata e narcotizzata.

    La sua vista rimase offuscata per qualche secondo, poi ridivenne chiara. Era distesa su un letto, in una piccola stanza con i muri di cemento dipinti di rosa.

    Non ebbe il tempo d’interrogarsi a lungo su quella strana stanza: sentì un rumore dall'altra parte della porta, dei passi che si stavano avvicinando.

    Si alzò. Il ritmo del suo cuore stava accelerando e il tempo, prima che la porta si aprisse, le parve lunghissimo. In verità, era il suo senso dell'udito ad essersi sorprendentemente affinato.

    Si aspettava di veder entrare un uomo invece, si ritrovò faccia a faccia con una ragazza minuta e con i capelli rosa. Non doveva avere più di sedici anni e indossava abiti un po' troppo piccoli per lei: pantaloni di cotone beige e maglietta rossa.

    Mila la fissò un attimo: dalla sua entrata nella megalopoli, non aveva mai visto vestiti di un colore diverso dal blu Navy o dal grigio.

    Chi era quella ragazza?

    – Sono cresciuta in fretta. Quanto meno è meglio di quello che indossi tu.

    Esordì l'adolescente indicando i suoi vestiti con un cenno della mano.

    Mila abbassò gli occhi e guardò la camicia e i pantaloni blu Navy.

    – Hai ragione, i tuoi vestiti sono molto più carini.

    Rispose, tentando di ammorbidire l'aggressore con la sua stessa gentilezza, anche se le era difficile credere che quella ragazzina potesse volerle fare del male.

    – Dove mi trovo?

    – Questa è la mia stanza. Ti piace il rosa?

    – Oh!

    Il candore di quella ragazzina, la surreale conversazione sugli abiti e il colore dei muri, resero Mila seriamente perplessa.

    L'adolescente non disse altro, le ordinò solo di andare con lei.

    Mila eseguì seguendola fino a una grande sala con pareti e pavimento in cemento, senza alcuna finestra.

    Un divano, alcuni posti a sedere e un televisore costituivano il soggiorno, mentre al centro della stanza c'era un grande tavolo ovale circondato da una dozzina di poltrone.

    – Liam O'Neill.

    Si presentò avvicinandosi, un irlandese sui trentacinque anni, con viso spigoloso e capelli rossastri.

    Le tese la mano che lei strinse meccanicamente, ancora sconcertata.

    – Dove mi trovo?

    Domandò di nuovo, fissando gli scintillanti occhi verdi del suo interlocutore, la cui stretta di mano e lo sguardo sincero lasciavano trasparire la sua bontà.

    – Ti presento Viviane.

    Continuò, ignorando la sua domanda.

    Viviane Robert si alzò dalla sedia, salutando Mila con un cenno del capo.

    Archeologa, sulla trentina, era la compagna di Liam. I suoi lunghi capelli castani incorniciavano il viso magro facendone risaltare i suoi bellissimi occhi azzurri.

    – Colei che ti ha portata qui, è Sorcio.

    Lei le indirizzò un breve sorriso prima di prendere posto accanto a Viviane.

    – Chi siete? Cosa volete da me?

    Chiese Mila, preoccupata nonostante l'atmosfera rilassata.

    Liam le fece cenno di sedersi e poi anche lui prese posto su una delle sedie attorno al tavolo di legno massiccio.

    Le versò un bicchiere d'acqua da una brocca sul tavolo, servendosene a sua volta, prima di darle spiegazioni.

    – Non vogliamo farti del male. Sei qui perché abbiamo qualcosa da proporti. Ogni volta che il tuo microchip si è rotto, abbiamo provato ad arrivare da te, ma è stato impossibile a causa del sistema di monitoraggio dell'appartamento. Quindi abbiamo dovuto usare le maniere forti.

    – Le maniere forti?! Ma questo è un rapimento!

    – Era l'unico modo per parlare con te, lontano da orecchie indiscrete. Lo sai che tutte le case sono spiate.

    – Discutere? Su cosa?

    – Della possibilità di unirti alla Resistenza.

    Capitolo 5

    Mila osservò i volti dei suoi rapitori, cercando di capire se la stessero prendendo in giro. Non aveva mai sentito parlare di resistenza nella megalopoli.

    – Avete formato una resistenza?

    – Noi resistiamo ora, da sempre e per sempre all'invasore.

    Dichiarò fieramente Sorcio, facendo allusione al suo fumetto preferito.

    – Stiamo combattendo il sistema. Lo combattiamo da prima che esistesse, prima dei cataclismi, lo combatteremo sempre.

    Precisò Viviane.

    – Quindi, non credete che i Serkys siano i nostri salvatori.

    – I nostri salvatori! Se ti sentissero, morirebbero dalle risate! Un bel giorno si sono mostrati rivelando la loro natura rettiliana, dicendo agli uomini che da secoli anni prendevano sembianze umane, per evitare di spaventarli! Che bell'inganno! Se prendono il nostro aspetto, è per manipolarci meglio.

    Esclamò Liam.

    – Avversate il governo mondiale, ma allora perché anche voi siete venuti a rifugiarvi nella megalopoli?

    Chiese Mila, cercando di capire.

    – Sapevamo che il modo migliore per contrastare i piani dei rettiliani era avvicinarsi a loro, pur restando discreti.

    – Quindi, non prendete il Proxis?

    Quel farmaco, preso giornalmente, impediva alle persone di fare cattivi pensieri, diventare depressi e, ovviamente, riflettere, mettere in discussione l'ordine costituito e, soprattutto, ribellarsi.

    Gli umani con il Proxis erano cittadini modello, per la grande soddisfazione del governo globale.

    – No, e neanche abbiamo più i microchip. Li abbiamo cortocircuitati, in un certo senso.

    Affermò Liam.

    – Non li avete fatti rimpiazzare?

    – Un cane che rompe il guinzaglio ne chiede un altro?

    Rispose Sorcio sorridendo.

    Mila girò la testa verso l'adolescente, cominciava a piacerle.

    – Sapevi che i chip manipolano i pensieri delle persone?

    Domandò Viviane.

    – No, non lo sapevo.

    – Si chiamano DSBSC, o dispositivi sferici biologici di sorveglianza e controllo. Quel piccolo gadget organico è, in realtà, un processore sinaptico, attivato da un flusso di micropositroni, che controllano le funzioni del sistema nervoso umano, attraverso microrelais che duplicano le operazioni e gli schemi cerebrali, chiamati engrammi.

    Spiegò Sorcio

    Mila la guardò frastornata, sembrava sorprendentemente sapiente per la sua età.

    – In altre parole... vuol dire?

    – Il microchip può inviare onde che stimolano alcune parti del cervello.

    – È così riescono ad alterare il comportamento umano.

    Concluse Liam.

    – Ma pensavo che i microchip trasmettessero solo informazioni su di noi, la posizione, lo stato di salute, il nostro...

    Viviane la interruppe:

    – È più di quello. Si tratta di trasmettitori cerebrali, azionati da radio frequenze, che influenzano i pensieri

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