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Omega. I fuochi della guerra
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E-book425 pagine5 ore

Omega. I fuochi della guerra

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Info su questo ebook

Dopo aver trascorso l’inverno nell’ombra, per il condottiero Omega il momento è giunto: scatenare l’intero Fronte di liberazione contro le armate del sanguinario imperatore Zorks.
Mentre la guerra incendia l’Alzania, altre forze entrano in gioco, minacciando di portare ancora distruzione e morte nei regni di Panteia.
In un mondo di intrighi di corte e tradimenti, un pugno di eroi combatterà epiche e cruente battaglie. Ma non esiste sacrificio, quando è compiuto per il bene più prezioso: la libertà.
LinguaItaliano
Data di uscita20 dic 2018
ISBN9788833170367
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    Omega. I fuochi della guerra - Max Peronti

    Max Peronti

    Omega

    I fuochi della guerra

    Epic fantasy

    I Edizione novembre 2018

    ©2017 Astro edizioni Srls, Roma

    www.astroedizioni.it

    info@astroedizioni.it

    ISBN: 978-88-3317-036-7

    Direzione editoriale:

    Francesca Costantino

    Progetto grafico:

    Elisabetta Di Pietro

    Editing:

    Stefano Mancini

    Copertina:

    Mauro Dal Bo

    Produzione digitale:

    Laura Platamone

    Tutti i diritti sono

    riservati, incluso

    il diritto di riproduzione,

    integrale e/o parziale

    in qualsiasi forma.

    Dedicato a chi lotta

    per ciò in cui crede…

    1. La nona armata

    «Complimenti Kommen, una messa in scena grandiosa», gli disse Grift mentre finiva di arrostire il suo primo spiedo nel reame di Tolk.

    «Già», rispose distratto.

    «C’è qualcosa che ti preoccupa? Oggi è stato un trionfo! Abbiamo sbaragliato i loro presidi di confine, e nessuno sospetta che siamo soldati dell’Imperatore, ne sono sicuro. Il generale Carlin è stato perfetto nei panni dell’inseguitore».

    Grugnì una specie di assenso.

    «Rilassati comandante, sarà un successo dietro l’altro. Non la pensate anche voi così?», chiese a Caser e Urt, alle prese con la loro cena.

    «Quando si mangia si mangia, quando si combatte si combatte», rispose scontroso Caser, azzannando un grosso cosciotto di cinghiale.

    «Ben detto!», gli fece eco Urt, ancora più famelico dell’amico.

    «Come volete, io vado a festeggiare con chi ha più voglia di voi di divertirsi».

    «Grift…».

    «Sì, Kommen?».

    «Tra un’ora voglio tutti gli uomini non di guardia a dormire, e per ogni ubriaco che troverò in giro, ci saranno venti frustate per lui e quaranta per il suo comandante diretto. Se sorprenderò delle sentinelle mezze addormentate, le farò riposare in eterno! Tutto chiaro?», gli ringhiò contro come se fosse sul punto di mordere.

    «Sì, tutto chiaro».

    Seguì con lo sguardo il basso e tozzo ufficiale allontanarsi, poi si decise ad andare nella sua piccola tenda. Più di qualcuno gli aveva chiesto perché non alloggiasse in una tenda più spaziosa e da solo, come spettava al suo rango, ma era sempre stato convinto che condividere le stesse privazioni dei suoi uomini rafforzasse l’autorità di un comandante. Entrando, ripose con cura l’armatura accanto al lungo tavolo di quercia al lato dell’ingresso e, dopo aver controllato alcune mappe, si sdraiò a terra sopra una spessa pelliccia d’orso.

    È vero, abbiamo varcato il confine incalzati dai soldati dell’Imperatore e abbiamo sbaragliato i presidi al confine di Tolk senza alcuna difficoltà. Di sicuro, nessuno dei superstiti crede che siamo degli uomini dell’Imperatore. Ma questo è un bene solo per Zorks, per noi non cambia molto. Appena si spargerà la notizia che un’immensa banda di nomadi venuti da chissà dove è entrata nel reame, ogni uomo in grado di combattere impugnerà le armi. Il nostro unico vantaggio è che nessuno penserà che un branco di nomadi mal equipaggiati voglia attaccare la capitale.

    Un accenno di sorriso gli si stampò in volto.

