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Meditiamo la Passione di Gesù

Meditiamo la Passione di Gesù

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Meditiamo la Passione di Gesù

Lunghezza:
386 pagine
5 ore
Pubblicato:
15 feb 2019
ISBN:
9780244459796
Formato:
Libro

Descrizione

La Passione di Gesù è molto importante perché è proprio tramite la passione che si fonda la nostra fede nel Figlio di Dio. Meditate questo libro della Passione per capire come il Figlio di Dio ci donò la vita tramite il sacrificio, morte e risurrezione. Meditate e pregate il Signore per il grande amore che prova per noi uomini.
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15 feb 2019
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9780244459796
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Anteprima del libro

Meditiamo la Passione di Gesù - Congregazione OFMA (Curatore)

meditazione 

Meditiamo la Passione di Gesù

a cura della Congregazione OFMA

Introduzione al libro

La Passione di Gesù è molto importante perché è proprio tramite la passione che si fonda la nostra fede nel Figlio di Dio. Meditate questo libro della Passione per capire come il Figlio di Dio ci donò la vita tramite il sacrificio, morte e risurrezione. Meditate e pregate il Signore per il grande amore che prova per noi uomini.

Gesù predice la sua Passione

Più volte Gesù predice agli Apostoli la sua amara Passione: ne parla dopo che Pietro l'ha dichiarato Figlio di Dio, e lo fa per sollecitare tutti ad imitarlo nel portare pazientemente la croce, poiché non potrà godere con Lui nella gloria chi ora non vuole patire con Lui sulla terra. Ma Pietro, forse per il suo tenero amore, gli si oppone, affermando che una Passione così infamante non si addice al Figlio di Dio.

Ritornando dalla Galilea a Gerusalemme, Gesù parla un'altra volta agli Apostoli della sua Passione e mostra loro le pene disonoranti che dovrà soffrire, affinché imparino dalle umiliazioni di un Dio a domare l'orgoglio. Che succede invece? Giacomo e Giovanni si lasciano prendere dall'ambizione di emergere, per cui è necessario che il Salvatore li riprenda e facendo loro comprendere che il suo regno è destinato solo agli umili.

Mentre la folla è ancora in preda allo stupore per i miracoli che ha visto, Gesù parla un'altra volta della sua Passione agli Apostoli dicendo: «Tenete bene a mente queste parole: fra breve io sarò dato in mano ai miei nemici». Egli li preavvisa per far loro comprendere che ciò avverrà non suo malgrado, ma per sua volontà, perché si ricordino, allorché lo vedranno morire in croce, che Egli è l'Uomo Dio. Il Salvatore non potrebbe parlare più chiaramente per imprimere nel loro animo il grande mistero; ciò nonostante essi, ciechi ed insensati, non comprendono ciò che Egli vuol dire.

Gesù torna a parlare della sua Passione, dicendo loro apertamente che sarà tradito, schernito, flagellato, sputacchiato ed ucciso, come è stato predetto nella Sacra Scrittura; ma essi non comprendono ancora nulla, perché danno alle parole di Gesù un valore simbolico e non le applicano alla sua Passione ormai imminente. Ed intanto, invece di esercitarsi nell'umiltà tanto raccomandata dal divino Maestro, discutono continuamente sul primato degli uni sugli altri.

Riflessioni

Lo stesso succede anche a noi. Ma se gli Apostoli potevano essere scusati per non aver ancora compreso il mistero della croce, noi non abbiamo scuse se non otteniamo alcun vantaggio dalla meditazione della Passione. Anch'io mi ripropongo di mortificarmi e di umiliarmi, ma poi spesso, a causa del mio amor proprio o per l'azione del demonio, mi ribello sia alla mortificazione che all'umiltà. Ogni momento della Passione di Gesù dice al mio cuore d'imparare da Lui ad essere umile, invece troppo spesso sono orgoglioso e pieno di vanità, di pretese e di puntigli.

