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Hydra: Il miglior thriller italiano degli ultimi anni!

Hydra: Il miglior thriller italiano degli ultimi anni!

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Hydra: Il miglior thriller italiano degli ultimi anni!

Lunghezza:
262 pagine
3 ore
Pubblicato:
1 gen 2019
ISBN:
9788829586974
Formato:
Libro

Descrizione

Il terzo romanzo della Trilogia "Nome in Codice: Nemmera! Hai già scaricato gratuitamente il primo ebook, dal titolo "Phönix"?

La vendetta è un piatto che va gustato freddo. Questo è quanto continua a ripetersi Fahd Hussaini, il pericoloso terrorista islamico prigioniero nel carcere più sicuro di Israele, per continuare a sopravvivere e a nutrire la speranza. E altrettanto fa Werner Klug, che ordisce la trama da lontano, muovendo fili invisibili. Così, quando Hussaini riesce a evadere, i due sono pronti a scatenare il regolamento di conti che hanno a lungo sognato: una serie di attentati che si abbattono come un serpente dalle molte teste, di cui una destinata a distruggere la loro nemica di sempre, Sara Kohn.

Hydra.

Stefano Lanciotti è uno degli autori indipendenti più amati, con ben oltre 40.000 copie vendute dei romanzi delle sue due saghe fantasy, "Nocturnia" e "La Profezia del Ritorno", che ne hanno fatto uno dei maggiori successi degli ultimi anni .
Ecco cosa ne pensa chi lo ha letto:

Da leggere ★★★★★
di Scanf79 
Bello intrigante fluido, mai banale o scontato. ottimo libro come tutti gli altri .Consiglio vivamente questo e tutti gli altri libri.

Sublime! ★★★★★
di ZiaGiuly 
Mi ha tenuta incollata! Letto in meno di 48 ore.. Bellissimo! Intrigante e coinvolgente! IO AMO QUESTO SCRITTORE!!!!

Piacevole sorpresa ★★★★★
di rinco63
Da leggere tutto d'un fiato, degno dei migliori scrittori di romanzi contemporanei. Bella caratterizzazione dei personaggi e bella storia Complimenti
Pubblicato:
1 gen 2019
ISBN:
9788829586974
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Stefano Lanciotti was one of the most sensational cases of self-publishing in Italy. Over 20,000 people read the Nocturnia Saga. He published three highly successful thrillers with the publisher Newton Compton and now wishes to introduce the dark world of Nocturnia to the Anglo-Saxon public.


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Anteprima del libro

Hydra - Stefano Lanciotti

63

Premessa

Hydra è il terzo romanzo della trilogia Nome in codice: Nemmera, pubblicata originariamente da Newton Compton.

I romanzi della trilogia sono autoconclusivi, ma seguono un ordine cronologico, quindi, se non l’avessi fatto, ti consiglio di leggerli in ordine. Il primo, Phönix, è distribuito in forma totalmente gratuita per permettere a chi non mi conosce di valutare la qualità della mia scrittura e l'interesse della storia senza spendere un centesimo.

Se ti piacerà questo romanzo, ti chiedo la cortesia di lasciare una recensione, di mettere in condivisione la mia home page www.stefanolanciotti.it sul tuo profilo Facebook o su Twitter, oppure semplicemente di consigliarlo ai tuoi amici e colleghi.

Per rimanere in contatto con me e conoscere le ultime novità sulla mia produzione letteraria, ti consiglio di mettere mi piace sulla mia pagina Facebook https://www.facebook.com/stefanolanciottiscrittore.

Buona Lettura!

Stefano Lanciotti

Prologo

Carcere 1391, località sconosciuta, Israele

Respiro.

L’aria stantia della cella entra ed esce dai miei polmoni e mi purifica come un alito divino. Inalo ed espirando mi libero del dolore della prigionia. Non della rabbia che covo gelosamente nel mio cuore come una brace inestinguibile, che attende solo di ardere di nuovo.

Osservo.

Poso lentamente lo sguardo lungo lo spazio che mi circonda. La luce al neon bianca scava ombre che sembrano ferite sulle poche cose che mi fanno compagnia, ora dopo interminabile ora. Il tempo scorre solo nella mia mente, giorno e notte indistinguibili nella pallida luce artificiale che non muta mai di intensità e non viene mai spenta.

Sento.