    Le armi vere sono nascoste nei carri e gli uomini sono ben addestrati, non saranno dei veterani, ma neanche semplici contadini. Dovremmo arrivare alla capitale in circa un mese e abbiamo viveri per meno di due, abbiamo davvero poco tempo per prendere Tolkaeve.

    A questo pensiero, tornò a farsi scuro in volto.

    Non abbiamo macchine d’assedio e solo la possibilità di costruire qualche ariete. Sulle rade colline circostanti Tolkeave non ci sono alberi, soltanto neve e ghiaccio. C’è una foresta a Est, ma fermarci lì potrebbe essere fatale, impossibile allestire un campo difendibile in quell’area. Come farò a far breccia nelle secolari mura di pietra della capitale, arroccata su quel dannato altopiano?.

    «Non devi tormentarti al pensiero della battaglia», lo riscosse Visitik.

    «Ero così soprappensiero che non ti ho sentito entrare».

    Non è da me, sono troppo agitato!.

    «Era a quello che pensavi, non è vero?».

    «Sì, non avere un piano per entrare in quella dannata città mi rende nervoso».

    «Ti verrà in mente qualcosa di buono quando saremo lì, altrimenti potremo sempre assaltare le mura con le scale».

    «Sai che darei un ordine del genere solo se non avessi altra scelta».

    «Potrebbe essere il piano migliore, almeno in questi giorni riusciresti a dormire, e anche io», intervenne Urt, che era appena entrato.

    «Perdona la sua rudezza, Kommen. Ma anch’io credo che sarebbe meglio se dormissi un po’. Vedrai che troveremo il modo di espugnare Tolkeave», gli disse Caser, l’ultimo arrivato.

    «Avete ragione, buon riposo».

    Nonostante i buoni propositi, tuttavia, gli ci volle parecchio prima di addormentarsi.

    *

    È primavera, ma il panorama è ancora di un unico colore: bianco, pensava viaggiando a piedi alla testa dei suoi uomini. Li osservò.

    Iniziano a essere stanchi della marcia e non ci vuole un genio per capire dai loro sguardi che dubitano della nostra vittoria. Devo intervenire.

    Con un secco gesto, ordinò all’intero esercito di fermarsi e assumere uno schieramento a ferro di cavallo. Si mise al centro per essere sentito meglio.

    «Ho invitato l’Imperatore a cenare con noi nella sala del trono di Tolkeave per la festa di Middlespring. Non ho mai rinviato un invito e non comincerò ora. E sapete perché? Perché l’Imperatore mi ha promesso un grande dono, un dono che dividerò con tutti voi. Sempre che non sia una donna, altrimenti dalla seconda Tetra in poi non rimarranno che le ossa!».

    Le risate degli uomini lo rassicurarono un po’.

    «Tra pochi giorni arriveremo alla capitale, perciò da questo momento voglio la massima prudenza e attenzione. Visitik…», chiamò l’amico che come sempre quando erano davanti alla truppa reagiva scattando sull’attenti. «Tu cavalcherai alla testa dell’esercito, mentre Caser chiuderà la colonna. Arkachon, tu prenderai i trenta che preferisci per formare un gruppo di esploratori d’élite».

    «Ma Arkachon è mezzo cieco, gli manca un occhio!», esclamò Urt troppo ad alta voce per i suoi gusti.

    Prima lo folgorò con lo sguardo, poi scoppiò in una fragorosa risata. «I generali dell’Imperatore devono aver pensato la stessa cosa, quando li ha informati che aveva deciso di affidare il comando della Nona armata imperiale a un mezzo traditore. Tu credi che abbia fatto male a non ascoltarli?».

    «No…».

    «Arkachon, sei in grado di svolgere questo delicato compito?», gli chiese, sicuro della risposta. Vide Il robusto uomo sulla quarantina battere con forza l’asta dell’ascia bipenne a terra.

    «Sono originario della Terra rossa del Nord, le montagne e i campi di battaglia sono la mia casa. In battaglia ho perso un occhio, ma guadagnato una medaglia al valore e, come allora, saranno le mie azioni a parlare per me!».

    Un applauso dei soldati sottolineò la sua risposta.

    Proprio come avevo intuito, è stimato dai soldati. È l’uomo giusto per un incarico così delicato.

    «Se mi lascerete comandare gli esploratori, vi assicuro che nemmeno uno scoiattolo si avvicinerà senza che lo sappiate!».

    «Non ne dubito. In marcia ora».