Non investighiamo su come ciò sia accaduto agli Apostoli, ma riflettiamo su noi stessi. Non sono forse anch'io come loro un ottuso che non capisce nulla? Inoltre non provo alcuna emozione nel pensare a chi è colui che patisce, per chi patisce e perché lo faccia, come se in me fosse completamente morta la fede. E chi sa che questa mia mente ottusa e questo cuore arido non siano l'effetto di quel tremendo castigo minacciato ai sapienti di questo mondo, che saranno, per i misteri del Salvatore, privati dell'intelligenza?

Pratiche Imprimerò nel mio cuore questa massima: senza umiltà e senza pazienza non mi salverò. Sarò paziente, se sarò umile; e sarò umile, se rientrerò continuamente in me stesso per conoscere bene le mie miserie.

Al principio e alla fine di ogni meditazione mi raccomanderò alla Santissima Vergine, e mi umilierò spesso dichiarandomi indegno, ben sapendo che Dio concede solo agli umili il dono dell'intelletto.

Congiura dei Giudei contro Gesù

Dopo che Gesù aveva risuscitato Lazzaro e dopo che si era diffusa la notizia di questo strepitoso miracolo, ultimo in ordine di tempo, visto il significato particolare che rivestiva, molti Giudei si convertirono, riconoscendolo vero Figlio di Dio. Alcuni invece andarono ad informare i Farisei della grande gloria conquistata da Gesù presso il popolo; allora costoro si riunirono in gran fretta nella casa di Caifa con i capi della Sinagoga, per congiurare contro di Lui. Già altre volte avevano cercato di ucciderlo, ma in questa occasione avrebbero preso la soluzione definitiva.

La passione predominante che spinge sacerdoti e farisei ad infierire contro Gesù è l'invidia. Essi vedono che la gente ammira i suoi prodigi e che ne è entusiasta; sono gelosi della sua popolarità e, temendo di perdere la stima e l'affetto del popolo, oltre alle grandi entrate che ne ricavano, per pura invidia, alimentata dall'avidità e dall'ambizione, decidono concordemente di togliere dal mondo il più santo fra gli uomini.

In questa assemblea di pontefici e farisei vengono portati contro Gesù, come capi d'accusa, i suoi miracoli e si dice: «Come possiamo sopportare ancora quest'uomo, che opera meraviglie superiori ad ogni potere umano?». Vengono ricordati i ciechi che hanno riacquistato la vista, gli infermi guariti, i morti risuscitati e tanti altri prodigi compiuti a beneficio del popolo; e invece di sentirsi obbligati da tutto ciò a riconoscere in Gesù il Messia annunciato dai Profeti, i convenuti decidono che bisogna farlo morire.

La ragione addotta dai sacerdoti per condannare Gesù è che, se lo si lascia vivere, tutti crederanno in Lui come liberatore e lo seguiranno, dando così ai Romani il pretesto di intervenire con le armi e di distruggere la nazione. Ma mentre tutti parlano esagerando le cose, si alza Caifa, il capo di quei politicanti il quale, dopo aver rilevato con aria di superiorità il poco valore del giudizio dei presenti, conclude che il principale motivo per far morire Gesù è questo: è utile per il bene comune. «Non si deve badare, egli dice, né alla giustizia, né alla legge; si deve fare quello che più conviene a noi». Appena ha pronunciato queste parole, tutti si arrendono al suo parere; e con falsi pretesti di zelo si stabilisce la triste ed ormai inevitabile congiura.

Quel convegno dei capi della Sinagoga, come aveva predetto il Profeta, non era che una riunione di malvagi contro la vita del Signore e Salvatore del mondo; tuttavia in esso non fu deciso nulla che non fosse stato prima decretato in Cielo. Caifa disse che era opportuno che morisse un uomo solo per la salvezza di tutto il popolo, e la stessa cosa era stata appunto stabilita dai disegni eterni di Dio. Poiché tutti i figli di Adamo erano stati, per sentenza divina, condannati alla morte, non c'era altro mezzo per liberarli e salvarli, se non quello che un UomoDio morisse per loro. Caifa parlò veramente con intenzioni perverse, ma la sua malizia servì agli alti disegni della Sapienza divina, affinché si compisse ciò che era stato stabilito nell'eternità.

