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Ah ! Vous le italiens !

Ah ! Vous le italiens !

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Ah ! Vous le italiens !

Lunghezza:
445 pagine
6 ore
Pubblicato:
1 feb 2019
ISBN:
9788885728226
Formato:
Libro

Descrizione

Ѐ il 1793, l’anno “del Terrore”, al culmine della Rivoluzione, quando in Francia la città portuale di Tolone si ribella alla Repubblica di Robespierre nel nome del Re appena ghigliottinato. Gran Bretagna, Spagna, Regno di Napoli e Regno di Sardegna, inviano un contingente di truppe a sostegno degli insorti e quattro giovani italiani si trovano a mescolare le loro esistenze con avvenimenti tanto più grandi di loro.  Una storia d’iniziazione attraverso amori, duelli, sesso e battaglie, atti di coraggio e di vigliaccheria, sullo sfondo dell’Europa che cambia. Un romanzo di cappa e spada che è anche una riflessione sulla solitudine dell’Uomo di fronte al fluire della storia e dei regimi, con i sentimenti unica speranza che la Vita abbia un senso e con l’acquisizione di una consapevolezza: tutto comincia quando Tutto sta per finire.
Pubblicato:
1 feb 2019
ISBN:
9788885728226
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Ah ! Vous le italiens ! - Paolo Fosso

Ah ! Vous, les Italiens !

Titolo: Ah ! Vous, les Italiens !

Autrice: Paolo Fosso

Questo romanzo è un’opera di fantasia: nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il prodotto dell’immaginazione dell’autore o sono usati in modo fittizio. Qualsiasi riferimento a fatti, luoghi o persone è puramente casuale.

Tutti i diritti di traduzione, riproduzione e adattamento, totali o parziali, con qualsiasi mezzo, anche copie fotostatiche e microfilm, sono riservati.

© 2019Amarganta

www.amarganta.eu info@amarganta.eu

ISBN: 978-88-85728-22-6

PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA

Copyright 2019 Amarganta

Stampato per conto dell'Associazione Culturale Amarganta nel mese di  febbraio 2019

Paolo Fosso

Ah ! Vous, les Italiens !

Questo libro

è dedicato alla memoria

di Alessandro Nisio,

il quale più che un Fratello, è stato un Amico

e

al ricordo

di Francesco Petroni

Questa storia è nata prima di sapere di essere destinata a diventare un romanzo.

È stata poi coltivata per lunghi anni, con riscritture e revisioni, compiute in molti luoghi diversi, durante tournées, film e viaggi di ogni genere, mentre intorno la vita correva: quella professionale e quella personale.

Adesso che vede la luce, chiudendo – forse – quella che è stata a lungo un’idea fissa, quasi un’ossessione, non posso non tornare con la mente al luogo, agli oggetti, alle conversazioni in cui maturò in me il germe di quest’idea. Uno studio a Roma, una scacchiera, le prime prove di uno spettacolo che a distanza di anni è diventato un film: Il Banchiere Anarchico; a Pessoa e ai tanti stimoli intellettuali che quelle conversazioni hanno lasciato scaturire.

Soprattutto, però, il pensiero va alla persona che lesse per primo quel germe, incoraggiandomi a farlo crescere. A Giulio Base che, ideando allora quello spettacolo e quel progetto su Pessoa, coinvolgendomi in esso, stimolò un dialogo intellettuale che è rimasto vivo nel tempo, nutrendosi nei nostri incontri successivi in occasione di film o altri progetti, di lavoro o esistenziali, fino a diventare più che un punto fermo, un’Amicizia.

A quest’amicizia così rara, dunque! A questi trent’anni e a quelli che verranno.

      PF

Nessuno sa quello che vuole

Nessuno sa quale anima possiede"

(Fernando Pessoa)

Personaggi

Camillo dei Marchesi Uberti Curiali di Varco – romano, ufficiale del reggimento estero Re dell’esercito del Regno di Napoli.

Alfonso Michelini – cadetto alla Nunziatella, volontario nel reggimento Real Napoli.

Salvatore Barra – soldato semplice.

Carlo Emanuele de Spaz Conte Morosso di Borgo – ufficiale piemontese.

James Threepwood, Lord Bosham – ufficiale inglese.

Gen. Reginald O’Hara – comandante in capo dell’esercito della coalizione.

Gabriel Villon – spia in campo repubblicano al soldo degli inglesi.

Caroline e Chantal Villon – contadine.

Charlotte de Bracieux – giovane di Tolone.

