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Nuvole basse

Nuvole basse

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Nuvole basse

Lunghezza:
192 pagine
3 ore
Editore:
Pubblicato:
20 ago 2021
ISBN:
9781547560493
Formato:
Libro

Descrizione

Gabriele è un’attrice che, ormai prossima alla fine della carriera, torna nella città in cui ha trascorso l’adolescenza. La sua visita inattesa coglie alla sprovvista due delle sue amiche, che la considerano una sorta di fuga da una quotidianità grigia e monotona. Grazie a loro, l’attrice può intuire a sua volta la vita che avrebbe potuto vivere. D’altro canto, la fama è gravata su di lei per quarant’anni e solo una cosa sembra evidente: questo viaggio risveglia vecchie passioni e cambia la vita di tutte le persone cui fa visita.

"Ciò che l’autrice ci presenta in questo libro è uno spaccato di vita reale, grazie al fine cesello della sua scrittura. In quest’opera c’è un grande lavoro per quanto riguarda il linguaggio e lo stile. Il romanzo è interessantissimo e rappresenta, dal mio punto di vista, una delle maggiori promesse della narrativa contemporanea della letteratura catalana". -L'Ull Crític

Sui personaggi femminili del romanzo:

Gabriele ha sessantadue anni, è stata sposata due volte ed è bisessuale.

Marianne è più anziana e a malapena ricorda l’attrice. Marianne soffre di Alzheimer. In questo libro viene ritratta con un ruolo passive. La vita che la circonda ormai è più importante della sua.

Silvia è una casalinga che da anni sente la monotonia del matrimonio. Qualche anno prima aveva detto a sua figlia che avrebbe potuto badare per un po’ ai nipotini, ma ora se ne deve prendere cura ogni giorno.

Editore:
Pubblicato:
20 ago 2021
ISBN:
9781547560493
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Núria Añó (1973) is a Catalan/Spanish novelist and biographer. Her first novel "Els nens de l’Elisa" was third among the finalists for the 24th Ramon Llull Prize and was published in 2006. "L’escriptora morta" [The Dead Writer, 2020], in 2008; "Núvols baixos" [Lowering Clouds, 2020], in 2009, and "La mirada del fill", in 2012. Her most recent work "El salón de los artistas exiliados en California" [The Salon of Exiled Artists in California] (2020) is a biography of screenwriter Salka Viertel, a Jewish salonnière and well-known in Hollywood in the thirties as a specialist on Greta Garbo scripts.Some of her novels, short stories and articles are translated into Spanish, French, English, Italian, German, Polish, Chinese, Latvian, Portuguese, Dutch, Greek and Arabic.Añó’s writing focus on the characters’ psychology, most of them antiheroes. The characters in her books are the most important due to an introspection, a reflection, not sentimental, but feminine. Her novels cover a multitude of topics, treat actual and socially relevant problems such as injustices or poor communication between people. Frequently, the core of her stories remains unexplained. Añó asks the reader to discover the deeper meaning and to become involved in the events presented.Literary Prizes/ Awards:2020. Awarded at International Writing Program in China.2019. Awarded at International Writers’ and Translators’ House in Latvia.2018. Fourth prize of the 5th Shanghai Get-together Writing Contest.2018. Selected for a literary residence in Krakow UNESCO City of Literature, Poland.2017. Awarded at the International Writers’ and Translators’ Center of Rhodes in Greece.2017. Awarded at the Baltic Centre for Writers and Translators in Sweden.2016. Awarded at the Shanghai Writing Program, hosted by the Shanghai Writer’s Association.2016. Awarded by the Culture Association Nuoren Voiman Liitto to be a resident at Villa Sarkia in Finland.2004. Third among the finalists for the 24th Ramon Llull Prize for Catalan Literature.1997. Finalist for the 8th Mercè Rodoreda Prize for Short Stories.1996. Awarded the 18th Joan Fuster Prize for Fiction.


Anteprima del libro

Nuvole basse - Núria Añó

Nuvole basse

Núria Añó

Traduzione di Cinzia Rizzotto

Nuvole basse

Autore Núria Añó

Copyright © 2018 Núria Añó

La prima edizione del libro è intitolata ‘Núvols baixos’ © 2009

www.nuriaanyo.com

Tutti i diritti riservati

Distribuito da Babelcube, Inc.

www.babelcube.com

Traduzione di Cinzia Rizzotto

Progetto di copertina © 2018 Núria Añó. Fotografia di Birgit Eilenberger. Illustrazioni di Gordon Johnson

Babelcube Books e Babelcube sono marchi registrati Babelcube Inc.

