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Una ragionevole paura
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Una ragionevole paura
E-book281 pagine9 ore

Una ragionevole paura

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Info su questo ebook

Joe Dillard, ex avvocato diventato procuratore distrettuale, indaga su un caso molto delicato che sconvolge la comunità di Johnson City, Tennessee. Le acque del lago Boone hanno restituito i corpi di tre giovani donne, assassinate. Sembrerebbe un ordinario, per quanto efferato, caso di pluriomicidio, se non fosse che il principale sospettato dell’uccisione delle ragazze è uno degli uomini più ricchi e potenti dello Stato, il che complica le cose... Fin dalle prime indagini Dillard capisce che il suo avversario è più pericoloso di un semplice assassino: un uomo in grado di poter cambiare, con il denaro e l’influenza politica, anche il corso della giustizia. Addentrarsi in un’indagine così scomoda e rischiosa, significa per Dillard mettere in pericolo la sua stessa vita e quella dei suoi cari. Fino a che punto potrà muoversi senza rischiare gravi conseguenze? Rispettare sempre e comunque la legge, lo metterà al riparo da chi minaccia la sua famiglia? Joe Dillard sa bene che la vita di molte persone dipenderà da quello che riuscirà a dimostrare…
Una storia che procede ad alta velocità e che fa luce sui risvolti più torbidi del crimine, con un protagonista che si conferma tra i più credibili dell’intera scena crime.
LinguaItaliano
Data di uscita11 dic 2018
ISBN9788834737736
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    Anteprima del libro

    Una ragionevole paura - Scott Pratt

    SBN: 9788834737736

    Edizione ebook: dicembre 2018

    Titolo originale: Reasonable Fear

    © 2016 by

    © 2019 by Fanucci Editore

    via Giovanni Antonelli, 44 – 00197 Roma

    tel. 06.39366384 – email: info@fanucci.it

    Il marchio Timecrime è di proprietà

    di Sergio Fanucci

    Indirizzo internet: www.fanucci.it

    Proprietà letteraria e artistica riservata

    Tutti i diritti riservati

    Progetto grafico: One Digital Factory Srl

    Questo libro, come ogni altro libro già scritto e che scriverò, è dedicato alla mia amata

    Kristy, al suo spirito fiero e al suo coraggio, che mi sono d’ispirazione.

    L’amavo prima di nascere e l’amerò anche quando non ci sarò più.

    Uso ragionevole della forza: grado di forza non eccessivo e proporzionato nel proteggere sé stessi o la propria proprietà. Quando si riscontra il ricorso a tale forza, una persona è giustificata e non perseguibile penalmente.

    Black’s Law Dictionary

    Parte prima

    1

    Fu un ragazzino di dieci anni, a pesca con il padre sulla sponda del lago Boone, il primo ad avvistare il corpo. Galleggiava a circa tre metri dalla riva nella grigia luce dell’alba, affiorando appena dall’acqua ferma e verde. Arrivai intorno alle 6:30, subito dopo i paramedici. Lo sceriffo mi aveva chiamato appena lo avevano avvisato.

    Era la fine dell’estate, ‘i giorni della canicola’ come si usa dire nel nordest del Tennessee, il periodo dell’anno in cui il caldo è afoso e l’umidità soffocante; le prime foglie si staccano dai rami che le hanno sostenute durante la primavera e l’estate. Fluttuano brevemente e in silenzio nella brezza, finché non cadono a terra, a sancire l’inizio della stagione della morte.

    Di norma, il procuratore distrettuale non si presenta sulla scena di un palese annegamento, ma da quanto raccontava lo sceriffo, il padre del bambino aveva riferito al centralino del 911 che la donna in acqua era nuda. Forse stava facendo il bagno senza vestiti ed era annegata. Forse, ubriaca, era caduta da un’imbarcazione. Forse si era suicidata. O forse non ci era andata a finire volontariamente in acqua. Nel caso fosse stata uccisa, in fin dei conti spettava a me assicurarmi che chiunque l’avesse assassinata fosse processato, quindi ci tenevo a seguire le indagini fin dall’inizio, quando era possibile.

