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I ricordi del Capitano d'Arce. Con Introduzione e Note di Anna Morena Mozzillo

I ricordi del Capitano d'Arce. Con Introduzione e Note di Anna Morena Mozzillo

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I ricordi del Capitano d'Arce. Con Introduzione e Note di Anna Morena Mozzillo

Lunghezza:
120 pagine
1 ora
Editore:
Pubblicato:
28 dic 2018
ISBN:
9788827864135
Formato:
Libro

Descrizione

L’opera è composta da nove novelle, le prime sei collegate tra di loro, con gli stessi personaggi e con vicende consecutive; la prima novella dà il titolo all’intera raccolta. E’ il Capitano stesso che racconta ad un non bene identificato interlocutore le sue vicende sentimentali; vicende che riguardano l’affascinante Ginevra, moglie del suo comandante, che sa di essere “civetta” ma non può fare a meno di esserlo. La fine della storia si avrà nel racconto “Ciò ch’è in fondo al bicchiere”, intriso del consueto pessimismo verghiano.

La raccolta costituisce un affresco ben delineato della società borghese e alto-borghese del tempo, tratteggiato dal Verga con sapiente maestria di scrittore, che sa indagare l’animo umano e non si limita a descrivere situazioni e ambienti, ma analizza la psicologia dei personaggi attraverso pochi ma opportuni e precisi elementi.
Editore:
Pubblicato:
28 dic 2018
ISBN:
9788827864135
Formato:
Libro

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Giovanni Verga

I ricordi del Capitano d’Arce

Con Introduzione e Note

di Anna Morena Mozzillo

Titolo

I ricordi del Capitano d’Arce

Autore

Giovanni Verga

A cura di

Anna Morena Mozzillo

Progetto grafico

Pierluigi Pastore

Introduzione e Note:

© 2018 Anna Morena Mozzillo

All rights reserved.

INDICE

- Introduzione

- I ricordi del Capitano d'Arce

- Giuramenti di marinaio

- Commedia da salotto

- Né mai, né sempre!

- Carmen

- Prima e poi

- Ciò ch'è in fondo al bicchiere

- Dramma intimo

- Ultima visita

- Bollettino sanitario

- Note

***

Introduzione

La produzione letteraria di Giovanni Verga è molto vasta e varia; il massimo esponente del Verismo italiano, infatti (nato a Vizzini (CT) nel 1840 e morto a Catania nel 1922), cominciò la sua attività con il romanzo giovanile, rimasto inedito, Amore e patria, di argomento risorgimentale, seguito poi da I carbonari della montagna, pubblicato a sue spese, che narra del periodo storico della Carboneria calabrese, e dall’altro romanzo Sulle lagune, che descrive la situazione veneziana sottoposta all’Austria mentre l’Italia ha ottenuto l’indipendenza.

Nel 1865 lo scrittore si recò a Firenze, dove conobbe vari intellettuali, prendendo parte alla vita culturale della città, poi a Milano, dove la sua esperienza letteraria si arricchì e iniziò a comporre novelle e romanzi di ambientazione borghese, quali Una peccatrice (1865), Storia di una capinera (1870), Eva (1873), Eros (1875), Tigre reale (sempre del 1875), per approdare poi, anche grazie all’amicizia che lo legò al conterraneo Luigi Capuana, ai modi propri del Verismo, come venne chiamato il Realismo in Italia. Nel 1874 aveva infatti pubblicato Nedda, la storia di una misera raccoglitrice di olive, che segna l’inizio della sua produzione verista.

Nel 1876 fu poi pubblicata una raccolta di novelle, Primavera e altri racconti; l’anno successivo compose i famosi Rosso Malpelo e Fantasticheria. Ad essi si aggiunsero poi altri racconti che furono pubblicati nel 1880 col titolo Vita dei campi. Nel frattempo il Verga lavorava al romanzo I Malavoglia, che uscì nel 1881, non riscuotendo però molto successo.

