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Diplomatici e personalità ebraiche a San Marino (XIX - prima metà XX sec.)

Diplomatici e personalità ebraiche a San Marino (XIX - prima metà XX sec.)

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Diplomatici e personalità ebraiche a San Marino (XIX - prima metà XX sec.)

Lunghezza:
649 pagine
8 ore
Editore:
Pubblicato:
Jan 22, 2019
ISBN:
9788898275816
Formato:
Libro

Descrizione

Nella pubblicazione “Diplomatici e personalità ebraiche a San Marino (XIX-prima metà XX sec.)”, l’autrice Cristina Ravara Montebelli analizza dettagliatamente la vita di 21 personalità di cultura ebraica, vissute prevalentemente nel XIX secolo, tracciandone le biografie inedite oppure integrando quelle già edite, ma soprattutto mettendo in evidenza gli stretti legami con la Repubblica di San Marino.
Alcuni personaggi hanno risieduto stabilmente in Repubblica o hanno avuto proprietà nel territorio sammarinese, come il ricco mercante pesarese trasferitosi a Venezia, Laudadio Gentilomo, proprietario di una casa in Contrada Santa Croce e antenato di Margherita Sarfatti.
Altre sono personalità politiche di fama internazionale, come Luigi Luzzatti, Ministro del Tesoro italiano, "amorevole e sapiente instauratore delle finanze sammarinesi", al quale la Repubblica ha anche dedicato una medaglia commemorativa, e che sono state insignite di onorificenze sammarinesi per benemerenze varie nei confronti della Repubblica.
Il nucleo più importante è però rappresentato dai Consoli o Incaricati d’Affari della Repubblica in sedi estere, fra i quali troviamo, solo per citarne alcuni, Giacomo Castelnuovo e Abramo Lumbroso, medici del Bey di Tunisi, l’antenato di Camillo e Adriano Olivetti, Iona Aron Olivetti, Console Onorario a Biella, Marco Ara, Enrico Garda e il più noto, Angelo Donati.
Mauro Perani, ordinario di ebraico all’Università di Bologna, nella sua prefazione ricorda che la pubblicazione “arricchisce in maniera significativa, e insieme completa, gli studi fatti fino ad ora sulla presenza degli ebrei nella Repubblica di San Marino. Il libro, dopo una ricca ed eccellente introduzione, è diviso in due parti, la prima dedicata a Banchieri, personalità e benemeriti, e la seconda a consoli e incaricati d’affari, alle quali seguono una pregevole Appendice documentaria, una ricca e aggiornata Bibliografia e una Sitografia ragionata”.
Editore:
Pubblicato:
Jan 22, 2019
ISBN:
9788898275816
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Categorie correlate

Anteprima del libro

Diplomatici e personalità ebraiche a San Marino (XIX - prima metà XX sec.) - Cristina Ravara Montebelli

Cristina Ravara Montebelli

Diplomatici e personalità ebraiche

a San Marino (XIX - prima metà XX sec.)

Prefazione di Mauro Perani

Diplomatici e personalità ebraiche a San Marino (XIX - prima metà XX sec.)

di Cristina Ravara Montebelli

Collana Le turbine

© 2019 Bookstones

via dell'Ospedale 11

47921 Rimini

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isbn: 978-88-98275-81-6

Per la disponibilità e la collaborazione ringrazio in particolar modo: Maria Cecilia Antoni, Davide Bagnaresi, Matteo Bianchi, Danilo Craveia, Patrizia Di Luca, Pier Carlo Lupi, Stefano Lupi, Maria Grazia Magnanensi, Elena Malagola, Anna Malpeli, Claudia Malpeli, Giuseppe Marzi, Olga Mattioli, Leo Marino Morganti, Mauro Perani, Nicola Pinto, Fabio Righi, Maria Luisa Rondelli, Laura Rossi e tutto il personale degli Archivi e Biblioteca di Stato della Repubblica di San Marino e dell'Archivio di Stato di Rimini.

Con il contributo di:

Indice

Prefazione di Mauro Perani

Introduzione

Parte prima. Banchieri, personalità e benemeriti

Laudadio Gentilomo, il bisnonno di Margherita Sarfatti

Giuseppe Levi di Samuel da Pesaro, proprietario terriero

Bonaiuto Paris Sanguinetti, banchiere e teorico dell'assicurazione del credito

Carlo Marco Morpurgo de Nilma, patrizio sammarinese e banchiere triestino

Il finanziere Giuseppe Da Zara, Conte di Serra

Il deputato Michele Corinaldi, patrizio sammarinese

Federico Consolo, autore dell'inno sammarinese

Luigi Luzzatti, amorevole e sapiente instauratore delle finanze sammarinesi

Ermanno Senigaglia, professore di matematica del ginnasio-liceo sammarinese

Clemente Coen, poeta per San Marino

Parte seconda. Consoli e incaricati d'affari

Gli Avigdor, una famiglia di banchieri, politici e consoli

Giacomo Castelnuovo e Abramo Lumbroso, medici del Bey di Tunisi e Consoli Generali di San Marino

Iona Aron Olivetti, Console Onorario a Biella

Il Barone viennese Koloman König, Console Generale a Vienna

​Leopold Spira, aspirante Console Generale a Vienna

Samuel Tiller, Console Generale a Budapest e sarto di corte

Anton Schindler, Barone del Cerreto e Console Generale a Lione

Leone Giuseppe Russi, Console Generale di Ancona

Marco Ara, Console Generale di Venezia

Enrico Garda, Ministro plenipotenziario a Parigi e mecenate

Angelo Donati, Console Generale a Parigi

Appendice documentaria

Abbreviazioni di archivi, biblioteche, opere generali e riviste

Bibliografia

​Sitografia ragionata

Prefazione di Mauro Perani

Presento volentieri il bel volume che Cristina Ravara Montebelli ha dedicato a Diplomatici e personalità ebraiche a San Marino (XIX-prima metà XX sec.) perché arricchisce in maniera significativa, e insieme completa, gli studi fatti fino ad ora sulla presenza degli ebrei nella Repubblica di San Marino. Il libro, dopo una ricca ed eccellente introduzione, è diviso in due parti, la prima dedicata a Banchieri, personalità e benemeriti, e la seconda a consoli e incaricati d'affari, alle quali seguono una pregevole Appendice documentaria, una ricca e aggiornata Bibliografia e una Sitografia ragionata.