Riflessioni è impossibile negare o nascondere la verità del miracolo; ma, mentre ciò dovrebbe spingere quegli empi a venerare e ad ammirare ancora di più Gesù, è, invece, occasione di inasprimento, visto che fa aumentare il loro implacabile odio contro di Lui.

A quali azioni mostruose può portare una cattiva inclinazione! è questo un punto su cui devo riflettere, quando medito la Passione di Gesù. Essa, secondo il giudizio del mondo, fu causata dalla cieca avversione dei capi dell'ebraismo, ma, secondo il giudizio di Dio, dai miei peccati. E da dove nasce ogni mio peccato, se non dal mio disordine interiore e specialmente da quella passione che è dominante su tutte le altre?

Quanto male e quanta rovina semina l'invidia tra le anime! Non ne sono immuni neanche le persone spirituali e, per quanto si parli contro di essa, tuttavia non vi si pone rimedio, perché generalmente la si ritiene una colpa non grave e quindi non è né considerata né temuta. Eppure da essa deriva, senza che ce ne accorgiamo, la nostra eterna rovina. Esaminiamo i segreti profondi della nostra coscienza e forse vi troveremo nascosta questa subdola passione che, come una lenta febbre, ci infiacchisce e ci consuma. A me piace essere stimato, perciò provo dispiacere quando mi accorgo che qualcuno è più considerato, più lodato e più amato di me. La carità esige che io mi rallegri per il bene del mio prossimo, come di un bene mio; ed ogni sentimento che si oppone a questa carità è un vero atto di invidia. Ora, stando così le cose, come ti trovi tu, anima mia, davanti agli occhi di Dio?

è mai possibile che per condannare a morte qualcuno si debba fare il processo alle sue opere buone? Così si fa purtroppo con Gesù, che è giudicato colpevole per aver fatto del bene e compiuto miracoli. I Giudei pregavano e desideravano ardentemente che venisse il Messia; ora che è venuto e si è fatto conoscere con tutti i segni predetti dai Profeti, lo rifiutano con risolutezza; furiosi e frenetici congiurano per toglierlo dal mondo. Il mio comportamento è simile al loro. Desidero, e lo chiedo nella preghiera, di aver l'umiltà, la carità, la pazienza e tutte le virtù necessarie per salvarmi; e quando Dio, per sua bontà, mi manda le occasioni, le ispirazioni e gli aiuti per esercitarmi in esse, non faccio altro che rifiutare l'occasione, resistere all'ispirazione e disprezzare l'aiuto divino. Sono, quindi, simile in tutto a quei Giudei biasimati da Dio che sono ingrati e che, anzi, si ribellano ai suoi benefici. Come costoro che volevano un Messia che venisse a salvarli senza pregiudicare i loro interessi terreni e le loro passioni, così anch'io vorrei le virtù che mi occorrono per salvarmi, ma senza rinnegare il mio piacere e le mie inclinazioni viziose.

Si deve considerare come, nel deliberare in questa causa, i Giudei mettano da parte il timor di Dio e badino soltanto a interessi e a riguardi umani. Se costoro avessero indagato la verità, avrebbero dovuto riconoscere che Gesù era il Messia da tanto atteso, ma, accecati dalle proprie passioni, lo rifiutano e cospirano contro la sua vita; e proprio per questo essi perdono i beni temporali ed eterni. E non faccio anch'io lo stesso? Quando sono dominato da qualche passione, mi pare di aver sempre ragione in tutto; ogni possibilità apparentemente favorevole al mio amor proprio diventa per me una ragione convincente. Così pecco ogni volta che cerco quello che soddisfa il mio egoismo; quindi, giudicando vantaggioso per me ora un puntiglio, ora un piacere, ora un meschino interesse, veramente mi rendo responsabile della morte del Figlio di Dio. Amo troppo me stesso perché amo ancora di più le comodità e le soddisfazioni della vita terrena. è il mio amor proprio il peggiore dei miei nemici, perché m'illude e mi acceca e resta con me dovunque io vada.