Marguerite e Jeannette – fantesche delle sorelle Villon.

François Giraud – ufficiale francese repubblicano.

Il Prigioniero – ufficiale francese repubblicano.

Introduzione

Mio nonno era un Napoletano innamorato di Torino, dove prestò servizio nei Bersaglieri e dove ricevette alcuni premi sportivi dall’allora Principe di Piemonte Umberto, suo comandante di Divisione. Non ho mai saputo come, fra le sue carte, potesse esserci uno stralcio (un frammento di carta bruciacchiata, niente di più) di una lettera indirizzata addirittura al Principe Carlo Alberto di Carignano, prima che diventasse Re. Eccolo:

… Eppure già dall’89, alle prime avvisaglie, doveva essere compreso che lo sgretolamento e poi la caduta di un Impero non possono essere privi di conseguenze per gli stati vicini. Specie se il fulcro di tale impero è uno dei Paesi più grandi d’Europa. Uno degli arbitri di quell’equilibrio che nei cinquanta anni appena trascorsi ha garantito uno dei più lunghi periodi di pace che la storia ricordi…

Mi colpì la curiosa coincidenza di date… di più, da mio nonno non ebbi mai, se non un vago accenno, riguardo a una certa Signora de Spaz.

Sul periodo qualcosa sapevo dall’altro nonno il quale, benché di famiglia legata al Lazio e a Roma, aveva un antenato che frequentò Napoli a quei tempi.

Da tali racconti e dai miei castelli in aria, viene tutto il resto.

Prologo

Tutto cominciò quando tutto finiva.

La folla salutò con un boato la carrozza che svoltava l’angolo. Molti ebbero da ridire sul fatto che non fosse stata usata la carretta che di solito serviva allo scopo, quello per cui tanta gente si era radunata in quella piazza in una mattina di gennaio. Qualcuno si lasciò andare a manifestazioni rumorose del proprio stato d’animo: lanciò invettive all’indirizzo del veicolo, strinse con desiderio la donna che occasionalmente gli era al fianco, bevve un sorso dalla bottiglia che aveva portato con sé o, ma erano in pochi, fissò la vettura con le lacrime agli occhi. La maggior parte era solo rumorosamente impaziente. Tutti però sapevano che quello era un giorno importante.

Importante: la fine, appunto.

Ma niente di più.

Man mano che la carrozza avanzava, però, i clamori e gli schiamazzi, la sicurezza e l’impazienza, la curiosità e il rancore, si stemperarono in qualcosa di nuovo: nell’angoscia collettiva. Anche nei più determinati.

In breve, il clamore e le urla si trasformarono in silenzio. Totale e attonito.

La folla cominciò ritrarsi spontaneamente, in due ali che circondavano il mezzo che avanzava lentamente. Nessuno fiatava. Gli unici rumori a incrinare la cappa di silenzio erano lo scalpiccio degli zoccoli dei cavalli e quello delle ruote della carrozza sul selciato.

Tutto cominciò quando tutto aveva fine.

Era il 21 gennaio 1793 quando, a Parigi, prese avvio questa storia.

O forse era iniziata già quattro anni prima, come dicono gli studiosi. Ma fu proprio quella mattina che la Storia dei Grandi iniziò davvero a intrecciarsi con quella degli sconosciuti interpreti di un intreccio molto più privato.

Come spesso accade, quando una vicenda inizia gli attori sono lontani dall’azione e neanche sospettano che quella che si sta compiendo è la loro storia. Il vissuto che inciderà indelebilmente sulla loro formazione e sulla loro esistenza futura. A cui torneranno col pensiero per sempre, magari raccontando gli eventi a nipoti che, all’epoca dei fatti, erano solo delle entità ipotetiche. Che sarà forse l’ultimo pensiero prima di chiudere definitivamente gli occhi su un mondo ormai tanto mutato da apparire irriconoscibile e, spesso, incomprensibile. Allo stesso modo, quando l’avranno compresa e se ne sentiranno protagonisti, la crederanno unica senza sapere che non è stata altro se non una delle tante destinate a essere mescolate ad altre vicende parallele e altrettanto importanti fino a finire, tutte insieme, ingoiate dalla Storia che proprio quel primo, lontano evento stava segnando.

Ebbe inizio quando per qualcuno davvero tutto stava per finire, perché quella mattina, a Parigi, in una piazza gremita di folla eccitata e sgomenta, per la prima volta nella storia, il Popolo di una Nazione – né l’uno né l’altra sapevano ancora di chiamarsi così – e non un ristretto manipolo di appartenenti a un’élite (come nobili congiurati o un parlamento ribelle), si apprestava a uccidere il proprio Re.