    Fece sfilare metà dei suoi venticinquemila uomini, poi insieme a loro marciò nella neve fino a sera, chiacchierando con Urt. Il giovane, nonostante fosse troppo impulsivo per i suoi gusti, era un valido guerriero e non disdegnava trascorrere del tempo con lui. In fondo, era uno dei pochissimi amici che gli rimanevano.

    Poco prima di dare l’ordine di accamparsi, Arkachon si recò da lui per fare rapporto.

    «Comandante», esordì con voce ferma, che lo rassicurò all’istante.

    «Novità?».

    «Nessun pericolo imminente. Quando ci avviciniamo a qualche abitato, alcuni piccoli gruppi di scout a cavallo si fanno vedere, ma non si azzardano ad arrivare a tiro d’arco».

    «Credi che si stiano preparando per tenderci un agguato?».

    «No, piuttosto sono pronti a dare l’allarme, si aspettano che da un giorno all’altro ci daremo al saccheggio di qualche villaggio».

    «Fortuna che questo non è il mio piano. Punteremo dritti alla capitale. Prima arriveremo, più giorni avremo per espugnarla», rispose all’ufficiale, accarezzandosi la barba.

    «Pensavo che prima avremmo attaccato qualche villaggio. Andare direttamente a Tolkeave mi sembra una strategia rischiosa», commentò il guerriero, sistemandosi una ciocca di capelli grigi davanti l’occhio cieco. «Non abbiamo molte provviste, inoltre…».

    «Cos’è stato?!».

    Alle parole di Kommen, seguirono alcuni attimi di silenzio

    «Io non ho sentito niente», gli disse il lord del Grifone.

    «Neanch’io», gli fece eco Urt, guardandosi intorno.

    «È il richiamo del gufo del Nord, non preoccuparti, è normale in questa stagione», provò a tranquillizzarlo Arkachon, ma ormai era in allerta.

    «Non mi piace. Mandate una pattuglia a controllare».

    La pattuglia rientrò riferendogli di non aver visto nulla di insolito, ma nonostante tutto decise di raddoppiare gli uomini di guardia per quella notte, e una serie interminabile di incubi lo tormentò fino al sorgere del sole.

    *

    Ogni mattina il solito strazio. Nascondermi come un ladro per spalmarmi questo unguento puzzolente!.

    Si sfilò il guanto scoprendo che la mano nuova era ricoperta di squame lucenti che davano sul viola. Ne toccò una.

    È dura e fredda, ma sento come se qui sotto ci fosse qualcosa che mi mangia la carne.

    Aprì e chiuse le dita svariate volte.

    La mano risponde bene, ma mi fa male, c’è qualcosa che non va.

    I passi di una guardia che si avvicinava lo costrinsero a rimettersi il guanto.

    Per tutto il giorno, un senso di disagio lo attanagliò finché, poco prima del tramonto, si portò ai margini dell’accampamento e scoprì ancora la mano. Sgranò gli occhi con il cuore che iniziava a battergli all’impazzata, nel vedere le squame arrivare fino all’avanbraccio.

    Non funziona! Non funziona! Tutti questi intrugli non funzionano!.

    Nei giorni seguenti, continuò a marciare limitandosi a parlare solo per impartire i pochi ordini necessari. Supponeva che questo improvviso cambio d’umore non fosse sfuggito a chi gli stava più vicino, ma non riusciva a non pensare al suo dono.

    Si stava spalmando l’unguento lontano da occhi indiscreti, come ogni giorno, eppure si sentiva osservato. Si guardò intorno, ma non vide nessuno e continuò con i sensi all’erta. A un tratto, intravide un’ombra muoversi appena.

    «Fermo!», gridò affrettandosi a nascondere la mano sotto il mantello.

    Da dietro una roccia, vide uscire Visitik.

    «Ho visto tutto».

    In preda a un misto di panico e ira, si alzò di scatto sguainando la spada. «Tu non hai visto niente! Non c’è niente da vedere, hai capito?».

    «Ti seguirei in capo al mondo, anche se ti ricoprissi di squame dalla testa ai piedi», gli rispose l’altro andandogli incontro.

    «Fermati! Non puoi capire!».

    «È vero, ma non mi sembra che tu ci stia capendo molto più di me. Quindi fammi vedere».

    Controvoglia, rivelò la mano all’amico.

    «È la cosa più incredibile che abbia mai visto. Ti fa male?».