    Mi chiamo Joe Dillard; quando scelsero per me questo nome, Lyndon Johnson era a capo della Casa Bianca e Robert McNamara e ‘i falchi’ erano a capo della politica estera usa. Mio padre, figlio di un allevatore di bestiame che coltivava tabacco nella contea di Unicoi, fu una vittima di quei falchi. Venne chiamato alle armi e spedito in Vietnam. Incontrò mia madre e mia sorella, ancora piccolissima, durante una licenza alle Hawaii, sei settimane prima di rimanere ucciso. Fu durante quella visita alle Hawaii che venni concepito. Non ho mai conosciuto mio padre ma, dalle foto che ho visto di lui, che io sia suo figlio è fuor di dubbio. L’ultima fotografia che lo ritrae – due giorni prima che morisse – mostra un giovane alto, vigoroso, con la pelle arrossata e a torso nudo sotto il sole del pomeriggio sul fianco di una montagna, entrambe le braccia intorno alle spalle dei compagni. I suoi capelli, come i miei, erano scuri; i suoi occhi, come i miei, erano verdi; spalle e torace ampi e molto muscolosi, girovita asciutto e ben definito. Aveva un largo sorriso, un sorriso innocente, da ragazzino, a smentire quella paura che doveva stringergli lo stomaco.

    All’età di quarantatré anni, mi ritrovavo a occupare l’ufficio di procuratore distrettuale generale su quattro contee del nordest del Tennessee. Non ero stato eletto. Avevo ricevuto l’incarico dal governatore del Tennessee dopo che il precedente procuratore distrettuale era stato accusato di un crimine terribile. Le mie tempie erano punteggiate di grigio e di tanto in tanto mi facevano male le articolazioni, ma tutto sommato ero riuscito ad affacciarmi alla mezza età mantenendomi relativamente in forma.

    Mentre dalla strada mi avvicinavo alla riva, un giovane vicesceriffo e il suo tarchiato collega stavano trascinando sull’erba la donna morta. Altri due agenti erano alla ricerca di prove, mentre un altro ancora era in strada a parlare con un uomo – che supposi fosse la persona che per prima aveva dato l’allarme – e con un ragazzino. Era domenica mattina, il giorno prima del Labor Day. Nel giro di due giorni, la Tennessee Valley Authority avrebbe iniziato come ogni anno a prelevare gradualmente acqua dal lago Boone. Entro ottobre il lago sarebbe stato dai sei ai nove metri sotto la soglia di piena, assumendo l’aspetto di una gigantesca pozza. E sarebbe rimasto così fino a febbraio, quando la tva avrebbe cominciato a utilizzare il sistema di dighe costruito durante l’era del New Deal per riempirlo progressivamente di nuovo. Ogni anno, il sabato che precede il Labor Day, la gente del posto approfitta dell’ultima occasione dell’estate per godersi il lago in piena e lo specchio d’acqua si riempie di case galleggianti, pontoni, barche a motore, motoscafi e moto d’acqua. Le persone arrivano presto e stanno fino a tardi, molti di loro bevono come irlandesi cattolici a una veglia funebre, e quasi ogni anno c’è qualcuno che muore.

    Il sole che stava sorgendo mi bruciava il viso e una foschia porpora avvolse le montagne circostanti come un gigantesco sudario. Il cielo era azzurrino e slavato, l’aria pesante e carica di umidità. Sentivo già il sudore scivolarmi giù dalle tempie lungo il viso. Mi fermai a circa tre metri dal corpo, osservando un paramedico che in modo professionale, ma senza troppo sentimento, cercava di rianimare la donna. Dopo pochi minuti, guardò il collega e semplicemente scosse la testa.

    «Da quanto era in acqua secondo voi?» disse una voce alle mie spalle.

    Mi girai e vidi lo sceriffo Leon Bates, sui quarantacinque anni, alto, asciutto e abbronzato, divisa color cachi, cappello da cowboy e stivaloni; stava venendo verso di noi. La popolarità di Bates come sceriffo era davvero notevole. Era giunto all’ultimo dei suoi primi quattro anni di mandato, ma non avevo dubbi che sarebbe rimasto in carica per quanti mandati avesse voluto. Era un navigato sceriffo del Sud, che univa in sé i modi alla mano tipici della zona, con una mente acuta in materia di applicazione delle leggi, e nei tre anni passati si era guadagnato sia il mio rispetto che la mia amicizia.

    «Non sono un esperto,» disse il paramedico «ma non sembrerebbe esserci rimasta a lungo. Le labbra sono violacee, ma non vedo segni di ipostasi. Non è ancora nemmeno rigida.»

    Mi avvicinai, guardando in basso la donna. Immaginavo potesse avere sui venticinque anni, non arrivava a trenta. Era bella, perfino da morta. Zigomi alti, naso minuto. Gli occhi, aperti, erano turchesi, i capelli lunghi e biondi. I seni erano abbondanti e il corpo snello. Il pube era perfettamente rasato. Al collo portava una sottile catenina d’oro e a tutte le dita anelli di vario genere.

    «Ha notato ferite o segni di qualche tipo?» disse Bates.