Come Dio volle, la carrozza arrivò sotto il palco. Era stata raggiunta da squadroni di soldati a piedi e a cavallo. Militi eterogenei, con divise improvvisate, spesso stracciate e sporche, lontani dallo splendore delle truppe francesi di solo pochi anni prima.

Lo sportello si aprì. La massa trattenne il fiato. Sul palco era stata montata la grande macchina della ghigliottina. La lama, fino a poco prima coperta con un panno rosso, era alta contro il cielo plumbeo. Accanto c’era un uomo elegante, Mastro Sanson, vestito di tutto punto con parrucca incipriata e redingote, con pistole alla cintura, spadino e pugnale quasi non fosse bastata la Grande Arma che fra poco lui stesso avrebbe usato.

Mastro Sanson, il boia. Monarchico. Armato perché in cuor suo sperava che qualcuno avrebbe avuto il coraggio di tentare un’azione di forza per liberare il re e lui si era preparato, nel caso, per dare una mano. D’altra parte, la Legge è la Legge. Anche quando quella nuova viene a sovvertire la vecchia. Soprattutto quando i recenti padroni sono più forti di quelli antichi. Il suo lavoro, inoltre, andava comunque fatto e svolto bene. Nessuno se ne sarebbe dovuto lamentare in seguito. Certo non il re, che lo avrebbe provato per primo. Per questo Mastro Sanson aveva passato la notte ad affilare la lama, che il sovrano stesso – qualche anno prima, quando la nuova macchina gli era stata sottoposta per l’approvazione dal suo inventore, il signor de Guillotin – aveva suggerito di fare obliqua anziché dritta. Così sarebbe stata più efficace nel taglio e le sofferenze del condannato sarebbero diminuite. Mastro Sanson la guardò con affetto, poi tornò a fissare la scena che tutti i presenti nella piazza stavano fissando.

Lo sportello della carrozza si era aperto.

Dopo un attimo che apparve eterno, dalla vettura si affacciò il sovrano, Luigi XVI, Re di Francia della Casa di Borbone. Una dinastia che, in poco più di un secolo, si era trovata a capo di uno dei più importanti imperi d’Europa. Che vedeva quattro suoi rami seduti sui troni di altrettanti stati europei. Che faceva di quell’uomo il cognato, lo zio, il nipote in vario grado di tutti gli altri sovrani del continente. Che aveva portato la Francia al massimo della sua espansione ma che non aveva saputo far nulla per arrestare il veleno che da anni la corrodeva all’interno. E la Francia si era sbriciolata non sotto i colpi di nemici esterni (che erano gli stessi cugini e cognati del re), ma per l’impulso di un processo che nessuno, neanche chi lo stava alimentando, era in grado ancora di definire esattamente.

Luigi XVI scese dalla carrozza. Era proprio l’uomo al quale erano attribuite, come ai predecessori, doti divine di taumaturgo; che folle di malati e storpi, per anni, avevano aspettato fuori dal palazzo reale sperando di essere da lui toccati per essere risanati. Si mosse seguito dal suo confessore e si guardò intorno con aria spaesata, più che spaventata.

C’era poco di sacro nella sua persona. Aveva un aspetto placido, da bonario padre di famiglia. Pareva un agiato proprietario terriero, niente di più.

Ora qualcosa lo univa davvero al suo popolo. Il senso di smarrimento uguale e della stessa intensità di quello dei presenti. Non paura. Solo il disagio che porta con sé la coscienza di un momento irripetibile. Il comandante delle guardie lanciò un ordine con un gesto: i tamburi cominciarono a rullare all’unisono.

Da quell’istante, davanti gli occhi di tutti, gli avvenimenti cominciarono a succedersi come in sogno, con suoni sovrapposti e un rapido movimento circolare di immagini confuse.

Rullo di tamburi il re si avvicina al palco accompagnato dal confessore viene portato sul palco cerca di parlare il boia lo accoglie rullo di tamburi il boia sembra deferente rullo di tamburi il re non vorrebbe togliere la giacca gliela strappano rullo di tamburi gli tagliano i capelli raccolti in un codino il re si divincola si fa davanti alla folla rullo di tamburi comincia a parlare francesi io muoio innocente il generale fa un gesto rullo di tamburi rullo di tamburi che aumentano di forza il re urla perdono ai nemici e prego che il mio sangue sia utile ai francesi e plachi Dio rullo di tamburi che urlano più forte le parole del re non si sentono più alza la voce continua a urlare con dignità mentre gli assistenti del boia lo afferrano e lo poggiano sulla ghigliottina rullo di tamburi la lama cade.

