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Il mercante di Dio

Il mercante di Dio

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Il mercante di Dio

Lunghezza:
247 pagine
7 ore
Editore:
Pubblicato:
May 31, 2018
ISBN:
9788862721912
Formato:
Libro

Descrizione

Il mercante di Dio, racconta i diciassette anni perduti della vita di Gesù cristo, anni che non compaiono in nessun vangelo (canonico o apocrifo) né deducibili da alcuna fonte storica. È un romanzo di viaggi, avventure, amicizia, amore paterno e un qualche modo filiale. Come in un quadro di Lautrec, il centro della scena è spostato ai margini per lasciar campo al protagonista, il mercante Salomon, la voce narrante.La narrazione è storicamente attendibile e ricostruisce con dovizia di particolari il mondo ebraico dal quale scaturì la vita e il pensiero di Gesù e in siffatta maniera ci svela il vero, o i veri motivi a contendere fra l’ebraismo di Gesù e quello del Sinedrio, un distacco che la cultura cristiano cattolica non ha mai spiegato, mostrandoci un Cristo già nato “cristiano”, mostrando distanze inesistenti fra Cristo e l’ebraismo.È evidente nella narrazione il rispetto delle fonti storiche e dei Vangeli. L’autore non entra mai nel merito di fatti da essi descritti. Accenna, qualche volta, ma senza creare contrasti, ad alcune parabole come fossero i prodromi di una maturazione a venire.Nazareth era una villaggio di qualche centinaio di abitanti, Zippori e la stessa Tiberiade (Rakkat) erano poco più popolose. Gesù avrebbe dovuto essere amico sin dall’infanzia degli apostoli. Ebbene, leggendo i Vangeli, appare solo rispetto e venerazione, non c’è traccia di amore amicale, quell’amore che lega chi è cresciuto insieme. Perché? Perché Gesù, ci spiega il romanzo, semplicemente non era più lì, si era allontanato da quei luoghi all’età di tredici anni, aveva viaggiato col mercante, da mercante, formandosi, conoscendo genti e culture differenti, per far ritorno nella sua Galilea a trent’anni, già formato e pronto al sacrificio. Ma il romanzo fa di più: ci svela un mondo antico ma sempre attuale nel quale la cultura, le religioni, la filosofia, le lingue, la scienza si muovono insieme alle merci. Il commercio come vero motore dell’umanità e unico mezzo di diffusione del pensiero e della tecnica, almeno fino all’invenzione della stampa.Nietzsche, col suo Zarathustra, cercava il Superuomo come contrapposizione a “l’ultimo uomo”, “l’uomo mercante”. Il Superuomo ce l’aveva sotto il naso, era il disprezzato mercante senza il quale dubito avrebbe mai sentito parlare, dalla lontana Germania, o da Rapallo, di Zarathustra.Il linguaggio è veloce, moderno, come si addice a un mercante, la narrazione è filmografica e appassionante. Il lettore entra facilmente in empatia coi personaggi e non mancano momenti di commozione. Dato il tema trattato e la dinamica del racconto, il romanzo è destinato a un pubblico vasto, dagli amanti del genere storico (e della storia) a lettori di libri d’avventura e di viaggio, perché è un vero romanzo on the road
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May 31, 2018
ISBN:
9788862721912
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Libro

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Anteprima del libro

Il mercante di Dio - Sal Costa

principio.

LIBRO PRIMO

Il lago di Gennasar

Vedo la casa di mattoni d’argilla intonacati di calce bianca, appena fuori del fitto della vegetazione, quasi in riva al lago. Vedo mio padre. È giovane, porta i capelli corti, alla romana, con un accenno di frangetta, e il volto rasato.

