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Lunghezza:
211 pagine
3 ore
Pubblicato:
4 dic 2018
ISBN:
9788825407594
Formato:
Libro

Descrizione

Fantascienza - romanzo (180 pagine) - Un condottiero proveniente dal passato riuscirà a mettere in crisi l’Impero Connettivo, che si estende all’infinito nel tempo e nello spazio?


Dopo essersi separato dalla sua parte trascendentale, nel New Connective Empire guidato da Sillax la logica iperliberista regola le vite e i guadagni dei postumani che continuano a vivere su Nèfolm, la capitale che l'imperatore Totka_II aveva costruito poco prima di passare a un più alto livello di energia.

Qualcosa però va storto in questo disegno di perfezione: Sillax sente la pressione delle forze estremiste e la sua attitudine al comando si sfalda nel momento in cui non riesce più a interagire con l’imperatore. Contemporaneamente, emerge da un passato informe la figura di Annibale Barca, condottiero e Generale dell’esercito cartaginese che per lustri interi tenne in scacco Roma e la sua potenza militare, proprio sul suolo italico. Anche Teodora, moglie dell’imperatore bizantino Giustiniano I e protagonista del precedente romanzo L’impero restaurato, è alla ricerca di una riscossa, dopo essere stata ripudiata da Totka_II e successivamente presa in sposa da Sillax, ma la sua ricerca di dignità e amore si scontra con i riverberi delle realtà e le interpretazioni che i due imperiali connettivi danno a esse.

Chi sarà in grado di dominare tra le aspre contrapposizioni di Annibale, che odia ogni forma d’impero, e l’Impero Connettivo guidato dai due condottieri? Quale risvolto energetico e strategico potrà avere una legione romana fantasma, persa nello spazio e nel tempo e in grado di orientare gli esiti dell’incipiente guerra psichica e quantica?

Cosa sarà degli abitanti di Nèfolm e di tutte le incarnazioni possibili, dell’Impero e di tutte le sue speranze di gloria e di espansione all’infinito nei continuum spaziotemporali? Totka_II saprà, con uno dei suoi abili colpi di coda, far tornare la situazione a suo vantaggio e a continuare la sua crescita indefinita?


Nato nel 1965 a Roma, Sandro Battisti ha esordito nel 1991 con il racconto Il gioco (Stampa Alternativa). Nel 2004 è stato tra gli iniziatori del movimento connettivista con Giovanni De Matteo e Marco Milani, con i quali ha fondato anche la rivista Next. È presente con i suoi racconti in tutte le antologie connettiviste, fino alla più recente, Nuove eterotopie (Delos Digital, 2017) di cui è anche curatore con Giovanni De Matteo.

Nel 2006 concepisce e sceneggia con Piero Viola il fumetto Florian dell’Impero, disegnato da Fabrizio Ricci (Cagliostro ePress). Ha pubblicato direttamente in ebook i titoli La mappa è una contrazione (Graphe.it, 2011), tradotto anche in inglese, e Ancient Name (La Mela Avvelenata, 2013). Molti dei suoi racconti appartengono al ciclo dell’Impero Connettivo, uno scenario che si è andato via via arricchendo. A questo universo narrativo appartengono i romanzi Ptaxghu6, scritto in collaborazione con Marco Milani (eds, 2010, poi ripubblicato nel 2015 da Kipple Officina Libraria), e Olonomico (CiEsse Edizioni, 2012).

Nel 2014 si è aggiudicato il Premio Urania con il romanzo L’impero restaurato (poi vincitore del Premio Vegetti 2017), ex aequo con Bloodbusters di Francesco Verso, e insieme con questo pubblicato nel volume Il sangue e l’impero (Mondadori, 2015).

Pubblicato:
4 dic 2018
ISBN:
9788825407594
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Punico - Sandro Battisti

9788825404838

I

Noi siamo ricorsivi, germogliamo frattali come fiori composti di corolle in compulsiva riproduzione di petali: siamo un’escalation infinita di un’unica rivelazione.

Osservava lo spettacolo scintillante del mare sotto di sé, stava sull’altura mentre fu fulminato dal pensiero della riproduzione dei frattali.