Considera, anima mia, come Gesù conoscesse tutto, sia quello che gli uomini congiuravano contro di Lui, sia ciò che era stabilito in Cielo; vedi con quale sottomissione Egli si sia umiliato ad adorare la giustizia di Dio nell'ingiustizia degli uomini, esercitando così il suo cuore nelle più sublimi virtù. è un esempio meraviglioso che io debbo imitare. Alle volte mi rattristo, mi lamento e mi indispettisco solo perché si mormora contro di me, mi si fa qualche torto o mi si presenta qualche avversità. A comportarmi così sono spinto dal mio amor proprio, dalla poca fede e dallo scarso fervore, che mi impediscono di elevarmi con lo spirito a considerare che tutto avviene per una giusta e segreta disposizione di Dio.

Pratiche

Appunto perché non conosco la mia superbia, devo impegnarmi a cercarla in me; terrò sempre presenti i pensieri, i desideri, le intenzioni, le parole e le opere che giudico più virtuose.

Nel mio esame di coscienza rifletterò sull'invidia; trovandomi colpevole me ne accuserò e mi pentirò, proponendo di resistere fin dal suo primo impulso.

Nel tribunale divino per giustificarmi non potrò dire di non aver praticata la virtù perché mi è mancata la grazia: mi accuseranno la mia pigrizia e la mia infedeltà. Per evitare la condanna mi imporrò di corrispondere alla grazia con prontezza e fervore.

Rifletterò sulle cose per cui provo trasporto o avversione, poiché è facile che in questo mi sbagli. Dio giudicherà le false opinioni che io, spinto dagli istinti, creo a modo mio. Devo attenermi invece a princìpi sicuri e formarmi una coscienza delicata.

Ad imitazione di Gesù trarrò il bene dal male, amerò chi mi odia, pregherò per chi mi offende, benedirò il Signore in ogni contrarietà.

Catechesi sulla passione di Gesù Cristo meditata

Gesù alla cena di Betania Per darci santi insegnamenti, Gesù ha voluto che nel racconto della sua Passione fosse inserito quanto fece la Maddalena in suo onore alla cena di Betania, sei giorni prima della sua morte. Quella Maddalena, che prima fu peccatrice e poi penitente, ora sparge un vaso di balsamo sulla testa e sui piedi del Salvatore. Consideriamo il significato di questi gesti. Secondo i commenti dei santi Padri, nella testa di Gesù riconosce la Divinità e nei suoi piedi l'Umanità; e dimostrando con l'unzione del capo di amare Dio e con quella dei piedi di amare il prossimo, ella ci indica che in questo consiste la perfezione cristiana.

Uno di coloro che criticano la Maddalena è Giuda, il quale, avendo in consegna le elemosine per il mantenimento della famiglia apostolica ed essendo solito rubarle, freme di rabbia per non aver avuto in consegna anche quel balsamo, che avrebbe potuto vendere a caro prezzo e quindi appropriarsi di buona parte del ricavato; e fin da quel momento comincia a progettare il tradimento di Gesù per rifarsi del furto progettato, ma non riuscito.

Riflessioni La Maddalena è stata la prima ad onorare in anticipo la morte infamante di Gesù, prevenendo tutti nell'ungere il suo corpo col balsamo, come si faceva ai grandi personaggi prima di seppellirli. Molti la rimproverano di non avere giudizio perché spreca tanto balsamo prezioso, ciò nonostante con generoso coraggio continua in quell'opera buona, senza badare né alle malelingue né al giudizio degli uomini; a lei basta sapere che il Maestro la gradisce. Per questo Gesù ha disposto che in ricompensa del suo amore, ella sia onorata per sempre in tutto il mondo. La Maddalena mi offre un ottimo esempio da imitare. Questa Santa si ritiene felice per aver avuto il privilegio di ungere Gesù, ma non posso farlo anch'io ogni volta che lo desidero? Il capo di Gesù si unge compiendo atti di amore verso Dio e i piedi facendo opere di carità verso il prossimo. Nulla m'impedisce di agire in questo modo.