    «Sento come un fuoco mangiarmi la carne. Ieri ho provato a sollevare una scaglia, ma sono incredibilmente dure, guarda tu stesso».

    Prese un pugnale e cercò di conficcarselo nel braccio, senza ottenere alcun risultato, né provare dolore.

    «Pazzesco!».

    «Già, ma continua ad avanzare, anche se ho seguito le istruzioni che mi ha dato il guaritore dell’Imperatore».

    «Quale guaritore?».

    «Lascia stare non è importante, il problema è che ora non può aiutarmi».

    Vide Visitik alzare gli occhi al cielo, come se cercasse nelle nuvole una spiegazione. «Forse, l’Imperatore ha lanciato su di te questa maledizione per essere sicuro che tu non lo tradisca. Credo che la cosa migliore da fare sia sbrigarsi a conquistare Tolkeave e attendere la sua visita. Solo lui sa veramente cosa ti sta accadendo».

    «È quello che penso anch’io. Però non mi sento a mio agio ad assistere impotente al mio corpo che si trasforma in non so che cosa», gli rispose ricoprendosi il braccio. «E non dire niente a nessuno, non so come potrebbero prendere la cosa gli altri».

    «Non preoccuparti, non ho visto nulla».

    *

    «Impressionante!», esclamò Urt.

    «Già, eccoci ai piedi dell’altopiano sul quale si erge maestosa Tolkeave. Un unico sentiero avvolge l’intera montagna come le spire di un immenso serpente; radi cespugli si aggrappano alle pareti rocciose ricoperte di neve. Della città si scorgono solo le imponenti mura di un bianco cristallino che riflettono i timidi raggi di sole».

    «Kommen, sai che saresti un ottimo bardo?», lo canzonò l’amico a bassa voce.

    «Magari quando mi ritirerò dai campi di battaglia, chi può dirlo!», scherzò, ma un attimo dopo tornò serio. «Ci accamperemo qui», disse a Urt. «Con i pochi alberi che ci sono nei paraggi fai costruire qualche ariete, poi raduna gli ufficiali, faremo un rapido consiglio di guerra».

    Attese i suoi lustrando l’armatura, quando furono tutti, spiegò il suo piano.

    «Tu credi veramente che Tolk sarà tanto stupido da accettare una proposta del genere?», gli domandò Caser mostrando tutto il suo scetticismo.

    «Sì, se non vorrà venir meno alla sua fama di grande guerriero», gli rispose, «sono sicuro che accetterà».

    «Io se fossi in lui ci lascerei morire di freddo e fame davanti alle mura, per poi inseguirci quando saremo costretti ad abbandonare l’assedio per sfinimento e mancanza di viveri».

    «Non c’è onore nel vincere degli uomini già sconfitti dalla natura. Io li affronterei non appena osassero avvicinarsi alla mia città», sentì dire a Urt, e notò anche Grift annuire.

    «E rischieresti di essere sconfitto, speriamo che Tolk ragioni proprio come te», intervenne Visitik.

    «E se Tolk non dovesse abboccare, qual è il piano di riserva?», chiese Arkachon guardando Kommen con l’unico occhio azzurro.

    «Lasceremo Tolkeave e ci muoveremo alla volta di Kvt, prenderemo la cittadina, faremo scorta di provviste e poi ci dirigeremo verso Mant», spiegò senza indugi.

    «La nostra armata è molto numerosa, anche prendendo le scorte di cibo di Kvt e Mant, sarà difficile avere cibo a sufficienza se la campagna militare andrà per le lunghe», lo contestò Caser.

    «Prenderemo dal primo chicco di grano all’ultimo pollo, capra o pecora del reame, se sarà necessario. Non ce ne andremo, dovessi essere costretto a mangiare i nostri cavalli!».

    Sentiva che non avrebbe mantenuto la calma ancora a lungo.

    «Condanneresti a morire di fame tutti gli abitanti del regno, se ho ben capito».

    Non percepì disappunto nella voce di Visitik, ma solo rassegnazione.

    «Non sarei io a farlo, ma il loro intrepido sovrano».

    «Ma cosa rimarrà all’Imperatore, se metteremo a ferro e fuoco l’intero reame?».

    «Non accadrà, Grift», disse Visitik. «Dopo che avremo saccheggiato la prima, al massimo la seconda città, l’intero esercito di Tolk ci sarà addosso per fermare le nostre scorrerie e lì non ci saranno mura tra noi e i nostri avversari».

