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La Difesa della razza

La Difesa della razza

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La Difesa della razza

Lunghezza:
271 pagine
3 ore
Editore:
Pubblicato:
18 gen 2019
ISBN:
9788827867341
Formato:
Libro

Descrizione

La Difesa della razza" è la lucida e amara analisi di una delirante rivista che, tra il 1938 e il 1943, s'impose l'obiettivo di trasformare gli italiani in un popolo di razzisti, grazie alla collaborazione di sedicenti scienziati e accomodanti studiosi di ogni risma. Riprovevole già nelle copertine che si susseguirono negli anni, appare ancora più rimarchevole nelle diverse rubriche presenti all'interno la volontà di sviscerare un fenomeno, l'antisemitismo, che fino all'alleanza con la Germana nazista non aveva mai toccato la storia e la cultura italiana. L'autore ha evidenziato dati, ricostruito fatti e delineato personaggi che hanno contribuito alla costruzione di questa aberrante operazione ideologica, nel tentativo palese di modellare la scienza e la storia secondo i dettami di pochi individui che parlavano alle masse, fondando sull'ignoranza il loro prestigio, come spesso accaduto, come ancora accade oggigiorno.
Editore:
Pubblicato:
18 gen 2019
ISBN:
9788827867341
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

La Difesa della razza - Pietro Fischietti

633/1941.

INTRODUZIONE

Il presente lavoro è la trasposizione della mia tesi di laurea discussa nella sessione invernale 2004/2005.

L’idea di pubblicare questo elaborato mi era già venuta poco dopo aver concluso i miei studi in Lettere Classiche presso l’Ateneo di Palermo, ma per diversi motivi avevo dovuto accantonare il progetto. Oggi, nell’ottantesimo anniversario della promulgazione delle leggi razziali in Italia e in concomitanza con la situazione storica, politica e sociale che stiamo vivendo, esternare quanto analizzato allora mi sembra assolutamente utile e necessario.

Desidero ringraziare primariamente il mio relatore, prof. Salvatore Lupo, tra i maggiori esperti contemporanei del fascismo e del fenomeno mafioso, non solo per la scelta dell’argomento, molto appassionante invero, ma soprattutto per la diligenza con la quale mi ha seguito lungo tutto il periodo dell’elaborazione del testo.

La redazione della tesi ha occupato quasi un anno della mia vita e ha richiesto un’attenta analisi della rivista, custodita presso la Biblioteca Regionale di Palermo, nonché una trasferta a Roma presso la Biblioteca Nazionale e l’Archivio di Stato.

Tesi e laurea sono capitati in uno dei momenti più impegnativi della mia vita, ma ripercorrerei quanto fatto semplicemente per sentirmi vivo come lo ero allora, mentre esploravo una porzione di storia così assuefacente e affascinante come il Ventennio.

Dedico quest’opera ai miei familiari, e in primis ai miei genitori che sacrificando se stessi mi hanno permesso di dedicarmi con profitto agli studi, e ai miei amici di sempre; estendo poi questa dedica a tutti gli insegnanti di Storia incontrati nell’arco della mia vita di studente, ringraziandoli per avermi saputo trasmettere passione e curiosità, nella speranza che io riesca a fare lo stesso con i mie alunni e le mie alunne di oggi.

Pietro Fischietti

CAPITOLO I

PREMESSA AL RAZZISMO ITALIANO

Il razzismo italiano non nacque certamente all’improvviso con la promulgazione delle leggi razziali del 1938 né si originò esclusivamente dalle pagine de La Difesa della Razza. Se è vero che fino a questa data in Italia ci fu una sostanziale assenza di motivi antisemiti, tuttavia va detto che il razzismo, e in particolar modo il suo aspetto più rilevante che fu l’antisemitismo¹, fermentava come in una botte carica di odio e dormiva nell’humus di un terreno che di lì a poco lo avrebbe visto germogliare.