L’estate piena era appena mitigata dal vento che soffiava veloce sullo Stretto; i suoi piedi dominavano l’immensità delle acque imbevute di blu intenso, come solo gli abissi sanno donare, a suscitargli una profondità d’animo che riusciva appena a stemperare con un’amarezza infinita, provata da un’arsura interiore che gli corrodeva la sua stessa vitalità. Così, costrutti di una matematica superiore gli apparivano improvvisamente come aride estensioni di altri abissi, logica disincarnata applicata a carni vive, modificate e inspessite da una superiorità intellettuale inconcepibile dai suoi stessi avi.

Poteva dirsi appagato dalla sua estesa e potente vita imperiale? Poteva definirsi davvero come l’essere superiore che si era sempre considerato? In bocca sentiva una secchezza mortale, ma la visione del panorama avvolgente lo rinvigoriva, donandogli l’esatta percezione di uno schermo enorme su cui olografie nitide e affilate s’inserivano atomicamente nei suoi pori postumani; si pose in un’ottica esterna e provò a descriversi graficamente, studiando con attenzione i lineamenti del suo volto inspessiti dalle entropie dissipate nell’arte di decidere, governare, brigare e tentare di comprendere logiche aliene incommensurabilmente superiori; gli infiniti anni impiegati nel governo dell’Impero Connettivo gli avevano lasciato il segno, il suo fisico era plasmato dalle capacità decisionali affilate in incalcolabili circostanze vissute sulle rive di un oceano di eventi, sul limitare delle dimensioni e dell’astuzia politica, nel tentativo infaticabile di rimodellare i contorni del cinismo e del pragmatismo.

Guardò ancora il panorama, strizzando gli occhi per la rifrazione del sole che lo abbacinava. La salsedine, che saliva a zaffate corrosive, lo inebriava come un fumo chimico e tossico: lui stava per salpare lontano.

Lui. Sillax.

Nessuno sapeva ancora del suo progetto.

Sillax, che da quando aveva assunto le redini della pars incarnata dell’Impero Connettivo, conosciuta nell’ecumene come NCE – New Connective Empire – aveva guidato dalla capitale Nèfolm con mano il più possibile ferma e decisa i nuovi assestamenti statali, fioriti da implicazioni caotiche di politica postumana; ora invece era sul promontorio a guardare giù verso l’approdo luminoso di bellezza struggente, pronto a salpare in solitaria e munito della sola necessità di guardarsi bene dentro, per comprendersi perché sentiva di perdersi in nebbie d’illusioni del reale.

Il disgusto e l’amarezza dei ricordi lo sorprendevano a ogni respiro e sentiva la necessità di lasciare alle spalle un’esistenza di continui obblighi, un bisogno che lo aveva continuamente tentato da interi cicli temporali, una delle due illusioni massime annegate nelle trame essenziali dell’Impero Connettivo di cui lui ne era, in fondo, la più evidente rappresentazione militare e politica; certo, lo era anche durante l’era dell’impero unificato, quando a capo di tutto regnava l’imperatore alieno, il nephilim Totka_II, colui che aveva dominato da sempre sul tempo e sullo spazio, l’altra illusione massima, colui che aveva comandato alla maniera degli antichi imperatori romani. Totka_II poi, come Sillax ricordava bene al pari di tutta l’ecumene NCE, si era esiliato in una fase prossima a quello che poteva definirsi come passato prossimo. Con la sua smania di governare ovunque, l’alieno aveva ridotto i territori spaziotemporali barbari a province, ricavandone così una trascendenza sempre maggiore. Egli infine aveva compreso, scontrandosi in ultimo con l’entità ectoplasmica dell’antico impero bizantino, che non poteva più espandersi da incarnato verso il continuum immateriale, rarefatto di pura energia e trascendente, così decise la scissione del suo Stato rimanendo a capo soltanto della parte disincarnata. Totka_II aveva saltato il guado e aveva lasciato a Sillax, suo fido plenipotenziario, tutta la gestione postumana del restante impero. Il Nephilim si era trasferito altrove, rimanendo però sempre psichicamente presente nell’ecumene imperiale, usando modi imperscrutabili e con il suo dominio sempre configurato come una solida unità statale; Totka_II otteneva così il vantaggio incommensurabile di tenersi lontano dalle pastoie di un governo postumano, lasciando a Sillax le incombenze più rivoltanti.