La prima presenza ebraica sammarinese data al 1653, quando i Capitani Reggenti, in esecuzione di un decreto del Generale Consiglio Principe, invitano Daniel Cagli e Compagni Hebrei banchieri ad attivare un banco di prestito su pegno nella Repubblica di San Marino. Il cognome Cagli lascia trasparire le origini marchigiane di Daniel, la cui famiglia veniva da Cagli, importante Comune della Provincia di Pesaro e Urbino nelle Marche. Del resto, l'origine marchigiana del primo insediamento ebraico sammarinese è stata confermata recentemente dai contributi in questo campo di Michael Gasperoni, che usa anche documenti già segnalati da Bernardy, aggiungendo altre famiglie provenienti da Cagli e da Recanati.

È noto il fatto che nelle Marche immigrarono migliaia di ebrei espulsi dai sovrani del Regno della Corona Aragonese, i Re cattolici Ferdinando il Cattolico e Isabella di Castiglia nel 1492. Questo flusso fu arricchito non solo dagli ebrei che subito scelsero le Marche come regione dove abitare, ma anche da un secondo riflusso di ebrei sefarditi che prima andarono più a oriente, in Turchia e nei paesi vicino, ma poi preferirono venire nelle Marche, noti come Levantini.

Posso dire che le Marche furono una delle regioni italiane in cui ci fu una presenza ebraica molto importante, che raggiunse il suo apice tra la fine del Quattrocento e i due secoli successivi, come dimostra il fatto che almeno una ventina se non di più di cognomi nati su base del toponimo di origine, sono diventati cognomi ebraici. Per dare qualche esempio: Cagli, Ancona, Urbino, Fano, Senigallia, Della Pergola, Osimo, San Ginesio, Pesaro, Ascoli, Recanati, Corinaldo e potrei andare avanti con altre decine di casi.

La presenza ebraica a San Marino, come quella dei prestatori di denaro su pegno, attivi in Italia centro-settentrionale dal tardo Trecento al Sei e Settecento, non configura una vera e propria comunità, termine che si usa se il gruppo degli ebrei raggiunge almeno molte decine, o centinaia e migliaia, ma piuttosto come un insediamento del banchiere-prestatore con il suo entourage. Credo che, fra famiglia del prestatore, figli, nipoti e qualche dipendente che lavorava al banco, si debba ipotizzare un gruppo di una decina circa di persone.

Ma questo è tipico per tutta l'Italia, in quanto fino al 1500, la stragrande maggioranza degli ebrei, almeno l'80 %, risiedeva in Sicilia (un 70% con 20/30.000 ebrei) e nelle regioni meridionali (un 20 %) di Calabria, Puglia e Basilicata. A nord, se anche contassimo diverse centinaia di insediamenti di prestatori, moltiplicando questa cifra per 8 o 10 persone raggiungeremmo una percentuale assai bassa.

Sempre a proposito dei prestatori, vorrei puntualizzare una osservazione. Molta gente crede che la maggioranza degli ebrei italiani e non, fossero tutti banchieri o prestatori di denaro, ma si sbaglia.

Il numero dei ricchissimi banchieri doveva essere un 5%, ricchi ma meno un altro 5%, da cui deriva che il 90% degli ebrei non era affatto né ricco, né banchiere, né prestatore. Esattamente come nel mondo cristiano, la stragrande maggioranza degli ebrei faceva lavoro più o meno rimunerativo, certo il commercio era praticato, ma molti facevano umili lavori e sostanzialmente sbarcavano il lunario.

Attenzione dunque a non cadere in luoghi comuni, totalmente falsi. L'equivoco deriva da un semplice fatto. Il 10% degli ebrei ricchi e banchieri, hanno sistematicamente stilato convenzioni con moltissimi Comuni italiani, negli archivi storici dei quali c'è una ricchissima documentazione su questo fatto, documentazione che probabilmente costituisce una percentuale altissima di fonti sugli ebrei, pari forse al 70-80 % delle fonti a nostra disposizione in italiani e in latino. Ora è un numero grande, ma riguarda non più di un 10% degli ebrei. Ma il ragionamento falso ed errato molto comune è: 80% di documentazione sugli ebrei è per i banchieri? Allora l'80% degli ebrei, praticamente quasi tutti erano ricchi banchieri. Ragionamento evidentemente errato.

Il 90% degli ebrei non banchieri, come l'equivalente del mondo cristiano, facevano una vita umile e non hanno lasciato alcuna documentazione. Attenzione allora, che noi studiamo la storia di una piccolissima minoranza di popolazione, sia ebraica sia cristiana, fatta di potenti Duchi, Papi, Re e principi che hanno lasciato documentazione storica negli archivi o nelle chiese e nei monumenti che costruivano, ma è la storia di pochissimi, e non abbiamo fonti per la storia di moltissimi, che non hanno lasciato alcuna documentazione.

L'autrice di questo volume esamina in particolare il secolo XIX, che non risulta sufficientemente ed accuratamente studiato. Cristina Ravara Montebelli esamina la situazione determinatasi nella Repubblica del Titano riguardo all'Editto contro gli Israeliti, emanato da Leone XII il 5 luglio 1827, che sancisce l'esclusione degli israeliti dal possesso di beni immobili, mostrando come la Repubblica non intenda osservare la sua esecuzione in maniera forte. Ancora passa ad esaminare la situazione degli ebrei sammarinesi durante il Ventennio fascista. L'autrice estende la sua indagine nell'arco cronologico che va dalla seconda metà del secolo XIX alla prima metà del XX, periodo nel quale sono attivi 135 Consoli Generali o Incaricati d'affari, ruolo che oggi definiremmo come quello di Ambasciatori della Repubblica di San Marino all'estero, fra i quali compaiono alcuni ebrei, come Angelo Donati, dei quali tuttavia nessuno ha mai fatto menzione.

Un aspetto davvero rilevante del volume che qui si presenta, è costituito dal fatto che la Repubblica sammarinese ha garantito ad alcuni discendenti di quegli illustri personaggi ebrei dell'Ottocento, tutela e salvezza, quando la bestia nazi-fascista ha mostrato i suoi artigli con lo sterminio di sei milioni di ebrei.

Permettetemi di collegarmi alla triste attualità: anche il vergognoso decreto delle leggi più razziste che razziali fu firmato e approvato dal governo italiano, ma chi avrebbe oggi il coraggio di dire che si doveva assolutamente osservare. Molti italiani, giusti fra le nazioni, preti frati, suore e conventi salvarono ebrei disobbedendo al decreto a rischio della propria vita.

Del resto il suffragio che per Hitler e Mussolini alla fine superò l'80% dei tedeschi e degli italiani, poteva mai essere una garanzia che la causa nazista e fascista era buona. Il regalo che fece all'Europa e al mondo fu di 60 milioni di morti, fra alleati americani e inglesi ma anche, provenienti da tutto il mondo che ci liberarono dalla follia e i folli che la crearono.

Anche oggi il suffragio non garantisce assolutamente la giustizia della causa e la bontà dei decreti. Che la corte costituzionale lo verifichi in tempo.

