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Don Candeloro e C.i

Don Candeloro e C.i

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Don Candeloro e C.i

Lunghezza:
156 pagine
2 ore
Editore:
Pubblicato:
31 dic 2018
ISBN:
9788827865279
Formato:
Libro

Descrizione

L’opera “Don Candeloro e C.i.” è costituita da un insieme di racconti di diverso argomento e diversa ambientazione. La prima novella, che dà il titolo all’intera raccolta, narra le vicende di una famiglia di attori di provincia, costretti a rinunciare agli ideali di gloria per poter sopravvivere, adeguandosi ai gusti popolari del pubblico. Dopo le raccolte di novelle e i romanzi di stampo verista, con questi dodici racconti Verga ripiega sui temi della narrativa ottocentesca a lui contemporanea, rappresentando una varia umanità. Conclude la raccolta una novella che vuole esserne l’epilogo, rappresentando le diverse sfaccettature che può assumere la vita; il racconto è infatti introdotto dalle seguenti considerazioni dell’Autore stesso: “Quante volte, nei drammi della vita, la finzione si mescola talmente alla realtà da confondersi insieme a questa, e diventar tragica, e l’uomo che è costretto a rappresentare una parte, giunge ad investirsene sinceramente, come i grandi attori! - Quante altre amare commedie e quanti tristi commedianti!”
Editore:
Pubblicato:
31 dic 2018
ISBN:
9788827865279
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Libro

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Anteprima del libro

Don Candeloro e C.i - Anna Morena Mozzillo

Indice

Introduzione

Don Candeloro e C.i.

Le marionette parlanti

Paggio Fernando

La serata della diva

Il tramonto di Venere

Papa Sisto

Epopea spicciola

L’Opera del Divino Amore

Il peccato di Donna Santa

La vocazione di suor Agnese

Gli innamorati

Fra le scene della vita

Bibliografia

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Punti di riferimento

Copertina

Giovanni Verga

Don Candeloro e C.i

Con Introduzione e Note

di Anna Morena Mozzillo

Titolo

Don Candeloro e C.i

Autore

Giovanni Verga

A cura di

Anna Morena Mozzillo

Progetto grafico

Pierluigi Pastore

Introduzione e Note: © 2018 Anna Morena Mozzillo

All rights reserved.

Introduzione

La produzione letteraria di Giovanni Verga è molto vasta e varia; il massimo esponente del Verismo italiano, infatti (nato a Vizzini, in provincia di Catania, nel 1840 e morto a Catania nel 1922), cominciò la sua attività con il romanzo giovanile, rimasto inedito, Amore e patria, di argomento risorgimentale, seguito poi da I carbonari della montagna, pubblicato a sue spese, che narra del periodo storico della Carboneria calabrese, e dall’altro romanzo Sulle lagune, che descrive la situazione veneziana sottoposta all’Austria mentre l’Italia ha ottenuto l’indipendenza.

Nel 1865 lo scrittore si recò a Firenze, dove conobbe vari intellettuali, prendendo parte alla vita culturale della città, poi a Milano, dove la sua esperienza letteraria si arricchì e iniziò a comporre novelle e romanzi di ambientazione borghese, quali Una peccatrice (1865), Storia di una capinera (1870), Eva (1873), Eros (1875), Tigre reale (sempre del 1875), per approdare poi, anche grazie all’amicizia che lo legò al conterraneo Luigi Capuana, ai modi propri del Verismo, come venne chiamato il Realismo in Italia. Nel 1874 aveva infatti pubblicato Nedda, la storia di una misera raccoglitrice di olive, che segna l’inizio della sua produzione verista.

Nel 1876 fu poi pubblicata una raccolta di novelle, Primavera e altri racconti; l’anno successivo compose i famosi Rosso Malpelo e Fantasticheria. Ad essi si aggiunsero poi altri racconti che furono pubblicati nel 1880 col titolo Vita dei campi. Nel frattempo il Verga lavorava al romanzo I Malavoglia, che uscì nel 1881, non riscuotendo però molto successo.

Con il romanzo Il marito di Elena del 1882 il Verga ritorna a comporre nei modi tardoromantici, descrivendo un ambiente borghese. Nello stesso periodo inizia la stesura di diverse novelle che entreranno a far parte delle altre raccolte Novelle rusticane e Per le vie.

L’attività teatrale inizia nel 1884 con la trasposizione per le scene della novella Cavalleria rusticana, seguita da altre commedie tratte dalle sue novelle.

E’ del 1877 l’altra sua raccolta di novelle, dal titolo Vagabondaggio.

Dopo i soggiorni, anche lunghi, a Firenze, Milano, Roma, lo scrittore tornerà a Catania, dove pubblicherà nel 1890 il suo secondo grande romanzo, Mastro Don Gesualdo.