Già nel Settecento, la raffigurazione dell’ebreo si soffermava su alcune caratteristiche che lo rendevano diverso (capelli ricci e neri, naso adunco, sessualità lasciva) mentre nel corso dell’Ottocento egli venne visto come l’unico elemento eterogeneo non cristiano presente in Europa. Tuttavia, in Italia mancavano veri motivi antisemiti, se si esclude la propaganda antigiudaica² cattolica (in particolar modo quella condotta dai gesuiti della rivista Civiltà Cattolica) che vedeva negli ebrei i perfidi deicidi³ e gli autori di efferati delitti,⁴ e i moventi di tipo economico (con il luogo comune dell’ebreo tirchio e affarista) e nazionalistico (ebreo equivaleva a borghese e pacifista).

Per un lungo periodo la storiografia ha utilizzato l’aggettivo blando per definire la campagna razziale italiana, quasi a voler dire che le misure adottate in Italia ebbero rilevanza minima rispetto a quelle tedesche. Mosse, ad esempio, cita la formula mussoliniana del discriminare, non perseguitare:

l’Italia ha protetto i suoi ebrei ovunque le sia stato possibile. Nell’ottobre del 1938 Mussolini aveva promulgato le proprie leggi razziali, che vietavano i matrimoni misti, escludevano gli ebrei dal servizio militare e proibivano loro di avere grosse proprietà terriere; egli [...] coniò personalmente lo slogan «discriminare, non perseguitare».

È evidente che il razzismo italiano non si limitò a queste misure ma ebbe ben altre caratteristiche che, se da un lato lo differenziarono da quello germanico, contribuirono tuttavia a dargli un volto proprio e ben delineato. E a fornirglielo non furono in pochi, come spesso è stato sbandierato quando si è voluto alienare gli italiani brava gente dalla tematica razziale, ma in realtà, come hanno notato acutamente Giorgio Israel e Pietro Nastasi nella loro fondamentale opera sull’intreccio tra la scienza e il razzismo durante il fascismo,⁶ il rifiuto della maggioranza è stato presentato come il rifiuto della totalità laddove invece molto forte è stato il ruolo degli intellettuali e dei docenti universitari, e soprattutto degli scienziati, nell’elaborare e nell’eseguire la politica della razza.⁷

Anche Burgio polemizza con De Felice per la sua interpretazione del razzismo fondato esclusivamente su basi biologiche e fisico-antropologiche, ricordando che il razzismo fascista aveva delle lunghe radici che affondavano non solo nell’antisemitismo cattolico ma anche nella letteratura popolare razzista degli anni Venti i cui nomi principali erano Giorgio Chelazzi, Orio Vergani, Gino Mitrano Sani, Guido Milanesi e Mario Appelius. E ricorda, quale elemento capace di mettere in crisi l’ottimismo che ispira l’impianto storiografico defeliciano, che proprio il Mosse – autorità indiscussa per il De Felice – abbia ritenuto di stabilire un parallelo tra l’antisemitismo nazista e il razzismo coloniale italiano in base all’identica violenza dei rispettivi stereotipi negativi.

Il preteso non razzismo di Mussolini, sostenuto sempre da De Felice, è stato di recente criticato da Michele Sarfatti⁹ e Liliana Picciotto Fargon.¹⁰ In particolare, il primo ha dichiarato: De Felice ha sostenuto nel suo libro dedicato alla storia degli ebrei italiani sotto il fascismo che Mussolini non era intrinsecamente razzista. Lo stesso Mosse, lo storico tedesco scomparso di recente, dette per scontato il giudizio di De Felice sulla base delle decisioni del Gran Consiglio dell'ottobre del '38 che parlavano di discriminazione e non persecuzione degli ebrei. Nell'ultimo periodo della sua vita tuttavia Mosse si ricredette. E aveva ragione perché De Felice ha sbagliato: le leggi di novembre, che tramutarono quelle decisioni in atti legislativi, non solo discriminarono ma perseguitarono. Basti ricordare ad esempio l'espulsione dagli impieghi pubblici o dalle forze armate. Le leggi tradussero così in pratica lo spirito del Gran Consiglio: colpire gli ebrei italiani perseguendoli ben oltre la discriminazione. Esentare qualcuno significa essere razzisti a metà, se così si può dire, perché non tutti sono eguali; prevedere per tutti la persecuzione significa invece essere pienamente razzisti.