Non posso che terminare con un cenno al lavoro di una mia studentessa al Dipartimento di Beni culturali dell'Università di Bologna, nella sede staccata di Ravenna, Alessia Fontanella di San Marino, che si è recentemente laureata in Beni Culturali con una tesi in Ebraico dal titolo Nuovi frammenti di manoscritti medievali ebraici, latini e greci riusati come legature nell'Archivio di Stato di San Marino.

La sua tesi era iniziata con la ricerca mirata a verificare se nell'Archivio di Stato di San Marino ci fossero delle legature costituite da fogli di manoscritti ebraici medievali in pergamena, smembrati e riusati a questo scopo. Un fenomeno tale, che a noi oggi pare assurdo e incredibile, divenne invece una prassi generale dalla metà del Cinquecento quando la stampa abbassò il costo dei volumi a prezzi cinquanta o cento volte meno costosi di un manoscritto, facendo collassare i codici sul mercato del libro, e causando la svendita dei manoscritti ai legatori che li smembravano per usare i fogli come legature e coperte di registri vari. Il fenomeno si estese fino al Sei e Settecento. Alessia ha trovato poco meno di una decina di pergamene ebraiche riusate a questo basso scopo, ma incredibilmente ha trovato ben 155 fogli e bifogli di manoscritti medievali latini, riusati come legature dei protocolli notarili nell'Archivio di Stato di San Marino. Fra i frammenti ebraici compare una sezione di rotolo del Pentateuco ebraico di uso liturgico abbastanza antico, copiato in scrittura quadrata sefardita con influssi italiani e databile al XV-XVI secolo. Degli altri frammenti ebraici Alessia pubblicherà presto una nota.

Non è affatto detto che questi frammenti di codici, anche di una certa antichità, fossero i manoscritti degli ebrei di San Marino. I rigattieri acquisivano i manoscritti dalla gente che li svendeva, esattamente come abbiamo fatto noi con le macchine da scrivere meccaniche, vendute al ferro vecchio quando è arrivato il computer, e poi li andavano a vendere ai legatori anche a centinaia di chilometri di distanza, e perfino in altri stati. Poi a realizzare le legature non erano gli archivi ma i legatori, che in genere erano nelle città importanti. Probabilmente i protocolli sammarinesi furono rilegati quando erano ancora bianchi e tutti da scrivere da legatori di Rimini o di qualche altra città vicina.

Ad ogni modo anche questa scoperta di pergamene ebraiche aggiunge qualche tessera alla ricostruzione del mosaico della presenza ebraica sulla rupe del Titano.

Introduzione

Le indagini storiche sulla presenza ebraica a San Marino si sono sostanzialmente fermate all'analisi dei documenti datati alla metà del XVII secolo, epoca in cui si colloca l'ultimo documento presentato da Amy Bernardy nel suo noto saggio[1].

È l'anno 1653 quando, per ordine dei Capitani Reggenti ed in esecuzione del decreto del Generale Consiglio Principe, è intimato a Daniel Cagli e Compagni Hebrei banchieri di prestare denaro a pegno tanto a terrieri, quanto ad altri sudditi e forastieri, annotando scrupolosamente in un bollettino la quantità di denaro, tipologia di valuta e quantità di merce data in pegno, nel tal giorno, mese ed anno, oltre a quanto già registrato nel libro del banco dei pegni[2].

Il documento dimostra che, almeno fino a quest'epoca, erano ancora presenti in Repubblica ed attive alcune famiglie di banchieri ebrei.

I recenti contributi alla ricerca di Michael Gasperoni, partendo sostanzialmente dai documenti già pubblicati dalla Bernardy, aggiungono approfondimenti relativi ad alcune famiglie, in particolare le Cagli e Recanati, spingendosi fino agli anni '70 del secolo XVII, come recentemente ha ben sintetizzato anche Patrizia Di Luca, la quale, per queste epoche ripropone i medesimi documenti per poi passare, senza soluzione di continuità, ad esaminare alcune figure rifugiate a San Marino negli anni della Seconda Guerra Mondiale[3], attingendo anche alle testimonianze orali raccolte da Giuseppe Marzi nel suo libro, Il viale delle rose.

Questo lavoro di Marzi, prende le mosse dal memoriale manoscritto di Celio Gozi (politico e insegnante di musica sammarinese) e mette a disposizione numerose riproduzioni fotografiche di documenti originali di collezioni private e trascrizioni di testimonianze orali, raccolte dall'autore durante interviste, in alcuni casi registrate anche in video, per conservarle nel tempo, dalle quali non si può prescindere per l'analisi storica dell'accoglienza data agli ebrei nel periodo bellico, almeno una cinquantina di persone distribuite in numerose case di Città[4].

Il medesimo autore ha recentemente approfondito queste storie di rifugiati in Repubblica, insieme ad altri due autori, Davide Bagnaresi e Antonio Morri, in una pubblicazione dal titolo La meravigliosa bugia, con nuovi documenti d'archivio, un ampio apparato iconografico ed alcuni capitoli introduttivi, fondamentali per il giusto inquadramento delle storie personali, nell'ambito della legislazione sammarinese in tema di leggi razziali e matrimoni misti[5].

Da questa analisi degli studi sull'argomento emerge chiaramente una lacuna sui secoli XVIII-XIX, ma questo non significa che non vi siano testimonianze documentarie della presenza di ebrei a San Marino. È chiaro che non vi era una comunità come quella esistente fino XVII secolo, ma da alcuni sondaggi già effettuati nei documenti archivistici, in vista di un futuro studio sistematico sul XVIII secolo, emerge la presenza di ebrei abitanti stabilmente in Repubblica almeno dalla seconda metà del secolo. In questo nostro saggio però è stato affrontato il XIX secolo, non ancora sistematicamente, ma almeno per quanto concerne la biografia dei primi due personaggi trattati, Laudadio Gentilomo e Giuseppe Levi, detentori di numerose proprietà immobiliari in Repubblica ed integrati nella società sammarinese, benché non residenti e causa di problemi per la Repubblica derivanti dalle sollecitazioni ad adeguarsi alla legislazione pontificia in materia di ebrei, esercitate dallo Stato Pontificio. In merito a questo punto, in Appendice sono state trascritte alcune importanti leggi e regolamenti pontifici, utili ad inquadrare la condizione degli ebrei nello Stato Pontificio ed a comprendere i conseguenti e ineludibili provvedimenti presi dal Governo della Repubblica, per evitare incidenti diplomatici[6].