    Il paramedico scosse la testa. «Solo un tatuaggio.»

    Avevo fatto caso al tatuaggio mentre mi avvicinavo, ma non lo avevo guardato da vicino. Quando il paramedico lo menzionò, mi feci avanti e mi inginocchiai accanto a lei. Era all’interno dell’avambraccio destro, un unico petalo roseo aggrappato allo stelo di una rosa sfiorita. Sotto la rosa giacevano numerosi petali appassiti su erba verde. Sopra lo stelo e il petalo c’era tatuata la parola ‘speranza’.

    Bates si tolse il cappello da cowboy e iniziò a grattarsi la testa.

    «Come fa una bellezza come questa a finire annegata la notte più movimentata dell’anno senza che se ne accorga anima viva?» disse, senza rivolgersi a nessuno in particolare. «Non ci sono segnalazioni di una ragazza scomparsa. Nessuno ha chiamato per dire che si era buttata o era andata a fare una nuotata ed era andata a finire sotto. Nessuno ha detto una parola.»

    «Non è annegata» disse il paramedico.

    «Come, scusi?»

    «Ho detto che non è annegata. Non c’è traccia di acqua nei suoi polmoni.»

    «Questa sì che è una notizia importante» disse Bates. «Grazie per avermelo detto.»

    Bates mi venne vicino, tenendo i pollici infilati nella cintura.

    «Niente acqua nei polmoni significa che era già morta quando è finita in acqua» disse. «Non ha un segno addosso. Come pensi che sia morta, fratello Dillard?»

    Scrollai le spalle. «Sei tu il segugio. Io sono solo un umile avvocato.»

    Bates si guardò intorno, scrutando le colline ricoperte di alberi che circondavano il bacino d’acqua. Alzò la testa verso il cielo e io seguii il suo sguardo. Una mezza dozzina di avvoltoi collorosso, neri contro il cielo, con un’apertura alare di almeno due metri, girava in tondo in modo sinistro sopra le nostre teste.

    «Incredibile» disse. «Secondo te come fanno ad accorgersene così in fretta?»

    «Sentono l’odore» risposi.

    «È vero che non emettono suoni?»

    «Sibilano. Come i serpenti.»

    Bates sospirò, riprendendo a esaminare l’area circostante. «Non ci sono abitazioni in vista» disse. «Forse c’è qualche campeggiatore sparso qua e là, ma sarà un inferno riuscire a trovare qualcuno che ha visto qualcosa. Immagino che faremo come quando ci imbattiamo in un corpo senza nessun testimone.»

    «Sarebbe a dire?» feci io.

    «Cominciamo dalla fine e procediamo a ritroso.»

    2

    Me ne andai poco dopo, mettendomi alla guida del mio pick-up lungo le strette stradine che si snodano tra le dolci colline dei centri abitati di Gray e Boones Creek. Abbassai i finestrini lasciando turbinare l’odore del mattino. Le mandrie erano sdraiate all’ombra giallo pallido di olmi, carrubi, pioppi e querce che crescevano ai margini dei pascoli, e l’oro degli appezzamenti rettangolari coltivati a tabacco risaltava contro le colline. Lungo la strada mi ritrovai a pensare a quanto fossi diventato freddo, a come il fatto di vedere una giovane ragazza morta non mi facesse più nessuna impressione. Mi turbava l’idea di essere arrivato ad accettare violenza e crudeltà come una parte della vita di tutti i giorni.

    Allo stesso modo erano cambiate alcune mie prese di posizione. Da tempo avevo rivisto le idealistiche convinzioni che avevo in gioventù quando si trattava di comprendere o riabilitare violenti criminali. Non mi interessava più capire se le circostanze che li avevano portati a commettere i loro tremendi reati fossero imputabili a fattori genetici, ambientali o fossero legati piuttosto all’abuso di stupefacenti.

    Il mio unico scopo era toglierli dalle strade, rinchiuderli in un posto sicuro e tenerli là il più a lungo possibile in modo da impedirgli di ferire, mutilare e uccidere ancora.

    Entrai in un’area di servizio a Boones Creek e stavo per fare il pieno al pick-up quando sentii qualcuno che mi chiamava. La voce era vagamente familiare. Mi voltai e vidi una donna che mi veniva incontro dal minimarket. Anche il suo aspetto era vagamente familiare. Poi l’illuminazione.

    «Leah? Leah Turner?»

    La donna si avvicinò velocemente, gettandomi le braccia al collo.

    «Mi avevano detto che eri qui» mi disse all’orecchio. «È così bello vederti.»

    Lei fece un passo indietro, e la guardai. Leah Turner era stata mia compagna di corso alla facoltà di Legge della University of Tennessee.

