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Rime: Prefazione e commenti di Giacomo Leopardi
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E-book797 pagine10 ore

Rime: Prefazione e commenti di Giacomo Leopardi

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Info su questo ebook

Francesco Petrarca è uno dei primi grandi poeti italiani, universalmente noto per il Canzoniere. Nonostante egli scrivesse soprattutto in latino, ebbe un ruolo fondamentale per lo sviluppo della lingua italiana in volgare. La sua poetica è sempre incentrata sull’individuo, caratteristica innovativa e anticipatoria dei tempi: per questo Petrarca viene spesso considerato antesignano della “modernità letteraria”.
Questa edizione delle Rime presenta la prefazione di Giacomo Leopardi e i suoi commenti ai componimenti del genio trecentesco.
LinguaItaliano
Data di uscita28 nov 2018
ISBN9788829561896
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    Rime - Francesco Petrarca

    RIME

    Francesco Petrarca

    Prefazione e commenti di Giacomo Leopardi

    © 2018 Sinapsi Editore

    INDICE

    FRANCESCO PETRARCA AI POSTERI

    PREFAZIONE DI GIACOMO LEOPARDI

    RIME

    NOTE

    FRANCESCO PETRARCA AI POSTERI.

    Come che molto sia da dubitare, che un nome oscuro e meschino a grande distanza di luoghi e di tempi possa pervenire, darsi potrebbe il caso che a voi di me giungesse qualche sentore, e che vi prendesse alcuna vaghezza di conoscere qual’uomo io mi fossi, qual sorte si avessero le opere mie,¹ spezialmente quelle di cui la memoria ed il povero nome avesse infino a voi tramandato la fama. Quanto alla prima delle due cose saran diversi i pareri; chè suol ciascuno nel parlare d’altrui meglio che al vero, al proprio avviso attenersi, nè la lode e l’infamia hanno legge che le governi. Mortale omiciattolo io fui, siccome voi siete: di stirpe grande no, ma non vile. Della famiglia mia² dirò come Cesare Augusto diceva della sua, ch’ella fu antica. Non malvagia nè invereconda ebbi dalla natura sortita l’indole, cui nocque per altro il contagio del mal costume. Trassemi l’adolescenza in inganno: m’ebbe vinto la giovinezza: mi corresse la vecchiaia, facendomi esperto di ciò che molto innanzi aveva imparato, giovinezza e piaceri non essere che vanità: o a meglio dire, mi corresse il supremo moderatore di tutti i tempi e di tutte l’età, che i miseri mortali lascia talora da insano orgoglio aggirare nelle vie dell’errore, perchè, sebben tardi, una volta si ravveggano e si convertano. Fui della persona in gioventù non troppo robusto, ma destro ed agile assai. Bello no, ma tale che sul fior degli anni poteva piacere; di bel colore tra il bianco e il bruno, d’occhi vivaci e di vista che si serbò per lungo tempo acutissima, ma dopo l’anno sessantesimo venutami meno, mi costrinse a malincuore a ricorrere agli occhiali. Sanissimo per tutta la vita, la vecchiaia coll’ordinario stuolo de’ suoi malanni mi sopraffece. Da genitori di onesta condizione, e per vero dire venuti già da mediocre a povero stato, e cacciati da Firenze patria loro in esilio, nacqui in Arezzo sull’aurora del lunedì 20 luglio dell’anno 1304 a contare dal dì, che Cristo nascendo segnava l’epoca di questa ultima nostra età.