Il Governo doveva infatti adeguarsi all'Editto contro gli Israeliti, emanato da Leone XII il 5 luglio 1827, che riportava indietro l'orologio della storia a ben vent'anni prima della Rivoluzione Francese, quando era stata sancita la libertà degli ebrei, ribadendo la validità dell'Editto del 1775 di Pio VI.

A questo provvedimento infatti il Consiglio Grande e Generale si allineava l'8 novembre 1827, decretando l'esclusione delli Isdraeliti per compra di beni stabili, ma, come si vedrà, non impegnandosi particolarmente nella sua esecuzione, come per altro farà anche lo Stato Pontificio, costretto spesso a ribadirlo con altri Editti successivi, proprio per la sua mancata applicazione[7].

Per comprendere meglio l'adesione alle direttive dell'Editto pontificio è però bene sottolineare che la Repubblica era libera e con governo autonomo, ma territorialmente incastonata nello Stato Pontificio e religiosamente dipendente dalla diocesi del Montefeltro per i suoi ministri del culto e il dibattito relativo al diritto sovrano della Santa Sede sopra San Marino era in questi anni più vivo che mai[8].

Le vicende che poi hanno coinvolto la Repubblica durante il Ventennio fascista, hanno condizionato inesorabilmente il giudizio storico sulla presenza ebraica anche nell'epoca precedente, infatti un articolo comparso sul famoso periodico fascista antisemita La difesa della razza[9], a firma del giornalista e studioso d'arte O. Gurrieri, dal titolo Usurai e banchieri ebrei nella Repubblica di San Marino, strumentalizza in termini antigiudaici i dati forniti dalla Bernardy e in generale la storia della presenza ebraica in Repubblica, così: "Il secolo XVII e XVIII avevano portato alla trasformazione politica della Repubblica. [...] Veniva a cessare in tal modo il bisogno di provvedere alle fortificazioni e agli armamenti, e gli ebrei non fecero più buoni affari. Dalla popolazione non c'era da sperar nulla, dati i suoi costumi e le sue modeste necessità. Il Banco degli Ebrei fu chiuso e tutti gli israeliti abbandonarono San Marino, purificando l'ambiente, che non ebbe certo a dolersene. Di loro non rimaneva che la trista memoria ed il ghetto. A San Marino, il ghetto era in una stradicciola chiamata un tempo Via Santa Croce (non è improbabile che il nome volesse costituire più tardi una specie di riabilitazione) e che in seguito fu dedicata allo storico Melchiorre Delfico. Ivi alloggiarono gli israeliti in meschine case, in una delle quali era la sinagoga. Alcune di esse nei tempi che seguirono, furono demolite per far posto a costruzioni più decorose.

Oggi – secondo affermano i sammarinesi – non vi sono più ebrei nel territorio della vecchia Repubblica, né con fissa dimora né temporanei. Dove non è possibilità di speculare sui vizi, sui bisogni e sulle miserie umane, difficilmente l'ebreo pianta la tenda e pone l'altare".

A partire da questo momento quindi s'impone la vulgata in base alla quale a San Marino la presenza ebraica s'interrompe bruscamente nel XVII secolo, come sottolinea un documento anonimo del 1988, riferito integralmente da E. Caravita[10], del quale riportiamo il passo più significativo: Il regime fascista a S. Marino non effettuò un censimento degli ebrei qui residenti nel 1938, in quanto non consta la presenza di famiglie di religione ebraica a quella data. Più in generale la presenza ebraica a S. Marino si interrompe già nel sec. XVII come evidenziato nel saggio della Bernardy.

A fronte di questa affermazione è però bene precisare che non esistono neppure censimenti della popolazione sammarinese fra il 1899 e il 1947 e la realtà storica, come si vedrà, è decisamente diversa.

Nell'ampio arco cronologico preso in esame, compreso fra la seconda metà del secolo XIX e la prima metà del XX, si colloca l'attività di oltre 135 Consoli Generali o Incaricati d'affari (antesignani dei moderni Ambasciatori) della Repubblica di San Marino all'estero, per i quali non esistono sostanzialmente biografie ufficiali, ad eccezione delle notizie raccolte nel prezioso studio di Francesco Balsimelli, Storia delle rappresentanze diplomatiche e consolari della Repubblica di San Marino, stampata postuma nel 1975 e revisionata ancora in bozze da Maria Antonietta Bonelli, nel quale però non si accenna mai alla ebraicità di qualcuno di loro, neppure nel caso più eclatante di Angelo Donati. Si è voluto quindi colmare questa lacuna, riferendo solamente le biografie di Consoli Generali o Incaricati d'Affari, per i quali è stata accertata l'appartenenza alla cultura e tradizione ebraica, ovvero una quindicina, escludendone almeno altrettanti che potrebbero esserlo stati in virtù del loro cognome, il quale però, sulla base dei recenti studi storiografici, non è assolutamente da considerarsi il solo elemento discriminante. E' già stato infatti chiarito da qualche anno come il principio dei cognomi, sia stato usato, e forse abusato, negli studi demografici e che invece lo sviluppo delle ricostruzioni di casi biografici, o meglio di autentiche storie di famiglia, ci pare uno dei procedimenti analitici più fruttuosi a nostra disposizione; mentre seguendo i cognomi si finisce con l'elaborare una forma di segregazione statistica, un approccio attento ai vissuti consente invece di far la dovuta luce sull'integrazione, sui multiformi intrecci che collegano e uniscono persone di varia estrazione[11].

Per questo motivo abbiamo cercato di realizzare biografie più accurate e dettagliate possibili, anche con l'ausilio di alberi genealogici, per ricostruire non solo la vita dei personaggi esaminati, ma anche i multiformi intrecci che collegano molti di essi, in quei destini incrociati perché come è stato detto, la storia dell'ebraismo nell'età dell'emancipazione si presenta e va interpretata come una storia di famiglie[12].

Il caso sammarinese ne è un chiaro esempio, in particolare nello sviluppo delle reti economiche formate da economisti, banchieri e finanzieri, operanti in alte sfere sociali e politiche, in virtù della molteplicità dei loro legami personali, matrimoniali o familiari, con un intreccio tale di rapporti da far pensare a veri e propri clan, come quello ad esempio delle famiglie coinvolte nella gestione delle Assicurazioni Generali, delle quali la piccola, cattolicissima, Repubblica si avvantaggiava, in una logica di do ut des, che la proiettava nel panorama finanziario nazionale o addirittura internazionale. "Si creano in questo modo reti apparentemente lobbistiche che, secondo alcuni storici economici, avrebbero favorito, all'interno dei confini etnici una circolazione vantaggiosa di capitali, informazioni e risorse umane, tale da porre gli ebrei emancipati in posizione di leadership, nello sviluppo di forme avanzate di capitalismo. Si tratta in sostanza della nota teoria del vantaggio etnico"[13], forse ancora da valutare nella sua reale consistenza a livello italiano, ma verificata invece per i personaggi presi in esame e che la Repubblica sfruttava consapevolmente.