Il silenzio vibra intorpidendomi le orecchie, ma io ho imparato a distinguere i ronzii più tenui, i fruscii più vaghi. L’assenza di suono che dovrebbe stordirmi mi rende più cosciente di me stesso.

Percepisco.

Il cemento armato delle pareti della cella crea una barriera tra me e il mondo. Un bozzolo nel quale coltivo l’odio mortale che mi sorregge. Un solco che niente e nessuno può attraversare.

Prego.

Non ho bisogno del Corano per stabilire un rapporto tra me e Allah. Le parole sgorgano dal mio cuore e salgono dirette a Lui, perché sono la Sua creatura prediletta. Lui sa che la mia missione non è stata ancora compiuta fino in fondo. Sento che mi darà l’occasione per concluderla e la forza di farlo.

Ricordo.

Le immagini della donna sono impresse nella mia retina come se fossero state incise dall’acido. I suoi capelli rossi come il peccato. I suoi occhi verdi come un miraggio traditore nel deserto. Le sue mani forti dalle dita sottili, che stringono una pistola dalla canna gelida che si posa sulla mia nuca.

Brucio.

Il desiderio di uccidere mi consuma e mi dà la forza per resistere alle torture che solcano la mia carne e mettono a nudo i miei nervi. Sento la bramosia di assaggiare il sangue tiepido di chi ha interrotto la mia missione su questa terra, impedendomi di portare a termine il mio compito e ricongiungermi al Creatore.

Sono vivo, nonostante tutto.

E assaporerò il gusto acre della vendetta.

1

Tel Aviv, Israele

L’amministrazione americana ha varato una nuova stagione nella sua politica estera. Come promesso in campagna elettorale, il presidente Johnson ha lanciato l’offensiva della mano tesa – secondo la sua stessa definizione – nei confronti del mondo arabo. Il progressivo disimpegno militare dagli scenari di guerra cha hanno visto pesantemente coinvolte le truppe degli Stati Uniti è solo l’aspetto più visibile di una ragnatela di relazioni diplomatiche che l’amministrazione ha cominciato a intrecciare. Le parole d’ordine sono: gli arabi sono alleati preziosi e non nemici da combattere. La speranza, nemmeno troppo celata, è che l’opinione pubblica degli Stati mediorientali venga pian piano convinta a isolare i gruppi terroristici e quindi a prosciugare l’acqua stessa dove hanno nuotato indisturbati in questi anni. A osservare con sguardo via via più preoccupato questa nuova stagione della politica estera americana c’è il tradizionale alleato di sempre. Israele – il cui governo è sostenuto dai voti indispensabili dei falchi dello Shim Beth – sta percorrendo il cammino opposto, compromettendo, con la politica degli insediamenti nei territori occupati, una convivenza pacifica con gli Stati confinanti, Egitto e Siria in primis. Il presidente Johnson non ha nascosto la propria contrarietà a tali azioni, che definisce provocatorie. Resta da vedere se la sua amministrazione rinnoverà gli infiniti rapporti economici, ma soprattutto militari, che legano i due paesi. Pochi in Israele credono che la nazione possa sopravvivere a lungo senza la protezione degli Stati Uniti d’America.

Il commentatore della CNN concluse il proprio servizio di analisi politica mentre il capo di gabinetto israeliano alzava il telecomando e spegneva il grande schermo a led. Per un attimo la stanza rimase in penombra, senza che nessuno dei presenti parlasse, poi la luce aumentò mentre il video saliva scomparendo in una fessura nel soffitto. Aharon Goldman guardò i ministri della sua legislatura e attese qualche commento.

«Signori», disse poi, quando ebbe constatato che nessuno prendeva la parola. «Con qualcuno di voi avevo già affrontato l’argomento. Prima o poi ogni giovane deve crescere e cominciare a contare solo sulle proprie forze, senza doversi rivolgere sempre al padre per risolvere le sue questioni. Questo momento è giunto anche per Israele».

«Sembri molto tranquillo». Il ministro della Difesa Lavi Bloch lo interruppe fulminandolo con lo sguardo. «Forse dimentichi che ci sono milioni di arabi là fuori che non aspettavano che questo momento. Da ora in poi Israele sarà un bersaglio per chiunque».

«Ti ricordi un solo momento in cui non è stato così?», chiese Ben Zeev, il ministro degli Esteri. Diplomatico di razza con un’espressione da scaltro giocatore di poker dipinta in volto, era quello che si sarebbe potuto definire una colomba. Semmai ce ne fosse stata una in quell’amministrazione. «Non mi pare che ci fosse nessuno ad aiutarci durante la guerra dei sei giorni, eppure…».