Nei primi anni del Novecento, alcuni giornali sferrarono un attacco efferato contro gli ebrei. Il via all’offensiva antiebraica venne dato da Giovanni Preziosi¹¹ che passò da acceso critico del pangermanesimo a feroce antisemita. La conversione avvenne dopo la lettura dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion,¹² un clamoroso falso scritto in Russia e da lui poi tradotto in italiano, che gli fu fatto conoscere dall’economista Maffeo Pantaleoni¹³ e che egli pose alla base della sua teoria del complotto giudaico ordito per impadronirsi, politicamente ed economicamente, del mondo.

Preziosi espresse tutto il suo odio antisemita dalle pagine della rivista La Vita Italiana. Suoi furono gli interventi più interessanti sull’argomento negli anni precedenti la promulgazione delle leggi razziali, ma ciò non meraviglia dato che egli fu, insieme ad altri esponenti del fascismo più intransigente, uno dei promotori e dei principali fomentatori del razzismo italiano. Egli credeva fermamente che il sionismo rappresentasse un pericolo perché ravvivava l’ebraismo: intorno al sionismo

fortemente organizzati, internazionalmente e razionalmente, ebrei italiani di Nazione [sic!], i quali, assieme a milioni di altri ebrei di tutti i paesi del mondo, pagano un contributo sociale internazionale (scekel), aspirando ad un'altra e più vera patria. Se questo è il pericolo del sionismo non v’è, io penso, nessun paese nel quale una chiarificazione del problema ebraico si impone oggi più che in Italia.¹⁴

Tuttavia, inizialmente egli sembrò ergersi a moderato, infatti scrisse:

Se per antisemitismo si intende avversione agli ebrei, solo perché ebrei, in Italia non v’è stato e non vi sarà mai antisemitismo. Lo disse già Mussolini. L’Italia vuole, però, che la posizione degli italiani di origine ebraica sia razionalmente pari a quella di tutti gli altri cittadini italiani. Questo è tutto. Niente, perciò, altra patria, niente altra nazione e super nazione di qualsiasi natura, niente intese internazionali per specifici problemi nazionali ebraici.¹⁵

Poi, però, aggiungeva:

Ma la verità è che, oggi come sempre, sull’antisemitismo gli ebrei speculano per trarre vantaggi e ripetere il vecchio giuoco. [...] Il preteso antisemitismo è la difesa nazionale e sociale contro il pericolo cosmopolitico assorgente dalla setta kahalica. Né più, né meno, né altrimenti. E che un pericolo kahanico incomba sul mondo, chi potrebbe negarlo? Tutto ciò non tocca gli ebrei veramente e solamente italiani.¹⁶

Netta e, dato il suo peso politico, più importante fu la posizione assunta da Roberto Farinacci che condusse una feroce campagna denigratoria contro gli ebrei dalle pagine della sua rivista Il Regime Fascista.¹⁷ Lo testimonia anche una lettera che il ras cremonese inviò a Mussolini nella data del 5 agosto 1938, lo stesso giorno in cui venne pubblicato il primo numero de La Difesa della Razza, in cui Farinacci affermava:

A dirti francamente il mio pensiero, il problema razziale, visto da un punto di vista antropologico, non mi ha persuaso. Il problema è squisitamente politico; mi convinco ancora una volta che quando gli scienziati vogliono rendere un servizio alla politica, compromettono qualsiasi problema. Sul terreno filosofico e scientifico si può sempre discutere, sul terreno politico, dove ci sono delle ragioni di Stato, si agisce e si vince.¹⁸