Indice

Title page

Copyright

Nuvole basse

L’autrice

Altri libri dell’autrice

La scrittrice morta

Lo sguardo del figlio

Nuvole basse

Núria Añó

Marianne era seduta in poltrona quand’è suonato il campanello. I suoi piedi più lenti del solito, come se fosse da tanto che indossa solo pantofole e non ricordasse più che oggi le hanno messo un paio di scarpe, che hanno tutto l’aspetto di essere state lustrate; o quel tacco alto tre dita, quante passeggiate avrà fatto con queste scarpe, e guardate, ora non ricorda nemmeno com’è arrivata fin qui; ricorda invece che l’estremità appuntita le schiaccia le dita. E come guarda bene l’ora; potrebbe osservare quell’orologio a muro per un bel pezzo, fino ad avere la sensazione che la donna cui è appena stato indicato di entrare giunge in ritardo. Non so, quarant’anni senza vedersi… Va così male la comunicazione? E adesso cosa succede, la donna in visita perde tempo a salutare i membri della famiglia, come se non si ricordasse di lei, pensa Marianne mentre piega la schiena e si abbassa l’orlo della gonna. Intanto l’attrice avvicina una mano alla porta, chiunque potrebbe vedere che fa come per entrare, ma che qualcuno la trattiene dall’altra parte del vetro. Quante parole potrebbero risparmiarsi l’un l’altro, e il viaggio, e ti conservi benissimo, e la palma della mano che scivola dal vetro al pomello; di colpo, come se si dovesse decidere se entrare o meno. E infatti la figlia ha rovinato tutto; eppure Marianne non voleva che succedesse, insomma, qui siede una donna che sperava, almeno per un giorno, di non udire il nome di quella malattia, ma ormai quel che è fatto è fatto. Neanche alzandosi in piedi potrebbe lottare contro quella parola, ma, come dirlo, il braccio dell’attrice si fa vedere di nuovo vicinissimo al vetro, nonostante quelli la facciano retrocedere con le loro stupidaggini, dicendo che meritava la statuetta per non so quale film. C’est la vie , esprime l’altra riavvicinando la mano al pomello. E hai avuto l’opportunità di avere a che fare con gli uomini più desiderati, perché nasconderlo, afferma la figlia dell’anziana, se solo a vederli mi fanno ancora un certo che. Davvero?, a me non più, precisa l’attrice. Che, dopo aver detto questo, apre la porta e trova l’altra in piedi. Era ora, esclama Marianne facendo un passo in avanti. Era ora passata, chiosa Gabriele con un abbraccio.

E perché non si ferma qui?, le indica la figlia di Marianne, le preparerei una camera in un attimo. Quando si sente dire questo, Gabriele è seduta ad un angolo, la sua mano stringe quella di Marianne, come se le parole fossero di troppo e al loro posto ci fossero invece i suoi occhi attentissimi, in cui si vede un certo luccichio da entrambi i lati, ma l’attrice infrange il momento e torce leggermente il collo per informare che alloggia già in un hotel. In un hotel, e come mai?, esclama la figlia, quando potrebbe stare qui tutti i giorni che vuole! Dal canto suo, Gabriele torna a quella mano di Marianne, che si posa sul volto, una mano che bacia. Se mi fermo solo tre giorni, spiega l’attrice, tornando a voltarsi, come saprà, ci sono sempre delle cose da fare, dei progetti, insomma. Sì, Marianne ha un’idea di cosa significa. I suoi progetti, invece, sono sfumati via, come il vapore di una pentola a pressione, un fuoco di paglia. E la figlia parla da sola: le preparo la camera. O il nipote: col cazzo, le lasci la tua. E la figlia: vuoi stare zitto, non vedi che ci può sentire? Ma se l’attrice accavalla perfino le gambe verso di loro, per poi affermare che lo ha già pagato, l’hotel. Arthur è morto, dice di colpo Marianne. Lo so, prosegue Gabriele, ma è successo già alcuni anni fa. Sì, dice sottovoce l’altra, che ora guarda dalla finestra e sospira. Se vedi la luce in garage, riprende dopo un attimo, di’ ad Arthur di entrare, passa la sua vita rinchiuso là dentro, ci vediamo a malapena. Poi Gabriele si alza dal divano e aggiunge: ma adesso non abiti più in quella casa. Ah, no?, esprime l’altra.