³ Fui delle ricchezze solenne dispregiatore, non perchè bello non mi paresse il possederle, ma sì perchè abborrii dai travagli e dalle cure che son di quelle compagne inseparabili. Avverso alle lautezze dei banchetti mantenni di tenue vitto e di volgari cibi la vita più lietamente, che tra le leccornie e le ghiottonerie, non soglion fare i successori di Apicio. Quelli che han nome di sontuosi conviti e dir si dovrebbono crapule a temperanza e a costumatezza avverse e nemiche, io sempre ebbi in odio, e parvemi penoso a un tempo ed inutile e il farne altrui, e l’accettarne invito. Ma nulla ebbi di più caro del convivare cogli amici: il loro arrivo fu sempre una festa per me: e il non avere compagno a tavola mi spiacque sempre. Dalla ostentazione costantemente mi tenni lontano, non solo perchè cattiva in sè stessa e contraria all’umiltà: ma perchè affannosa e nemica riesce al vivere riposato e tranquillo. D’altri amori non mi accesi che di un solo nella mia giovinezza: e quello onesto a un tempo e ardentissimo, del quale più lungo ancora che non fu sarebbe stato il travaglio, se l’ardore che già cominciava a venir meno, acerba ma opportuna la morte non avesse estinto.⁴ De’ voluttuosi piaceri ben vorrei dirmi al tutto inesperto; ma poichè questo senza mentire al vero io non posso, mi terrò contento ad affermare, che quantunque il calore della età e del temperamento me ne dessero fortissimo stimolo, pur dal fondo dell’anima ne conobbi e n’esecrai la bassezza. Giunto però ai quarant’anni o in su quel torno, benchè pieno tuttavia di fuoco e di vigore, non solamente la pratica, ma la memoria pur anco ne abbandonai, e fui com’uomo che a donna mai non si fosse avvicinato. E ben di questo al mio Dio le maggiori grazie che io sappia rendo e professo, noverando fra le cose più felici della mia vita, l’essermi potuto sano ancora e robusto da quella umiliante soggezione al tutto affrancare. Ma d’altro si parli. Conobbi in altri la superbia, in me stesso non mai, e stato sempre dappoco, mi tenni pur da meno di quello che fui. Feci per ira talvolta male a me stesso; ad altri non mai. Delle onorevoli amicizie avidissimo, ne fui cultore sempre fedele; e certo di dire il vero, me ne piaccio e vanto. Sdegnoso, irritabile, dimenticai facilmente le ingiurie, de’ beneficii la memoria mai non deposi. Per familiarità di principi, di monarchi, di grandi fui talmente avventurato da destarne in molti l’invidia. Ma, sventura comune a chi invecchia, toccò a me pure soventi volte pianger la perdita de’ miei più cari. I più grandi monarchi dell’età mia m’ebbero in grazia, e fecero a gara per trarmi a loro, nè so perchè. Questo so che alcuni di loro parevan piuttosto essere favoriti della mia, che non favorirmi della loro dimestichezza: sì che dell’alto loro grado io molti vantaggi, ma nessun fastidio giammai ebbi ritratto. Tanto peraltro in me fu forte l’amore della mia libertà, che da chiunque di loro avesse nome di avversarla mi tenni studiosamente lontano. Retto e aggiustato meglio che non acuto ebbi l’ingegno, acconcio ad ogni buona disciplina, ma alla morale filosofia e all’arte poetica massimamente disposto. Questa però coll’andar degli anni posi in disparte, tutto piacendomi delle sacre lettere, nelle quali trovai riposte dolcezze tenute a vile insino allora, nè degli studi poetici ad altro che a ricreamento dell’animo più mi occupai. Piacquemi sopra ogni altro lo studio dell’antichità: dappoichè la presente età nostra ebbi io sempre per tal modo in fastidio, che s’egli non fosse l’amore de’ miei cari, in tutt’altro tempo da questo esser nato io vorrei, del quale cerco a tutt’uomo di farmi dimentico, e vivo coll’animo in mezzo agli antichi. Perchè degli storici io presi grande diletto, non senza provar disgusto delle loro contraddizioni, attenendomi a quella fra le contrarie sentenze, cui o la maggiore verosimiglianza, o l’autorità dello scrittore conciliasse più fede. All’eloquio