Mio padre dice che chi non ha visto Roma ne sa poco o niente del mondo e dell’umano ingegno. Dice che quel popolo, i romani, son capaci di trasportare l’acqua per miglia e miglia sopra delle specie di ponti, non sa come fanno, non esattamente, è sicuramente una questione di pendenza, dice. Pensa, mio padre, che gente così non ha bisogno di dei, e mi mostra con orgoglio le tegole rosse che ricoprono il tetto della nostra casa. Il tetto fa la casa, così dice mio padre. Abbiamo coperto la nostra casa alla romana e come i romani, i romani di città, non dividiamo, come dice lui, il sonno con le bestie. Mio padre ha attrezzato per loro, un asino, due muli, un cammello e sette pecore, un recinto e una copertura di frasche che il vento del nord, il grecale, a volte il maestrale, si diverte almeno un paio di volte l’anno a divellere. È per quello che ha messo al mondo un figlio maschio, non fa che ripetermelo. Lui si occupa delle cose importanti, e io bado alle bestie, semplice.

Mio padre ha tutti i denti in bocca, che è una cosa rara per uno della sua età. È bello vederlo sorridere ogni volta che la rete viene su carica di pesci, o mentre mostra le sue preziose tegole ai fratelli della mamma che vengono qui dalla Giudea una o due volte l’anno.

I fratelli di mia madre, Giuseppe e Simone, sono mercanti. Posseggono due barche d’alto bordo per fare commercio di spezie, e stoffe e ogni altro genere di mercanzie. Trafficano al di qua e al di là del mare, coi romani e coi nemici dei romani, per quello sono ricchi, e ogni anno, per Pasqua, sacrificano all’altare ciò che il Signore comandò ad Abramo di immolarGli: tre giovenche a simboleggiare l’impero di Babilonia, tre capre a rappresentare il dominio dei greci, tre montoni a incarnare l’egemonia dei medi e dei persiani, tre voraci tortore a raffigurare l’impero della progenie di Cam e un’innocente colomba per noi che siamo la Sua gente. Ogni anno uguale, a espiazione dei peccati di Israele e a garanzia di prosperità per il popolo. O almeno quella piccola porzione di popolo che sono loro due.

Mia madre dice che è un bene, «col lavoro che fanno, sempre per mare…».

Mio padre, un tempo, molto prima che io nascessi, prima ancora che nascesse Rahel, la più vecchia delle mie sorelle, lavorava con loro, sempre in mare, perché se vuoi che gli affari vadano bene, come si dice, Dio non ha mai ordinato ad alcuno di essere stupido, e allora vai per mare insieme alla mercanzia, a badare che nessuno rubi o pecchi di incuria.

Per molti anni mio padre visse a Roma curando per gli zii un importante scalo merci nel porto di Ostia. Quando nacque Rahel lasciò gli affari, tornò in Galilea, costruì la casa sul lago, appena fuori dal villaggio di Rakkat, e piantò un cedro del Libano. È la prima cosa che un buon ebreo deve fare per compiere un degno destino. Piantare un albero con le proprie mani. La seconda è mettere al mondo un figlio maschio. Ci volle un po’, ancora quattro sorelle mi precedettero, Miryam, Anna, Sarah e Rivka, e alla fine, quando tutto ormai sembrava perduto, quando il sole della sua vita volgeva al tramonto, ebbe la benedizione di un figlio maschio, me, Salomon il Fiero, lo sguardo benevolo di Dio su mio padre, ricompensa dell’aver ben agito e ben pensato.

Nacqui grasso che parevo già svezzato, e impettito, per quello oltre al nome che era stato di mio nonno, Salomon, mio padre volle portassi, a misura del suo orgoglio, l’appellativo di Fiero.

Un paio d’anni dopo il bar mitzvah fui mandato a Gerusalemme perché giudicato grande, grosso e dotato di fine intelletto. Qualcosa ne sarebbe venuta fuori, un rabbino, un generale o, quanto meno, un ricco e astuto mercante come gli zii materni, ai quali fui affidato.

Gli zii erano sempre fuori a inseguire i loro commerci, li vedevo sì e no tre volte l’anno e per non più di cinque giorni in fila. Per il resto me ne stavo in casa loro, che non si erano mai sposati, così credevo, e comunque non avevano generato, accudito da una serva greca di nome Elena.

Vorrei poter dire che tutto quello che so sugli affari dei sensi mi venga da lei, dai suoi insegnamenti, ma mentirei.