Qui vediamo come lo stesso balsamo, che per la Maddalena era stato un mistero di santità, sia per Giuda motivo di malvagità: egli si serve, per dannarsi, dello stesso mezzo che lei aveva utilizzato per salvarsi. Quello sventurato non comincia ora a perdersi, perché è già abituato al furto; ed è a causa di questo vizio, contratto per avidità di denaro, che non inorridisce al pensiero di tradire il suo Maestro. Ma dobbiamo osservare anche come si comporta Gesù, che conosce tutta la malizia di Giuda; Egli non lo scaccia per questo dal collegio apostolico, né respinge la sua compagnia, ma lo sopporta con pazienza e con dolore. Che cosa dobbiamo imparare dall'esempio di Giuda e da quello di Gesù?

Pratiche La Maddalena non rispose a chi la biasimava; per questo Gesù la difese. Così Egli avrà cura anche di me, se avrò pazienza ed umiltà nel sopportare coloro che mi calunniano.

Riterrò più utile trattare con amore chi mi è poco gradito, che fare dure penitenze corporali. è un grande merito sopportare tutti con pazienza per mantenere la carità fraterna.

Entrata di Gesù in Gerusalemme

Sapendo che è prossimo il tempo della sua Passione, Gesù vuole avvicinarsi a Gerusalemme, il luogo predestinato alle sue sofferenze, affinché si veda che Egli ama e cerca spontaneamente il patire. Già altre volte era entrato in quella città, mai però con tanta solennità da essere accompagnato trionfalmente con festosi osanna. Non c'è alcun mistero: Gesù va a Gerusalemme con gioia, perché è giunta l'ora in cui dovrà patire e morire; e quanto più si avvicina il tempo di compiere sulla croce la redenzione del mondo, tanto più si accende nel suo cuore l'ardore della carità.

Quando Gesù operò il miracolo della moltiplicazione dei pani, le folle avrebbero voluto acclamarlo re; ma Egli, rifiutando tale onore, fuggì e si nascose. Ora invece gradisce gli applausi della la gente, perfino quelli dei fanciulli, che gridano proclamandolo re della vera stirpe di Davide; e non solo ne ha piacere, ma addirittura rimprovera i principi della Sinagoga, perché, invidiosi, non sopportano quella lode, confermando così di essere un vero re.

Per il beneficio di essere stati liberati dalla schiavitù dell'Egitto, gli Ebrei erano soliti ogni anno, nel giorno di Pasqua, sacrificare con solennità un agnello; questo doveva essere scelto senza macchia e condotto festosamente in casa cinque giorni prima del sacrificio. Anche Gesù vuole osservare puntualmente questo rito, ma poiché è Lui l'Agnello immacolato che deve essere sacrificato in questa Pasqua per la redenzione del mondo, va a Gerusalemme dove è accolto con gioia appunto cinque giorni prima di essere crocifisso e immolato sul Calvario.

Vedendo Gesù che va a Gerusalemme accompagnato dagli Apostoli e dalle folle che lo riveriscono e lo onorano gridando ad alta voce: «Osanna al Figlio di Davide! Viva il Messia benedetto», dobbiamo consolarci perché nella sua natura di uomo viene riconosciuta la Persona di Dio. Ma non possiamo fare a meno di restare perplessi se pensiamo che non passeranno cinque giorni che uno degli Apostoli lo tradirà, che un altro lo rinnegherà, che tutti lo abbandoneranno e che quella stessa gente lo giudicherà un ribelle più pericoloso di un assassino ed esigerà la sua crocifissione.

Gesù prosegue il suo viaggio tra gli onori e gli applausi, e avvicinatosi alla città di Gerusalemme, appena la vede di fronte, si mette a piangere; e questo non perché in quel luogo sarà condannato a morte, ma perché prevede la sua rovina che, per un giusto castigo di Dio, avverrà per mano dei suoi nemici. Non piange per la distruzione degli edifici, ma per i cittadini che si perderanno per l'eternità, anche se Lui ha offerto la vita per la loro salvezza.