Con il romanzo Il marito di Elena del 1882 il Verga ritorna a comporre nei modi tardoromantici, descrivendo un ambiente borghese. Nello stesso periodo inizia la stesura di diverse novelle che entreranno a far parte delle altre raccolte Novelle rusticane e Per le vie.

L’attività teatrale inizia nel 1884 con la trasposizione per le scene della novella Cavalleria rusticana, seguita da altre commedie tratte dalle sue novelle.

E’ del 1877 l’altra sua raccolta di novelle, dal titolo Vagabondaggio.

Dopo i soggiorni, alcuni dei quali anche molto lunghi, a Firenze, Milano, Roma, lo scrittore tornerà a Catania, dove pubblicherà nel 1890 il suo secondo grande romanzo, Mastro Don Gesualdo.

Verga è ricordato generalmente per le opere maggiori, i due romanzi I Malavoglia e Mastro Don Gesualdo, che fanno parte del ciclo dei vinti, il quale avrebbe dovuto ricomprenderne altri tre (La Duchessa di Leyra, L’Onorevole Scipioni, L’uomo di lusso), che non furono però completati (rimane solo il primo capitolo de La Duchessa di Leyra e parte del secondo). Il titolo originario del ciclo era Marea, come scrisse l’Autore in una lettera ad un amico; l’intera opera avrebbe dovuto rappresentare la sconfitta dell’individuo, per opera della vita, a qualsiasi ceto sociale egli appartenesse, dal più umile al più altolocato.

Presso l’editore Treves vengono pubblicati nel 1891 I ricordi del Capitano D’Arce e nel 1894 "Don Candeloro e C.i).

Negli ultimi anni della sua vita, l’autore continuò a lavorare al suo terzo romanzo per il ciclo dei vinti, ma si dedicò anche alla scrittura di drammi tratti dalle sue novelle e alla fotografia; nel 1906 venne poi pubblicato il dramma Dal tuo al mio. Iniziò anche a comporre la sceneggiatura per il cinema di alcune delle sue opere.

Per quanto riguarda I ricordi del Capitano D’Arce, l’opera è composta da nove novelle, le prime sei collegate tra di loro, con gli stessi personaggi e con vicende consecutive; la prima novella dà il titolo all’intera raccolta, come era avvenuto anche per altre raccolte, ad esempio Primavera e Vagabondaggio.

E’ il Capitano stesso che racconta le sue vicende sentimentali ad un non bene identificato interlocutore; vicende che riguardano l’affascinante Ginevra, moglie del suo comandante, che sa di essere civetta ma non può fare a meno di esserlo. La fine della storia si avrà nel racconto Ciò ch’è in fondo al bicchiere, intriso del consueto pessimismo verghiano. Gli ultimi tre brani invece erano parte della raccolta Drammi intimi (titolo anche del primo racconto della serie), poi revisionati e inseriti nel testo.

La raccolta costituisce un affresco ben delineato della società borghese e alto-borghese del tempo, tratteggiato dal Verga con sapiente maestria di scrittore, che sa indagare l’animo umano e non si limita a descrivere situazioni e ambienti, ma analizza la psicologia dei personaggi attraverso pochi ma opportuni e precisi elementi.

***

I ricordi del Capitano d’Arce

D’Arce, cullato dal rullìo del bastimento, aveva posato il bicchierino sulla tavola, affissando l’orizzonte mobile attraverso il cristallo del finestrino, quasi vedesse ancora ciò che stava narrando.