Ricordo che i giorni precedenti alla mia partenza per Gerusalemme favoleggiavo sulla famosa Elena della quale gli zii, più Giuseppe, si sperticavano a tessere le lodi. In effetti, loro parlavano di buon carattere, di solerzia, persino di devozione, ma io, vittima del fuoco che t’accende i lombi a quell’età, sentivo altro, direi oltre, e la vedevo, esotica, con una lunga treccia di capelli nerissimi, occhi di brace e bocca, soprattutto bocca, che poco parla e tanto sospira, e più sospira, più le si gonfia il petto.

Sane illusioni d’un imberbe.

Elena era vecchia, brutta e zoppa. Aveva modi bruschi, sbrigativi, ed era avara, come se tutto in casa fosse suo.

Yomida

Venne fuori che non ero tagliato per la scuola rabbinica, né per il collegio militare, in un caso e nell’altro occorrendo una dote che non mi apparteneva, la disciplina.

Gli zii materni, Simone e Giuseppe, soprattutto Giuseppe, paziente come Giobbe, mi disse che Dio metteva ancora alla prova la loro, la sua fede, e che l’indomani, compivo diciotto anni, sarei partito con lui alla volta di Damasco per un importante approvvigionamento di sterco di cammello essiccato, ottimo per il fuoco, già venduto alla guarnigione romana d’istanza ad Hebron. Occorreva ci sbrigassimo perché i romani morivano di freddo. Pare che sulle alture, da quelle parti, fosse apparsa la neve.

Simone aveva intascato una robusta caparra e aveva promesso al governatore di farcela in venti giorni, nel frattempo si facessero bastare lo sterco dei loro cavalli, ammesso che avessero la pazienza e il mestiere di essiccarlo, e quel po’ di legname che gli riusciva di ottenere dalla popolazione locale.

Partimmo prima dell’alba da un caravanserraglio fuori dalla porta est della città, io, Giuseppe, il negro Barnabo coi suoi sei guerrieri e una decina di cavalcature, tutti muli gagliardi, ché i cavalli costano cari e il guadagno è già bello e finito, e allora prende e cambiamo mestiere.

Mi trovo in bocca le parole di Giuseppe e così, temo, sarà per tutta la vita. Lo detesto e lo amo quell’uomo pio. E più ne prendo le distanze, più mi pare d’essere foglia dal suo ramo.

Barnabo e i suoi sei guerrieri sono schiavi nubiani, neri come la notte fonda e grandi da mettere in soggezione. Solo Barnabo ha un nome, gli altri sei, Simone, che ha la testa solo per i conti, ha ritenuto più pratico numerarli. Uno, Due, Tre, Quattro, Cinque, Essei. Proprio così, Essei, a Giuseppe parve spiritoso, e in fondo un po’ lo è.

Si vada per terra o per mare, valli e monti, boschi e deserti, Barnabo e i suoi sei guerrieri sono la scorta fissa cui gli zii affidano la sicurezza fisica di merci, uomini e mezzi. Ognuno di loro ha in dotazione una piccarda, una spada ricurva e un pugnale assiro. Sono combattenti nati e, alle brutte, sanno cosa farci con l’armamentario.

Il famoso Lucio Pistilla, quello della scuola gladiatoria di Capartona, sarebbe disposto a spendere una fortuna per aggiudicarseli, ma a nulla valgono tutti i suoi soldi e le sue conoscenze altolocate. I nubiani sono un dono dell’Altissimo e se li vuole dovrà vedersela col Sinedrio, e Roma è stata categorica, niente grane col Sinedrio.

Sia detto, un ebreo può possedere schiavi ebrei per un periodo che non superi i sei anni, per questo fu architettata la storia del dono dell’Altissimo.

