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Aquila, le vette dello spirito

Aquila, le vette dello spirito

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Aquila, le vette dello spirito

Lunghezza:
225 pagine
3 ore
Editore:
Pubblicato:
31 gen 2019
ISBN:
9788831601887
Formato:
Libro

Descrizione

Partendo da fonti storiche originali, Monika M, costruisce un thriller storico avvincente! I Templari nascosero, in varie città europee, parte del tesoro riportato dalla Terra Santa, L'Aquila sarebbe una di queste. La narrazione prende il via alla morte del Papa Angelico, Celestino V, protagonisti un manipoli di uomini fedeli al Santo che lotteranno per impedire al successore, Bonifacio VIII, di infangare e cancellare la memoria dell'eremita della Majella. Malachia, giovane professo, redigerà in segreto un tomo che l'oscura epoca rievoca. Unicamente dopo il terremoto del 2009 il manoscritto verrà ritrovato, nella Basilica di Collemaggio, da Bramante. Quali misteri cela da sempre la città di L'Aquila? Questo l'enigma.
Editore:
Pubblicato:
31 gen 2019
ISBN:
9788831601887
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Libro

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Anteprima del libro

Aquila, le vette dello spirito - Monika M.

vissi.

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(Tutto cambia , nulla muore )

Santo Spirito a Majella

Anno del Signore 1296, Giovedì 17 Maggio.

Giunti che fummo in vetta l’anima mia sprofondò in quella solitudine incontaminata che ai miei più intimi pensieri mi ricondusse. Varcai l’ingresso del Santo eremo come forse avrei fatto con la porta stessa dell’inferno. Chinai il capo cercando di celare i miei fanciulleschi peccati sotto il cappuccio di scura lana.

Lo stretto cunicolo, scavato nella nuda roccia, che immetteva alle celle a noi destinate, incombeva su di una coscienza  spaventata dal castigo divino che in quel luogo faticavo ad ignorare. La mia andatura stanca era rivelata ad ogni passo che ormai strusciava al suolo ed ero grato a quel cadenzato rintocco di suole che, al pari del batter stesso del mio cuore, mi rivelava  la vita non mi stesse abbandonando.

La silente figura del maestro, che mi precedeva, rivelava la sua presenza unicamente per il respiro fattosi affannato a causa dell’impervia via che ivi ci aveva condotti. Percepii la mia inutilità di professo: nulla potevo fare per alleggerire le sofferenze che sapevo esser approdate su quel venerabile uomo alla consegna di una segreta missiva che,  all’Abbazia  Santa Maria di Pietro  Benedettino, gli venne recapitata in gran segreto.

Nulla mi era stato rivelato, nessuna spiegazione concessa. Sapevo unicamente che il monastero, a cui appartenevo, non intendeva concedere al mio maestro di interrompere il mio postulato, poiché sotto la sua guida era iniziato. Avvenne così che l’indomani mattina mi ritrovai in groppa ad un mulo che il suo seguiva.

Il profumo di faggi, che avevo imparato a distinguere sin dalla giovanissima età, mi rallegrò il cuore ancor prima della vista donata dalla balconata a cui giungemmo. Compresi in quell’istante cosa gli eremiti, in quei luoghi sperduti, cercassero.-

-Da qui Dio par di toccarlo… - mi sfuggì di bocca. Prontamente la tappai con la mano, ancor sudicia del pane e lardo che avevo ingurgitato al mattino. Chiesi perdono al mio maestro con uno sguardo penitente. Fu la prima risata che di egli udii da giorni, ormai.

- Nulla ci avvicina a Dio come il silenzio, caro Biagio.- disse, ammonendomi appena con l’indice e carezzando poi la mia testa con decisione.

Ritrovatomi solo nella piccola cella di nuda roccia mi accasciai al suolo coprendomi con il saio come meglio riuscii a fare, il mio maestro era atteso per discutere di cose a cui io non avevo accesso e ne approfittai per riposare. Chiusi gli occhi rimpiangendo le calde cosce della Adelaide  che tutti i giovanotti del paese, in periodi di transumanza, avevano imparato a conoscer nelle notti rese solitarie dalla partenza del marito pastore. Sobbalzai segnandomi con la croce, neanche in tal luogo riuscivo a resistere alle tentazioni della carne che in tenerissima età avevo conosciuto, e dalle quali ora faticavo a dividermi.

Mi destai improvvisamente, restando però accovacciato e immobile, così da non scoprir nessun lembo di carne esponendola alla rigida aria notturna. Unicamente la tenue luce lunare invadeva la silenziosa cella ed impiegai diversi attimi prima di scorgere l’ombra del mio maestro raccolto in preghiera, o così almeno mi parve.