    Come sempre, è l’unico che riesce a capirmi fino in fondo.

    «Esatto. E ora andate a riferire gli ordini ai vostri uomini, l’alba è più vicina di quanto sembri».

    "Finalmente solo".

    Si adagiò sul giaciglio, sperando di riuscire ad addormentarsi in fretta.

    Ci vorrà ancora quasi una giornata intera per raggiungere Tolkeave….

    Sognò la città che li aspettava muta e austera, protetta dalle spesse mura che scomponevano in una miriade di riflessi colorati la luce del tramonto. Poi vide il suo viso riflesso nello scudo di un soldato. Era ricoperto da scaglie viola…

    Si svegliò di soprassalto, mettendosi le mani al volto.

    È solo un incubo, per ora….

    2. Tolk l’Intrepido

    «Maestà, sono alle mura!», gli comunicò un paggio.

    «Impertinenti e pezzenti! Osano arrivare fino alle porte della mia casa, pagheranno cara tanta insolenza! Voglio sentire le loro donne gridare, mentre i miei uomini le violenteranno a morte. Voglio che i loro figli vengano fatti morire lentamente, in modo che possano vedere fino all’ultimo istante l’agonia dei loro genitori».

    Si alzò dal trono di marmo sovrastando l’uomo, poi si portò davanti a uno specchio. L’immagine che vi trovò gli piacque: giudicò che non dimostrava un sol giorno di più dei suoi quarantadue anni. Pensava anche che il volto segnato da una cicatrice sulla fronte e gli occhi affossati sotto delle folte sopracciglia gli conferissero un’aurea di rispetto, così come la barba brizzolata che gli incorniciava il viso austero, sorretto da un muscoloso collo taurino, lo faceva apparire più saggio di quanto non si considerasse lui stesso. Si aggiustò sulle spalle il pesante mantello di pelle d’orso che toccava quasi terra. Accarezzò la grezza armatura formata da numerosi strati di pelli di yak che gli ricopriva il torace, fino a ricadere poco al di sopra delle ginocchia, in un pesante gonnellino. Continuando a ignorare il paggio e, perso nella sua immagine, strinse un poco la robusta cintura di cuoio che fissava le pelli in vita. Controllò che gli schinieri di ferro battuto fossero ben stretti, così come i lacci dei morbidi scarponi di pelle di mucca. Prese da accanto lo specchio la pesante ascia bipenne e iniziò a controllare che fosse ben affilata, quando sentì la sgradevole voce del paggio giungere ancora alle sue orecchie.

    «Maestà, non ci sono né donne né bambini con loro…», gli disse tradendo la sua preoccupazione.

    Dall’alto dei suoi due metri di altezza, fissò il ragazzo che si inginocchiò, ricordandogli uno scarafaggio.

    «Cosa significa che non ci sono né donne né bambini? Un popolo di nomadi non può essere composto di soli uomini».

    «È così maestà, se vi affacciate alle mura potrete constatarlo voi stesso».

    «Più di ventimila anime hanno marciato per un mese nelle mie terre e solo oggi vi accorgete che non sono qualche migliaio di disperati con un branco di donnicciole e mocciosi tra i piedi?».

    Sentì la propria voce rimbombare per la sala. Poi, sbattendo la porta, uscì dalla stanza. Non appena arrivò sopra le mura, vide che un esercito in piena regola era a poche centinaia di metri.

    «Fa venire qui tutti i miei ufficiali!», gridò a un soldato.

    «Siete un branco di idioti!», tuonò non appena li ebbe davanti a sé. «Un branco di profughi scacciati da chissà quale angolo dell’Impero, dicevate! Beh, eccoli qui, i vostri straccioni, un esercito con tanto di arieti e cavalleria pesante!».

    «Maestà…», il più anziano degli ufficiali cercò di dire qualcosa, ma lo zittì con un brusco gesto della mano.

    «I vostri esploratori devono essere ciechi per non essersi accorti che questi non sono dei nomadi affamati, ma dei soldati. Imbecilli!».

    Impugnò l’ascia con entrambe le mani e aprì in due l’ufficiale che aveva davanti.

    «So che sono conosciuto per i miei eccessi d’ira, tanto che in segreto mi chiamate Tolk l’Iracondo, bene ora vi ho dato un buon motivo per chiamarmi a quel modo!».

