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L'odio non si stanca
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E-book404 pagine5 ore

L'odio non si stanca

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Info su questo ebook

Una gatta che danza agile lungo un cornicione sotto un temporale e , ben sessantasei anni prima, un efferato eccidio di partigiani, perpetrato in Piemonte durante la Seconda Guerra Mondiale. Due fatti che paiono non aver nulla in comune, ma che potrebbero esser legati dal sottile filo dell'odio. Per scoprirlo dovremo seguire le vicende dei protagonisti: Matteo, vero esteta dei numeri e della logica, Franca, una donna delusa dalla vita e dal marito, la sua amica Magda, ancora in cerca del grande amore, e il padre di lei, Gino, l'unico testimone dei tragici fatti del '44.
Tra "numeri e parole" (titolo originale dell'opera) la vicenda si snoda fino a un finale dai risvolti inquietanti.

Maggiori informazioni https://aporema-edizioni.webnode.it/products/lodio-non-si-stanca-di-enrico-ferrero/
LinguaItaliano
Data di uscita8 dic 2018
ISBN9788832144161
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    Anteprima del libro

    L'odio non si stanca - Enrico Ferrero

    »

    I

    Biella, 4 giugno 1944

    L’autocorriera della ditta Fossati fece salire due ufficiali del battaglione Pontida e diversi militi del battaglione Montebello. Qualcuno intonò Giovinezza, ma arrivato a primavera di bellezza si accorse di non avere alcun seguito e tacque: c’era poca voglia di cantare spensierati, con quel puzzo di morte che aleggiava costante sulle loro teste.

    La corriera si fermò davanti alle carceri di Biella Piazzo e una parte della milizia scese per farsi consegnare i ventuno prigionieri, rinchiusi lì dal giorno precedente. Erano quasi tutti giovani partigiani, catturati al termine di una gigantesca manovra di accerchiamento da parte delle forze nazifasciste attorno al Mombarone, il monte più occidentale nella cerchia delle prealpi biellesi. Per poterli snidare, ben quattromila soldati l’avevano risalito partendo anche dai versanti del Canavese e della Val d’Aosta.

    Quei ragazzi si erano lasciati prendere per salvare il grosso del loro contingente. Per riuscirci avevano scatenato un fuoco d’inferno con le poche armi disponibili, in modo che i loro compagni disarmati potessero attraversare le maglie dello schieramento avversario, reso in certi punti meno fitto dalla necessità di far convergere molti uomini nella zona da dove provenivano tutti quegli spari.

    Al termine della battaglia, una dozzina di partigiani sopravvissuti erano stati catturati. Altri prigionieri erano stati presi rastrellando fra gli abitanti dei paesini di Sala e Torrazzo, per un totale di ventuno persone.

    Tra loro Vittorio Menaldo, il più giovane di tutti, aveva solo diciassette anni. Quando era stato strappato da casa, non gli era stato dato neanche il tempo di infilarsi le scarpe. A nulla erano valse le grida disperate della madre che aveva implorato i soldati di risparmiare un innocente: la guerra aveva inspessito le coscienze e azzerato il senso di umanità.

    Se quel giorno Firmino Poglio, l’autista della corriera, avesse potuto rifiutare quel servizio, avrebbe pagato volentieri di tasca propria. Se un prodigio gli avesse concesso di trasformarsi in libellula, attraverso lo sportello, rimasto aperto per il caldo, sarebbe uscito nella deserta Piazza Cisterna e da lì, con un volo a zig zag, giù per la Costa San Sebastiano, sarebbe tornato a casa. In cambio di quell’opportunità, forse avrebbe anche accettato di non riprendere mai più le sembianze umane, accontentandosi dell’esigua prospettiva di vita di un insetto: a che serviva restare uomini, per dover assistere a tutto quell’orrore?

    Nel salire, uno dei prigionieri riconobbe Firmino e lo salutò. Era Pietro Valé, di diciannove anni. Indossava una giacca ed era ferito alla testa: nella battaglia del giorno precedente, una fucilata di striscio non era bastata a togliergli la vita.

    La corriera ripartì a pieno carico per tornare a Biella Piano, attraverso la strada che passa dal Bottalino, una fontana di pietra, a forma di botte, posta al centro di un'aiuola spartitraffico. Giunta davanti all’Istituto Tecnico Eugenio Bona, sede del comando del battaglione Pontida, l’automezzo si fermò per far scendere uno dei due ufficiali che si infilò svelto nell’edificio.

    Dopo qualche minuto, ne uscì con le disposizioni appena ricevute dai superiori: la corriera doveva dirigersi subito in Piazza Quintino Sella. Quando l’autista la rimise in moto, le sirene dell’allarme antiaereo scossero l’apparente calma di quella domenica di giugno: non si trattava del segnale di un imminente attacco nemico, ma di un richiamo alla popolazione.

    Anche se la corriera procedeva a passo d’uomo, non ci vollero che dieci minuti per arrivare in piazza, le cui vie d’accesso, nel frattempo, erano già state bloccate da altri militi della Repubblica Sociale Italiana, armati fino ai denti.

    Nel cielo si stavano addensando nuvoloni carichi di pioggia dai quali filtrava una luce plumbea, pregna di sgomento.

    I primi a scendere dalla corriera furono i repubblichini, poi, a uno ad uno, i prigionieri. Avviandosi verso lo sportello, Pietro Valé si tolse la giacca e la consegnò a Firmino:

    «Tieni, dalla a mio padre: tanto io non ne ho più bisogno.»

    Con urla, spintoni e colpi sferrati col calcio dei fucili, i soldati radunarono quei ragazzi presso il cumulo di terra che sovrastava il rifugio antiaereo scavato sotto la piazza.

