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Vietnam What? 2

Vietnam What? 2

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Vietnam What? 2

Lunghezza:
298 pagine
3 ore
Editore:
Pubblicato:
Nov 19, 2018
ISBN:
9788829552740
Formato:
Libro

Descrizione

Naturale prosecuzione del primo libro. Si parte dall’offensiva del TET per arrivare sino alla smilitarizzazione ed alle prime truppe che rientrano a casa. Protagonista diverso ma, come il precedente, con grande possibilità di movimento all’interno dello scenario vietnamita. Rimanendo fedele alla linea del primo libro, sono tanti i personaggi reali in operazioni militari importanti, affiancati da altri di pura fantasia senza però perdere di vista la realtà storica dei luoghi e delle varie situazioni.
Editore:
Pubblicato:
Nov 19, 2018
ISBN:
9788829552740
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Libro

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Anteprima del libro

Vietnam What? 2 - Gianni Ruffo

Khe Sanh

Ego te absolvo, in nomine Patri et Filii et...

"Padre non voglio morire, mi aiuti! Ce la farò? Non

sento più le gambe e ho le budella in fiamme. Cosa

mi è successo?"  

La sua mano mi stritola il braccio destro e mi

impedisce qualsiasi movimento, anche di dare la

benedizione a quel povero ragazzo steso su un

poncho allagato di sangue; un giovane soldato,

dilaniato dal tiro al bersaglio giornaliero che ormai

da settimane pare sia il passatempo preferito delle

truppe Nord Vietnamite che circondano Khe Sanh.

Tutti i giorni e tutte le notti piovono colpi di mortaio

e di cannone, impedendo anche il semplice

svolgimento delle più elementari azioni di vita

quotidiana, senza dimenticare gli assalti lungo tutta

la linea difensiva della base. E’ talmente pericoloso

stare fuori che ho addirittura visto soldati imbottirsi

di pillole contro la diarrea per ridurre al minimo le

uscite allo scoperto.

E' normale che durante la guerra tutto venga

stravolto, ma quando sei accerchiato e

numericamente inferiore ai nemici c'è poco da stare

allegri. Ti vengono in mente tanti paragoni di simili

situazioni che si sono create nelle guerre

combattute da quando l'uomo ha iniziato a

popolare la terra: dall'assedio di Troia a quelli delle

guerre sante che vedevano i cristiani ed i

musulmani combattersi e circondare le città per

lunghissimi periodi, a Stalingrado, a Montecassino,  

a Bastogne.

Come dimenticare tutti gli assalitori via mare che,

dopo aver imparato l'uso della polvere da sparo,

attaccavano da lontano a bordo delle navi sino a

quando le città costiere non erano costrette alla

resa oppure erano loro stessi costretti alla fuga.

Sono stati tanti gli esempi, e non sempre gli

aggressori hanno avuto la meglio ed hanno portato

a compimento le loro intenzioni.  

I nostri comandanti sapevano che prima o poi

sarebbe successo perché, proprio qui in Vietnam, si

è combattuta una battaglia simile meno di quindici

anni prima. Dien Bien Phu. Stessi attaccanti, altri

difensori, tragico epilogo.

Erano già diversi mesi che i Nord-Vietnamiti

ammassavano truppe lungo la linea di confine e le

loro intenzioni erano chiare e non lasciavano dubbi

sugli obiettivi. Probabilmente, dopo la chiusura

dell’unica via di comunicazione terrestre con la

base, in qualche quartier generale erano fortemente

speranzosi che le cose potessero avere questo

epilogo. Avrebbero potuto ancora una volta

mostrare l’enorme potenza di fuoco americana per

difendere la base ed infliggere pesanti perdite ai

nemici in una battaglia campale, fiaccando così, sia

il morale che le riserve umane e belliche per ridurre

fortemente la pressione in tutto il paese. Attirare

come la carta moschicida il nemico sino a spingerlo

vicinissimo alla base e poi colpirlo con la massima

potenza di fuoco disponibile.

In teoria doveva essere così, ma in pratica non sta

andando proprio così. Anzi: sono loro che,

approfittando di questa situazione, hanno fatto sì

che diminuisse l’attenzione nel Sud per poi

attaccare ferocemente in tutto il paese in occasione

del Tet.  

Hanno creato il diversivo Khe Sahn per celare le

loro vere intenzioni.  