Gesù piange su Gerusalemme per sfogare il suo immenso dolore e, dando all'infelice città uno sguardo pietoso, dichiara che il motivo delle sue lacrime sono la leggerezza e la noncuranza con cui vivono i suoi cittadini. E non dice che queste parole: «Se tu conoscessi...», volendo intendere: «Se tu riuscissi a vedere l'ira di Dio che ti sovrasta, certamente anche tu piangeresti e provvederesti alla tua salvezza, invece non ti accorgi che la tua rovina è imminente e continui a vivere nel peccato».

Riflessioni Notiamo come in questo viaggio il contegno di Gesù sia maestoso, ed insieme umile. Egli non giunge su un cocchio dorato, non viene vestito di porpora e con un gran seguito di schiavi, ma in abito povero e sopra un asino di poco valore, perché non cerca di essere temuto come potente, ma di essere amato come re mansueto. Le folle adornano le strade, cantano inni di lode, portano rami d'olivo per indicare che aspettano un re pacifico. Basta osservare la modestia di questo re, per comprendere la mitezza con la quale Egli viene non per opprimere, ma per sollevare e salvare i suoi sudditi. Ammiriamo la sua carità e la sua umiltà.

Gesù è un re che teme di essere proclamato tale, perché non spetta agli uomini conferirgli questa dignità, ma semplicemente riconoscergliela, visto che già la possiede in quanto è Figlio di un Padre che è re non umano ma divino, non terreno ma celeste, non temporale ma eterno. Perciò gode di quelle acclamazioni innocenti, che nascono dalla luce della fede, per cui è creduto il vero Messia che viene a salvare il mondo. Come alla sua nascita gli Angeli avevano fatto festa cantando gloria, così ora che va a morire, gli uomini lo acclamano e lo riconoscono Salvatore, poiché, usando le espressioni di Davide, lo pregano che si degni di salvarli. Questa solenne comparsa di Gesù, in atteggiamento da re, era già stata predetta quando il Profeta aveva invitato Gerusalemme ad andargli incontro per accoglierlo; dobbiamo quindi pensare che lo stesso invito sia rivolto anche a noi. Anima mia, Gesù viene anche a te con maestà regale, per compiere la tua eterna salvezza. Perché non hai anche tu la semplicità e l'umiltà di quella folla di adulti e di fanciulli, per lodarlo degnamente e pregarlo che ti salvi? Anima mia, esci ad incontrarlo con sentimenti di gioia, di umiltà e di fervore.

Gesù è il sommo sacerdote che deve offrire il sacrifico all'Eterno Padre; ma è anche la vittima che deve sacrificarsi per i peccati del mondo, perciò entra in Gerusalemme con solenne pompa, per cominciare a farsi conoscere come vero Agnello di Dio già raffigurato nella legge antica e indicato dal suo precursore san Giovanni Battista. Come sacerdote Gesù era preso totalmente dal suo compito che svolgeva con atti di religione profondamente degni della divina Maestà, come Agnello offriva se stesso con carità infinita, sapendo che stava per essere ucciso in espiazione, non dei suoi peccati, ma di quelli degli altri. Per essere liberati dalla schiavitù dell'Egitto, gli Ebrei hanno offerto un agnello, ed io, per essere salvato dalla pena eterna, cosa mai dovrei offrire?

È questa un'immagine di ciò che succede nel mondo: dall'onore al disonore, dall'osanna al crucifige c'è poca distanza. Molto presto svanisce il piacere con tutto ciò che si chiama gloria, prosperità, allegria, ed ogni dolcezza diventa amara. Vedi, anima mia, che cosa si guadagna a dare tanto valore al mondo! Prendi come norma della tua condotta questa grande massima: tutto al mondo è vanità, e somma vanità è l'attaccarsi ad essa. Tutto passa, e non c'è gioia che duri se non nella felicità eterna, promessa a chi serve fedelmente Dio. Ma questa è un'immagine anche della mia condotta. Ogni volta che mi accosto ai Sacramenti della Confessione e Comunione, quante dichiarazioni di lode, di amore e di onore faccio a Gesù! Lo stimo sopra tutte le cose e dico di amarlo più di tutte le creature; ma troppe volte, poco dopo, lo pospongo ad una meschina soddisfazione e mi rivolgo a Lui per offenderlo. Oggi grido a Lui osanna e domani contro di Lui crucifige. Questa instabilità è una pessima conseguenza, non tanto della mia natura corrotta, quanto della mia abituale malizia.