I tamburi tacquero di colpo.

Un piccolo fiume di sangue inondò la ghigliottina; il rivolo rosso scivolò sul palco, lo attraversò e cadde goccia a goccia sul selciato.

L’eternità durò un attimo.

Il boia raccolse dalla cesta la testa del Cittadino Capeto. Poi, con un gesto ampio e lento, la mostrò alla platea, nel più assoluto e attonito silenzio. Qualcuno dirà in seguito che, mentre eseguiva questa parte del suo ufficio, Mastro Sanson aveva le lacrime agli occhi. Altri diranno, anni e anni dopo, che era un massone e che, così facendo, avesse vendicato lo stermino dei templari compiuto quattrocento anni prima da un altro re di Francia.

La sola verità tangibile fu l’urlo della folla che esplose solo quando la testa stava per essere riposta. Molti esultarono; tanti piansero compressi in un’ipnotica e consapevole follia collettiva, condivisa anche quando era di segno opposto poiché nessuno poteva più tornare indietro.

Chi fu il primo a inzuppare un fazzoletto nel sangue del re? Qualcuno dirà poi di saperlo. Forse un bambino. Forse un fervente repubblicano che voleva un trofeo. Qualcuno invece lo raccolse per conservarlo gelosamente, come una reliquia.

Tutto sembrava possibile. Le nobildonne si lasciarono palpeggiare da sconosciuti negli androni. Le prostitute piansero. S’incrociarono giuramenti di vendetta e di fedeltà alla Repubblica. Maledizioni si mescolarono a preghiere.

In quel turbine di gente e di emozioni ben pochi prestarono attenzione a due uomini. Giovani, ma con le membra, le mani e i visi maturati in fretta degli appartenenti alla loro classe, quella dei contadini andati a vivere in città. Si chiamavano Gabriel e Thomas Villon. Si abbracciavano ebbri di gioia. La felicità liberatoria di chi vede avverarsi d’improvviso un sogno da tanto tempo coltivato e un futuro nuovo, nel quale si crede fermamente e per il quale si è lottato.

Un raggio di sole squarciò il cielo plumbeo.

Qualcuno dirà che Dio era sceso per prendere l’anima del re; qualcun altro che Dio festeggiava così la fine di un incubo.

Alle undici di mattina, tutto era finito.

Tutto poteva cominciare.

Prima Parte

E s t a t e 1 7 9 3

(le dame e i cavalier)

1

Una spiaggia, alcuni giorni più tardi.

Un giovanissimo ufficiale del nuovo esercito Francese Repubblicano era intento alla lettura di un giornale. Il giornale dava la notizia di quanto era avvenuto a Parigi.

L’ufficiale, seduto su una barca di pescatori rivoltata sul bagnasciuga, con uno scatto alzò lo sguardo dai fogli che abbassò, spiegazzandoli. Puntò gli occhi su un punto indefinito verso il mare che gli si apriva davanti. Era magrissimo, piccolo di statura, coi capelli lunghi e i lineamenti affilati. Poco distante, alcuni soldati stavano terminando di caricare armi e masserizie su alcune barche pronte a trasbordare uomini e mezzi su una nave alla fonda poco più in là.

L’ufficiale sembrava assorto in pensieri profondi quando la voce di un sergente lo riscosse.

«Citoyen le Capitain…»

L’ufficiale voltò la testa, il corpo restò immobile, come se appartenesse a un altro. Anche l’attenzione sembrava essere rimasta altrove.

Imbarazzato dal silenzio interrogativo che si protrasse per qualche secondo, il sergente si schiarì la voce prima di proseguire.

«Tutto è pronto per l’imbarco.»

Visto che l’ufficiale non dava segno di aver udito, il sergente tentò una battuta dal tono trionfale.

«La Sardegna ci attende.»

Di nuovo, l’ufficiale rimase assente dalla conversazione pur continuando a fissare il sottoposto.

Il sergente, per rompere l’imbarazzo, indicò il giornale, poi adottò un tono confidenziale che sarebbe stato impensabile in altri tempi.

«Cosa dicono a Parigi, cittadino?»

Solo allora l’altro sembrò riscuotersi. Guardò il giornale come se si accorgesse solo in quel momento di tenerlo tra le mani. Poi si alzò e, seguito dal sottoposto, si avviò verso la barca che li stava aspettando.