mio detter lode di chiaro e di efficace; a me parve sempre debole e oscuro. Nel familiare consorzio degli amici, mai non posi mio studio a parere eloquente: nè so persuadermi che tanto Cesare Augusto ve ne ponesse. Ma dove il luogo, il subbietto, o gli uditori me ne parvero meritevoli, feci ogni mio potere per riuscirvi: se poi mi venisse fatto di conseguirlo, non io lo so, e sta il giudicarne a quelli che mi ascoltarono. E così potessi affidarmi di aver vissuto bene, come poco m’importerebbe di aver bene parlato: vana è la gloria che dalla sola eleganza delle parole si procaccia. Or ecco come del tempo della mia vita in parte la fortuna, ed in parte la mia volontà abbiano disposto. Il primo e non intero anno dopo la nascita si passò per me in Arezzo dove venni alla luce; i sei seguenti trascorsi in un paterno podere presso l’Ancisa a quattordici miglia di Firenze: richiamata la madre mia dall’esilio, n’andai per un anno a Pisa, e fu per me l’ottavo: il nono e gli altri che vennero appresso scorsero nella Gallia transalpina, sulla sinistra riva del Rodano, ciò è a dire in Avignone, ove il romano Pontefice in turpe esilio da lungo tempo trattiene la Chiesa di Cristo. Parve, or sono pochi anni passati, averla Urbano Quinto alla sua sede restituita: ma ne svanì al tutto la speranza, e quel che è peggio, svanì mentr’egli ancora viveva, sì che pentito ei si parve del bene che aveva fatto. Poco più ch’egli avesse vissuto, udito avrebbe per certo le mie rampogne, chè già la penna avea fra le dita, quando la gloriosa impresa abbandonando, improvvisamente la vita gli venne meno. Infelice ch’ei fu! Come bello per lui sarebbe stato il morire innanzi all’ara di Pietro ov’è la sua sede! Se dopo lui colà rimasti si fossero i suoi successori, tutta era sua la gloria di quel felice ritorno: se ripartivano quelli, tanto maggiore si pareva il suo merito quanto più grande la colpa loro si sarebbe chiarita. Ma lasciamo questo già lungo e intempestivo lamento. Ivi pertanto sulla riva di quel fiume da continui venti battuta trascorsi dapprima la puerizia sotto l’impero de’ genitori, e poscia sotto quello delle mie vanità la giovinezza.⁵ Ma fu più volte ed a lungo quella mia dimora interrotta. Conciossiachè per quattro anni interi io di quel tempo mi trattenni a Carpentras, piccola città posta a levante di Avignone e ad essa vicina: e in queste due imparai di grammatica, di dialettica e di rettorica tanto quanto in quell’età può impararsi, e nelle scuole d’ordinario s’insegna: tanto poco cioè, quanto tu, lettor mio, intendi bene. Di là mi mossi per Mompellieri, ove intrapresi, e per quattro anni continuai lo studio delle leggi: passato quindi a Bologna, vi stetti altri tre anni, e tutto ebbi percorso il corpo del diritto civile, dando di me, siccome molti stimavano, speranze grandissime, se quella carriera avessi continuato. Ma come appena dalla paterna autorità io fui prosciolto, abbandonai quello studio, non perchè veneranda non mi paresse l’autorità delle leggi, le quali tenni io sempre in onore, e strettamente siccome sono congiunte alle romane antichità, offrivano alla mia mente subbietto di dilettevole applicazione; ma sì perchè nell’usarne la malizia degli uomini le deturpa, ed io sdegnai di apparare un’arte che disonestamente mai non avrei voluto, nè onestamente, senza tirarmi addosso la taccia di baggèo, avrei potuto esercitare.⁶ A ventidue anni pertanto io mi ridussi a casa mia, chè così chiamo per forza di quell’abitudine che si converte in natura, l’esiglio di Avignone, a cui fui tratto sul termine della mia fanciullezza.