    «Non c’è di che preoccuparsi, maestà», gli disse Astom, l’unico ufficiale di cui si fidasse, l’unico che aveva sempre avuto il coraggio di dirgli la verità anche quando era adirato. Proprio per questo lo stimava e non lo aveva mai tagliato in due.

    «Neanche centomila uomini potrebbero prendere Tolkeave, finché saremo al riparo delle mura», continuò il guerriero.

    Non gli rispose, troppo concentrato a fissare il drappello di uomini a cavallo che avanzava brandendo un vessillo con due spade nere incrociate in campo rosso.

    «Mi sfidano a duello! Hanno l’impudenza di sfidarmi a duello!».

    «Maestà non c’è bisogno che accettiate, la vittoria è già nostra, è sufficiente che…».

    «Silenzio! Darò a questi topi di fogna quel che si meritano, stasera cenerò con il cuore del loro comandante e domani all’alba nessuno di loro calpesterà più la mia terra!».

    «Ma maestà…».

    «Niente ma! Avvertite ogni anima di Tolkeave, voglio che più gente possibile assista al mio trionfo».

    *

    «Kommen, credi che arriverà qualcuno?», gli domandò Grift fermandosi accanto a lui.

    «Non qualcuno, ma Tolk in persona. Se quanto si dice sul suo conto è vero, non si farà attendere molto».

    Come aveva previsto, passarono pochi minuti e un drappello di uomini a cavallo uscì dalla città.

    Deve essere la guardia reale e mi gioco la testa che quel gigante in sella al sauro grigio è re Tolk.

    «Sono parecchi e sembrano bellicosi, cosa facciamo?».

    «Non fare una mossa Grift, e resta in silenzio».

    Lasciarono che i cavalieri si disponessero a semicerchio intorno a loro.

    «Il mio nome è Tolk l’Intrepido, legittimo sovrano del reame di Tolk. E voi chi siete per osare mettere piede nelle mie terre fino a giungere alla mia città?».

    «Il mio nome è Kommen Sado, comandante della Nona armata imperiale, e ho portato fin qui il mio esercito per conquistare Tolkeave e consegnarla all’Imperatore», gli rispose senza fare giri di parole.

    «Il freddo deve averti fatto impazzire. Tolkeave è la capitale del mio regno, e dopo di me passerà a mio figlio, e dopo di lui a suo figlio, e così fino alla fine del tempo degli uomini».

    «Non se oggi gli dei decreteranno il contrario. Se accetterete di battervi con me, non una goccia del sangue degli uomini di queste terre sarà versata. Se invece non avrete abbastanza coraggio per farlo, allora lascerò questo altopiano stanotte stessa e brucerò ogni casa che incontrerò, finché non rimarrà che cenere del vostro reame».

    Spero di essere riuscito a provocarlo abbastanza.

    «Stupido cane rabbioso, figlio di una scrofa e di un asino! Io ti faccio a pezzi!», urlò il re impugnando l’ascia.

    «Se perderò, il mio esercito consegnerà le armi e ritornerà nella Terra rossa. Ma se sarò io a vincere, le porte di Tolkeave si apriranno e sarò riconosciuto da tutti come reggente di queste terre, finché l’Imperatore non deciderà il contrario. Accettate queste condizioni davanti agli dei tutti?».

    «Accetto! E adesso voialtri allontanatevi o i pezzi di questo bastardo vi finiranno addosso».

    Io e Tolk, soli al centro di una distesa pianeggiante coperta da un sottile strato di neve. Potrebbe davvero essere l’inizio di una ballata, pensò mentre galoppava contro il re.

    L’ascia da battaglia di Tolk gli passò poco sopra della testa, mentre lui gli scalfiva appena lo schiniere con la spada. Girò la cavalcatura e si incrociarono di nuovo. Stavolta mirò alla gola del re, ma il colpo andò di poco a lato, mentre l’ascia di Tolk tagliava l’aria verso il suo torace. All’ultimo istante, riuscì a intercettare il colpo con il parrying, ma l’impatto fu troppo violento e il particolare pugnale gli scivolò di mano.

    Un altro attacco così e mi ammazza!.

    Quando furono di nuovo quasi a contatto, decise di tentare il tutto per tutto: si lanciò dal cavallo rotolando nella neve. Il nitrito disperato dell’animale di Tolk fu il segnale che la sua idea aveva funzionato. Vide il gigantesco sauro crollare a terra con il collo squarciato, ma a dispetto della sua stazza, il re balzò via agilmente evitando di essere schiacciato.