Di fronte alle acque di quel blu abbacinante i pensieri di Sillax andarono anche alla politica interna imperiale, alle continue piccole crepe che si aprivano nel tessuto connettivo dell’NCE, dove le pressioni sociali divenivano sempre più insostenibili e le lotte di potere per accaparrarsi informazioni, la valuta imperiale di sempre, sembravano sempre più brutali e generavano agglomerati affaristici, gentes senza scrupoli in grado di interferire con le stesse volontà di Sillax e di esportare, in ogni angolo dell’ecumene, il germe della cupidigia ultraliberista. La parabola postumana non aveva mai assurto alla Singolarità esistenziale, non si era mai affrancata dal paradigma legato al valore commerciale e dell’incarnato, così la spinta di un rinato vento ultraliberista, un cancro nuovamente rifiorito dopo secoli di tacita esistenza e ammantato da una luccicante falsa giustizia sociale – A ognuno il suo autosufficiente angolo multidimensionale, inneggiavano le gentes affaristiche dai network del business – non aveva tardato a mettere in evidenza le divisioni sociali tra le fasce più deboli degli umani modificati, tutti indistintamente esaltati da un’avidità meschina e profittatrice che li avrebbe presto portati a una condizione vicina alla sudditanza dell’infame sistema economico noto come Sideralhyperlib.

Sillax non riusciva proprio a porre un freno al degrado morale e sociale. In un’intuizione che aveva sempre più spesso raffinato, gli era diventato chiaro che nulla avrebbe mai potuto interrompere l’antica naturale inclinazione al Potere camuffata con la smania del guadagno; pensava che la causa di ogni perversione commerciale si originasse dalle entità disincarnate e inumane, che trasmettevano occultamente le suggestioni del progresso infinito, di una crescita economica e sociale senza freni e inibizioni da esportare nei molteplici sistemi spaziotemporali conquistati. La logica del profitto, ragionava allora amaramente Sillax, non ha in sé nulla di umano, né di postumano: è soltanto un montare di senni inumani, lontani da qualsiasi bellezza incarnata. Gli sembrò che le regole e le entità arcaicamente disincarnate dello spazio profondo stessero continuando a macinare finemente, con le loro aberranti logiche, ogni resistenza antropomorfa.

Sillax, disgustato e consapevole che per i postumani non poteva esserci altra via di uscita se non un’impari lotta con le volontà occulte, si lasciò rapire dall’abissale blu del mare di fronte a lui; lo fissò intensamente e con lo sguardo ne rincorse le creste imbiancate dalla corrente marina, fino all’origine della corrente stessa che si fiaccava nei flutti caotici. Ne studio l’immane complessità matematica e, conquistato dalla sua minimale bellezza, arrivò per un attimo a comprenderne le armonie quantiche, dove cantavano molte voci accordate su canoni inumani, stupende e protese verso bellezze incorporee incommensurabili.

Ciò che ho compreso ora, pensò l’Augusto dell’NCE, si espande attraverso dimensioni memetiche. Si grattò il mento, tra il perplesso e il pensieroso considerandosi un’infinitesima parte di uno strano gioco, moralizzazioni fuori luogo che enfatizzavano l’inutilità degli antropomorfi e quindi di lui stesso, che ne era il più autorevole esponente.

So di sentirmi stanco, disse a se stesso; una grave conferma per lui che si considerava come l’esclusivo depositario della verità NCE. Intimamente so di essere soltanto un frammento della consapevolezza olografica, ma poi l’autorità che indosso e vivo mi pone seri quesiti di esistenza ed è qui che inizia il mio dramma siderale.

Disegnò nella sua immaginazione una rielaborazione sinestetica del palazzo imperiale di Nèfolm, dove ogni elemento architettonico mutava funzione incarnando la protervia stessa del potere: lui era in ogni angolo del Palazzo, il suo viso risaltava come un bollo impresso su ogni mattone, era presente su ogni atto del governo imperiale. Provò nausea per se stesso.

Sono in ogni luogo e per questo sono diventato un simulacro; Totka_II è così lontano, algido ed etereo da non permettere comunicazioni di alcun tipo, a meno che non le voglia lui stesso. E io?, s’interrogò, Io cosa posso fare per fronteggiare lo sfacelo entropico di quest’epoca, per puntellare la decadenza che si abbatte sui postumani in odor di onnipotenza, perennemente giovani e ambiziosi da non saper gestire l’idea stessa del limite?. Poteva lui definirsi vecchio e postumano al contempo?