Zio Simone imbastì per il Sinedrio una ingarbugliata panzana di un viaggio d’affari nell’alto Nilo, di una fragile barchetta coi sette negri a bordo in balia della corrente e dei gorghi, ci mise su il dramma, gli immancabili coccodrilli affamati, cosa assolutamente non vera poiché i coccodrilli amano le acque quiete e non li trovi mai in mezzo ai gorghi, quand’ecco che spunta dal nulla una bianca colomba che disegna due giri sopra la barchetta coi negri piangenti e si va a posare sulla spalla di Giuseppe. Fu quindi inequivocabilmente volere dell’Altissimo se gli zii si diedero la pena di salvare quei poveri disgraziati, pur sempre figli della progenie di Canaan, figlio di Cam, nipote di Noè. Per quello i nubiani furono circoncisi e, trascorsi i sei anni, si fecero servi devoti di Simone e Giuseppe, servi, non schiavi. Rifiutano il denaro? Sono riconoscenti, non si può costringerli.

La verità vera è che Simone e Giuseppe passavano al Sinedrio, sotto forma di offerte votive, centinaia di denari l’anno. In cambio il Sinedrio era pronto ad avallare davanti a Roma qualsiasi fandonia uscisse dalla bocca di quegli uomini retti, ebrei devoti e umili servi di Dio. Quanto ai nubiani, che dire? È gente che si affeziona.

Il viaggio fu agevole. In capo a otto giorni eravamo a Damasco.

Lo sterco di cammello costa pochissimo e quando brucia ha un puzzo caratteristico, familiare, perciò è tanto richiesto. Nessuno si sognerebbe di usarlo per mettere a temperatura il caledarium, o più ancora una fucina, per quello ci vuole la legna. Ma per tutti gli altri usi non ha rivali. Brucia nei bivacchi di campagna, nelle stufe di villaggi, paesi e città, nelle case dei ricchi, almeno nelle parti di esse riservate alla servitù, e nei tuguri dei poveracci, nei caravanserragli, negli accampamenti degli occupanti romani e nelle guarnigioni, nelle taverne e nei lupanari. Dicono che Roma puzzi di frutta marcia, di roba andata a male. O almeno, questo è quel che racconta mio padre. Qui tutto sa di sterco di cammello essiccato. È il motivo per cui i sacerdoti, al tempio, insieme a ottima legna d’ulivo, bruciano senza posa olii essenziali. È loro dovere tenere il buon Dio al riparo dal fetore blasfemo.

Ci fermammo a Damasco per una sola notte a dormire in un caravanserraglio, fuori dalla città.

Se vuoi acquistare buoni cammelli a un prezzo ragionevole sei nel posto giusto. A noi ne servivano una dozzina per trasportare la merce fino ad Hebron.

Zio Giuseppe conosceva tutti, salutava, benediceva e veniva benedetto, stringeva mani, offriva datteri, beveva un tè dietro l’altro. Sollevava zampe di cammello, ne valutava le articolazioni, tastava le gobbe, gli guardava in bocca.

Quando mi svegliai, al mattino, i sei guerrieri di Barnabo stavano legando in fila dodici cammelli. Giuseppe si accostò al bivacco, e mi passò una ciotola di ricotta calda. Dicemmo le benedizioni e consumammo in silenzio ciò che il Signore ci aveva concesso.

Quando lasciammo il caravanserraglio il sole era ancora sotto l’orizzonte e s’era diffusa una luce violetta che a stento lasciava intravedere la sagoma della città. Sempre fuori dalle mura di cinta, a dieci minuti di cammino trovammo il magazzino del Siriano. A dire il vero lo si indovinava molto prima dall’intenso fetore. Montagne di sterco erano ammassate in due distinti reparti, uno già essiccato e l’altro ancora fresco. Zio Giuseppe s’appartò col Siriano, mentre io e Barnabo seguivamo le operazioni di carico. Quando tutto fu pronto, con sorprendente tempismo, sorridente e trafelato arrivò Giuseppe. Gettò uno sguardo alla carovana, un cammello dietro l’altro, con Barnabo e i sei negri sulle loro cavalcature in posizione strategica, e se ne rallegrò.

«Bel lavoro, nipote», mi disse con una lieve pacca sulla spalla, quasi una carezza. «Il più è fatto. Solo che il Signore, sia benedetto il Suo nome, lo voglia, non ci resta che tornare a casa. Non è poi cosa difficile fare il mercante, ti pare?».