    «Preferisci essere fatto a pezzi da terra? Ti accontento subito!», gli gridò contro il re, ripartendo all’attacco.

    Con una serie di potenti colpi d’ascia, più di una volta lo mancò di poco, costringendolo a continue parate e a scartare gli attacchi all’ultimo momento. Provò a contrattaccare, ma un colpo lo raggiunse al torace di striscio, rompendo per fortuna solo alcune maglie dell’armatura.

    Stavolta c’è mancato davvero poco….

    «Con il prossimo ti apro in due!», gli urlò contro Tolk che continuava a roteare la lunga ascia senza sosta, sferrando attacchi che riusciva a evitare con crescente affanno.

    Non riesco ad avvicinarmi abbastanza per contrattaccare. Quella dannata ascia è lunghissima, dovrà pesare una tonnellata eppure la brandisce come se fosse una piuma!.

    Vide arrivare un colpo al ventre, mosse la spada per parare l’attacco, ma all’ultimo istante il re mirò alla testa disorientandolo. L’ascia lo colpì di striscio facendogli volare via l’elmo. Un secondo dopo, un altro micidiale fendente. Lo intercettò all’ultimo con la spada, ma la violenza dell’urto fu tale che l’arma gli sfuggì di mano.

    «Non hai abbastanza forza nemmeno per impugnare un’arma», lo schernì il gigante, ridendo. «Ora ti ammazzo!».

    Un altro attacco che evitò di un soffio, gettandosi all’indietro.

    Osservò il ghigno di soddisfazione stamparsi sul viso dell’avversario, che incombeva su di lui, disteso a terra e disarmato.

    È finita….

    Mentre l’ascia calava impietosa, alzò d’istinto il braccio sinistro per ripararsi. La lama spezzò la maglia d’acciaio come niente, ma si aprì a fatica la strada attraverso le scaglie viola che gli ricoprivano il braccio. Un fiotto di sangue schizzò dalla ferita, mentre un denso fumo avvolse la testa dell’ascia.

    «Che sortilegio è mai questo?».

    Vide incredulità negli occhi di Tolk mentre estraeva l’arma, ma anche lui rimase allibito quando notò che la parte di lama penetrata nel suo braccio si era liquefatta. In quell’istante un dolore lancinante gli attraversò tutto il corpo. Cercò di rialzarsi, ma non ci riuscì. Gli sembrava che la sua mano si muovesse da sola. Sia lui sia Tolk osservavano esterrefatti il braccio contorcersi in movimenti innaturali, finché il guanto d’acciaio non esplose, scoprendo la testa di un drago al posto della mano.

    Dopo un attimo, Tolk girò l’ascia per colpirlo di nuovo, ma un getto di liquido verdastro lo raggiunse in faccia prima che riuscisse ad attaccare.

    Sentì l’uomo urlare e dopo pochi secondi cadde a terra davanti a lui. Al posto del volto, rimaneva solo un teschio fumante che lo fissava con le orbite vuote.

    Un’altra fitta di dolore poi, così come era apparsa, la testa del drago si trasformò di nuovo nella sua mano e il braccio coperto di scaglie tornò a ubbidirgli. Si rialzò a fatica, nel silenzio più totale.

    «Davanti agli dei e con l’aiuto degli dei», urlò, «ho sconfitto Tolk l’Intrepido. Reclamo quanto mi è dovuto: la città di Tolkeave e tutto il reame da oggi appartengono all’Impero!».

    Sentì un coro di acclamazioni levarsi dietro di lui, mentre i soldati della guardia reale si guardavano l’un l’altro, così come gli increduli cittadini che osservavano ammutoliti la scena dalle mura.

    «Aprite le porte della città, oppure scioglierò le vostre mura con il mio potere e passerò a fil di spada ogni abitante. Rispettate il volere degli dei e non vi verrà fatto alcun male».

    Vide una figura avanzare verso di lui.

    «Io, Astom di Tolkeave, primo degli ufficiali in comando del reame di Tolk e comandante della guardia reale, porgo i miei omaggi al nuovo governatore di Tolkeave, lord Kommen, e al mio nuovo sovrano, l’Imperatore Zorks. Giuro di servirvi entrambi con lealtà e onore come ho fatto finora con i regnanti della casata di Tolk».