«Sono passati trent’anni e ancora la ricordi come se le cose non cambiassero mai!», gli ringhiò contro Bloch. «Non c’era Al Fatah, non c’era l’Isis… Ma soprattutto insieme al Mossad c’era sempre la CIA! Cosa succederebbe oggi se gli americani ci abbandonassero al nostro destino? Pensate che potremmo resistere a Iran, Siria e tutti i loro cani da guardia?»

«Il fatto che lo staff del presidente Johnson faccia trapelare queste notizie non significa che ci sarà davvero un cambio nella loro politica estera», lo interruppe Goldman. «Ho ragione di credere che si tratti di un tentativo di pressione più che di una vera e propria svolta nella loro diplomazia».

«Da quando è stato fondato Israele, nessuna amministrazione, né democratica né repubblicana, ha mai modificato i rapporti con il nostro Paese», aggiunse quando il silenzio accompagnò le sue parole. «Sono certo che non succederà neppure adesso».

«Le tue certezze le posso usare come carta igienica!», urlò Bloch, paonazzo, picchiando la mano con violenza sul grande tavolo. «Con la tua politica da donnette stai mettendo a rischio la vita dei nostri figli!».

Senza dare il tempo a nessuno di controbattere, si alzò e se ne andò sbattendo la porta e lasciando i rimanenti membri del Gabinetto a guardarsi interdetti.

2

Mentre camminava a passo deciso lungo il corridoio, il ministro Bloch venne affiancato dal suo segretario personale, che arrancava nel tentativo di mantenere la stessa andatura.

«Convochi Eisner», ordinò senza fermarsi. «Ho bisogno di vederlo al più presto».

Il segretario annuì e si allontanò in fretta. Quando il ministro era di quell’umore l’unica cosa da fare era eseguire i suoi ordini presto e bene. Nel frattempo Bloch raggiunse il suo ufficio e si sbatté dietro la porta. Si avvicinò alla grande finestra e si mise a guardare fuori, immerso nei suoi pensieri.

Non riusciva a capire se Goldman non si rendesse conto della gravità della situazione o se, pur facendolo, stesse agendo con l’incoscienza dei folli. I rapporti tra Israele e gli Stati Uniti erano stati saldi per decenni, asse portante della politica americana in Medio Oriente. Erano però anni che si stavano deteriorando, lentamente, ma senza sosta.

La posizione della nuova amministrazione americana rifletteva il pensiero dell’opinione pubblica, fiaccata dalle guerre in Iraq e in Afghanistan e dalla continua e crescente minaccia terroristica. Gli americani erano stufi di fare la guerra a un nemico invisibile, infiltrato tra le loro stesse maglie e risoluto a combatterli senza quartiere. Era molto più semplice scendere a patti. E come ogni buon negoziatore sa perfettamente, per trattare si deve offrire qualcosa in cambio.

Quel qualcosa era Israele, Bloch non aveva dubbi. Quando si parlava di offensiva del dialogo, si intendeva resa senza condizioni sul diritto all’esistenza della loro nazione. Scosse la testa. Non sarebbe rimasto inerte a osservare la morte del suo popolo, minacciato dalle stesse pacifiche nazioni arabe con le quali gli Stati Uniti erano intenzionati a trattare.

Si girò quando udì bussare discretamente alla sua porta. Mentre Eisner entrava, lo salutava e si accomodava sulla poltroncina di fronte al suo tavolo, lui stesso si sedette osservando il suo interlocutore. Era un ometto alto poco più di un metro e sessanta, ma incuteva rispetto. Il volto duro, incorniciato dai radi capelli biondo slavato, sembrava intagliato nella pietra e gli occhi chiari lampeggiavano di fredda intelligenza. Ne aveva viste di tutti i colori nella sua vita e questo lo rendeva un consigliere prezioso e avveduto.

Eisner era un ebreo di origine tedesca, la cui famiglia era stata perseguitata prima dal regime nazista e in seguito da quello filosovietico della Germania Democratica. Prima della caduta del muro di Berlino era fuggito in Israele e lì si era fatto strada velocemente tra gli analisti dell’intelligence.