Altro tema che accomuna un po' tutti i personaggi affrontati è la filantropia, che ha radici lontane e solide nella cultura ebraica, come lascito della vita nei ghetti, dove era un dovere la responsabilità dei privilegiati rispetto ai meno fortunati correligionari, fattore essenziale di coesione della comunità e di protezione dalle ostilità esterne.

Con l'emancipazione, la filantropia da anonima, diviene pubblica ed ostentata, uno strumento elitario per affermare il proprio status, ma anche strumento d'integrazione, indirizzata, come si vedrà, non solo verso istituzioni ebraiche, ma anche laiche e cattoliche, oppure verso la Patria, intesa come Italia, all'indomani dell'Unità, oppure nel caso dei Consoli Generali, come Stati Esteri che li ospitavano e naturalmente anche verso la Repubblica di San Marino, lo Stato che rappresentavano e che li poteva ricambiare solo con un titolo nobiliare, onorifico oppure con la cittadinanza. Tali onorificenze non erano certo alla stregua di una Legione d'Onore o del Cavalierato dell'Ordine Mauriziano, titoli nobiliare acquisiti secoli e secoli prima oppure acquistati a suon di denaro ed aderenze presso la consulta araldica italiana, ma per gli ebrei, che raramente ne erano provvisti, tali titoli contribuivano alla loro integrazione sociale.

Emblematici sono in tal senso il caso di Henry Avigdor, meglio noto come Duca di Acquaviva oppure del finanziere Da Zara, per il quale il titolo di Conte di Serra permise ai discendenti di legarsi alla primaria nobiltà italiana.

Molti di questi personaggi sono anche accomunati dalla volontà di fare una carriera militare o comunque di arruolarsi nel Regio Esercito, la gran parte come volontari, pur essendo ammessi alla leva a partire dall'Unità d'Italia ed in certi Stati come il Piemonte anche da molto prima, intendendo così rivendicare l'emancipazione e difendere la nuova comune patria, dimostrando alto senso di patriottismo, di italianità e di nazionalismo, che sfocia spesso nell'adesione in toto al fascismo, con immensa delusione all'indomani dell'introduzione delle leggi razziali, quando l'aver partecipato alla Grande Guerra o aver servito la patria, non gli valse la discriminazione[14].

Da ultimo, ma in realtà si tratta dell'aspetto più rilevante, gli stretti legami con la Repubblica hanno garantito ad alcuni discendenti di questi personaggi la salvezza, nei drammatici anni delle persecuzioni razziali.

[1] Bernardy 1904, p. 96. Si è preferito consultare la versione originale, edita in due puntate nella Revue des études juives nel 1904, rispetto alla più recente riedizione Bernardy 2005.

[2] Bernardy 1904, p. 96.

[3] Gasperoni 2011a; Gasperoni 2011b; si veda anche Gasperoni 2009; Di Luca 2012; solo sugli anni del secondo conflitto, Di Luca 2014.

[4] Marzi 2012.

[5] Bagnaresi, Marzi, Morri 2016.

[6] Sui rapporti fra la Repubblica e lo Stato Pontificio in questi anni, si veda, Buscarini 2000, pp. 53-92, dove però non è fatto il minimo cenno a tali tematiche.

[7] Atti del Consiglio Principe, seduta 8 novembre 1827, vol. 3, p. 183; si vedano in Appendice gli altri Editti.

[8] Si veda in merito il libro di Carlo Fea, cfr. Fea 1834, p. 2.

[9] Guerrieri 1940.

[10] Caravita 1991, p. 362, prot. 0255/88, 19/9/1988.

[11] Armani, Schwarz 2003, p. 626.

[12] Ibid. p. 628.

[13] Ibid. p. 636.

[14] Gli studi sulla partecipazione degli ebrei italiani alle guerre, da quelle risorgimentali fino all'entrata in guerra dell'Italia nel 1940, e sulle loro carriere nelle forze armate, sono scarsi: gli elenchi più recenti di militari ebrei nelle forze armate sono pubblicati da Rovighi 1999, che però utilizza come sua unica fonte l'Annuario Militare e basa la sua analisi sul criterio dei cognomi ebraici. Da ultimo si veda Mondini 2001 e Mondini 2007 con bibliografia precedente.

Parte prima

Banchieri, personalità e benemeriti

Laudadio Gentilomo, il bisnonno di Margherita Sarfatti

Margherita Sarfatti era la colta amante ebrea di Mussolini, Laudadio Gentilomo di Nathanel o Nadanel (?-1854) veneziano, era il suo bisnonno e, nella prima metà del XIX secolo, vantava numerose proprietà immobiliari nella Repubblica di San Marino, in particolare un'abitazione situata in Contrada di Santa Croce, nota anche come il ghetto[1].

I beni immobili appartenevano al Conte Cristoforo Marcelli Rossi di Cagli, marito di Clotilde Montalti, figlia del cesenate Costantino, cittadino sammarinese, distintosi nel 1815 per aver tentato di rinsaldare i rapporti politici della Repubblica con la Santa Sede, già da tempo compromessi[2].

Il 1 aprile 1835 i beni vennero regolarmente ceduti dal Conte Marcelli a Gentilomo Laudadio con istrumento rogato dal Notaio Perotti di Pesaro[3]. Otto anni dopo, il 27 agosto 1843, Gentilomo, intenzionato a venderli ad un sammarinese, presentava al Consiglio una istanza con la quale supplica che sia sanato il contratto che seguì tempo fa tra lui ed i SS. coniugi Marcelli di Cagli, e col quale divenne possessore di alcuni stabili situati in questa Repubblica, esponendo che gli si è presentata un'occasione di cederli in vendita ad un cittadino sammarinese[4].

Gentilomo conosceva evidentemente la Rubrica XXXIV del libro 3° degli Statuti del 1599, che vietava l'alienazione di beni immobili sammarinesi ai forestieri e sapeva di non essere in regola con l'acquisto, ma in base ad un Senato Consulto del 4 ottobre 1811 il forestiero poteva averne licenza in iscritto dai Capitani Reggenti[5].

L'istanza rimase inevasa per quasi due anni, finché il 15 marzo 1845 Gentilomo presentò una nuova richiesta, nella quale lamentava intimazioni da parte del funzionario del Catasto, relative alle mancate volture dei beni di sua proprietà, ritenute dal richiedente ingiuste, perché era ancora pendente la sua situazione[6].