Giuseppe aveva l’animo d’una colomba, lo diceva sempre anche mia madre.

E il fegato dell’avvoltoio, aggiungeva immancabilmente papà, per averli più e più volte visti in azione quei due furboni, lui e suo fratello Simone.

Magari Simone… concedeva mamma.

Fatto sta che Giuseppe, non so, ti bastava vederlo camminare per avere la sensazione che pesasse come un uccello, leggero leggero, e leggero gli veniva a galla sempre un sorriso e leggero era il tono della sua voce, una carezza, e lo sguardo di occhi neri, grandi, acquosi e sinceri. Fu con quella sua voce che appena saliti in groppa ai nostri rispettivi muli, con tono vagamente rammaricato mi disse:

«Magari ti sarebbe piaciuto vedere la città, ragazzo, ma poi, cos’è una città, specie una città come Damasco, se non un coacervo di Babele, Sodoma e Gomorra. Tutti luoghi di perdizione maledetti da Dio. Ci abbiamo tirato il nostro utile. Torniamo in Terra Santa».

Vuoi l’età, vuoi la baldanza, a chiunque altro avrei detto, vai, vai, vacci tu in Terra Santa, e invece spronai debolmente il mulo e sospirai:

«Sia fatta la volontà del Signore».

Col senno del poi, la volontà del Signore fu fatta.

Muli e cammelli conoscevano la strada, un’invisibile pista, per giorni e giorni, in mezzo a un deserto di pietre rossastre sature di zinco e ferro che, sotto il sole allo zenit, emanavano un bagliore diffuso e accecante. Per quello è conveniente stringere gli occhi a fessura e concentrare lo sguardo sul manto grigiastro del mulo, a patto che si abbia un mulo da cavalcare. Di questo e di altri segreti della vita del mercante mi andava erudendo zio Giuseppe. Ero sangue del suo sangue, figlio della sua unica e amatissima sorella, quindi erede designato delle fortune sue e di suo fratello Simone. Cercava d’insegnarmi il mestiere.

Con la caparra che ci avevano dato i romani avevamo comprato l’intero carico di sterco e la metà dei cammelli. La caparra ammontava a un terzo dell’intero credito. Quindi, una volta giunti ad Hebron avremmo raccolto le messi di un buon affare. Senza contare che già prima della partenza Giuseppe aveva personalmente trattato la vendita a Gerusalemme dei dodici cammelli al doppio del prezzo d’acquisto, come si dice, a Damasco si compra bene, ma a Gerusalemme si vende meglio.

«Giacché dovrò ereditare i commerci», gli chiesi, «perché non mi hai presentato al Siriano e al venditore di cammelli?».

Distolse per un attimo gli occhi dal collo del suo mulo, li aprì per bene, affinché fosse chiaro ciò che andava a dirmi.

«Perché hai l’aspetto dello studente di una scuola rabbinica, un ragazzino di città, se vuoi, e loro sono dei siriani col pelo sullo stomaco. A suo tempo, quando avrai la faccia cotta dal sole e gli occhi dello sparviero, ti lascerò trattare con loro».

«Ma tu non hai gli occhi dello sparviero», obiettai.

«La mia fama mi precede, ragazzo mio. Conosco tutti e non ho mai raggirato nessuno. Sono un osso duro ma, davanti a Dio, con me e tuo zio si trattano solo buoni affari, con buona pace di tutti. E poi magari non ho sempre avuto gli occhi e la faccia che mi vedi. Sono stato giovane e, che Dio mi perdoni, sia benedetto sempre il Suo nome, ho peccato di superbia e arroganza, sono stato malvagio. Ho sposato due donne e le ho ripudiate per non avermi saputo dare figli.

Adesso mi pento. Forse ero io a essere sterile come questa bestia che cavalco. O forse, come Abramo, sarei destinato a procreare in tarda età, ma quale padre mi darebbe mai in sposa sua figlia sapendo che ho già ripudiato due mogli e seppellito una terza?».

«Seppellito una terza?».

«Una terza. Quando ripudi una donna perché non ti dà figli, lo fai per sposarne un’altra, per tentare con più fortuna. Se no che la ripudi a fare?».

