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Elettra

Elettra

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Elettra

Lunghezza:
65 pagine
39 minuti
Pubblicato:
Dec 22, 2018
ISBN:
9788829581382
Formato:
Libro

Descrizione

Sofocle (496 a.c. - 406 a.c.) fu forse, tra i grandi tragici, il più amato dal suo pubblico. Ebbe subito grande successo e lo conservò anche dopo l'affermarsi del giovane Euripide. Nacque da ricca famiglia e ricevette un'educazione raffinata; fu musicista e attore prima che poeta. Partecipò attivamente alla vita pubblica di Atene, con cariche importanti. Seguace di Pericle, fu due volte stratego e fu eletto nel collegio straordinario dei sei magistrati che resse la città dopo il disastro di Sicilia (413 a.C); nel 411 fu tra i chiamati a stabilire una nuova costituzione. Ebbe anche incarichi di natura religiosa.
Elettra narra la vicenda di una vendetta e di un matricidio: la figlia di Agamennone e Clitennestra, Elettra, sprona il fratello Oreste a vendicare la morte del padre uccidendo i suoi assassini, Clitennestra e il suo amante Egisto.
Traduzione di Felice Bellotti.
Pubblicato:
Dec 22, 2018
ISBN:
9788829581382
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Elettra - Sofocle

ELETTRA

Sofocle

Traduzione di Felice Bellotti

© 2018 Sinapsi Editore

PERSONAGGI

L'AJO DI ORESTE.

ORESTE.

PILADE CHE NON PARLA.

ELETTRA.

CORO DI DONZELLE DI MICENE.

CRISOTEMI.

CLITENNESTRA.

EGISTO.

Scena, piazza avanti alla regia in Micene.

ELETTRA

L'AJO di Oreste, ORESTE e PILADE.

AJO.      O figliuol del supremo ad Ilio un tempo

Duce de' Greci Agamennóne, or puoi

Qui riveder ciò che bramato hai sempre.

Ecco, Oreste: l'antico Argo egli è questo,

Di che avevi desío ; dell'asillita

D'Inaco figlia è quello il luco; e quello

È il consecrato al lupicída nume

Foro Licéo . Quel che a sinistra sorge,

L'inclito tempio è di Giunone;  e vedi

Qua la ricca Micene, ove siam giunti,

E questa de' Pelópidi infelice

Casa,  d'onde io dalla germana tua

Te un dì sottratto alla paterna strage

Mi tolsi, e salvo a questa età ti crebbi

Vendicator del trucidato padre.

Or tosto, Oreste, e tu, Pilade amato,

È da pensar che far si dee. La chiara

Luce del Sole i matutini versi

Muove già degli augelli, e la stellante

Atra notte sparì: pria ch'uom fuor esca,

Un consiglio fermate. A tal noi siamo,

Che di prest'opra, e non d'indugi, è tempo.

ORESTE.      Oh de' miei famigliari il più diletto,

Come buono e amoroso a me ti mostri!

Qual destrier generoso che non perde

Per vecchiezza gli spirti, e ne' cimenti

Porta ritti gli orecchi, in simil guisa

E noi tu spingi, e vai tu inanzi il primo.

Io t'aprirò l'avviso mio; tu dammi

Attento ascolto: inopportuna cosa

Ove sia ch'io ne dica, e tu l'emenda.

Quando io venni all'oracolo di Delfo

Per saper di qual modo imprender debba

Degli uccisor del padre mio vendetta,

Questo responso il dio mi diè: ch'io stesso

Senza d'armi e d'armati aperta forza,

Tragga con arte a giusta morte i rei.

Sì disse Apollo. Or tu nel regal tetto

A tempo e loco entrando, osserva, indaga

Che vi si fa, per dar di tutto intera

Contezza a noi. Te per la lunga assenza,

E mutato dagli anni, alcun non fia

Che più ravvisi o ti sospetti; ed usa

Un siffatto parlar: che sei Focense;

Che Fanóteo ti manda; — è di costoro

Massimo amico;  — e ad essi annunzia e giura

Che morto è Oreste per avverso caso,

Giù traboccando dal cocchio corrente

Ne' Pitii ludi.  Altro non dir che questo.

E noi, poi che del padre avrem la tomba

(Come ne impose il dio) co' libamenti

Venerata, e col raso onor del capo,

Qua portando verrem quella di bronzo

Urna che ascosa abbiam fra' cespi, il sai,

E la falsa novella a lor gradita

Recherem, che il mio corpo estinto ed arso

Chiuso è in quell'urna. A me che fa, se morto

Solo in parole, io son pur vivo in fatto,

Ed onor ne ritraggo? Io nullo accento

Ch'utile sia, malauguroso estimo.

So che ancor de' gran savii un falso grido

Corse di morte, e quando alle lor case

Tornaron poi, n'ebber più pregio e fama;

Ed io così dalla mentita morte

Sorger m'affido, e sfolgorar com'astro

Terribilmente agl'inimici miei.

Oh tu patria mia terra, oh patrii numi,

Fausti or me che a tant'uopo or qui ritorno,

Accogliete; e tu pur, paterna casa,

Chè giustamente ad espïarti vengo

Per impulso divino. Inonorato

Di qua non rimandatemi; ma

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