«Che la corona di Francia è rotolata nel fango, cittadino. A qualcuno basterà chinarsi per raccoglierla.»

Salirono a bordo mentre due soldati scesero nell’acqua per sospingere l’imbarcazione verso il largo. Poi, quando il livello fu ormai ben oltre le ginocchia, saltarono su mentre altri cominciarono a remare verso la nave.

L’ufficiale diede un’ultima occhiata distratta al giornale, poi lo lanciò lontano e si voltò a guardare verso la linea dell’orizzonte.

2

La porta si aprì sbattendo contro il muro, provocando un tonfo che risuonò per tutto il palazzo.

Il Marchese Uberti Curiali di Varco, un uomo maturo dal viso stravolto dall’ira, oltrepassò l’uscio precipitandosi verso la lunga fuga di stanze che si susseguivano l’una all’altra. Dietro di lui, il gruppo indistinto dei familiari sui cui volti erano equamente distribuite soddisfazione maligna, compiaciuta ammirazione e angoscia. Il corteo si affannava per tenere il suo passo, segnato da una velocità insospettabile data la corpulenza e il carattere abitualmente pigro.

Il Marchese, stringendo in pugno una lettera, percorse a grandi falcate i corridoi del palazzo situato nella città dell’alto Lazio di cui la famiglia era originaria, in cui aveva mantenuto delle proprietà e dove era tornata ad abitare stabilmente da qualche anno.

Negli Stati del Papa era tradizione, per le famiglie nobili più doviziose, passare i mesi più caldi in una delle tante dimore possedute nei piccoli centri vicino Roma. Le attuali condizioni del casato avevano costretto il Marchese a imporre alla famiglia di risiedere stabilmente nella propria residenza di provincia, nel tentativo di mantenere alto il prestigio eliminando quelle spese che la vita nella capitale avrebbe comportato.

La processione composta dal Marchese e dai suoi affannati familiari attraversava a una a una le stanze e le sale il cui stato attuale – che risentiva d’indolenza, incuria e decadenza economica – offuscava, senza nascondere del tutto, il fasto con cui erano state progettate, disegnate e poi realizzate da un insigne artista un numero imprecisato di decenni prima. Un lusso, quello delle residenze di campagna, non solo derivato da amore per il bello, ma anche dalla volontà – che spesso diventava necessità – di esibizione di autorità e autorevolezza, ma soprattutto di ricchezza e potenza. Una dimostrazione di forza che permetteva all’intensa attività di intrigo e di gestione di potere, di continuare indisturbata anche lontana dai sacri palazzi. Roma, in fondo, è sempre stata la città dove il potere si esercita più volentieri nelle residenze private piuttosto che nei luoghi a esso deputati. E dove, per tradizione antichissima, al potere centrale, pubblico e visibile, se ne sono sempre affiancati altri, privati e a volte oscuri per controllare il primo. Un modus operandi che, nella Roma dei Papi, era facilitato dal fatto che la presenza fra i suoi membri di almeno un autorevole prelato rendeva ogni famiglia aristocratica una potenziale famiglia reale, dalla quale poteva uscire, uscendone il nuovo papa, il prossimo monarca.

La pratica delle distribuzioni d’incarichi e uffici in seno alla famiglia da cui il papa regnante proveniva, nel corso dei secoli aveva garantito l’unico ricambio possibile in una società, priva di commerci o scambi, basata solo sulla proprietà fondiaria o immobiliare, sostanzialmente immobile. Una stagnazione che, in quell’ultimo squarcio di Settecento, era forse arrivato al suo massimo storico.

Roma, insomma, vivacchiava in se stessa.

La piccola processione proseguiva a passo di carica attraverso il palazzo. A ogni corridoio, a ogni scalone, a ogni ritratto di antenati incontrato, la collera dipinta sul viso del Marchese si trasformava sempre di più in rabbia sorda. Per ironia della sorte, infatti, il percorso era cosparso di quadri rappresentanti i prelati di famiglia e la vista delle glorie ecclesiastiche nelle passate generazioni ricordava con troppa urgenza al capo della casata il problema che lo tormentava.

La Marchesa seguiva con apprensione il progredire della furia del marito, temendone il prossimo scoppio all’indirizzo del bersaglio che già conosceva. Era una donna ancora piacente, nonostante gli anni che avanzavano. Aveva un passato galante ed era capace ancora di accendere i desideri del marito, come dimostrava il ragazzino di poco più di dieci anni, indifferente al trambusto, che si trascinava dietro.