Un leggero tocco alla porta di vetusto legno scricchiolante annunciò una visita. Completamente confuso non compresi  in quale quarto della notte mi fossi destato, mi domandai se fosse ora della preghiera ma, incerto, restai immobile. Non agii certo così  per ingannare il mio Maestro ma piuttosto per non svelare la mia presenza, non comprendendo cosa stesse per accadere.

-Caro Fratello, – bisbigliò il frate varcando la porta, abbracciando saldamente le sue minute spalle – sei qui giunto appena saputo? –

Il mio maestro vidi annuì mestamente e congiunse le mani dopo aver accarezzato il volto dell’a me sconosciuto visitatore.

-Il Santo Nostro Padre sta quindi morendo? – gli domandò poi con voce così tremante da rivelar tutto il patimento che cercava invano di nascondere, ed io stesso tremai.

Bonifacio VIII era quindi moribondo? mi chiesi sconvolto.

Da giovane monaco non comprendevo bene cosa significasse, per gli appartenenti al clero, rimanere senza la loro guida e provai una sorta di smarrimento, come di giovanetto che al mondo si ritrova orfano.

-Son trascorse già cinque albe da quel penoso messaggio e temiamo che ormai sia questioni di ore… -

-Non vi è tempo da perdere caro Fratello ne il lusso di abbandonarci al sentimento che, pur nobile, al Padre Nostro ci lega. Bonifacio ha già tentato in passato,  nel giorno del Signore 18 Agosto  1295, di revocare la Bolla del Perdono e son certo nuovamente tenterà! –

-Ora come allora i suoi tentativi saranno vani! – lo rassicurò l’altro – Collemaggio non è della chiesa ma del Comune di Aquila, così come pure la Bolla! In questo siamo stati molto accorti, sapevamo che dovevamo difenderci dalle serpi che sotto la Cupola si annidano. –

I due si fissarono pensierosi, evidentemente non convinti.

-Partirò domani stesso alla volta di Aquila, ma non senza passar per  Roccamorice…-  concluse il mio Maestro strappando il consenso all’altro.

Ancora immobile mi domandai confuso di chi dunque parlassero: chi era il Santo Padre prossimo alla morte se Bonifacio non solo era vivo ma, a quanto pareva, era ritenuto un loro avversario? Possibile il mio Maestro fosse coinvolto in spregevole cospirazione?

Un’angoscia dettata dall’ignoranza mi invase, gettandomi in una incontrollabile paura. Nulla sapevo  e quell’incertezza mi terrorizzava, non ero nel mio ambiente, nel mio villaggio, tra la mia gente. Non comprendevo da chi dovessi guardarmi e di chi potevo fidarmi. In quella notte mi mancò la mia vecchia vita da signorotto viziato.  Più studiavo e più il mio animo provava inquietudine, più mi allontanavo dai miei monti profumate di erbe pratesi e più sentivo la puzza della corruzione dell’animo umano.

Il buio che mi accolse al risveglio fu lo stesso che aveva accolto l’ assopimento: non doveva esser ancora suonata la quarta, pensai. Il Maestro, silenziosamente, già si preparava a lasciar la cella e paternamente mi aveva lasciato dormire fino a che fosse stato possibile.

-Ben destato sventurato mio professo, sciacquati il volto, mi occorre tu sia ben attento a ciò che ora ti rivelerò… -

Corsi al piccolo catino non per obbedienza quanto per mero e volgare

prurito di  curiosità. Mi inginocchiai poi ai suoi piedi mentre egli, seduto, pareva cercar parole adatte alla mia ben miserevole comprensione.

-Occorre, per perizia, che io commuti il tuo nome ed il mio. – Sospirò, forse pentito di avermi trascinato in un viaggio pericoloso per i molti nemici celati che avremmo dovuto affrontare. – Ho dunque scelto per te il nome Malachia…-

Sgranai gli occhi ed il sangue mi si assiderò nelle vene. Illetterato quale sono vidi in quel nome un sigillo di peccato! Quel Mala.. che null’altro poteva esser che esaltazione e segnalazione della mia difettata anima da peccatore.  Mi apparve come un sigillo infamante che ora il mio Maestro mi rammendava addosso. La carezza sul mio capo rasato mi rassicurò.  Forse nella sua sconfinata assennatezza egli aveva letto nei miei occhi il fraintendimento.