- No, neanche la punta di un dito. Adesso è storia vecchia... e anche triste!... Non ci siamo neppur detto di amarci... quello che si chiama amare... Mi piaceva assai, ecco. Andavo da per tutto dove sapevo d’incontrarla, alla Villa, al Sannazzaro, al concerto serale dello Chalet. Mi sentivo battere il cuore e inciampavo nelle seggiole appena scorgevo da lontano i nastri rossi del suo cappellino. Mi rassegnavo al cipiglio e all’accoglienza glaciale del Comandante, solo per vedere i begli occhi grigi di lei che mi cercavano nella folla. Essa mi salutava con un sorriso appena accennato: sapete, quel sorriso che vedete soltanto voi, quella fiamma lieve e rapida che illumina a un tratto un bel viso delicato, e vi dice: - Grazie!... - Ma amore, no. Perché c’era di mezzo Alvise Casalengo, mio camerata, mio compagno d’armi e di scuola. - Adesso è andato a finire nella Navigazione Generale, requiescat anche lui! - Ma allora era il mio Pilade, troppo Pilade, ahimé, perché potessi fingere d’ignorare quello che sapevano tutti, sebbene Alvise, com’è naturale, non me ne avesse fatta mai la confidenza. Appunto, giusto per rappresentare la parte di uno che non vuol sapere, filavo anch’io il mio briciolo di corte alla signora Ginevra Silverio, la moglie del mio Comandante, in quei due mesi di licenza che avevo passato a Napoli: una corte modesta e superficiale, da non passare il guanto, quel tanto d’omaggio ch’era indispensabile di tributare alla moglie del mio superiore, bella, elegante, un po’ civetta pure, dicevano; ma civetta con tanta naturalezza e tanta grazia che quasi non se ne accorgeva. Essa s’era lasciata corteggiare anche da me perché non stonassi nel coro, perché tutti le facevano la corte, perch’ero intimo di Alvise, perché le piacevo, infine. Ciò che era venuto in seguito, ciò che mi sembrava a volte vederle balenare negli occhi e sentirmi tremare nella voce... Sapete come avviene... gli ostacoli, i riguardi umani, la diffidenza del marito, la stessa sicurezza leale di Alvise... Tante premure deliziose, un’attrattiva di sacrificio, un profumo soave di frutto proibito, più velenoso di quelli rubati nell’orto coniugale... In conclusione, ditemi un po’, adesso che ne parliamo coi gomiti sulla tovaglia, qual merito ne ho avuto agli occhi di quell’animale che ha piantato amici e spalline per fare il cabotaggio da Palermo a Genova? Il guaio era che il Comandante se la pigliava con l’intero genere umano, causa la pulce che Alvise gli aveva messo nell’orecchio - un pasticcio dell’ordinanza per cui c’erano state fra marito e moglie delle scene spiacevoli, convulsioni, lagrime, il dottore chiamato in fretta e furia, di notte... Insomma quello che non sarebbe avvenuto, se il Comandante, credendo di far meglio, non avesse avuto la cattiva idea di prendere al suo servizio un cretino di nuova leva il quale non capiva nulla. Poi ogni cosa s’era chiarita per il meglio. Alvise, com’è naturale, era rimasto a latere del Comandante, e quella bestia dell’ordinanza, in punizione, sacco e branda, e imbarcarsi subito. I cocci rotti avevano dovuto pagarli gli altri, gli amici di casa, il Comandante stesso, pover’uomo, diventato un orso, un Otello, una bestia feroce. Ti rammenti, Serravalle, quando la signora Ginevra ti si svenne o quasi nelle braccia, ballando in casa Maio? Era tanto delicata, poveretta! E le piaceva tanto il ballo, che suo marito, per la tranquillità dell’alcova coniugale, si rassegnava ad essere di tutte le feste, insieme a lei.

Ma con che viso ci veniva, quell’uomo! Come faceva cascar le braccia ai poveri ufficialetti che gli arrivavano freschi freschi dalla Spezia o da Livorno, e che s’immaginavano di disarmarlo pigliandolo colle buone! Anch’io, purtroppo, ero nella lista dei sospetti. Non so per qual motivo - perché ero più gentile e premuroso degli altri, perché gli ero simpatico, perch’ero amico d’Alvise, fors’anche... Giudizi umani! Il fatto è che nell’animo del Comandante ero un uomo perduto. Tante cose me l’avevano fatto capire: quel diavolo d’uomo aveva un modo di piantarvi gli occhi in faccia per dirvi buongiorno, che v’imbarazzava realmente. E le ingiustizie del superiore, le punizioni e gli arresti che piovevano come gragnuola, l’ordine d’imbarco comunicatomi per telegrafo, quando si sapeva che la squadra sarebbe rimasta a Genova un’altra settimana! Anche

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