Nonostante questi attacchi, per tutti gli anni Venti e fino ai primi anni Trenta Mussolini oscillò tra diversi sentimenti nei confronti degli ebrei; pur accusandoli di connivenza con gli ambienti massoni e bolscevichi, egli non aveva vere e proprie prevenzioni antisemite:

gli ebrei in genere non gli erano particolarmente simpatici né particolarmente antipatici; [...] il Mussolini delle origini e degli anni successivi, sino alla campagna razziale non sposò mai le tesi estreme di Preziosi [...] e di simili corifei italiani e stranieri dell’antisemitismo ad oltranza.¹⁹

In quest’ottica vanno lette le sue ripetute assicurazioni agli ambienti rabbinici italiani nel 1923 (e poi fino al 1937) e le dichiarazioni rilasciate nel 1926 dall’allora sottosegretario degli Esteri Dino Grandi circa l’inesistenza di una questione ebraica in Italia.

Nei primi anni Venti, per il fascismo il problema ebraico non esisteva, anzi Mussolini annoverava tra i fascisti più autorevoli gli ebrei Aldo Finzi, membro del Gran Consiglio, Dante Almansi, vice capo della Polizia, Guido Jung, poi ministro delle Finanze dal 1932 al 1935, nonché Margherita Sarfatti, per lungo tempo sua amante, condirettrice della rivista fascista Gerarchia e autrice della prima biografia di Mussolini dal titolo Dux. Naturalmente, tra gli ebrei non mancarono gli oppositori del fascismo, come ad esempio i deputati socialisti Treves e Modigliani o i fratelli Carlo e Nello Rosselli.

Mussolini, dunque, tralasciando per lo più delle sporadiche sortite contro gli ambienti sionistici,²⁰ si mantenne su una posizione di tolleranza nei confronti degli ebrei, posizione che fu ancora ribadita nel 1932 al giornalista tedesco Emil Ludwig in occasione dei celebri colloqui:

L’antisemitismo non esiste in Italia disse Mussolini. "Gli ebrei italiani si sono sempre comportati bene come cittadini, e come soldati si sono battuti coraggiosamente. Essi occupano posti elevati nell’Università, nell’esercito, nelle banche. Tutta una serie sono generali [...]²¹

Fu però proprio in questi anni che si ebbero le prime manifestazioni del razzismo italiano, e si trattò di studi relativi ad una politica eugenetica volti a migliorare la razza italiana dal punto di vista medico e demografico. Questo fu il vero cruccio di Mussolini: opponendosi alla teoria malthusiana²² della limitazione delle nascite, egli mise al centro dei suoi obiettivi l’aumento del numero al fine di costituire una forza espansiva della popolazione italiana al servizio della politica estera e coloniale,²³ secondo la formula numero uguale potenza.²⁴

Secondo Giorgio Israel e Pietro Nastasi, la questione demografica (e poi eugenetica) non è quindi un aspetto accessorio o marginale della concezione e della politica mussoliniane: ne è, anzi, un aspetto centrale. E, come si è visto, essa prende quasi subito le sembianze di una politica della razza e non di un complesso di misure blande e per nulla preoccupanti volte ad un generico miglioramento demografico e medico-antropologico degli italiani, come ha riduttivamente affermato Renzo De Felice.²⁵ E di seguito: Del resto, il decennio che segue al 1927 mostra con chiarezza lo slittamento progressivo dalla prima fase demografico-eugenica «blanda», ad una seconda fase razziale più «dura», fino all’adozione dei provvedimenti legislativi sulla razza ebraica.²⁶

Come è stato detto, dunque, Mussolini ebbe sempre una particolare attenzione alla questione demografica che, anzi, arrivò a definire il problema dei problemi, ribadendo inoltre che la famiglia doveva essere la cellula fondamentale della nazione (politica della famiglia). Proprio le ricerche scientifiche improntate sulla demografia e sull’eugenica della stirpe furono uno dei punti di partenza della politica razziale del fascismo: in Italia, infatti, il razzismo fu il risultato del connubio tra la politica demografica del regime e l’applicazione della scienza medica. Afferma Patrizia Dogliani: Il passaggio dall’igiene sociale ad una profilassi sanitaria fino al razzismo fu graduale. Associata alla scuola antropologica lombrosiana che sosteneva l’origine ereditaria, genetica e sociale dei comportamenti devianti, la medicina s’impegnò in primo luogo nel campo dell’ortogenesi, cioè nella corretta evoluzione genetica della stirpe italiana.²⁷