-Malachia… deriva dall’ebraico. – mi spiegò, addolcendo la voce – La cui accezione è mio messaggero … - tacque, forse ritenendo che tale  spiegazione fosse  per ora soddisfacente. – Tu  limitati a chiamarmi Maestro, omettendo il mio nome come sempre hai fatto da quando mi sei stato affidato, ti basti saper che è questione di vita. – Si alzò con rinnovato vigore – Ed ora andiamo.  - disse mentre dolcemente carezzava le freddi pareti di pietra.

-Non obliare mai di aver avuto l’onore ed il privilegio di aver alloggiato in tale sacro luogo  Malachia… -

Pronunciò tale nome guardando poi se ero stato accorto nel recepire che a me si rivolgeva. Sorrisi, seppur fossi stato distratto soli eravamo nella cella ed a nessun altro poteva rivolger il suo pensiero, se non a me. Annuii fissandolo a bocca aperta, sperando egli dissetasse la mia curiosaggine.

– Un Uomo Santo qui ha dimorato, un confratello che un tempo fu benedettino e che fondò poi un sua congregazione: i Fratelli del Santo Spirito. Avrai di certo notato all’ingresso la loro croce. – sollevò il sopracciglio come per sottolineare le mia mancanza di attenzione. – Una croce con la S annodata al  sacro simbolo...-

Ci unimmo ai fratelli per la povera colazione e le Lodi, mentre l’alba illuminava dolcemente di rosa la pietra dell’eremo.

Congedati poi dai fratelli, che ricevettero rassicurazioni dal mio Maestro, ci incamminammo silenziosamente  verso la base del monte dove i nostri animali ci attendevano, custoditi in una piccola stalla. Senza annunciare  dove fossimo diretti si avviò,  ed al pari del mio asino, che il suo seguiva, io ricalcavo il suo passo.  Percepivo il mio animo confuso ed impaurito dal credito a me concesso, ed al contempo mi sentivo orgoglioso della fiducia che egli mi dimostrava, anche fosse solo dettata dall’obbligo di dovermi condurre con sé.

Il dolce dondolio della groppa del mio somaro ben si accompagnava alla vista che l’itinerario percorso  donava ai sensi, risvegliati al pari della natura che mi circondava. I faggi oscillavano i loro rami sospinti dal dolce vento di Maggio e sembrava quasi salutassero la mia fanciullesca fantasia. Il sole faceva capolino tra le foglie scaldando affettuosamente le mie spalle che se ne beavano rilassandosi. Le radure  attendevano il calpestio delle zampe del mio mansueto brocco, inondandomi dell’odore di rosmarino e fiori di campo. L’orizzonte aperto, che il mio sguardo lasciva spaziare senza recinzioni o muraglie, mi liberava dalle umane paure e dai tentennamenti dello spirito. Pace, avvertivo unicamente questo ed una febbrile adolescenziale ebbrezza di conoscer il luogo di destinazione: Aquila!

Eremo di San Giorgio , Roccamorice

Anno del Signore 1296 , Sabato 19 Maggio

-Ben giunto a noi, fratello. – Lo festeggiarono i frati del Santo Spirito, accogliendo con gratitudine il mio Maestro tra loro – Santuccio è qui e vuol vederti subito! –

Lo esortarono a seguirli mentre le redini del suo asino venivano passati ad un giovane novizio,  io allo stesso modo del brocco venni lasciato fuori. Dopo qualche attimo il mio Maestro tornò sui suoi passi accostandosi affettuosamente a me e, scagionando il mio scontento, mi disse di attenderlo nella piccola chiesa attigua e pregare per entrambi, lì mi avrebbe presto raggiunto per unirsi a me negli inni al Signore.

Obbedii di malavoglia e, asceso l’unico scalino che dalla terra la divideva, entrai in quella che mi parve esser davvero una chiesetta di poco conto, persino al mio paese ve ne era una più fastosa.  Compresi di confondere ancora lo Spirito con il Potere, non pronto a capire quanto quei santi uomini stessero cercando di mettere in atto per salvare una Chiesa che ormai era degenerata. 

Non saprei dire quanto tempo restai solo nella chiesetta prima che il Maestro mi raggiungesse, di certo so che non pregai. Attratto come ero dalla statua di San Giorgio, che lottava con il drago, rimasi in sua silente contemplazione, fantasticando storie epiche che al suo posto mi vedevano protagonista. Il cigolio del portale di ingresso mi ricondusse brutalmente alla realtà e mi segnai con la croce, avevo osato paragonare la mia figura ad un Santo, pensai sconvolto. Maledissi la mia mente che appariva alla mia coscienza come terra sconsacrata ed incline al peccato. Avvampai di rossore mentre il mio Maestro si sedeva ad una gretta panca in legno e, battendo con il palmo sulla seduta, accanto a sé mi chiamava.