E lui mi guarda, mi implora di salvargli la vita, mi

supplica di non abbandonarlo, di stargli vicino. Io

non sono né infermiere né medico, ma un semplice

prete cattolico di provincia che ha il compito di

rifornire i cappellani militari in tutto il Vietnam di

ostie, calici, paramenti religiosi, testi sacri ed ogni

altro strumento che serva per essere di conforto

spirituale e per salvare le anime dei nostri soldati.  

Non è la prima volta che come sacerdote impartisco

l'estrema unzione ma, in questo caso, mentre il

corpo del povero ragazzo è completamente dilaniato,

la sua mente è perfettamente lucida e consapevole

di quanto stia accadendo e, soprattutto, di cosa

potrebbe accadere.  

Mi stringe, mi implora, mi fa sempre più male, ma

io non posso fare nulla.

La mia impotenza mi stordisce, mi sentirei

completamente inutile, se non fosse per

l’importanza che ha la mia presenza fisica per

questo povero ragazzo. Farsi stringere il braccio,

dandogli la speranza che possa continuare a vivere

tenendomi attaccato a lui, come se con quel

contatto fisico potessi trasmettere parte della mia

energia per tenerlo ancora in vita.  

Cerco di farlo parlare e di tenere viva la sua

attenzione per non farlo andare sotto shock e provo

a fare qualche domanda mirata. Una dose di

morfina sulla spalla allevia momentaneamente le

sue sofferenze e la presa al mio braccio;

sistemandogli la testa sulle mie gambe gli chiedo

chi sia e da dove venga. "Padre, mi chiamo George,

ho 19 anni e vengo dalla Louisiana. Ho ricevuto la

cartolina di precetto, mi sono presentato per

l'addestramento e dall'inizio di dicembre sono

arrivato in Vietnam e subito assegnato alla base di

Khe Sanh. Faccio parte dei Seabees (CBS

Construction Battallions), in pratica siamo quelli

che tra un colpo di cannone ed uno di mortaio,

soprattutto quando è in arrivo qualche aereo con i

rifornimenti, devono risistemare quello che resta

della pista di atterraggio e quindi riempire e

sistemare le buche o, se le cose sono andate male,

togliere le carcasse degli aerei colpiti che bloccano

la pista. Arrivano i nostri, scaricano di tutto sotto

una pioggia di bombe e noi dobbiamo sistemare al

meglio la pista per l’atterraggio successivo. E così

questa giostra si ripete all'infinito, mentre loro si

divertono a vederci correre su e giù per non essere

uccisi. Hanno un’ottima mira tanto da colpire in

pieno il deposito delle nostre munizioni, com’è

successo proprio all’inizio di questa battaglia. Non

so se sono fortunati o hanno qualcuno che li

informa dall’interno della base. Noi stiamo

resistendo, ma a che prezzo? Ho già sentito da altri

della mia compagnia, che sono quasi alla fine del

loro anno di permanenza, che a volte dopo aver

combattuto per conquistare o difendere una base o

una collina, questa viene poi tristemente

abbandonata perché ritenuta non più strategica

senza il minimo rimorso per il numero di vite che

sono state sacrificate.  

Strana strategia: noi facciamo da esca e quando

veniamo attaccati, i nord vietnamiti dovrebbero

essere colpiti dalla nostra aviazione in modo

massiccio, ma non sempre è possibile. Spesso c’è la

nebbia e nubi cariche di pioggia impediscono sia

l’attacco aereo che il nostro rifornimento, mentre

loro hanno già puntato cannoni e mortai e

continuano a martellarci."  

Si ferma con il racconto ed io approfitto per

segnarlo con la croce sulla fronte. Dal mio gesto, si

rende conto che è in pericolo di vita e subito

riprende il suo racconto come per sfidare la morte e

dimostrarmi che lui è un duro e ce la farà. Cerco la

borraccia, provo a dargli dell’acqua a piccoli sorsi e

gli bagno anche il viso per dargli un minimo di

sollievo. Con quel gesto, non posso fare a meno di

notare il colore della terra rossa di Khe Sahn che

mista all’acqua assume un colore porpora mentre,

se bagnata dal sangue, diventa scura e minacciosa

di tristi presagi. Gli passo allora le mie dita bagnate

sugli occhi così da non fargli vedere la differenza e

tenerlo calmo il più possibile.

"Non sono un eroe, non tornerò a casa vantandomi

di aver eliminato molti charlie ma mi rendo conto di

essere uno dei tanti ingranaggi di una enorme ruota

dentata che gira da qui alla nostra Nazione.