Consideriamo quanto Gesù sia innamorato delle anime: Egli sparge il sangue per tutti, sia per coloro che si salveranno, sia per quanti si danneranno; ma per questi ultimi versa, oltre al sangue, anche amare lacrime. E poiché in Gerusalemme è raffigurata la Chiesa composta sia di eletti che di reprobi, temo di esserci anch'io nel numero di coloro, che per la propria cattiveria, fanno piangere il Redentore. Egli piange soprattutto per quelli che, come me, venuto meno il fervore iniziale, si danno ad una vita rilassata e vuota.

Come un padre amoroso si rattrista e piange nel vedere il figlio gravemente infermo e in pericolo di vita rifiutare l'unica medicina che potrebbe guarirlo, così Gesù si affligge perché vede quell'ingrata città che, pur avendo il rimedio per la salvezza, preferisce perire anziché metterlo in pratica. Come Salvatore Egli va a visitarla per illuminare i suoi cittadini; ma questi, abbagliati dalla vanità e dall'orgoglio, chiudono gli occhi alla verità, non si preoccupano dei pericoli e si rendono indegni della salvezza, perché ne trascurano i mezzi. Per questo Gesù, sospirando, dice: «Gerusalemme tu perirai, e questo accadrà perché non hai previsto il tuo male e non hai conosciuto il tuo bene». Questa predizione è un avvertimento molto importante anche per me. Con quante ispirazioni ed avvisi interiori ed esterni Gesù viene a visitarmi affinché io mi corregga, mi penta della mia vita sregolata e decida di impegnarmi per acquistare le virtù. Da queste visite, corrisposte o trascurate, può dipendere la mia salvezza o la mia rovina.

Pratiche Motivo d'umiltà sarà per me il non sapere se amo davvero Dio e se sono veramente umile. Talvolta mi pare di avere qualche sentimento di umiltà e di amore, ma chissà che non sia il mio amor proprio ad ingannarmi!

Cercherò di far nascere in me un vivo desiderio della salvezza eterna, per corrispondere a quanto ha fatto Gesù per salvarmi.

Con il più grande fervore possibile sacrificherò a Dio la mia passione predominante per ringraziarlo del grande dono della Redenzione.

La ragione per cui non osservo i miei buoni propositi è sempre l'eccessiva fiducia in me stesso. D'ora in avanti confiderò solo in Dio, unica mia fortezza.

Pregherò la beata Vergine che offra per me alla divina Maestà le lacrime versate da Gesù, e mi ottenga qualche lacrima di vero pentimento.

Farò tesoro delle ispirazioni con le quali Dio viene a farmi visita di quando in quando. Non imiterò Gerusalemme, ma mi sforzerò di cominciare con fervore una nuova vita.

II Catechesi sulla passione di Gesù Cristo meditata

Gesù si licenzia da sua Madre

È doveroso inserire nella Passione del Salvatore, come fa il serafico dottore san Bonaventura, un pensiero pio e devoto che è molto credibile, anche se non lo si legge nel Vangelo. Gesù aveva sempre amato ed ubbidito con rispettosa devozione sua Madre, senza mancare in nessuno dei doveri propri di un buon figliolo; perciò è impossibile che, prima di morire, abbia voluto lasciarla senza accomiatarsi da Lei e senza renderla partecipe dei suoi progetti, tanto più che le aveva già rivelato altri misteri su ciò che lo riguardava. Pensiamo dunque che Gesù, il più amoroso di tutti i figli degli uomini, ritornato a Betania per non aver trovato alloggio a Gerusalemme, si sia ritirato dopo cena in una stanza con Maria Santissima. Egli soffre per il dolore che le arrecherà nel metterla al corrente di quanto sta per accadere, e la Madre benedetta prova angoscia ancor prima di esserne informata, sia perché in qualche modo ha dei presentimenti, sia perché si è già diffusa la notizia della congiura tramata contro di Lui dai pontefici.