La petizione è rinviata al Consiglio dei XII che il 24 novembre 1846 dirime la questione e, dietro il pagamento di una multa di 600 scudi, come recita il titolo della deliberazione, dichiara Gentilomo legittimo proprietario dei beni Marcelli-Montalti, a condizione però che li venda entro due anni[7]:

Gli Statuti e il Senato Consulto, di cui si è detto, non menzionavano però un termine entro il quale, dopo aver legittimato il possesso dei beni stabili, il forestiero dovesse alienarli, per cui riteniamo che su questo giudizio del Consiglio abbia influito l'Editto papale contro gli Israeliti del 1843, che ribadiva quanto già espresso nel precedente del 1827[8].

Uno dei tanti procuratori, ebrei e non, che operavano per conto di Laudadio Gentilomo, Sanson d'Ancona di David, il 10 ottobre 1847 presenta al Consiglio una nuova supplica, perché sia assegnato un termine legale a tutti quelli che avessero o pretendessero avere azione ipotecaria, o chirografaria, e diritti di qualsiasi natura sui beni da lui posseduti in questa Repubblica scorso il quale, fossero decaduti in ogni diritto.

L'8 dicembre dello stesso anno infatti il Consiglio, dopo aver accertato che i beni appartenevano al Conte Cristoforo Marcelli di Cagli ed in esso pervenuti per titolo di permuta e vendita rispettiva abbinata in concorso della Nob. Donna Sig. Contessa Clotilde Montalti coi due testamenti l'uno del 22 febb(rai)o 1823 l'altro del 4 luglio 1824 rogato dal Notaio Reali di Cagli, ed ora pervenuti nel possesso dell'astante Sig. Gentiluomo, al seguito dell'istrumento di vendita p(rim)o aprile 1835 Rogato dal notaio pesarese Luigi Perotti, a dedurre i titoli di credito che pesassero sugli stabili e considerato il fatto che c'erano altri eredi, ovvero la sorella di Clotilde Montalti la Sig. Costanza maritata col Sig. Carlo Masini della Pergola dimorante ora in Cesena, concedeva due mesi di tempo ai coniugi Costanza e Carlo Masini, la prima dimorante in Cesena, l'altra in Pergola, ed ai figli eredi della Sig. Clotilde Montalti in Marcelli non meno che ai creditori certi e incerti autori dell'astante Gentilomo med(esim)o, per avanzare pretese sui beni del Gentilomo in Repubblica[9].

Nessuno però accampò diritti, per cui Gentilomo individuò il sammarinese a cui vendere i beni, ma il 1 febbraio del 1849, non avendo ancora effettuato il contratto di vendita, chiedeva una dilazione, che gli venne accordata all'unanimità[10].

Il 21 giugno 1850, davanti al notaio Gian Benedetto Belluzzi, il procuratore Sanson d'Ancona perfeziona l'atto di vendita con il nobile Giuliano Malpeli di tre poderi colle di loro case rurali di piena ed assoluta spettanza del suo Sig. p(rincip)ale, il primo dei quali denominato Mondarco, il secondo Busca, ed il terzo in voc. Falciano situati nel dominio di questa Ecc.ma Repubblica con tutti quei fondi che sono ad essi uniti, alla riserva di quei appezzamenti che sono situati nello Stato Pontificio, che si dovrà per essi stipulare istromento a parte. Inoltre il mulino ad olio di Mondarco, una casa da cielo e terra situata in questa città di San Marino con piccolo orto annesso nella Contrada detta dei Forni col suo palco teatrale annesso parimenti alla med(esim)a del valore tra le parti stabilito di romani scudi 310[11] per un valore totali di 5093.87.

Le perizie allegate all'atto contengono maggiori dettagli sui suddetti beni, ubicati sia in Repubblica, che oltre i confini, nella parrocchia di S. Cristina, Comune di Rimini. In particolare per quelli della Repubblica si dice che da parte dei due periti Berzanti e Santucci non sono apprezzati i vasi da vendemmia, le sementi e gli attrezzi del molino da olio.

È anche descritta la casa colonica sul fondo rustico di Falciano, il cui colono si chiama Mazza Felice detto Giovannino, mentre la casa di Borgo è collocata all'estremità del Borgo del lato destro, ove ha origine il nuovo deviamento della strada che conduce in città, ha tre piani, con bottega affittata a Marino Giovannini ed infine la casa di Città è situata in Contrada S. Croce, o dei Forni, è divisa in tre ordini, con diversi piani, a cui dalla parte dietro sono uniti due orticelli sostenuti da muri a secco. Un piano terreno unitamente ai tre piani si divide nella scala, cantina, granajo, due fondi ad uso legnara, e due piccoli corridoj dai quali si passa allo scoperto, ed alla strada pubblica. Il piano nobile consiste nell'andito d'ingresso dal quale a destra si passa ai fondi, ed a sinistra a quattro camere soffittate che ricevono la luce dalla parte a tergo. In fondo al ridetto andito trovasi la cucina col suo sgombro [...] confina la strada di S. Croce da due, Reffi Carlo, Para Giuseppe ed i RR.PP. Francescani. Catasto 366, 372, 373. Un palco in teatro di S. Marino.

Le partite verificate sul catasto indicano che la casa di città si trova appunto nell'antico ghetto degli ebrei[12], ovvero si tratta della grande proprietà d'angolo in Contrada S. Croce, oggi nota come Palazzo Arzilli.

Nella Parrocchia di S. Cristina invece sono ubicati cinque appezzamenti di terreno coltivati da Sebastiano Benedettini, che abita sulla colonia denominata Mondarco.

In questa vendita sono però compresi numerosi censi passivi, prima a carico dei Montalti, passati successivamente al Gentilomo, che ne aveva regolarmente saldato i frutti fino al 31 dicembre 1850 e che elenchiamo per rendere meglio l'idea di quanti denari fossero stati regolarmente erogati per anni dal Gentiluomo, non solo a privati sammarinesi, ma anche ad enti ecclesiastici, i quali evidentemente non avvertivano l'impellente bisogno di denunciare la situazione al Sant'Uffizio in quanto, come dicevano i latini, pecunia non olet. Si tratta di un censo di scudi 40 fruttifero all'8%, imposto il 10 gennaio 1807 per gli atti del Notaio Francesco Mariani in favore della Compagnia di S. Antimo; uno in favore del legato Belluzzi di scudi 50 fruttifero al 5% imposto in origine il 30 agosto 1786 per rogo del notaio Francesco Mariani; altri in favore del legato Belluzzi di scudi 45 al 5%; di scudi 50 al 6% a favore del Convento dei Minori Conventuali di S. Marino; di scudi 60 al 6% in favore di Filippo e del fratello Belluzzi; di scudi 10 all'8% in favore del Convento dei servi; di scudi 15 al 5% del Convento dei servi; di scudi 200 poi ridotto a 82.85 al 10% al Convento dei Servi; di scudi 10 al 6% alla Compagnia del Suffragio; di scudi 142.50 al 8% alla Compagnia del Suffragio ed infine di scudi 50 al 6% a Bartolomeo Vagnini[13].