    Non la vedevo da vent’anni, ma non era cambiata molto. Riccioli castano chiaro le ricadevano sulle guance con fossette, i suoi occhi azzurri erano i più chiari e belli che avessi mai visto, e il suo sorriso avrebbe sciolto anche il cuore più gelido.

    «Che ci fai qui?» le chiesi.

    «Mi hanno trasferita» disse. «Proprio questa settimana. Non posso credere di averti incontrato per caso in questo modo. Dimmi che non sei ancora sposato.»

    Sorrisi. Per quanto detestassi ammetterlo, c’era stato qualcosa tra noi quando studiavamo Legge. Era stata un’attrazione profonda anche sul piano fisico e avevo dovuto far appello a tutto il mio autocontrollo per resisterle. Non che lei mi rendesse le cose facili. Ci provava con me in modo esplicito e senza alcun pudore. Ci aveva provato perfino di fronte a mia moglie, Caroline, un paio di volte; non so come sia riuscito a evitare che Caroline la prendesse a pugni in faccia.

    «Ancora sposato» risposi. «È andata bene.»

    «A quanti figli sei arrivato?»

    «Solo i due che avevo. Ora sono entrambi fuori casa. Che mi dici di te? Ti sei sposata?»

    «Adesso sono Leah McCoy» disse. «Mi sono sposata cinque anni dopo la laurea. Lui si chiama Carmack McCoy. Lo chiamano tutti Mack. Proprio un gran tipo.»

    «Figli?»

    «Uno. Robert. Ha quindici anni e non è per niente contento di essersi trasferito qui. In realtà, non è mai contento di niente. Se vuoi sapere la verità, è un gran rompipalle.»

    «È un adolescente» dissi. «Andrà meglio.»

    Mi strinse le mani.

    «Ti vedo bene, Joe» disse.

    «Grazie, altrettanto.»

    Era alta, appena sotto il metro e ottanta, snella e tutta gambe. Indossava una tenuta da corsa – pantaloncini succinti e un top azzurro senza maniche – e il viso abbronzato ancora le brillava di sudore.

    «Potrebbe interessarti una tresca?» chiese lei. «Sono così annoiata.»

    «Chi... aaah, chi è che ti ha spostato qui? Per chi lavori?»

    «Scherzavo, Joe. Mio marito è una specie di superuomo. Di noioso non ha nemmeno una singola cellula. E io lavoro per lo zio Sam. Sono un’agente dell’fbi, che tu ci creda o no. E pure Mack.»

    «Dici sul serio? Da quanto sei con l’fbi?»

    «Quindici anni. Dopo la laurea ho lavorato per uno studio che si occupava di diritto assicurativo a Nashville, ma odiavo quel lavoro. Mack l’ho conosciuto in un bar a Printer’s Alley. Abbiamo iniziato a frequentarci e ci siamo sposati l’anno dopo. Lui era già un agente e un giorno in cui mi lamentavo del mio lavoro mi suggerì di fare domanda al Bureau, cosa che feci. Mi assunsero, ed è da allora che io e Mack lavoriamo per loro. È stata una vita interessante. Abbiamo vissuto in un sacco di posti, l’ultimo è stato Miami. Mi piaceva lavorare lì, ma il clima per me era odioso. Abbiamo fatto entrambi richiesta di trasferimento per il Tennessee un annetto fa e si sono liberate un paio di posizioni. Ci hanno dato ventiquattr’ore per prendere una decisione. Io penso di non averci messo più di ventiquattro secondi.»

    «Quindi lavori nella sede di Johnson City?»

    «No, io sto a Greeneville. Mack è a Johnson City.»

    «A nemmeno cinquanta chilometri di distanza. Non male. A che genere di casi lavorerete?»

    «Io mi occuperò di reati a danno di minori: rapimenti, pornografia, cose simili. Mack a Miami era all’Antidroga, ma qui si occuperà di corruzione nell’amministrazione pubblica.»

    «Sono certo che avrete entrambi lavoro in abbondanza.»

    «Già, vergognoso, ma è proprio così.»

    La pistola della pompa di benzina ebbe un sussulto, segno che il serbatoio era pieno, e la nostra conversazione si interruppe.

    «Dovremmo vederci,» disse Leah «noi quattro.»

    «Certo. Dove abitate?»

    «Proprio in fondo alla strada. Una grande casa in mattoni. All’angolo tra la Highway 36 e Boring Chapel Road.»

    «Ho capito perfettamente qual è la casa di cui stai parlando. È rimasta in vendita per quasi un anno.»

    «Non più.» Mi baciò delicatamente sulla guancia.