Prospero, il figlio maggiore del Marchese, era d’umore mutevole. Quando guardava il padre, una maligna soddisfazione si alimentava della furia del genitore, dovuta al fatto che anche lui, come sua madre, conosceva il motivo e il bersaglio dei sentimenti paterni. La soddisfazione però sfumava di colpo quando spostava lo sguardo dal Marchese alla ragazza che gli correva a fianco.

I bellissimi lineamenti di Polissena, infatti, fremevano di un’eccitazione diversa. Il trambusto la esaltava e aspettava con ansia, come alla vigilia di uno spettacolo importante, il momento in cui tutta la rabbia repressa sarebbe esplosa.

Perché anche lei ne conosceva il bersaglio.

Prospero, tuttavia, avrebbe preferito una maggiore compostezza dalla donna che doveva sposare da lì a poco e tanto bastava a fargli perdere sicurezza.

Il Marchese sembrava non accorgersi della presenza dei familiari, immerso com’era nel tumulto dei propri sentimenti. La consapevolezza delle fortune passate diventava opprimente considerando le attuali sorti del casato.

Imboccò la loggia che dava sul cortile dove fabbri, stallieri, postulanti attendevano alle loro occupazioni e si diresse verso lo scalone.

Figlio unico di un figlio unico, a sua volta figlio di un unico maschio fra troppe sorelle, al Marchese erano mancate le risorse che l’appoggio di fratelli e zii prelati avevano assicurato alle generazioni che lo avevano preceduto. La prolungata assenza di ecclesiastici di rilievo aveva sospinto la famiglia in una posizione alquanto defilata nei ranghi dell’aristocrazia romana, cosicché il Marchese aveva dovuto accontentarsi di sposare una donna appartenente alla piccolissima nobiltà, seppure dotata di molto denaro. I fondi si erano comunque rivelati appena sufficienti a coprire le spese necessarie per garantire alla famiglia il minimo di decoro imposto dal rango.

Ora, la coscienza della saggezza dei propri antenati non poteva che accentuare l’irritazione che il Marchese provava nei confronti di chi quella saggezza non sembrava aver ereditato, minacciando così di vanificare gli sforzi che lui stesso stava compiendo per risollevare la famiglia.

Scesi a precipizio i gradini dello scalone, il Marchese attraversò a grandi passi il cortile d’onore, incurante degli ossequi che gli venivano tributati dai servitori che lo affollavano. Cosa alla quale era abituato da sempre.

L’aristocrazia romana si divideva in due grandi categorie. Da una parte le pochissime famiglie residue dei grandi e piccoli feudatari dell’Alto Medioevo. Prestigio e ricchezze derivavano loro dal potere quasi sovrano esercitato in tempi ormai lontanissimi, a prescindere e qualche volta contrastando l’autorità dello stesso pontefice.

Dall’altra – ed erano le più numerose – c’erano le famiglie che derivavano titoli e ricchezze direttamente dal Papa. Questo avveniva perché un loro componente era stato eletto al soglio pontificio o perché (era il caso delle dinastie più antiche) l’investitura da parte papale era stata concessa per contrastare le famiglie feudali. In tempi più recenti, tuttavia, erano elevati al rango nobiliare i possessori di enormi patrimoni, quali banchieri o mercanti, che avessero rifornito di denaro o di servigi la corte Pontificia.

Fra queste, ce n’era un’altra, trasversale, perché l’innalzamento di status di una famiglia derivava sempre dai buoni uffici di un rampollo che, da prelato, avesse ricoperto importanti cariche di governo o di magistero, la cui influenza o importanza venivano così ricompensate.

I Marchesi Uberti Curiali non potevano vantare papi. C’era stato però all’inizio del secolo precedente un Cavalier Uberti, esponente di una stirpe di oscuri proprietari terrieri dell’alto Lazio, al confine settentrionale col Regno di Napoli.

Questo gentiluomo, dopo essersi laureato in Legge, aveva iniziato a frequentare gli ambienti della Curia dove, per motivi d’ufficio, era entrato in relazione con un prelato piuttosto astuto. Il gentiluomo riuscì così a far sposare sua figlia col figlio di un fratello di costui.

Ventura volle che detto prelato diventò, verso la fine della sua carriera, Cardinale e, quando era ormai vecchio, addirittura Papa.

Se il figlio del fratello maggiore del prelato diventò Principe, anche al nuovo Cavalier Uberti, figlio dell’antico collaboratore del Pontefice, nonché – in virtù della brillante intuizione del padre ormai defunto – cognato di un nipote ex fratre del Pontefice regnante, toccò un posto al banchetto.