Giuliano Malpeli restò però debitore di scudi 3.450, che si obbligò a pagare in tre rate uguali di scudi 1.150 l'una, scadenti al 22 giugno 1852, 1853 e 1854 sborsabili a Serravalle da chi verrà destinato dal venditore a riceverli. I pagamenti di queste rate, in realtà ben più dilazionate rispetto alle tre soluzioni prospettate inizialmente, risultano utili per conoscere alcuni spostamenti di Gentilomo negli ultimi anni della sua vita, infatti ritirò personalmente la prima rata a Serravalle, la successiva gli fu pagata di persona a Cesena, poi nel 1853, mentre nel giugno 1854 fu pagata ad un certo Bertozzi sempre a Cesena. Quest'ultima rata infatti è posteriore alla data della morte di Laudadio, avvenuta a Venezia il 5 maggio 1854, mentre l'ultima dell'11 luglio 1855, fu pagata a Serravalle al procuratore dell'erede universale, la figlia Colomba[14].

I beni acquistati dal Malpeli non erano gli unici in Terra sammarinese di proprietà Montalti, appartenuti a Gentilomo e poi rivenduti a dei sammarinesi, come si evince da una istanza di Antonia Martelli sottoposta al Consiglio, nella quale la donna chiede che la sanatoria ottenuta da Gentilomo il 24 novembre 1846 si potesse considerare valida anche per altri beni Montalti alienati dal medesimo prima di quella data. Il Generale Consiglio dichiara che siccome nella composizione sul pagamento della cinquina seguita tra il S. Gentilomo e il fisco di questa Repubblica fu avuta relazione all'universalità dei beni Montalti situati in questo dominio, così doveva la sanatoria medesima intendersi, che si fosse estesa, e si estendesse anche a sanare i contratti fatti prima della medesima ancorché non fosse ciò esplicitamente espresso: per cui il S. Gentolomo non era più responsabile e non lo è di alcuna conseguenza che lui fosse potuta derivare dalla Rub. 34 lib. 3 degli statuti della Repubblica[15].

Il conte Costantino Montalti, che nel 1802 era stato vice-prefetto della Repubblica italiana a Rimini, aveva acquistato anche in questa città beni stabili appartenuti alla famiglia Diotallevi. Si trattava di un podere denominato S. Spirito esistente nella Parrocchia di S. Giovanni Battista del Borgo di S. Bartolomeo Comune di Rimini diviso in quattro corpi di terra [...] con casa colonica sopra.

Dopo la morte del Montalti, la figlia Clotilde e il marito Cristoforo Marcelli, venderono questi beni a Laudadio Gentilomo, ben prima di quelli sammarinesi, infatti il 9 luglio 1827, Gentilomo li rivende a due riminesi con una scrittura privata, nella quale si faceva rappresentare con regolare procura da Giuseppe Levi di Samuele, negoziante pesarese residente a Rimini, del quale si parlerà approfonditamente in seguito[16].

La vendita però fu più complicata del previsto. Dopo il pagamento di 150 scudi, i due acquirenti, Giuseppe Pagliarani e Francesco Tononi, s'impegnarono a pagare i rimanenti 2.568 scudi in rate all'interesse del 5%, ma il podere aveva dei legati in favore dell'Oratorio di Santo Spirito, che gravavano sugli acquirenti, mentre la proprietà dell'Oratorio restava ai Montalti, quindi uno dei due acquirenti, Francesco Tononi, rimasto nel 1836 il solo proprietario del podere ha chiesto al Sig. Sanson Parenzo, procuratore generale del Sig. Gentilomo, una dilazione di tre anni [...] bramando il detto Sig. Tononi venghi data esecuzione alla procura dei prefati Sig.ri coniugi Marcelli, il Sig. Giuseppe Franceschi come procuratore dei medesimi cederebbe al detto Sig. Tononi in proprietà non solo l'oratorio suddetto, ma anche tutti i suppellettili, ed utensili esistenti in detto Oratorio, che già li suddetti Sig.ri coniugi Marcelli intendono fossero compresi nel prezzo della vendita. La cessione dell'Oratorio è infine portata a termine e il procuratore di Gentilomo, Sanson Parenzo di Moisé, dichiara di accettare la dilazione di tre anni per il pagamento del residuo debito di 100 scudi, con interesse del 5%[17].

A questo punto crediamo sia utile inquadrare meglio la figura di Laudadio Gentilomo, che discende dal ramo principale pesarese della famiglia Gentilomo, di rito sefardita, trasferitasi dalla Spagna a Pesaro con Simon Gentilomo e i cui eredi figurano nel 1626 fra gli Hebrei che non fanno Banco. La famiglia infatti era dedita ai commerci. Nathanel di Salomon, padre di Laudadio, nel 1798 è elencato nella classe più elevata dei contribuenti (la quinta), composta tutta da mercanti, sottoposta quell'anno al prestito forzoso, e rappresenta una figura di spicco della politica pesarese.

Infatti è uno dei tre municipalisti e anche uno dei nove cittadini componenti la presente Municipalità, che dichiara insieme ai suoi fratelli un reddito di 1400 scudi l'anno, sebbene inferiore a quello degli anni precedenti a causa di perdite in cedole, moneta erosa e da capitali inesigibili perché incastrati in gioielli[18].

Due anni dopo, Nathanel non risulta più iscritto nell'Elenco dei tassabili per il prestito sul commercio di Pesaro del 1800, in quanto assente con tutta la sua famiglia a Trieste[19] da dove evidentemente intratteneva rapporti commerciali con la Turchia e dove è ancora segnalata la sua presenza, insieme a quella dei fratelli Dattolo e Moisé, nel 1801, quando i tre prestano al riminese Francesco Antonio Pecci 322 scudi da restituire in tre anni, all'interesse dell'8%, a dimostrazione dei rapporti d'affari ancora attivi anche nel riminese[20].

Nel 1805 Nathanel e il fratello David risultano ancora residenti a Trieste, dove svolgono attività di commercianti e sono elencati fra i contribuenti delle Ratazioni belliche, contributi forzosi a favore lo sforzo militare francese, con un importo, tra i più elevati, di 17.250 fiorini[21].

Dopo questa data quindi, sia Nathanel che i suoi fratelli si stabilirono definitivamente, con le relative famiglie, a Venezia.

Il luogo e la data di nascita di Laudadio non sono noti, ma la sua firma in grafia ebraica (Mahalalel Gentilomo) compare su di un machazor, il libro che raccoglie le preghiere liturgiche di tutto l'anno per ogni occasione, composto a Venezia nel 1803[22].