Ognuno deve fare il proprio dovere e farlo bene. Mi

hanno insegnato a sparare in addestramento ma da

quando sono arrivato qui, il mio fucile non ha mai

sparato un colpo ed ho solo utilizzato bulldozer e

pala per scavare trincee o riempire le enormi buche

sulla pista. Se non sistemiamo tutto ed alla svelta,

non riceviamo i rifornimenti e rischiamo sempre di

più. Potrebbero scarseggiare le munizioni o i

farmaci per i feriti e quelli ridotti peggio non

potrebbero essere evacuati. Si, ho fatto il mio

dovere come mi hanno ordinato ed ora voglio essere

evacuato anch’io. Mi aiuti Padre, mi faccia salire sul

primo volo che parte".  

Io cerco di lenire le sue sofferenze e di stargli vicino

in attesa che qualcuno venga a prenderlo o,

almeno, che riesca a vedere qualcuno da chiamare

per farlo curare ma, nel silenzio più totale di quei

lunghi ultimi minuti, un triste sibilo si sente in

lontananza. Si avvicina sempre più e tu speri che

vada lontano e ne possa sentire la sospirata

detonazione.  

L’interminabile attesa del boato, rende quei secondi

eterni, come se la tua vita fosse momentaneamente

sospesa. Come se tutto avesse un’altra dimensione

e lo scorrere del tempo fosse completamente

alterato, con momenti rapidissimi ed altri infiniti. Il

fischio continua e il proiettile prosegue la sua

discesa di morte. Cerchi di utilizzare al massimo

tutti i tuoi sensi per tentare di capire dove possa

cadere. Gli occhi sgranati, le orecchie tese nel

provare ad indovinare la direzione della traiettoria e

la testa che prega Dio di non essere tu il

predestinato. Il cuore impazzisce e sembra voler

schizzare via dal petto mentre le mani sudano e

tremano al tempo stesso. Sembra un secolo ma

sono solo pochi, interminabili ed eterni secondi di

vita. Lo scoppio è assordante, ti disorienta, lo

spostamento dell’aria rende vano ogni tensione

muscolare e diventi come una nave in balia della

tempesta.

Stordito dal rumore ed accecato dal bagliore,

impiego qualche secondo per cercare di fare il

punto della situazione e rendermi conto

dell’accaduto. Dopo essermi accertato di non aver

riportato danni, quasi cieco, come prima cosa cerco

con le mani sulle mie gambe la testa di George ma

non la trovo. Il cuore ricomincia la sua folle corsa

ed a tentoni cerco di trovarlo intorno a me, ma

nulla. Ho una paura tremenda a pronunciare il suo

nome perché ho il terrore di non ricevere risposta e

con gli occhi spalancati ma accecati dal bagliore, mi

sforzo di capire meglio la situazione e mi accorgo

che lui è steso dove eravamo prima dell’esplosione

ed io sono stato scaraventato a circa quattro metri

senza riportare nessun danno, perché le schegge

sono state fermate da alcuni sacchi di terra a

protezione della vicina trincea. Mi muovo

strisciando in fretta verso di lui, terrorizzato da

quanto accaduto e dalle possibili conseguenze

mortali del colpo. Non si muove, non parla e non

riesco neanche a vedere da lontano il movimento

del petto nel momento del respiro. Mi alzo quasi in

piedi ma barcollo e cado in avanti sbucciandomi i

palmi delle mani, ma mi affretto ad avvicinarmi a

George. Sono ancora sordo e non riesco a sentirne il

respiro. Mi bagno la mano, la accosto alla sua

bocca e sento entrare ed uscire debolmente l’aria.

Felice come un bambino ed incurante dell’arrivo di

altri colpi, avendo riacquistato un minimo di vista

ed equilibrio, corro verso la tenda ospedale

facendomi preannunciare dalle mie urla. Prima del

mio arrivo, si affacciano due soldati che con una

barella mi vengono incontro. Gli indico il punto

preciso dove si trova George e corrono come fulmini

per andarlo a prendere. Io entro nella tenda per

lavarmi almeno le mani sporche di sangue ed in

pochi attimi entrano anche i due soldati con la

barella e George ancora vivo. Lo sistemano su un

tavolo improvvisato e mi chiedono di uscire. Prima

di farlo, mi avvicino e gli accarezzo il viso. Lui sente

il contatto della mano, apre a stento un solo occhio

e dopo avermi riconosciuto abbozza un sorriso. Mi

allontano come ordinatomi e mi accosto in un

angolo a pregare.