Poiché Gesù ha un cuore tenero e allo stesso tempo virile, possiamo immaginare con san Bonaventura che parli a Maria proprio con la tenerezza di figlio e con la gravità di Uomo Dio: «Madre mia, è giunto il tempo in cui devo redimere il mondo con il sacrificio della mia vita; io sarò dato in mano ai miei nemici, che mi sottoporranno a indicibili torture. Ti ringrazio per gli stenti e per i travagli che hai sofferto per me; e come hai dato il tuo consenso per la mia incarnazione, così ti chiedo di darlo ora per la mia morte. Non ti addolorare, o Madre, perché ti lascio per andare a fare la volontà dell'Eterno Padre». Così Gesù. E che cosa risponde Maria? Trafitta da indicibile dolore, non può pronunciare che poche parole, interrotte da mancamenti e sospiri: «Non potrei andare io a morire al tuo posto, o per lo meno morire con te?».

Per rivelazioni avute dal cielo sulla Passione di Gesù, Maria aveva già sopportato un lunghissimo martirio, senza che ci fosse un'ora sola di calma nel suo cuore angosciato. Ma questo è ancora poco in confronto al dolore acutissimo che prova nel dare l'ultimo addio a suo Figlio e nel doversi separare da Lui. Quando lo perdette fanciullo di dodici anni, ebbe, è vero, un grande dolore perché non sapeva dove fosse; ma si rincuorava almeno con la speranza di ritrovarlo, come di fatto avvenne. Ora Maria sa dove Egli sta andando: ad essere incatenato e flagellato, coronato di spine e inchiodato in croce, e, non avendo alcun raggio di speranza per consolarsi, sente affondare ancora di più nell'anima quella spada che le era stata predetta dal santo vecchio Simeone.

Riflessioni Gesù è Dio, ma anche uomo; e poiché ha voluto sottomettersi alle debolezze umane, non c'è dubbio che senta in sé quel dolore che proverebbe ogni uomo in una situazione simile; ma Lui lo prova con acutezza ancora maggiore, visto che il suo cuore è più tenero di tutti gli altri. La sua anima nell'orto si rattristerà profondamente per doversi separare dal corpo; come possiamo pensare, quindi, che Gesù sia insensibile ora che sta per separarsi dalla sua dilettissima Madre? Se non provo compassione in questo momento, non potrò provame mai più. Guarda, anima mia, questo Figlio e questa Madre. Il Figlio sospira perché dovrà fare ciò che non ha fatto mai: causare dolore a Colei che ama più di tutti su questa terra e la Madre intuisce il significato di quei sospiri.

Altre cose ancora vorrebbe dire la tenera Madre, ma il pianto glielo impedisce. E, poiché sa che non è possibile cambiare i decreti eterni, si adegua alla volontà di Dio, superando con virtù eroica se stessa, anche se lo strazio del suo cuore è fortissimo. Piangeresti certamente anche tu, anima mia, se potessi vederla. Chi potrebbe comprendere quale sia stato il dolore di questo Figlio e di questa Madre? Nessuno, poiché non ci è possibile capire fino in fondo il loro immenso amore. lo ho capito perché Maria acconsente che Gesù vada alla morte: Egli deve morire per me, per me in particolare e poi per tutti in generale. Maria avrebbe potuto rispondere così a suo Figlio: «Chi è costui che merita il sacrificio della tua preziosissima vita? Tu sei il Figlio di Dio, lui è fango della terra». Ma non dice nulla di tutto ciò e, poiché mi ama tanto, accetta che il Figlio vada a sopportare per me una morte dolorosissima.

Gesù era stato motivo di tormento per Maria a causa della sua Passione già profetizzata, ma anche di grande gioia per la dolce convivenza con Lui, visto che la Madre lo accompagnava dappertutto. Nel doversene privare, perciò, il suo cuore è stretto dal dolore, come un giglio purissimo avvolto

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