    Ivi per fama era io già conosciuto, e grandi personaggi cominciavano a dimostrarsi dell’amicizia mia desiderosi. Se a questo ora io ripenso, ingenuamente confesso di non intenderne il perchè, e meco stesso ne fo quelle meraviglie che allora non ne faceva, perchè la presunzione propria di quella età me d’ogni onore degnissimo a me medesimo rappresentava. Vollero sopra tutti conoscermi i Colonnesi; illustre nobilissima famiglia che lo splendore della Romana Curia colla sua presenza allora accresceva, e a sè chiamatomi, di così fatte onorevoli accoglienze mi furon cortesi che forse nemmen al presente, ma di quel tempo certamente per nessun titolo io meritava: e quell’illustre e impareggiabile uomo che fu Giacomo Colonna vescovo allora di Lombez, cui per virtù non credo potersi uomo al mondo paragonare, seco mi condusse in Guascogna alle falde de’ Pirenei, ove nella compagnia del signore e de’ familiari di lui passai divinamente l’estate in tale giocondità di vita, che rammentar non la posso senza sospirarne per desiderio. Di là tornato m’acconciai col Cardinale Giovanni Colonna suo germano fratello, e vissi con lui per anni molti, come s’ei fosse a me non signore, ma padre, anzi non padre, ma fratello amoroso, o per meglio dire, come se stato fosse egli un altro me stesso, e la casa sua casa mia. Di quel tempo mi prese giovanile vaghezza di viaggiare per Francia e per Lamagna, e sebbene pretendessi altre cause perchè i miei superiori il partire mi consentissero, in verità non per altro io mi moveva che per saziare la smania di veder cose nuove. Vidi dapprima in quel viaggio Parigi, e assai mi piacque l’esaminar da me stesso quanto di vero o di favoloso intorno a quella città mi venne udito. Di là tornato, mossi per Roma, che sin dall’infanzia fu meta per me di desiderio ardentissimo. Appresi allora a venerare quel magnanimo capo della famiglia che fu Stefano Colonna, uomo in virtù a qual tu voglia degli antichi eroi non punto secondo, che m’ebbe caro per guisa da riguardarmi non altramente che se fossi stato un de’ suoi figli. E durò fino all’estremo de’ giorni suoi costante e inalterabile per me l’affetto e l’amore di quell’egregio: in me per lui dura tuttora, nè verrà meno che colla vita. Compiuto quel viaggio, e sentendo che per lo abborrimento in me innato al vivere delle città il soggiorno noiosissimo di Avignone mi si rendeva impossibile a tollerare, cercai d’un qualche appartato ricetto ove potessi, quasi in sicuro porto ricoverarmi, e a quindici miglia dalla città mi venne trovata la piccolissima, ma solitaria ed amena valle che Chiusa si chiama, ove regina di tutte le fonti scaturisce la Sorga. Allettato dalla bellezza del luogo, vi trasportai i miei libri e vi fissai la dimora. E lungo sarebbe il dire quante e quali cose in tanti anni ivi io facessi. Per dirlo in poche parole, tutti gli opuscoli miei, se non per intero composti, furono cominciati, o per lo meno orditi in quel luogo; e furon tanti, che a questa età mi danno ancora da fare. Conciossiachè come delle membra, così dell’ingegno io fui meglio destro che forte, e quindi avvenne che molte cose con alacrità intraprese lasciai per istanchezza in abbandono. Ivi la solinga natura del luogo m’indusse a scrivere la Bucolica di pastorale argomento, e i due libri della vita solitaria che diressi a Filippo, grande sempre dell’animo, ma Vescovo allora della piccola Cavaillon, ora Cardinale amplissimo, e Vescovo di Sabina, solo dei vecchi amici che mi rimanga, e che non episcopalmente come Ambrosio amava Agostino, ma con fraterna predilezione m’ebbe amato sempre, e m’ama pur tuttavia. E fra quei monti errando a sollazzo in un venerdì della settimana santa, sursemi nella mente, e forte vi si apprese, il pensiero di dettare un poema intorno a quel primo Scipione Africano il cui nome, meravigliando il rammento, fin dalla fanciullezza m’ebbe preso di singolare amore; e trasportato da interno impeto misi tantosto con grande ardore mano a quell’opera, che poi distratto da mille cure lasciai interrotta, e che dal subbietto Africa intitolata, non so per quale sua o mia ventura prima che alcuno la conoscesse, destò di sè tanto amoroso desiderio. Ivi in un giorno stesso, mirabile a dirsi, mi giunser lettere del Senato Romano, e del Cancelliere dell’Università Parigina, con le quali a ricevere la poetica corona quegli a Roma, questi a Parigi facevami invito. Preso da giovanile baldanza, e degno veramente io stimandomi dell’onore, onde degno siffatti uomini mi reputavano, nè al merito mio, ma solamente al giudizio di quelli ponendo mente, stetti alcun poco infra due, pensando quale di quegli inviti seguire si convenisse. E chiestone consiglio al Cardinale Giovanni Colonna cui mi trovava così vicino, che alla lettera da me scrittagli in sulla sera ebbi la dimane in sull’ora di terza prontissima la risposta, m’attenni al suo parere, che fu di preferire ad ogni altra la veneranda autorità di Roma: siccome ne fan testimonio le due lettere che su questo proposito gli scrissi, e ancora conservo. Andai dunque, e sebbene, secondo il giovanile costume, di me stesso io portassi giudizio assai favorevole, sentii vergogna di starmene al solo giudizio mio, o di coloro che invitato mi avevano, perocchè si potesse tener per certo che di sì grande onore non mi avreb