Domenica al tramonto, potrebbe dire Gabriele non appena esce dal condominio e guarda in alto. Tuttavia, sull’ultimo gradino esita un attimo se dirigersi all’hotel. Decide invece di fare il passo successivo in direzione opposta. Il volto scoperto, come se avesse previsto un tempo migliore di quello che fa in realtà. Probabilmente perché, di questa città, conserva dei ricordi piuttosto ingigantiti, come se il trascorso degli anni potesse cancellare dal calendario tante giornate grigie e adesso si dovesse alzare il bavero del cappotto e respirare dal naso, mentre osserva questa città così diversa rispetto ai ricordi dell’adolescenza. Non so, dove probabilmente si aspettava delle case trova altissimi palazzoni e dove si aspettava spazi aperti, tutto ammucchiato, come se su questa terra non ci fosse già abbastanza deserto su cui costruire. Si parte dal presupposto che lei non sia architetto, neanche vorrebbe esserlo, ha fatto l’attrice, invece, sebbene ora cammini verso chissà dove. O sebbene si sorprenda a girovagare o ad aspettare ad un semaforo, come se questa città non fosse più quella lì, ma, al suo posto, tante strade nuove. Ad ogni modo, alza una mano ed ecco che accorre un tassista, che male c’è, di certo non aveva previsto di perdersi qui.

Gabriele!, esclama Silvia non appena apre la porta, lei che spesso parla a raffica e adesso non fa che sottolineare, nel bel mezzo dell’abbraccio: dovevi avvisarmi prima. L’attrice entra immediatamente e appende il cappotto all’appendiabiti dell’ingresso, poi va verso il salotto, si sfrega le mani dicendo: se lo avessi programmato, non sarei venuta. Sì, insomma, Silvia la invita a sedersi e lei si siede, le due vicinissime a questo tavolo su cui incrociano le braccia, una col volto un po’ chino. Che succede?, domanda Gabriele sollevandole il mento. Niente, risponde l’altra. La stessa che si alza e prende due bicchieri dalla credenza, poi serve un liquore, senza fretta. Non si direbbe, contesta l’attrice abbassando lo sguardo. E Silvia piange, non so, decide di piangere in un brutto momento, ma trova qualche fazzoletto nel grembiule, dopo di che esclama: pensavo che non ti ricordassi più di me, oh! E perché dovresti ricordarti? Ti sei data alla bella vita e hai avuto tutto quello che hai voluto, sposata e divorziata due volte, e con che uomini! Sono mille volte meglio del mio, solo che qui è sempre tutto uguale, come un orologio fermo, e hai fatto bene ad andartene, te l’ho già detto e te lo ripeto, qui non c’è che miseria. Io questo non lo ricordo, afferma l’attrice dopo aver bevuto un sorso. A sua volta, Silvia abbozza un lieve sorriso, poi beve. Stai meglio?, chiede Gabriele. Meglio, ripete l’altra, tu stai bene, sei comoda, vuoi mangiare qualcosa? Mentre l’attrice annuisce e nega con la testa, quello che pare strano è che Silvia riesca a cogliere all’istante questa comunicazione non verbale, mentre io mi sono persa già al primo movimento della testa. Ma dov’ero rimasta, ah, sì, il marito di Silvia spunta chissà da dove e cosa vede a questo tavolo! Uno non ha mai creduto ai miracoli, ma ora, ora rimarrebbe stecchito se non fosse perché è già abbracciato a Gabriele. Sembra un po’ nervoso, non si aspettava di trovarsi così vicino a questa donna del grande schermo che sua moglie un giorno raccontava che aveva abitato qui, a tre o quattro strade di distanza da dove abitava lui!, e come sono strane le cose, lui da giovane non la ricorda proprio, in cambio ne ha un’immagine di quand’era stata immortalata per non so quale film, lo saprà lui, certo che in più di un’occasione gli è servita da immagine per farsi dei lavoretti mentre sua moglie dormiva. O forse non dormiva la moglie? Un uomo che al contempo potremmo dire che è stato strettamente legato a Gabriele. In modo intimo, anche se oggi la guarda ad un palmo di distanza e si metterebbe a piangere di fronte a lei per la crudeltà del tempo trascorso. Neanche con una spada e un bel po’ di cattiveria si riuscirebbe ad ottenere un effetto simile. Silvia, dice il marito, resta qui, alla cena ci penso io. E ciò che si intuisce dallo sguardo sorpreso di Silvia, come se non potesse credere a ciò che ha appena udito e dovesse verificare coi suoi stessi occhi come si rimesta negli armadi e, volgendosi dall’altra parte, come l’attrice riprende il cappotto dall’appendiabiti e chiede: ci vediamo domani? Silvia, per quanto la riguarda, ci pensa per qualche secondo, poi indica: chiamami a metà mattina.