Gli tornò chiaro il senso della corruzione che operava tra la sua gente: un fetido nerume d’inutili corse all’arricchimento, un chiudere gli occhi su ciò che dà vitalità per abbracciare schiavitù psichiche, un attuare gli interessi dei letargici Grandi Antichi, tutti dispersi in meandri ineffabili di realtà oscure. L’inumano emanato da quelle energie più antiche del tempo, con le sue spietate e subdole regole disumane, imperava ovunque ed era il vero mandante di tutta l’ondata economica che andava sotto il nome Sideralhyperlib.

Sillax si distrasse da quei pensieri dimensionali, vedendo arrivare il vascello che era ormai a poche miglia dalla costa; fissò l’abisso del mare e si sentì tentato di lasciarsi morire, con un volo d’angelo fin laggiù, sulle rocce bagnate dalle mareggiate. Invece, al segnale convenuto, con passi sicuri e autorevoli percorse il sentiero giù per l’aspro crinale discese, verso l’approdo, vedendo ingrandirsi sempre di più l’ingresso di servizio del cargo connettivo, connesso a ogni flutto caotico del mare così da determinarne il moto ondoso. È giusto contaminare con artifici quantici la bellezza degli oceani?, pensò Sillax. Non trovò la risposta nemmeno quando fu di fronte all’ingresso della ‘SydMarineSpace, il vettore che poteva solcare indifferentemente sia l’inconsistenza quantica del mare profondo, sia quella dello spazio siderale.

– Parola d’ordine! – si sentì apostrofare da un tipo con connessioni craniali a scomparsa disposte ovunque, una sorta di junkie di qualche corpo paramilitare delle gentes, qualcuno che se lui fosse stato nel pieno vigore delle sue funzioni imperiali avrebbe fatto fustigare e suddividere in fettine sparse per i sistemi dello spaziotempo, per poi lasciarlo svenare in dozzine di altre dimensioni. E non è detto che prima o poi non ti faccia fare quella fine, chiosò torvo tra sé e sé, rispondendo al junkie ologrammi in stretta sequenza dialettale, informazioni ricche come macchie di grasso sulla minestra.

Il cenno di assenso dell’altro mostrò a Sillax l’ingresso a soffietto del vascello, un probabile modem dimensionale sempre aperto su istanti di fuga quantica dal collasso del reale. Gli schizzi dei marosi gli macchiavano gli alamari a scomparsa, che vestiva un’uniforme imperiale da tempo libero facilmente scambiabile per una tuta da lavoro sul bordo degli eventi.

Entrò. Era caldo e si sentì arso dalla sete ma con la pelle prossima a esplodere, come se avesse bevuto una bibita fredda nel deserto libico. Guardò i soffitti del corridoio incrostati di salsedine, mentre il rumore della risacca cambiava tonalità e senso divenendo un cupo rimbombare, simile ai sogni che Sillax faceva quando era ancora un bambino immacolato, mai toccato dalla tecnologia. Così tanti eoni fa, pensò con un colpo mancato del cuore.

Guardando i soffitti dell’imbarcazione scoprì che avevano su di lui un effetto incomprensibile, come se le croste di salsedine appese sulle pareti e in alto fossero graffiti alieni, elementi di uno strano linguaggio che generava un effetto ancora più indecifrabile, subdole movimentazioni di un’ineffabile contabilità psichica.

Trovò il junkie in una parte del corridoio, in piedi di fronte a lui e immerso nella sua apparente tranquillità; a Sillax sembrò di vacillare perché pensava di provenire dalla terraferma e, invece, essa gli era inspiegabilmente di fronte. Eppure non ho svoltato da nessuna parte, il corridoio era dritto…, corrugò la fronte pensando che comunque non doveva lasciarsi impressionare da un povero traffichino dimensionale.

– Ti aspettavo – la voce, i modi e il tono del junkie erano ancora più grezzi di quanto ci si potesse aspettare; Supera costantemente tutte le aspettative, disse ironico tra sé Sillax mentre l’altro gli presentò un risolino guasto e falso di gelida cortesia omicida, un’abitudine riservata ai criminali di ogni tipologia dimensionale.

– Grazie, fratello – il plenipotenziario esibì il suo miglior sorriso da cerimonia, mimiche e cortesie da esportazione allenate da anni di subdoli contatti diplomatici e da operazioni sottotraccia di polizia militare.