A costui, che fino ad allora si era solo dato pena di spendere il piccolo patrimonio ricevuto in dote dalla moglie, quale parente acquisito era toccato il posto di Cameriere Segreto del Papa e il rango di Patrizio Romano. La carica era puramente nominale, ma dava accesso a un considerevole appannaggio. Il Cav. Uberti inoltre divenne – per distinguersi dai parenti rimasti proprietari terrieri in provincia – Uberti Curiali in onore alle origini della sua fortuna. Poté così permettersi di far costruire un palazzo nella sua terra natia che non sfigurasse al cospetto di quelli delle famiglie della nobiltà locale più antica.

Successivamente, il figlio secondogenito di questo Cav. Uberti Curiali nuovo di zecca, divenne un personaggio ragguardevole. Avviato alla carriera ecclesiastica, grazie alle relazioni ormai acquisite dalla sua famiglia e alla sua innata abilità diplomatica, riuscì a destreggiarsi tanto bene nei meandri della corte pontificia da diventare presto Monsignore e da ricoprire molti incarichi politici importanti.

Nonché ad accumulare un ingente patrimonio.

Ma il fatto più importante fu che, come ricompensa dei suoi servigi allo Stato e, si dice, di alcuni delicati uffici per papi e membri del Sacro Collegio, vide i suoi sforzi ricompensati con l’elevazione a un più alto grado nobiliare della famiglia, nella persona di suo nipote – figlio di suo fratello maggiore – che diventò, così, Marchese.

Ma forse, il lascito più utile del prelato fu la rete di conoscenze e le entrature presso alti personaggi della corte pontificia che permisero ai futuri secondogeniti del casato di seguire le orme dell’illustre antenato.

La situazione era però mutata dopo appena un secolo e mezzo dall’inizio delle fortune del casato…

«Eccellenza, volevo rispettosamente farle notare che…»

Il Marchese Uberti si accorse appena della presenza dell’intendente che gli si era avvicinato e che, il corpo leggermente piegato in un inchino e il volto astuto atteggiato a una finta compunzione, cercava di attirare l’attenzione del nobiluomo sul gruppo di contadini che aspettava poco lontano col cappello in mano.

«Sor Toto, non è il momento!» lo interruppe il Marchese. «Fate voi come sempre! Fate come vi pare! C’ho artri cazzi, adesso!»

Sor Toto, l’intendente della famiglia Uberti Curiali, si fece ancora più compunto e il Marchese ancora più furioso. Disprezzava l’intendente del quale, però, non poteva fare a meno.

Quando il nobile corteo si fu allontanato, l’intendente sostituì la compunzione con un’alterigia astuta e si rivolse ai contadini.

«Che vi avevo detto? Io vi capisco, sono dalla vostra parte, ma avete visto! Gli ho parlato del vostro caso, ma il Marchese è irremovibile…»

Un mormorio deluso e rassegnato si levò dal gruppo di contadini.

La furia del Marchese aveva ormai raggiunto il culmine quando arrivò alla fine del cammino: una porta in fondo al cortile d’onore. La moglie cercò inutilmente di calmarlo: la rabbia che lo attanagliava era talmente potente da costringerlo a fermarsi qualche istante prima di aprirla. Dall’interno della stanza si sentiva provenire un rumore di spade che sembrò farlo infuriare ulteriormente.

L’uscio dava sulla sala d’armi del palazzo, tappezzata di spade, corazze, sciabole, scudi, fioretti e quadri di soggetto militare. All’interno, due uomini stavano tirando di spada avvolti in camicie larghe e bianche chiazzate di sudore. Uno era molto giovane, d’aspetto forte e prestante; l’altro, più anziano, aveva l’aspetto di un militare a riposo. Mentre quest’ultimo si difendeva dagli assalti dell’avversario con una scherma assai elegante, che metteva in evidenza la maggiore esperienza, il più giovane lo incalzava con foga, come se da quell’incontro dipendesse la propria vita. Di colpo la porta si aprì con un grande schianto, spinta violentemente dall’esterno e il Marchese con l’allarmato seguito entrarono di slancio nella sala.

Il tono della voce del Marchese non era fatto per nascondere l’irritazione del nobiluomo.

«Camillo!»