E perché Gabriele non si è fermata a cena?, chiede il marito a Silvia. Ti pare, lo rimprovera lei, che a una come lei si possano servire quattro ortaggi mezzi crudi e una cotoletta bruciata? Una non può mica presentarsi così all’improvviso, di domenica, come niente fosse, e pretendere che la invitino a cena. Lo vedi cos’avevamo per oggi, riprende, lei sarà abituata a mangiare, che ne so, caviale, e noi siamo una coppia che si deve arrangiare con uno stipendio solo, se almeno mi avessi lasciato lavorare a suo tempo, adesso avremmo due paghe e avremmo potuto invitare Gabriele a cena in qualche ristorante, io ci avevo pensato, ma ho visto subito che ci avrebbe complicato il resto del mese. Vediamo quanto si ferma, prosegue la moglie poco dopo, ma spero che non siano tanti giorni, per il suo bene, non vorrei che vedesse come la sua amica sperpera giorno dopo giorno, oh, ma sicuro che se ne farà un’idea quando mi vedrà andare da una parte all’altra con i nipotini!, non so perché sia venuta, la prima cosa che mi ha detto è stata che se aprivo la tendina avrei visto una vecchia che la salutava dalla cabina del telefono più vicina, questa qui, diceva proprio nel momento in cui anch’io sollevavo la mano e pensavo: che vergogna!, e poi con cosa se ne esce, mi spara che era appena andata a trovare Marianne, quando in realtà la sua amica ero io, lei era più vecchia di noi, se era già fidanzata quando noi andavamo ancora a scuola. Ma se vuole Marianne, conclude prendendo un bicchiere d’acqua, qui ce l’ha in carne ed ossa.

Gabriele si trova nella sua camera d’hotel, telefono in mano. Con chiunque voglia parlare, non risponde. Per cui dovrà continuare con ciò che stava facendo, una cena che sceglie di fare qui, nell’intimità delle due luci della testiera e dei colori incessanti che compaiono sul televisore. Per quanto apra o chiuda gli occhi, si ritrova nel mezzo di una città in cui non metteva piede da tempo. Un’eternità. Rispondi, rispondi, sussurra di nuovo alla cornetta. E infine ecco quella voce, che lei cerca di mantenere all’altro capo senza che possa ribattere. Ti passo il telefono dell’hotel, dichiara l’attrice al suo rappresentante, con una tesserina in mano, se non mi trovi ti lascio il fax della reception. Quando ti comprerai un cellulare?, sembra interromperla il ragazzo. Mi prenderesti maggiormente sul serio se ne avessi uno?, rinfaccia brusca Gabriele. E come mi fai sentire quando ti arrabbi. L’attrice si avvicina l’apparecchio all’orecchio, come se qualsiasi cosa stesse per dirle fosse importantissima, e intanto guarda all’insù, una vorrebbe proprio sentirsi dire tante cose, ma adesso si limita ad ascoltare, questo sì e questo no, dipende. Una donna moderna, Gabriele, che rivolge di nuovo lo sguardo verso il letto e con l’angolino della bocca riproduce una smorfia di dispiacere, come se dentro avesse tanta rabbia contenuta ma al tempo stesso in grado di allungare il filo del telefono, mentre emette una risata civettuola, e che si cancella dal suo volto non appena riattacca. Allora mette giù un piede dal letto, prende l’agenda dalla borsa e osserva il futuro su un sacco di pagine in bianco. Bianco come la camicia da notte che qualcuno mette a Marianne infilandogliela dalla testa. O come il cotone con cui Silvia si toglie due strati di smalto dalle unghie, con l’acetone, per guadagnare tempo. Tempo che Marianne trascorre sdraiata su un letto altrui, a cui è legata con una cinghia di cuoio in modo che non scappi né cada, e nemmeno si muova. Una donna che nei momenti di lucidità si rende conto del trambusto che causa, e piange. Così come Gabriele.