Verga è ricordato generalmente per le opere maggiori, i due romanzi I Malavoglia e Mastro Don Gesualdo, che fanno parte del ciclo dei vinti, il quale avrebbe dovuto ricomprenderne altri tre (La Duchessa di Leyra, L’Onorevole Scipioni, L’uomo di lusso), che non furono però completati (rimane solo il primo capitolo de La Duchessa di Leyra e parte del secondo). Il titolo originario del ciclo era Marea, come scrisse l’Autore in una lettera ad un amico; l’intera opera avrebbe dovuto rappresentare la sconfitta dell’individuo, per opera della vita, a qualsiasi ceto sociale egli appartenesse, dal più umile al più altolocato.

Presso l’editore Treves furono poi pubblicati nel 1891 I ricordi del Capitano D’Arce e nel 1894 Don Candeloro e C.i.

Negli ultimi anni della sua vita, l’autore continuò a lavorare al suo terzo romanzo per il ciclo dei vinti, ma si dedicò anche alla scrittura di drammi tratti dalle sue novelle e alla fotografia; nel 1906 venne poi pubblicato il dramma Dal tuo al mio. Iniziò anche a comporre la sceneggiatura per il cinema di alcune delle sue opere.

Per quanto riguarda Don Candeloro e C.i., l’opera è un insieme di racconti di diverso argomento e diversa ambientazione. La prima novella, che dà il titolo all’intera raccolta, narra le vicende di una famiglia di attori di provincia, costretti a rinunciare agli ideali di gloria per poter sopravvivere, adeguandosi ai gusti grossolani del pubblico.

Dopo le raccolte di novelle e i romanzi di stampo verista, con questi racconti Verga ripiega sui temi della narrativa ottocentesca a lui contemporanea, rappresentando una varia umanità. Oltre agli artisti di teatro e alle loro vicende, che compaiono nelle prime tre novelle, l’Autore descrive una serata di successo di una cantante lirica acclamata da tutti e circondata da uno stuolo di corteggiatori; poi il declino, la fine di un amore e la morte di una danzatrice; nella sesta novella, si rappresenta l’ascesa sociale di un commediante che da uomo di malaffare riesce a diventare guardiano dei cappuccini; segue poi un altro racconto che descrive della rovina di un paese dopo il passaggio di un reggimento di soldati, che porta con sé la distruzione della guerra. Nell’ottava novella le vicende sono ambientate in un convento e tra le rivalità delle suore si inserisce una novizia di bassi natali, che è poco incline all’educazione impartitale; la novella seguente racconta dello sconvolgimento provocato a una tranquilla e onorata famiglia dopo un’insolita predica in chiesa. La decima novella racconta la storia di una povera giovane che, promessa sposa e già intenta alla preparazione del corredo, è costretta a farsi monaca poiché la sua famiglia è andata in rovina. Poi è la volta delle vicende di due innamorati che, nonostante abbiano organizzato una fuga d’amore per convincere il padre di lei ad acconsentire alle nozze e a elargire una ricca dote, non si sposeranno più, per l’intransigenza del vecchio e le richieste esose del giovane. Conclude la raccolta una novella che vuole esserne l’epilogo, rappresentando le diverse sfaccettature che può assumere la vita; il racconto è infatti introdotto dalle seguenti considerazioni dell’Autore stesso: Quante volte, nei drammi della vita, la finzione si mescola talmente alla realtà da confondersi insieme a questa, e diventar tragica, e l’uomo che è costretto a rappresentare una parte, giunge ad investirsene sinceramente, come i grandi attori! - Quante altre amare commedie e quanti tristi commedianti!

Sembra di sentire Pirandello e in effetti, a ben guardare, nelle novelle del Verga si possono ricercare tratti che saranno propri anche dello scrittore agrigentino, il quale ebbe grande stima del suo predecessore e ne esaltò le doti in due discorsi, uno tenuto il 2 settembre 1920 al Teatro Massimo Vincenzo Bellini di Catania, in occasione dei festeggiamenti per l’ottantesimo compleanno del Verga, e un altro tenuto alla Reale Accademia d'Italia, nel 1931.

La comunanza di origini e di formazione emerge dalle stesse parole di Pirandello; nel primo discorso egli scrive:

Tutti i siciliani in fondo sono tristi, perché hanno quasi tutti un senso tragico della vita, e anche quasi una istintiva paura di essa oltre quel breve ambito del covo, ove si senton sicuri e si tengono appartati; per cui son tratti a contentarsi del poco, purché dia loro sicurezza. Avvertono con diffidenza il contrasto tra il loro animo chiuso e la natura intorno, aperta, chiara di sole, e piú si chiudono in sé, perché di quest'aperto, che da ogni parte è il mare che li isola, cioè che li taglia fuori e li fa soli, diffidano, e ognuno è e si fa isola a sé, e da sé si gode, ma appena, se l'ha, la sua poca gioia, da sé, taciturno e senza cercar conforti, si soffre il suo dolore spesso disperato. Continua però trovando altre affinità con il suo conterraneo, e dice: Ma ci son di quelli che evadono; di quelli che passano non solo materialmente il mare, ma che, bravando quell'istintiva paura, si tolgono (o credono di togliersi) da quel loro poco e profondo che li fa isole a sé, e vanno ambiziosi di vita ove una loro certa fantastica sensualità li porta, spassionandosi, o piuttosto soffocando e tradendo la loro vera, riposta passione, con quella ambizione di vita effimera. Il Verga, giovine, fu uno di questi.