    «Accetto il tuo giuramento di obbedienza, Astom, e ti garantisco il possesso di tutti i tuoi titoli e possedimenti».

    «Aprite le porte!», urlò il brizzolato ex-ufficiale di Tolk, e i cancelli si aprirono.

    Quando con Visitik e i suoi uomini più fidati varcò l’immenso portale in ferro, per poco non svenne dalla gioia.

    Ce l’ho fatta! Tolkeave è caduta!.

    «Complimenti, Kommen», si congratulò Caser. «Il tuo primo ordine da governatore?».

    «Voglio che entro stasera sul pennone più alto del castello sventoli la bandiera della Terra rossa e…», si fermò un attimo, doveva ancora mettere bene a fuoco l’immagine che stava pensando di far realizzare.

    «E…?».

    «Voglio che facciate preparare anche un’altra bandiera: deve esserci ricamato un drago viola avvinghiato a una torre spezzata bianca, in campo verde!».

    3. In marcia per la libertà

    Ogni volta che attraverso queste gallerie, ho l’impressione che gli spiriti degli elfi oscuri che le hanno abitate siano ancora qui.

    «Marie!», sentì una voce familiare chiamarla. Si voltò e fu travolta dall’abbraccio di Cath.

    «Sono felice di vedere che sei sana e salva».

    «Io sì, ma Rolan ha bisogno di cure!», le disse senza perdere tempo.

    «Ci pensiamo io e Adgar, non preoccuparti, starà bene», la rassicurò la donna.

    «Grazie, un’altra cosa», aggiunse. «Serve anche una stanza per Salim», concluse indicando l’anziano accanto a lei.

    «Tranquilla, penso a tutto io, tu vai da Omega, lo trovi nella Sala del Comando».

    Quando entrò nella stanza, oltre al comandante del Fronte c’era anche Manda.

    «Finalmente hai finito di divertirti in giro per il mondo!».

    Intuì che la donna stava scherzando, ma non era proprio dell’umore giusto e rispose brusca: «Avrei preferito rimanere qui con voi, te lo assicuro! Rolan è gravemente ferito, ora è con Cath».

    «Cos’è successo?», le domandò Omega.

    Gli raccontò tutto, dal suo primo incontro con Salim, fino agli avvenimenti di poche ore prima.

    «Marie, fai venire subito qui Salim. Manda, avverti anche gli altri ufficiali, voglio parlarvi tra un paio d’ore».

    «Ma quanta gentilezza! Un per favore, no?», gli rispose stizzita la donna. Non le diede corda e aspettò che uscisse, anche se non gli sfuggì il suo brontolare.

    Sono proprio curioso di conoscere questo misterioso Salim, pensò cercando di immaginarselo.

    «Sir Omega, sono onorato di fare la vostra conoscenza», esordì Salim, che valutò avere una certa età, ma un fisico ancora sano.

    «Non sono un lord, solo un guerriero che insegue un ideale di giustizia e libertà».

    «Questo ti rende più nobile di gran parte dei lord che ho conosciuto», replicò il vecchio, accettando l’invito implicito nelle parole di Omega.

    «Ti ringrazio, ma ora dimmi come stanno le cose al tuo villaggio».

    «Dopo che qualche mese fa Roan ha ucciso le sanguisughe di Zorks, che volevano prendere alcuni di noi come schiavi, abbiamo respinto prima una tetra e poi una centuria imperiale. Roan sta addestrando un piccolo esercito e facendo erigere alcune fortificazioni, ma siamo in primavera e quando la neve si scioglierà, le cimici potranno tornare al nostro villaggio, e allora sarà solo questione di tempo prima che ci uccidano tutti… a meno che voi non ci aiutiate. La vita degli abitanti dei Tre borghi è nelle vostre mani».

    «Chi è questo Roan?».

    "Sono davvero curioso di capire chi è quest’uomo tanto coraggioso da iniziare una guerra con le cimici".

    «L’uomo che ci ha dato il coraggio di affrontare le sanguisughe, il comandante del nostro piccolo esercito, colui che ci ha fatto tornare a essere degli uomini liberi. Tutto questo è Roan, oltre a essere il promesso sposo di mia nipote».

    Il tono di voce di Salim era così accorato che non aveva dubbi sulla decisione che avrebbe preso, ma sapeva che doveva anche pensare alla guerra all’Impero su vasta scala.

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