– Fammi strada verso la cabina – continuò poi asciutto Sillax, la stretta di mano che si erano scambiati gli aveva permesso di leggere, senza esser visto, larghe fette della psiche del junkie – Lascalle aveva scoperto essere il suo nome. Sembra non essersi accorto della mia natura imperiale, pensò mentre i codici di controllo gli tornavano in risposta da Nèfolm, indicandogli come il simulacro olografico stesse svolgendo egregiamente il compito governativo.

Si sentì sollevato, ma un piccolo capogiro lo sorprese mentre pensava che, finalmente, poteva davvero liberarsi del fardello del Governo; per brevi attimi gli sembrò di vivere in un sogno, finalmente era in grado di riappropriarsi della sua vita: gli infiniti anni di servizio imperiale erano alle spalle, come se una brezza li avesse fatti volare via lasciandolo ubriaco.

Entrarono in uno stretto vano, dipinto di affreschi semoventi: non ologrammi, ma immagini animate di un antico futuro remoto in cui ogni architettura tecnologica poteva essere verosimile. Sillax strinse la mano a Lascalle, passandogli alcune informazioni guaste, primizie scintillanti di speculazioni informative che avrebbero ingannato anche i suoi sottoposti se non li avesse avvisati prima.

– Sei sicuro di questo denaro? – gli contestò diffidente il junkie. Il suo cappellino era scivolato verso la nuca, lasciandogli libera la fronte su cui si agitavano algoritmi di allerta; Sillax comprese che Lascalle aveva assunto una posa teatrale per apparire scaltro, un modo risibile per nascondere la propria pochezza intellettuale.

– Queste informazioni sono quanto di meglio ho potuto connettere, mio caro ragazzo: non pensare che sia stato facile portarle come garanzia per questo viaggio. Vuoi vederne i controcodici criptati?

Lascalle ci pensò su qualche istante, poi scrollò la testa, proprio come prevedeva Sillax.

– No, non c’è bisogno; a proposito, il tuo nome?

– Il mio nome non devi conoscerlo e non dovresti nemmeno chiedermelo, ma tu mi stai simpatico e penso che potremmo fare un piacevole viaggio; sì, potremmo…

– Non ti posso stare simpatico perché non lo sono – fu la brusca risposta che Lascalle diede a Sillax – e il viaggio sarà semplicemente interminabile, dovresti saperlo.

Conosco le strade degli eventi, pensò tra sé Sillax mentre faceva l’occhiolino al junkie: sapeva che non gli conveniva scoprirsi troppo, e poi aveva davvero bisogno di stare da solo, non sopportava più la presenza di quel cialtrone.

– Qui c’è la tua cabina. Benvenuto… – lo arpionò il junkie, aprendogli la porta sul locale connesso ad attrattori caotici adiacenti che sembravano ancora funzionare, proponendosi poi cerimonioso con un inchino balordo come la fedina penale di un bandito.

Sillax entrò e prima ancora di salutare Lascalle, si trovò inclinato su una vertigine obliqua di eventi che lo rapiva e gli mostrava, in rapida successione e dislocazione, elementi discordanti del suo passato. Quando si girò, il suo anfitrione non c’era più e la porta da cui era entrato si era trasformata in una parete incrostata dalla salsedine.

Grattò via la vernice accartocciata, e ciò che vide sotto fu metallo corroso e malato.

Mi accampavo sul limitare del bosco, osservando il fiume che scorreva accanto. Mi sentivo pervaso da una rabbia placida, ero così vicino al nemico da volerlo annientare stritolandolo, schiacciandolo, dominandolo col mio potente genio.

Respiravo l’aria fina del mattino e osservavo i miei cavalieri, i soldati che si affaccendavano nel campo, tutti erano galvanizzati dall’essere così vicini alle mura del nostro nemico. Leggevo sui loro volti la fatica e l’esaltazione del partecipare all’elitaria sortita, capivano che li avrei guidati verso il successo e sapevo che rappresentavo per loro allo stesso tempo la madre, il padre, la nutrice, il condottiero, l’invincibile genio, qualsiasi cosa potesse identificarsi col divino, con lo stesso Ercole che li avrebbe guidati in battaglia tramite la preparazione di essa.

Ero il macellaio di decine di migliaia di fanti, di cavalli e cavalieri nemici, ero semplicemente il loro idolo. Ero colui che aveva sorpreso i generali avversari all’alba, li avevo tirati fuori dall’accampamento e li avevo esposti al gelo da assonnati e affamati, in riva a un fiume ghiacciato

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