Il violento ingresso del gruppo e l’urlo del capo di casa non distrassero il giovane duellante, che continuò imperterrito i suoi assalti. Mandò invece quasi in deliquio l’altro che, a dispetto delle sembianze marziali, per l’imbarazzo improvviso dovuto alla presenza dell’alto personaggio, scivolò rinculando e cadde. Camillo lo incalzò, come se volesse approfittare del momento per finirlo. Tale era l’entusiasmo per il combattimento dipinta sul suo viso, che l’uomo a terra, spaventato, fu costretto a richiamarne l’attenzione, così come si fa per risvegliare qualcuno da uno stato di trance.

«Signorino che fate? C’è il signor Marchese…!»

Camillo s’immobilizzò di colpo. Le parole del maestro di scherma sembrarono scuoterlo da una concentrazione e un’esaltazione assolute. Quando si voltò verso il gruppo appena arrivato, il suo viso si trasformò, passando da un’espressione stravolta dall’eccitazione del combattimento, a un sorriso obliquo che conferì alle sue parole un – forse involontario – tono canzonatorio.

«Signor padre…!»

Il Marchese Uberti non gli permise di proseguire. Gli si parò davanti con tutta l’autorevolezza di cui era capace e lo investì con le proprie parole.

«Cos’è quest’altra cazzata? È vero quello che mi hanno raccontato i servi?»

Il sorriso di Camillo si gonfiò.

«Dipende… se ne dicono tante sul mio conto in questa casa.»

Padre e figlio erano l’uno davanti all’altro: la consueta rappresentazione di uno scontro di idee e caratteri che andava avanti da tempo. Il capobranco che cerca di mantenere il controllo sui più giovani sottomessi. Le loro stesse figure denunciavano la distanza che li separava. Il Marchese era vestito elegantemente, con la parrucca incipriata, le calze bianche e le scarpe leggere. Era l’immagine stessa del suo secolo e della sua condizione sociale. I suoi lineamenti mollemente aristocratici, ora stravolti dall’accesso d’ira, non erano alieni da una generale rozzezza d’espressione.

Camillo, nel pieno del vigore fisico, non aveva niente di ciò. Sudato, con la bianca, ampia camicia slacciata su un torace muscoloso e scurito dalla vita all’aria aperta, calzava un paio di stivali di cuoio da militare o da cavaliere. Il viso, che pure ricordava i lineamenti dell’uomo anziano, era però privo di quella generale mollezza che permeava tutto l’essere del padre. Era energico, determinato, in sfida perenne col mondo.

L’atteggiamento di Camillo rese il Marchese, se possibile, ancora più indispettito. Di colpo diventò rosso come se stesse per scoppiare. Per un attimo, che ai presenti parve eterno, le sue labbra si aprirono e si richiusero come se fosse sull’orlo di un colpo apoplettico, cercando di respirare senza poter articolare parola.

Dalle spalle del Marchese, Prospero approfittò di quell’attimo di silenzio per fare un passo avanti e intervenire.

I due fratelli, l’uno di fronte all’altro, formavano un curioso spettacolo. Molto somiglianti fra loro, sembravano rappresentare le due strade che può percorrere uno stesso individuo in condizioni diverse.

Prospero, di un paio d’anni maggiore, ricoperto dalla testa ai piedi di trine e merletti, il volto e i capelli incipriati, all’energia che traspariva dai lineamenti di Camillo opponeva un’aria distaccata e annoiata. Le fattezze, così simili a quelle del fratello, sembravano riflesse da uno specchio deformante.

Quello che in Camillo era armonioso, in Prospero era sgraziato; quello che in Camillo emanava forza, energia e chiarezza di carattere, in Prospero spandeva debolezza, indolenza e oscurità contorta di sentimenti. Tutto, in Prospero, denunciava la convinzione che non occorresse intelligenza per affrontare la vita, perché non gli era richiesto di farsi strada.

Contrariamente alle sue abitudini, Prospero era agitato mentre cercava di introdursi nella disputa fra il padre e il fratello; sembrava voler cogliere al volo l’occasione di poter afferrare una vittoria lungamente attesa.

«Non far finta di non capire! Papà vuole dire…»

Il Marchese non lo fece terminare.

«Prospero! Nessuno ti ha interrogato!»

Prospero ritornò nei ranghi con l’aria di un bambino colto in fallo e bacchettato, senza neanche provare a opporsi. L’unica espressione che riusciva a mostrare era suscitata dalla maligna soddisfazione provata disponendosi a vedere il fratello sempre più in difficoltà.

Il Marchese tornò a Camillo.

«Sto parlando di questa storia che ti vuoi arruolare nell’esercito del re di Napoli! È vero?»

Camillo assunse di colpo un’aria seria. Mentre

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