Tuttavia, bisogna dire che l’orientamento apertamente razzista del fascismo non fu dovuto soltanto ai diversi studi che interessarono numerose discipline, come ad esempio l’antropologia²⁸ o la demografia, ma anche ad eventi e motivi contingenti quali la firma del Concordato con la Santa Sede,²⁹ la fase antiborghese ed imperiale del fascismo culminata con la rinascita dell’Impero e lo stringersi del Patto d’Acciaio tra Hitler e Mussolini.

Resta comunque innegabile il ruolo che svolsero le scienze nello sviluppo della politica razziale, in particolare l’eugenica e la demografia. Mentre l’eugenica analizzava i fattori atti a migliorare la razza (fattore qualitativo), la demografia studiava il problema della quantità della popolazione e i provvedimenti da adottare per garantire la sua crescita (fattore quantitativo). Ad esse s’intrecciò anche il problema dell’emigrazione: Mussolini si scagliò contro l’inurbamento industriale e scelse a modello il ruralismo, ossia la piccola proprietà contadina, come strumento per la migrazione interna atta a redimere le terre inabitabili.³⁰

La fase demografico-eugenica prese avvio attorno al 1927 e vide, innanzitutto, la soppressione dell’emigrazione esterna e la nascita, appunto, di quella interna in zone disabitate, insalubri e abbandonate (dette zone di bonifica) dove vennero spostati contingenti di popolazioni provenienti principalmente dal Veneto e dal Friuli. Come scrive lo storico Salvatore Lupo: Dei cantieri aperti nel ventennio, il più interessante fu quello della bonifica integrale. Da esso infatti traspaiono non solo le finalità di una generica, per quanto intensa politica dei lavori pubblici, ma anche simboli e finalità di vasto respiro ideologico.³¹ In tale operazione di ingegneria sociale non mancarono gli aspetti eugenetici, in quanto Mussolini considerava la bonifica come la panacea che avrebbe guarito la decadenza della natalità, considerata questa come "la spia della degenerazione delle razze e della decadenza delle ragioni. Solo attraverso una ripresa dell’espansione demografica, l’Italia nuova poteva dimostrarsi immune da

edonismo, borghesismo, filisteismo [...] In una Italia tutta bonificata, coltivata, irrigata, disciplinata: cioè fascista, c’è posto e pane ancora per dieci milioni di uomini. Sessanta milioni d’italiani faranno sentire il peso della loro massa e della loro forza nella storia del mondo".³²

Con la conquista delle terre africane, l’emigrazione si spostò anche in Etiopia dove, nel 1937, avvenne il primo episodio di legislazione razziale.³³ Da ciò si può ben evincere questo, che il problema che prima era solo quantitativo (la battaglia demografica) divenne poi qualitativo: la razza italiana, venuta a contatto diretto con altre razze, doveva essere tutelata da ogni pericolosa contaminazione di sangue. Per tale motivo, in una prima fase prevalse la demografia (ovvero la scienza della popolazione, di cui si fece propugnatore Corrado Gini,³⁴ la quale studiava le premesse biologico-razziali delle manifestazioni demografiche) mentre successivo fu il passo dell’introduzione di provvedimenti eugenetici: ma tra l’eugenica positiva, che prevedeva programmi di igiene fisica e di miglioramento delle forme d’alimentazione, e l’eugenica negativa, che prevedeva invece la sterilizzazione degli individui difettosi, in Italia, al contrario che in Germania, prevalse sempre la prima, anche per l’influsso del mondo cattolico.