Già si ode il nipotino di turno, il più piccolo, che non appena arriva urla già di gioia. Lo accompagna la sorella di nove anni; alla sua età potrebbe occuparsi del piccolo, la scuola non è così lontana. Silvia li fa entrare. L’uno e l’altra fanno colazione a casa di questi nonni così simpatici che hanno sempre qualcosa da raccontare. Entra anche la figlia di Silvia, che dice di aver preso appuntamento dal dottore per il bambino, a quanto sembra tossisce e ha del catarro, digli soprattutto che lo visiti bene, oh, si sta facendo tardi. Sì, Silvia e suo marito conoscono fin troppo bene questo oh. Ecco, una che se ne va. Gli altri restano seduti a quel tavolo dove finisce un’altra bottiglia di latte. Vado io, dice l’uno o l’altro alzandosi dalla sedia. Che importa: i nipotini riempiono i cuori di gioventù, come una primavera dopo un lungo stato d’ibernazione, in cui le braccia si allungano come quelle di uno spaventapasseri, per abbracciarli. Così come le allungherebbe il marito di Silvia per cingere la vita di Gabriele, se lei si lasciasse prendere. Un uomo che ieri ha già avuto un’occasione e che oggi potrebbe raccoglierne i resti con scopa e paletta. No, lui non è il tipo di Gabriele. Neanche le sue mani, che sopportano un duro lavoro quotidiano, potrebbero mai competere quelle vellutate della donna, che proprio ieri gliene poggiava una sulla spalla, sì, mentre lo baciava su entrambe le guance. Se oggi lo raccontasse al lavoro, non gli crederebbe nessuno. E poi si dovrebbero dire frasi come: sì, dai, Gabriele Bates! Quella che ha fatto questo film e quell’altro, cavoli, com’è possibile che proprio adesso non mi ricordi, ditemi i titoli di qualche film, no, di qualcuno che non sia così nuovo, vediamo se, tra tutti, ci viene in mente. E quando il nome fosse spuntato, sarebbero rimasti così, con la bocca semiaperta, come se quel titolo avesse dato loro la sensazione di un film vecchio. E lungo, aggiunge un altro. Dai, adesso continuiamo, che il lavoro è quel che è e non conosce le pause. Non si riposa neanche quando uno arriva a casa spossato. C’è sempre un altro turno che subentra dopo il suo. Il fatto è che un giorno il marito di Silvia solleva chili e chili di peso, con la macchina, e all’improvviso si rende conto che preferisce fare questo piuttosto che stare a casa.

Gabriele giunge nel parco in cui le ha dato appuntamento Silvia, che, appena la vede, alza un braccio in lontananza, nonostante sia lì da sola, con un nipotino che fa scendere dal passeggino. L’attrice si avvicina al bambino e gli dice qualcosa con un sorriso, ma a quanto pare il piccolo aspetta solo che lo sleghino per poi andarsene verso un’altalena. Gabriele si accomoda sulla panchina; indossa una camicetta di un blu intenso con una specie di orlo sui polsini, che spunta sotto un cappotto chiaro. Nemmeno i pantaloni ampi o lo scarpe con un po’ di tacco possono competere con alcuni dei capi che indossa lei, pensa Silvia, mentre stringe le dita nella borsetta. Questo è il più piccolo, aggiunge poi da brava nonna, mia figlia però ne ha altri due, una di nove anni che è molto studiosa e il più grande, di diciassette, un mascalzone, li hanno cresciuti uno alla volta, come se non osassero farlo tutto di colpo, e guarda un po’, a questo, come vedi, devo badarci tutto il giorno, per precauzione, se in realtà va già al nido, ma quando hanno visto che tossiva mi hanno detto di tenermelo, come se non avessi altro da fare, insomma, mi fa piacere che tu sia qui. Anche a me, risponde Gabriele, in realtà è fantastico che tu abbia dei nipotini, io non ho potuto avere figli, c’era sempre un progetto o l’altro, e poi, quando tutto si è iniziato a calmare, non ne potevo più avere; ero arrivata in ritardo.

Il nipotino torna per

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