-L’avvincente San Giorgio ti ha stregato mio caro Malachia? – mi domando curioso.

Non osai rispondere mentre mi sedevo ad egli  accanto. – Leggenda giunta a noi dalle Crociate, la sua vita… – chiarì poi, mentre la parola leggenda suonò dissacrante nella mia mente. La bocca incontrollata mi si spalancò, neanche avessi udito una bestemmia.

La risata del mio Maestro mi ricondusse alla sua voce che la narrazione continuava:

– Giorgio fu soldato e martire, convertitore di fedeli, grande persecutore di pagani ed eresie. Divenendo così il simbolo del Bene che sconfigge il Male. Originariamente la sua lancia infilzava, nelle raffigurazioni, figure umane. Era Teodoro che, sempre al suo fianco  rappresentato, un drago infilzava. I Crociati, che in questo Cavaliere si identificarono,  generarono le leggendarie gesta che l’Europa tutte invasero… -

Rimasi confuso, era quindi un falso? La chiesa nella quale il mio Maestro mi aveva spinto a pregare era stata edificata e consacrata ad una diceria?

-Impara sempre…- disse accentuando con la voce la parola sempre – a discernere la verità dalla cieca dottrina, non vi è fede in chi segue come ignaro gregge. Puoi amare senza capirne il motivo ma mai senza conoscere del tutto ciò o chi ami, non trovi mio Malachia? – Lo fissai trasecolato ed impaurito, era forse egli un eretico? Mi chiesi sconvolto.

-Molti falsi sono stati eretti a pilastri del Tempio…- aggiunse cupamente lasciando intravedere tutta la delusione  che in egli albergava – ma cosa avverrà quando i falsi si sgretoleranno? – sospirò conoscendo la risposta a tale domanda – A tempo debito… mio caro Malachia… a tempo debito…  - concluse lasciando intendere che prima o poi io avrei saputo – Ora preghiamo! – concluse ritrovando il suo sereno sorriso.

Le campane suonarono la Sesta ed io ne fui sollevato, il mio stomaco reclamava cibo  mentre il mio Maestro mi ricordava che:

– L’ozio è nemico dell’anima. I fratelli, in determinate ore, devono essere occupati in lavori manuali. – 

Mentre egli mi rimembrava  la regola Benedettina guardammo i fratelli tornare dai ricchi campi di vigneti ed uliveti che circondano il monastero.  Corsi a rinfrescarmi alla fontana, posta accanto alla porta della zona abitata, che zampillava acqua gelida e dissetante ed inalai avidamente il dolce profumo delle pervinche che i frati dovevano lì coltivare per uso erboristico.

-Chi è Santuccio? – chiesi poi a basa voce, tornando al fianco del mio Maestro.

Egli mi guardò, non saprei dire se ammirato o preoccupato, forse si rese conto che osservavo più di quel che lasciavo intendete e grattandosi il capo rispose:

- Roberto da Salle è uno dei discepoli più cari di Pietro. Quando Egli fu eletto Papa lo avrebbe voluto accanto a sé come Cardinale ma, avvedutamente, rifiutò preferendo a quell’incarico la sua vita da eremita in questi Santi luoghi. –

I miei piedi, di sandali calzati, si bloccarono come a voler che unicamente l’intelletto procedesse. Pietro ripetei mentalmente, era quindi questo il padre morente.

-Pietro da Morrone? – chiesi incredulo.

Al pari di una figura leggendaria, sin da fanciullo, avevo sentito narrar di lui. Poteri miracolosi gli venivano attribuiti dalla popolazione che lo braccava, fin sopra i monti in cui egli si rifugiava, per esser guariti da mali incurabili. Schivo e dalla indiscussa elevata spiritualità Pietro rifiutava quella pagana adorazione, egli mai avrebbe permesso lo si affiancasse ad un mago. Questo non scoraggiò i fedeli che, ammaliati dalla sua profonda fede, lo proclamarono Santo quando egli era ancora in vita.

Fissai il mio Maestro comprendendo quale scoramento la morte ormai prossima di un tale Santo Uomo causasse in chi gli era stato accanto per tutta la vita. Immeritatamente ero ospite dei fratelli del Santo Spirito.

-Ti parlerò abbondantemente di Lui, non temere,  e perdona, se puoi, l’assenza mia che in questi giorni non mancherà di rendersi necessaria…  - rispose in modo che a me parve tanto umile da convincermi definitivamente di non esser meritevole del  privilegio di essergli affidato.

La campana della piccola chiesa che ci aveva ospitati scandiva, con i suoi rintocchi, il giungere dei Vespri mentre il bailamme che proveniva dal monastero attiguo non prometteva nulla di

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