Laudadio tornerà però spesso a Pesaro, dove è documentata la sua prima apparizione pubblica nel 1819, quando, come consigliere del Consiglio nazionale della comunità israelitica, discute il preventivo dell'anno successivo: il passivo è di 1.186 scudi da fronteggiare con offerte volontarie da parte dei quattordici maggiorenti cittadini, fra i quali spicca l'offerta di Laudadio pari a 150 scudi, seconda solo a quella di Salvatore Della Ripa di 250 scudi[23].

Nell'ottobre di questo stesso anno moriva a Venezia uno dei fratelli del padre, Dattolo Gentilomo, lasciando agli eredi universali, i nipoti Salomone e Laudadio, oltre ai censi attivi, anche un legato perpetuo di cinquanta scudi annui da ripartirsi ogni Venerdì uno scudo ai Poveri Israeliti di Pesaro[24]. Le ricchezze di Laudadio sono già considerevoli e diverranno sempre maggiori col tempo, tanto che il palazzo di famiglia ubicato sulle Fondamenta di San Marziale a Venezia, era chiamato Palazzo Gentilomo dei colonnati, il nome delle monete spagnole d'argento utilizzati nelle transazioni d'affari.

In una lettera scritta nel 23 settembre 1823 il vescovo di Pesaro, Felice Bezzi, dice che il ghetto di quella città è uno dei più ricchi dello Stato e contiene due famiglie quasi milionarie e i membri più abbienti sono un tal Della Ripa e l'altro chiamato Laudadio e sono in stato di emigrazione. Della Ripa ha già collocato la sua abitazione a Livorno, Laudadio a Venezia[25].

Nel 1825 muore il padre di Nathanel, lasciandolo erede della sua attività commerciale[26]. Laudadio è infatti proprietario di tre navi mercantili, alle quali ha posto il nome delle tre figlie avute dalla moglie Sara o Sarina (non è purtroppo noto il suo cognome), ovvero Anna, Colomba e Matilde.

Sembra che esercitasse tale attività anche con navi di altri padroni, come indica un atto del notaio riminese Angelo Masi, nel quale Luigi Mancini figlio di Tommaso, proprietario nel 1800 di due trabaccoli da viaggio, è costretto a ripagare con mobili, quadri ed altri effetti un residuo di debito contratto con Laudadio Gentilomo di scudi 210, capitale e frutti a tutt'oggi risultante da un atto avanti il Sig. capitano del porto di Rimini sotto il 5 febb. 1829[27]. Non è escluso però che si trattasse di un semplice prestito di denaro ad interesse, perché Laudadio a partire almeno dal 1826 presta consistenti somme di denaro a pesaresi e acquista beni immobili nel Polesine, nell'anconetano, nel cesenate[28] e, come si è visto, acquisisce anche l'eredità Montalti, distribuita fra Cagli, Rimini e San Marino, quindi nello Stato della Chiesa, senza che gli editti antiebraici intacchino minimamente i suoi interessi. Ben presto diventa un banchiere veneziano di alto rango e come tale figura nella Nuova Guida di Venezia, datata 1847, quindi finanzia, insieme ad altri colleghi banchieri, la costruzione prima della linea ferroviaria Venezia-Milano nel 1837 e poi, nel 1839, compra 600 azioni della neonata Società Veneta Commerciale[29].

Il legame della famiglia Gentilomo e in particolare di Laudadio con Pesaro però non si spezzerà mai. Al legato perpetuo lasciato dallo zio Dattolo, si aggiunsero nel 1830, alla morte dell'altro zio Moisé, di cui Laudadio era il solo erede universale, essendo morto nel frattempo anche il fratello Salomone, questi altri tre legati:

1° Di pagare alla Pubblica Beneficenza del Recinto Israelitico di Pesaro Lire annue italiane centosessantuno e centesimi diciassette £ 161.17 erogabili nell'educazione dei figli poveri, ed un soccorso de' poveri malati: Istituzione detta nell'idioma Ebraico Talmud Torà e Ghemilud Kasedim.

2° Di antistare alla spesa dell'olio occorrente per la solita illuminazione della Scuola Spagnuola di detta città da farsi ogni Venerdì a sera in perpetuo ed anche in tutte le sere del digiuno grande, così chiamato Chipur a condizione che ogni sabato si reciti in Essa Scuola l'Esequie dette Ascavà, ed anche nella sera detta Chipur e ricusando la scuola di far ciò, debba Esso Erede fare il tutto eseguire nella Scuola Italiana di detta città, ed in altra circonvicina.

3° Di fare eseguire una Liturgia Sacra e perpetua nella Pia Residenza di detta Comune nominata Somech Noffelim.

Ordinò poi che nel termine di un anno dall'epoca della sua morte il nominato suo Erede dovesse rinvestire Lire italiane ventunmila quattrocento novanta e centesimi cinquantadue £ 21490.52 in Fondi Stabili, acciò col frutto di questa somma fossero adempiti i suddetti ed altri non perpetui legati a meno che tale rinvestimento fatto non fosse nel periodo del viver suo dal Testatore[30].

A garanzia di questi legati, Laudadio aveva offerto, fin dall'apertura del testamento, alcuni fondi nell'urbinate, ubicati in vocabolo Genga e Ca-Lagnese, e la sua casa di Pesaro, in Contrada dei Negozianti confinando colle Case dei Sig.ri Giuseppe e Isacco Foligno, e con la strada da tre lati, finché quest'ultima, nel 1843, fu alienata a Sabbatino Levi e l'anno successivo passò ai Sig.ri Giacomo e Giuseppe fratelli Cividali, senza che fosse gravata dei suddetti legati, poiché prima di venderla Gentilomo aveva proposto venissero sostituiti questi beni con due suoi fondi rustici posti nel Territorio di S. Arcangelo, Distretto di Rimini, denominati S. Michele e S. Martino dei Molini del valore di Scudi 4902.63.8[31].

Nel 1833, alla morte dello zio David, si aggiungeva ai precedenti un nuovo legato di scudi trenta a pro dei poveri di questo Recinto Israelitico pagabile ogni anno, ed imponeva al di lui nipote ed Erede universale Laudadio Gentilomo di soddisfare tale beneficenza in tre eguali rate, cioè in quanto a Scudi 10 nella vigilia del capo d'anno, secondo l'Era Ebraica, Scudi 10 la vigilia di Pasqua e Scudi 10 la vigilia di Pasquarosa, costituente detto Legato un capitale di Scudi 600, al quale Laudadio farà fronte con i due fondi rustici di S. Arcangelo, di valore ben superiore alle cifre

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