La sicilianità accomuna dunque i due grandi scrittori, ma anche la loro ricerca coraggiosa di arte, realtà e vita.

Pirandello, nello stesso Discorso citato prima, indagando ulteriormente il pensiero e l’opera del Verga, afferma con lucida analisi: Il Verga quale naturalmente si condiziona nella storia del suo tempo, cioè per quel suo particolar modo di essere come poteva e doveva generarsi in lui nel suo tempo e col suo tempo, non ha una fede attiva, una norma direttiva nella vita, e non la cerca nemmeno, perché crede che non ci sia. Ce l'ha in fondo, nascosta; ma è per il sentimento - e dunque oscura - non per il pensiero. La norma affettiva: degli affetti immediati: la famiglia, la sua terra, i costumi della sua gente, gli interessi, le passioni di essa. E qui soltanto, difatti, egli riesce a porre a se stesso una realtà. Non crea, dunque, ideologicamente, un mondo, non riesce cioè a ordinarlo secondo una sua idea, da fuori, in una realtà ch'egli possa o sappia dargli superandolo, cioè a dire superandosi. Lo accetta in quella realtà oscura che a volta a volta gli pone il suo sentimento, da dentro, e dice che essa è cosí, perché è cosí. E per forza il sentimento in questo suo porsi a caso e senza lume, s'intristisce sempre piú e si logora a mano a mano, come un meccanismo governato da un'angosciosa fatalità. Egli rappresenta il consistere quasi fatale di questi sentimenti in realtà che non possono esser che quelle, perché il sentimento è questo ed è cosí - cosí triste! cosí implacabilmente triste!

Con queste parole Pirandello sembra quasi voler segnare una distinzione tra lo scrittore del passato e lui stesso, scrittore del presente, che indaga con maggiore forza e cinica perspicacia le antinomie del reale.

L’ammirazione e l’apprezzamento per l’opera dello scrittore catanese non è però messa in discussione. Il secondo Discorso, tenuto alla Reale Accademia d’Italia, si conclude infatti con le seguenti parole:

"Mirabile l'opera, ma piú mirabile ancora l'impegno onde essa nacque, con un suo stile nuovo e necessario, che la fa viva per sempre come opera d'arte, e viva oggi piú che mai come modello d'azione e di fede anche fuori d'ogni considerazione letteraria, come atto di vita. Voglio dire l'impegno a cui, un certo momento, e forse quando piú egli s'era allontanato e distratto dalle sue origini, il Verga si sentí prepotentemente chiamato, con la voce della sua terra e di tutto ciò che v'era di religioso nel suo spirito, al lavoro esigente, umile e triste d'esprimere le cose, che in certo senso vuol dire fare, operare, e non piú desiderare e contemplare: le cose difficili, le cose quali sono per noi, egli che aveva già vinto, nell'opinione degli altri, in quelle facili, quali erano nel desiderio del pubblico d'allora.

Tutte le concezioni intellettuali della vita che risultano da opere d'arte vanno valutate con giudizio: nulla è piú stolto che il chiederne ragione all'artista in nome della vita pratica. E infatti, non la concezione intellettuale della vita, che risulta da questa mirabile opera, giova a noi - concezione che può apparire perfino deprimente, o almeno contraria all'animo nostro mutato e non piú da vinti, quanto un'altra opposta può apparire consona ed esultante - ma giova a noi lo stesso spogliarsi d'ogni superfluo per arrivare a vivere d'una realtà tutta da creare, la stessa forza duramente operante, lo stesso richiamo alle origini, di cui il Verga ci dà l'esempio; necessità fondamentali ed uniche cosí alla creazione d'una vera opera d'arte come all'affermazione d'una personalità umana nella vita, come alla vita d'un popolo: questo spogliarsi, questa forza costruttiva, questo richiamo alle origini che aprono la via alla sola conquista necessaria agli uomini e ai popoli: la conquista del proprio stile".

Don Candeloro e C.i.

Don Candeloro era proprio artista nel suo genere: figlio di burattinai, nipote di burattinai - ché bisogna nascerci con quel bernoccolo - il suo pane, il suo amore, la sua gloria erano i burattini. - Non son chi sono se non arrivo a farli parlare! - diceva in certi momenti di vanagloria come ne abbiamo tutti, allorché gli applausi del pubblico gli andavano alla testa, e gli pareva di essere un dio, fra le nuvole del palcoscenico, reggendo i fili dei suoi «personaggi».

Per essi non guardava a spesa. Li perfezionava, li vestiva sfarzosamente, aveva ideato delle teste che movevano occhi e bocca, studiava sugli autori la voce che avrebbe

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