    «Ci si vede, ragazzone.»

    Si voltò e la guardai avvicinarsi alla sua macchina. Era consapevole del mio sguardo che la seguiva perché, arrivata a metà strada dal suo parcheggio, spedì un bacio alle sue spalle, iniziando ad ancheggiare avanti e indietro come un’indossatrice sulla passerella.

    Salì su una Infiniti grigio antracite e partì.

    Io tornai al mio pick-up, ripensando a quello che aveva detto: ‘Dovremmo vederci, noi quattro.’

    Caroline ne sarebbe stata davvero entusiasta.

    3

    Rivedere Leah diede il via a una serie di riflessioni, mentre guidavo verso casa mi sorpresi a riflettere sulle scelte che avevo fatto e sullo stridente contrasto che c’era tra la mia vita professionale e quella privata. Ogni mattina, varcata la soglia di casa, era come essere catapultato in un’altra dimensione. Dovunque mi girassi, c’erano guerre da combattere: guerre con gli avvocati penalisti, guerre con i giudici processuali e i giudici d’appello, guerre con gli imputati e con le vittime e i familiari delle vittime, guerre con il personale e poi, le peggiori di tutte, le guerre con la mia coscienza. C’erano giorni in cui rientravo a casa sentendomi abbandonato dalla mia stessa anima; come se fosse stata strappata dal mio io più profondo e fosse in cerca di un nascondiglio, ferita e sanguinante, per il tempo necessario a guarire quel tanto che le sarebbe servito per tornare a combattere di nuovo.

    Ma a casa, le cose erano diverse. Io e Caroline stavamo insieme dai tempi del liceo ed eravamo ancora profondamente innamorati. Lei aveva lottato contro il cancro al seno per più di due anni e ne era uscita intimamente segnata, sia fisicamente che psicologicamente. Ora una lunga cresta rosa le attraversava il basso addome e altre due ferite correvano dalle scapole ai reni, ognuna era il risultato, e il doloroso ricordo, dei tre tentativi falliti di ricostruzione del suo seno amputato. Il chirurgo aveva deciso che la sostituzione del seno con un ‘innesto’, o parte di tessuto trapiantato, fosse la cosa migliore da fare. Aveva preso il primo lembo dal suo addome e tutto era sembrato andare bene fino a che Caroline non aveva iniziato la radioterapia. A causa della radioattività i vasi sanguigni del lembo e del tessuto circostante si erano ridotti a meno della metà della dimensione normale, e il lembo aveva perso vitalità quasi interamente, si era liquefatto ed era stato rigettato dal suo corpo attraverso piaghe che si erano aperte come larghe vesciche e che avevano impiegato mesi a guarire.

    Sei mesi dopo il primo tentativo fallito, il chirurgo aveva deciso di ritentare. Questa volta il lembo proveniva da muscoli e tessuti della schiena di Caroline, ma poiché i vasi sanguigni irradiati non furono in grado di supportare la quantità di sangue trasportata in quella zona dai vasi sani, il lembo ancora una volta non riuscì ad attecchire del tutto, lasciandola con un’altra piaga aperta che sembrava non si sarebbe mai rimarginata.

    Un anno più tardi, nonostante la mia tenace opposizione, Caroline aveva acconsentito a un terzo tentativo di ricostruzione. Il chirurgo, continuando a rassicurarci che la terza volta sarebbe stata quella buona, aveva prelevato l’ennesimo lembo da un’altra parte della schiena per trapiantarlo nella stessa zona. Meno di una settimana più tardi, il lembo trapiantato aveva iniziato a diventare nero. L’operazione fallì così miseramente che il chirurgo dovette asportarlo. Dunque, dopo più di due anni e quasi una decina di interventi, Caroline ora aveva quello che appariva come un grosso morso di squalo dove un tempo c’era il suo seno. Le medicavo la ferita ogni giorno e Caroline continuava la sua vita come se non ci fosse. Non riuscii più ad accompagnarla dal chirurgo, però. La sua arroganza aveva portato a Caroline un’indicibile quantità di dolore, sofferenza e ansia, e io avevo voglia di spezzargli il collo come fosse un ramoscello secco.

    Ero abituato ormai alle ferite e alle cicatrici che segnavano il corpo di Caroline come crateri di bomba su un campo di battaglia. Ai miei occhi, rimaneva sempre la stessa bellissima creatura di cui mi ero innamorato così tanti anni prima. Forse l’amavo ancora di più, se possibile. Nonostante tutto – la chemioterapia, la radioterapia, la malattia, la stanchezza, gli interventi – lei era rimasta sempre ottimista e

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