Quando Bloch era stato nominato ministro della Difesa, era entrato a fare parte permanente del suo staff come consigliere. I suoi suggerimenti e le sue analisi erano sempre profondi e acuti e Bloch ascoltava con estremo interesse e attenzione la sua opinione prima di prendere le decisioni più importanti.

Bloch aprì il cassetto alla sua destra e ne estrasse un corposo dossier, che riportava stampigliato sulla copertina, a lettere cubitali, la scritta riservato. Posò il fascicolo sul tavolo. Il suo interlocutore non aveva bisogno di spiegazioni, era stato lui a redigerne ogni sua singola parte. Il dossier era uno studio che Eisner aveva proposto alla sua attenzione qualche mese addietro.

La sua analisi acuta e scrupolosa era però giunta a conclusioni che l’avevano spaventato. Il documento era dunque andato a finire in un cassetto, seppure mai dimenticato. Ora, però, gli equilibri si erano spostati e lui non poteva più attendere.

«Ho preso la mia decisione», disse Bloch, senza preamboli. «Come sa, ho esitato a lungo dopo aver letto il dossier che ho davanti. Pur concordando sulle premesse, ho tentato di aspettare fino all’ultimo per valutare l’evolversi della situazione e capire se fosse necessario agire come lei suggerisce nelle considerazioni conclusive».

Fece una pausa. Nonostante fosse un vecchio combattente con un’infinità di morti sulla coscienza – non solo tra i nemici dichiarati di Israele – sentiva il peso di quella risoluzione. Guardò il suo interlocutore.

«Voglio solo avere da lei la rassicurazione che le conclusioni del suo dossier siano corrette», disse con un sospiro.

Era una chiamata in correità, l’estremo tentativo di condividere una responsabilità che invece sapeva perfettamente essere solo e soltanto sua.

«Ministro», rispose Eisner, lo sguardo freddo da rettile si spostò con lentezza dal dossier al volto di Bloch. «Tutti gli studi che ho a disposizione, la maggior parte dei quali effettuati da istituzioni indipendenti e in qualche caso addirittura ostili a Israele, supportano la mia tesi».

Bloch annuì e tornò sul passaggio centrale della relazione:

Gli Stati Uniti d’America sono una nazione che ha necessità di sentirsi aggredita per farsi coinvolgere in guerre che le sono lontane. Gli esempi più eclatanti, ma non certo gli unici, sono costituiti dall’attacco giapponese a Pearl Harbor e dall’attentato alle Torri Gemelle di New York.

PEARL HARBOR

Il presidente Roosevelt permise che i giapponesi distruggessero la flotta americana del Pacifico a Pearl Harbor, nel 1941, in attuazione di un piano chiamato McCollum, dal nome del capitano di corvetta Arthur H. McCollum. Nel corso del tempo, sono infatti emerse numerose prove che dimostrano come i servizi dell’intelligence americana fossero riusciti a decriptare tempestivamente tutti i piani dell’imminente attacco giapponese. La strage di Pearl Harbor, quindi, poteva essere evitata e con essa anche la partecipazione dell’America alla guerra. La flotta del Pacifico avrebbe potuto tranquillamente essere messa in salvo, ma si fece l’esatto opposto, affinché migliaia di soldati americani trovassero la morte sotto le bombe giapponesi. Il vero obiettivo di Roosevelt era quello di creare il casus belli di cui aveva bisogno per coinvolgere la nazione americana nel conflitto. Le navi da guerra americane vennero dunque costantemente mantenute in zona di pericolo per ordine diretto del presidente. Il comando giapponese fu così spinto a credere di dover approfittare di un’occasione irripetibile per cercare di vincere una guerra ormai inevitabile contro il gigante americano. Ma cadde solo nella trappola. Le navi da guerra USA, con tutto il loro carico umano, sono dunque servite da esca e la base di Pearl Harbor venne deputata a una funzione sacrificale.

ATTACCO ALLE TORRI GEMELLE

Gli attentati dell’11 settembre 2001 hanno definito la politica americana del xxi secolo, ma sono avvenuti in un momento in cui gli Stati Uniti stavano progressivamente abbandonando l’interesse per quello che accadeva al di fuori dei loro confini nazionali. Dopo la fine della Guerra Fredda e un decennio di crescita economica incontrastata, senza alcuna potenza all’orizzonte a minacciare la sua egemonia mondiale, l’America non aveva alcuna voglia di entrare in una nuova guerra.