    L’ordine di fucilarli era partito dal comando tedesco di Torino, ma gli esecutori dovevano essere gli italiani che avevano scelto di rimanere alleati: un lavoro sporco tanto per saggiare la loro fedeltà al Terzo Reich.

    Firmino chiese di non assistere a quel macello, ma gli fu imposto di guardare la fine che si meritano i ribelli. Seduto sul predellino della corriera, si tappò allora le orecchie e chiuse gli occhi.

    Furono allineati e uccisi a gruppi di cinque.

    L’ultimo, per far quadrare i conti, fu di sei. Caddero gli uni sugli altri, alcuni abbracciandosi per farsi coraggio.

    Il colpo di grazia fu sparato in fronte, come a voler devastare le idee che quelle teste avevano ospitato.

    Il sergente maggiore che se ne occupò, dovette ricaricare la rivoltella due volte. Prima di ogni sparo, con la punta dello stivale fece in modo di rivolgere a sé il viso di ognuna delle vittime, riverse a terra in un lago di sangue.

    Erano le 11 e 30.

    Subito dopo, gran parte della milizia lasciò la piazza a bordo della stessa corriera che li aveva condotti lì. Appena ripartiti i soldati, le sirene cessarono di dilaniare il senso del tempo e dello spazio che il loro lamento aveva disgregato per sempre.

    Ora l’atmosfera da incubo era data da madri disperate che urlavano il nome del figlio e dall’accalcarsi di una folla attonita che provava a dare un nome a quei volti irriconoscibili.

    Rimasero di guardia soltanto tre repubblichini, ragazzi pure loro, col compito di respingere la compassione che la gente avrebbe voluto tributare ai corpi straziati. Di tanto in tanto, qualcuno riusciva lo stesso a lanciare dei fiori, ma le tre zelanti sentinelle si affrettavano a gettarli via a calci.

    L’ordine tedesco prevedeva di lasciare i corpi a terra almeno ventiquattro ore senza far avvicinare nessuno: la popolazione doveva trarre da quel macabro spettacolo la paura di fare la stessa fine, in caso di collaborazionismo coi partigiani.

    Verso mezzogiorno, un violento temporale si abbatté sulla città e l’acqua, cadendo copiosa, lavò via il sangue in un torrente rosso porpora che scese veloce lungo la lieve pendenza della piazza, fino a raggiungere l’inizio di via Pietro Micca.

    I morti rimasero lì a terra ben più di ventiquattro ore.

    Il Prefetto Morsero aveva ordinato che non si procedesse a regolare sepoltura, ma che i cadaveri fossero dispersi in forma anonima e in aperta campagna in un raggio di cinque chilometri dalla città. Le pressioni della chiesa locale e di altre autorità, lo indussero a ripiegare su una sepoltura in una fossa comune, fatta scavare all’esterno del cimitero urbano. Ma quel braccio di ferro tra poteri fece sì che, fino al mercoledì successivo, quei corpi restassero nello stesso punto dove erano caduti, circondati da nugoli di mosche impazzite e dallo strazio dei parenti.

    Tra i caduti anche un ragazzo, ancora a piedi nudi.

    Isa, anche lei diciassettenne all’epoca dei fatti, vide tutto.

    Abitava infatti in una casa che si affaccia sulla piazza e, stando dietro i vetri di una finestra, accumulò in pochi minuti tutto l’orrore che la maggior parte degli esseri umani non è neanche in grado di sopportare in un’intera esistenza.

    Con lei c’erano i genitori e il fratello, il quale riconobbe tra i condannati a morte un caro amico. Quando, in seguito a un temporaneo allentamento della sorveglianza, poterono avvicinarsi ai caduti, lo spettacolo che si presentò davanti ai loro occhi fu allucinante: a quel giovane il colpo di grazia aveva fatto saltare la calotta cranica. Videro dei capelli attaccati a due pezzi d’osso, ma per capire se erano dello stesso colore di quelli sulla nuca, dovettero prima ripulirli dal sangue alla fontanella in fondo alla piazza: il violento temporale mattutino non aveva potuto sciogliere che una piccola parte di quell’infinita atrocità.

    Trascorsi otto giorni dalla fucilazione del 4 giugno, nello stesso luogo fu passato per le armi il ventiduesimo martire.

    Era giorno di mercato e la piazza era affollata di persone attorno alle bancarelle.

    Al giovane, accusato di diserzione, fu concessa un’ultima sigaretta poi, senza ricorrere ai soliti rituali che vorrebbero dare solennità a certe pratiche bestiali, le camicie nere gli spararono addosso, incuranti della presenza di diversi bambini.

    Questa volta, una folla di donne reagì al nuovo orrore circondando i giustizieri, spintonandoli e insultandoli senza più alcun timore. Dovettero accorrere altri militi per salvare i loro camerati dal linciaggio, ma questa imprevista reazione impedì che al ragazzo fosse sparato il colpo di grazia.

    La gente chiamò un’ambulanza, ma al suo arrivo i lamenti del giovane si erano fatti molto deboli.

    Morì in ospedale, durante la notte.

    Il ventiduesimo martire fu quello che soffrì più di tutti.

    Il giorno dopo, la sua salma fu ricoperta dai fiori, portati da una fitta processione di persone che vollero rendergli onore in obitorio.

    Anche quella mattina Isa era al mercato insieme alla madre e ancora una volta vide tutto.

    Quei due eventi così drammatici, accaduti nel giro di una settimana, per il resto della vita le avrebbero causato incubi ricorrenti, specie se si considera che verso l’amico del fratello,