«Sicché ripudiasti due donne e ne sposasti una terza che non facesti in tempo a ripudiare».

Non so, mi sembrò divertente.

«Certo puoi sorridere, nipote, anche ridere fino a cadere sotto la pancia del mulo, perché poco hai vissuto e poco ne sai della tenebra che cova fuori dallo sguardo di Dio, la tenebra che mi spinse a gettare nello sconforto e nell’umiliazione due povere ragazze e le loro famiglie. Il padre di una delle due, nonostante gli avessi reso doppia la dote, assoldò un uomo, un beduino di nome Amad che mio fratello Simone, il Signore tenga lontano da lui il malocchio, aveva cresciuto come un figlio, perché mi tagliasse la gola e ci ficcasse dentro i miei stessi testicoli.

Io dormivo, non so se il sonno dei giusti, la lama del pugnale di Amad mi aveva già pettinato la barba sul collo, ma non fu quello a destarmi, piuttosto un tonfo. Vidi i suoi occhi sbarrati, vicinissimi ai miei, poi sentii qualcosa di caldo e appiccicoso colarmi addosso, pensai, per un istante, Dio mi perdoni, che il giovane Amad, in qualche maniera, come sospettavo facesse con Simone, mi stesse copulando, ma subito vidi alle sue spalle, a sormontarci entrambi, il negro Barnabo che me lo tirava via di dosso esanime, trafitto dalla piccarda piantata sulla schiena.

Lo trovi divertente, Salomon, trovi divertente tutto questo? E il dolore di Simone per la perdita di Amad? Lo avrebbe ucciso lui stesso, con le sue stesse mani, mi disse. Ma poi, per molte notti lo udii piangere sommessamente e mai, mai più si accostò nei falò ai bruni figli dei cammellieri a fargli mordere i datteri dalle sue mani. Smarrì il sorriso. Come una maledizione. Di’, l’hai mai visto sorridere tuo zio Simone? No, certo che no. Credi che siamo nati così, già vecchi, il burbero Simone e l’affabile Giuseppe.

Simone amava danzare, cantare lodi a Dio, e quel che lui accumulava in grazia, io sperperavo in arroganza, brutalità, ma ero costretto, capisci? Io e Simone ci siamo sempre dovuti bastare.

Nostro padre, sia benedetta la sua memoria, morì quando eravamo ancora ragazzi lasciandoci quattro vasche fuori città per la colorazione delle stoffe. Poca cosa, giusto di che sfamarci e accumulare una piccola dote per nostra sorella, tua madre. Quando giunsero i romani in forze portandosi dietro il loro mondo da occidente, e il loro modo di acconciarsi si diffuse da qui fino alla Persia, Simone ebbe l’intuizione che un conto era colorare quattro stracci per loro, altra cosa sarebbe stata acquistare sul mar Rosso la materia prima, la porpora, e rivenderla ai vari laboratori di colorazione che erano sorti ovunque, meglio ancora, portare la materia prima fino a Roma. Coi guadagni dei primi commerci locali, a costo di stenti, comprammo un’imbarcazione d’alto mare, la stipammo come un uovo della nostra e dell’altrui merce, ci raccomandammo a Dio, o meglio, io pregai Dio, Simone lo incantò come fanno i serafini nel settimo Cielo, intonando lodi nella lingua del creato, e tanto bastò all’Altissimo per benedire il nostro viaggio. Simone cantava, pregava, di nascosto danzava, e a me toccava sporcarmi le mani, fino a quella maledetta notte nel deserto, quando il negro Barnabo mi salvò la vita. Simone via via s’incupì addossandosi il peso degli affari e io mi alleggerii fino quasi a perdere consistenza, eccomi qui, mi vedi, l’affabile Giuseppe».

Trovai insopportabile il peso di quella confessione. Lui parve leggermi nel pensiero o, chissà, nella postura.

«Ti racconto queste cose», mi disse, «perché sei un uomo fatto e finito, e prima o poi saresti venuto a saperle da qualcun altro. Non so, mi viene da pensare

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