«A meno che non intervenga un evento catastrofico e catalizzatore come una nuova Pearl Harbor», come si leggeva nel rapporto Rebuilding America’s Defenses, una dichiarazione programmatica redatta appena qualche mese prima degli attentati dal Project For the New American Century. Un gruppo di potere – i cui componenti l’11 settembre del 2001 si trovavano in posti chiave per la guida dell’America – che predicava un completo riposizionamento strategico degli USA nel mondo. E il PNAC aveva i mezzi per fare in modo che questo evento catastrofico avvenisse impedendo che fosse bloccato sul nascere, come i servizi americani erano perfettamente in grado di fare.

Lo stesso Mossad aveva allertato l’FBI dei piani degli attentatori, ma non c’è peggior sordo di chi non ha interesse a sentire. I servizi israeliani, dunque, si limitarono con discrezione a fare in modo che quel giorno la gran parte delle centinaia di ebrei che lavoravano al World Trade Center semplicemente non si presentasse al lavoro.

Al gigante americano era necessario il trauma di sentirsi sotto assedio per risvegliarsi dal letargo e dichiarare guerra all’Afghanistan e all’Iraq, che il Project For the New American Century, cioè la testa occulta del governo americano, aveva individuato come obiettivi strategici.

Bloch posò il rapporto sul tavolo, annuendo. Aveva vissuto in prima persona le vicende dell’attentato alle Torri Gemelle e concordava appieno sulle conclusioni di Eisner. L’America agiva se si sentiva sotto attacco. Il problema era che lui non era né Roosevelt né Cheney.

Fino a quel momento si era trattato di scelte di politica interna. Opinabili fino a che si voleva, ma provenienti dal cuore profondo dell’America. Erano state le stesse logiche di sopravvivenza di chi aveva compiuto quelle scelte – e di chi aveva saputo e taciuto – che avevano portato a insabbiare tutto, tanto che molti dei personaggi di quelle vicende erano considerati addirittura degli eroi.

Ora lui stava per infilare il dito in un ingranaggio di cui non faceva parte e sul quale non aveva controllo. Se solo si fosse scoperto di chi era il filo che muoveva i burattini, per Israele sarebbe stata la fine. Invece di rinsaldare un’alleanza di lunga durata, poteva significare la sua fine. Ma c’erano alternative?

Sospirò. Solo i posteri sarebbero stati in grado di giudicare la sua scelta.

3

Ari Eisner uscì dall’ufficio del ministro e si diresse verso l’ascensore. Scese due piani e si infilò nel proprio ufficio senza scambiare una parola con nessuno. Accese il computer portatile appoggiato sulla sua scrivania e lanciò il programma di posta elettronica digitando l’indirizzo del destinatario. Era un account messo a disposizione dalla società Yahoo!, con un ID che faceva pensare a una ragazza adolescente: sweetyandsoft . Era stato scelto in modo che, a fronte di un qualsiasi controllo, lui potesse sostenere che apparteneva a sua nipote.

Il testo dell’email era molto stringato: Questa è l’ultima foto di tuo cugino Adam. Con la benedizione di Dio continua a crescere e diventa ogni giorno più bello e forte. Un abbraccio. Nessuno sarebbe stato in grado di individuare il messaggio cifrato nascosto all’interno di quelle parole, perché non c’era. Infilò una chiavetta in una delle porte USB del portatile e navigò velocemente tra le cartelle che conteneva. In una si trovava la foto che aveva scattato qualche giorno prima al figlio del suo unico figlio maschio. Si soffermò a guardare il volto paffuto del bambino, che gli sorrideva dal video. Era soprattutto per lui che lo faceva.

Lo avevano messo in guardia dal mettere su una famiglia, tanto tempo prima. Più vincoli affettivi, maggiore la possibilità di ricatto: le due cose andavano di pari passo. Ari Eisner aveva a lungo evitato di coltivare affetti, di creare legami, fedele a quella saggia e arida teoria.

Ma nel frattempo lui era cambiato, il mondo era cambiato. Aveva creduto che fosse possibile rifarsi una vita, nascondendo tutte le tracce di quella precedente, nella quale era un agente in servizio della stasi. I servizi segreti della Germania Democratica lo avevano infiltrato in Israele a metà degli anni Ottanta, quando ancora la caduta del Muro di Berlino sembrava impossibile.

Aveva avuto appena il tempo di entrare nell’intelligence israeliana, sfruttando il suo falso status di fuggitivo dalla ex Germania Est,

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