Sono talmente assorto nella preghiera che è come

se fossi in una gigantesca bolla e tutto intorno a

me, in quel momento, non esistesse più. Poi una

enorme mano sulla spalla mi riporta bruscamente

alla realtà: "Bene Padre, il suo amico ce la farà. Lo

abbiamo ricucito, ora è debole ma lo manderemo

via con il primo volo. Potrà ricevere cure migliori in

ospedale e poi tornerà a casa". Sposto la tenda che

mi separa da una improvvisata sala operatoria e

vedo George steso sul tavolo dove gli hanno

prestato le prime importanti cure che mi ringrazia

con la mano, con lo sguardo. Io, senza entrare, gli

mando la mia benedizione e gli auguro di rimettersi

presto e tornare a casa.

Però ora devo trovare il Cappellano della base e

consegnargli tutto quello che aveva richiesto. Esco

dalla tenda in un momento di calma apparente e

chiedo informazioni su dove sia alloggiato il

Cappellano Fred Wells. Mi indicano un gruppo di

sacchi e mi dicono che nascosto lì sotto, tra le altre

cose, c’è anche il posto dove dorme il cappellano.

Torno all’improvvisato magazzino dove ho lasciato

lo zaino con tutta la roba da consegnare e trincea

dopo trincea, seguo il percorso obbligato per

raggiungere il bunker.  

All’ingresso del primo, chiedo dove sia il mio collega

religioso e mi dicono di attraversare tre stanze

quasi sotterranee ed alla fine sarò arrivato.

Mi introduco all’interno e chiedendo permesso per

l’intrusione mi faccio largo tra scarponi, elmetti e

lattine di birra, fino al terzo locale-dormitorio. Non

trovo nessuno, ma ugualmente tiro fuori dallo zaino

tutto quello che ho portato, sistemandolo nel

migliore dei modi su un piccolo tavolo che funge

anche da altare. Torno indietro ed ora invece è il

momento di trovare dove sistemarmi per la notte

perché per oggi sono previsti solo altri due

atterraggi che ripartiranno carichi di feriti e quindi

per me non ci sarà posto.

Rifaccio al contrario il tortuoso percorso nella

trincea ed arrivo dove mi avevano detto che avrei

trovato delle brande libere. All’interno ce ne sono

sei e solo tre sono già occupate. Ne scelgo una ed

esco alla ricerca del cappellano. Mi dicono che sta

celebrando e mi affretto per non perdere la

funzione. Arrivo che hanno iniziato da poco e lui,

riconoscendomi, mi invita sull’altare a concelebrare.

Sono ancora sporco di terra e del sangue di George,

ma in un attimo mi tolgo la camicia e la infilo al

contrario, così da sembrare meno sporco agli occhi

di tutti. Finita la messa, possiamo finalmente

conoscerci ed io gli spiego come mai ho tardato ad

incontrarlo da quando sono arrivato e di quello che

mi è capitato con George. Restiamo insieme per

diverso tempo e poi mi accompagna dove ho lo

zaino per potermi cambiare e per cercare qualcosa

da mangiare. Nel frattempo si è fatto buio e sento

salire improvvisamente la tensione tra tutti i

soldati. Anche il Cappellano Wells ha un

comportamento diverso. Si rende conto della mia

perplessità e mi spiega che a breve inizieranno a

martellarci.

Approfittano

dell’oscurità

per

avvicinarsi alla base e colpirci in modo pesante e

continuo. Questa notte però è limpida e non ci sono

nuvole, così potremo rispondere al fuoco e non ci

sorprenderanno.  

Ormai questo è lo scandire del tempo: scambio di

colpi il più preciso possibile, prestando la massima

attenzione affinché non arrivino in forze via terra ed

attenti a non colpire i nostri che escono di

pattuglia. Proprio in quel momento si sentono le

radio che avvisano della pattuglia che rientra dopo

aver sistemato le trappole per la notte e tutto quello

che c’era disponibile per avvertirci su un attacco via

terra: lattine vuote, filo spinato rinforzato e bloccato

sul terreno, mine Claymore e granate pronte ad

esplodere non appena le tocchi o togli il filo ben

nascosto nell’erba.

Dopo aver sparato qualche razzo che illumina quasi

a giorno una parte del perimetro della base, si vede

chiaramente il fumo colorato che segnala il ritorno

dei nostri.

Viene dato l’ordine di non sparare e, via radio, l’ok

per l’ingresso. Entrano velocissimi correndo allo

scoperto a zig-zag e si tuffano nella prima trincea

che incontrano. Da quanto riferiscono, pare che nei

dintorni non abbiano

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