A questi studi, si aggiunsero poi quelli della medicina costituzionalista, ad opera di Nicola Pende,³⁵ e dell’antropologia, con Sergio Sergi. Secondo Pende, bisognava battere il tasto del controllo ortogenetico in modo tale da produrre individui sani e migliorare così la razza. Egli, inoltre, ammetteva l’esistenza di diverse stirpi, ceppi e razze nel popolo italiano ma non era favorevole al loro amalgama. Sergi, invece, esaltava la grandezza di Roma e parlava di antropologia di Stato cioè di un lavoro sul campo nel vivaio umano della bonifica pontina (che si può considerare il punto di snodo di tutti gli studi razziali interessando essa le ricerche demografiche, eugeniche, antropologiche e perfino quelle fisiologiche condotte da Sabato Visco). Ancora una volta dunque, è possibile affermare che fu innegabile il ruolo delle varie discipline scientifiche nell’elaborazione della politica razziale fascista, come del resto affermano Israel e Nastasi: a riprova di ciò, il primo atto ufficiale della campagna razziale, il Manifesto, fu proprio un documento scientifico.

Va però detto che Mussolini intese la politica razziale come uno dei tre cazzotti da dare nello stomaco della borghesia insieme all’introduzione del voi e al passo romano.³⁶ Le difficoltà erano però legate al carattere tutt’altro che unitario della popolazione italiana e all’ostilità nei confronti di un approccio biologico. Per Mussolini l’acquisizione di una coscienza razziale equivaleva ad un fattore spirituale:

Il problema razziale è per me una conquista importantissima, ed è importantissimo averlo introdotto nella storia d’Italia. I romani antichi erano razzisti all’inverosimile. [...] Bisogna mettersi in mente che non siamo camiti, che non siamo semiti, che non siamo mongoli. E, allora, se non siamo nessuna di queste razze, siamo evidentemente ariani e siamo venuti dalle Alpi, dal nord. Quindi siamo ariani di tipo mediterraneo, puri. Le invasioni barbariche dopo l’impero erano di poca gente: i longobardi non erano più di ottomila e furono assorbiti, dopo cinquant’anni parlavano latino.³⁷

Con ciò egli sottolineava che il razzismo italiano aveva caratteri propri anche se non mancava dell’influsso tedesco (che però De Felice ha notevolmente limitato nella nuova edizione della sua Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo). Per Mussolini la storia d’Italia aveva come elemento che fungeva da carattere etnico-razziale distintivo il mito di Roma: la romanità era il filo che legava i grandi italiani di ieri, da Dante a Leopardi, da Machiavelli a Mazzini, a quelli di oggi, ma questo mito non era razzista, cioè non evocava il sangue, ma stabiliva un’identità spirituale poiché le diverse etnie presenti sul suolo italico si fondavano sul valore eterno e supremo della civiltà di Roma che era madre e maestra delle genti. Ed è per questo che il razzismo romano-italico-spiritualista, affidato a Pende e a Visco, divenne patrimonio del mondo scientifico e culturale soppiantando ben presto quello biologico che nelle mani di Interlandi, Preziosi ed Evola non era altro che un’appendice di quello tedesco e quindi non poteva ottenere grandi consensi. In più, gli italiani non percepirono come un pericolo lo sparuto gruppo di ebrei in Italia e Mussolini dichiarò:

Questo carattere sacro di Roma noi lo rispettiamo. Ma è ridicolo pensare, come fu detto, che si dovessero chiudere le sinagoghe o la sinagoga. Gli ebrei sono a Roma dai tempi dei Re; forse fornirono gli abiti dopo il ratto delle Sabine. Erano cinquantamila ai tempi di Augusto e chiesero di piangere sulla salma di Giulio Cesare. Rimarranno indisturbati.³⁸

Al contrario, Mussolini ebbe una sostanziale avversione per il sionismo,³⁹ che egli considerava come uno strumento politico nelle mani dell’odiata Gran Bretagna. Esso veniva visto di cattivo occhio dagli italiani⁴⁰ e il Duce stesso ebbe più volte ad intervenire, sulle pagine dei giornali nazionali e spesso con articoli non firmati, per chiedere

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