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Sulle tracce dell'educazione: Persone, contesti, relazioni

Sulle tracce dell'educazione: Persone, contesti, relazioni

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Sulle tracce dell'educazione: Persone, contesti, relazioni

Lunghezza:
262 pagine
4 ore
Pubblicato:
Nov 26, 2018
ISBN:
9788865792049
Formato:
Libro

Descrizione

L’essere umano nel suo percorso di crescita è un esploratore che parte alla ricerca di mondi “sconosciuti”. Per questo l’esperienza di chi educa si alimenta del confronto, della tensione verso ciò che non si conosce, dell’andare altrove per poi tornare e riflettere, rielaborare e contestualizzare ciò che si è appreso. Questo libro è un percorso tra pensieri ed esperienze, alla ricerca delle tracce di un’educazione possibile in luoghi non a tutti e non sempre familiari. Un viaggio nei principali contesti educativi – famiglia, scuola, comunità, politica – fatto di interviste, racconti e analisi. L’obiettivo è proporre a chi vive l’esperienza dell’educare strumenti e stimoli per interpretare la realtà in cui opera e promuovere, laddove possibile, condizioni di maggior benessere.
Pubblicato:
Nov 26, 2018
ISBN:
9788865792049
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Sulle tracce dell'educazione - Kristian Caiazza

Gagliardo

Sulle tracce dell’educazione

Persone, contesti, relazioni

Edizioni Gruppo Abele

© 2018 Associazione Gruppo Abele Onlus

corso Trapani 95 - 10141 Torino

tel. 011 3859500 - fax 011 389881

www.edizionigruppoabele.it / edizioni@gruppoabele.org

isbn 9788865792049

Progetto grafico di copertina a cura di Elisabetta Ognibene

Il libro

L’essere umano nel suo percorso di crescita è un esploratore che parte alla ricerca di mondi sconosciuti. Per questo l’esperienza di chi educa si alimenta del confronto, della tensione verso ciò che non si conosce, dell’andare altrove per poi tornare e riflettere, rielaborare e contestualizzare ciò che si è appreso. Questo libro è un percorso tra pensieri ed esperienze, alla ricerca delle tracce di un’educazione possibile in luoghi non a tutti e non sempre familiari. Un viaggio nei principali contesti educativi – famiglia, scuola, comunità, politica – fatto di interviste, racconti e analisi. L’obiettivo è proporre a chi vive l’esperienza dell’educare strumenti e stimoli per interpretare la realtà in cui opera e promuovere, laddove possibile, condizioni di maggior benessere.

Gli autori

Kristian Caiazza, responsabile del settore Piano Giovani dell’Associazione Gruppo Abele Onlus a Torino. Si occupa dello sviluppo di progetti e interventi educativi in ambito scuola, educativa di strada, politiche sociali e giovanili.

Michele Gagliardo, educatore, responsabile nazionale per la formazione di Libera. Associazioni, Nomi e numeri contro le mafie. Già formatore e coordinatore dell’Università della Strada del Gruppo Abele, si occupa da oltre due decenni in tutta Italia di politiche educative e giovanili. Ha curato e scritto diverse pubblicazioni e articoli su educazione e prevenzione.

Indice

Introduzione

I. Noi siamo relazione, noi siamo educazione

Non si può insegnare a educare, si può solo imparare

Dove nasce l’educazione

Tra intenzione e quotidianità

Le ragioni etiche dell’educare

Educare è prendersi cura

Cattive educazioni

II. Gli ambienti educativi

1. Famiglia

Educazione e famiglia

La famiglia come spazio di intimità

Pensarsi genitori

La responsabilità educativa in famiglia

Educazione è libertà

Sostenere la funzione educativa

Famiglie che cambiano

2. Scuola

Educazione e scuola

Il bisogno di scuola

Lo stupore di apprendere e il ruolo dell’insegnante

Disuguaglianze in una scuola ancora di classe

3. Comunità

Il valore educativo della comunità

Un mondo per crescere

La comunità come incontro tra generazioni

Avere cura della comunità, avere cura del mondo

Dalle necessità, un motore per fare comunità

4. Politica

Educazione e politica

Nel metodo la direzione

La responsabilità di aprire al futuro

La valenza politica dell’educare

Fare città

III. I dispositivi educativi

1. Le tecnologie e i media come contesto educativo

Intervista a Michele Marangi

Il progetto Display: conversazione con Valentino Merlo

2. La città che educa

Intervista ad Andrea Morniroli

Il doposcuola fra pari a Napoli nell’esperienza dell’Ex Opg Je so’ pazzo: conversazione con Thomas e Salvatore

3. Il dispositivo educativo mafioso

Intervista a Mario Schermi

Libera e l’educativa di strada nei quartieri di Ballarò e Borgo Vecchio a Palermo: conversazione con Girolamo di Giovanni e Calogero Gangi

4. Educare attraverso il modello economico

Intervista a Stefano Zamagni

L’economia civile applicata nell’esperienza dell’Associazione Quinto Ampliamento: conversazione con Alberto Zambolin

Per concludere… Cosa fare alla fine di un viaggio?

Curare i desideri, per dare valore alla soggettività e ricercare la felicità

L’immaginario. Riuscire a vedere oltre quello che già c’è

Oltre sé stessi inizia un mondo: l’incontro con l’alterità

Comprendere attraverso le emozioni

Educare è svelare e costruire mondi in cui crescere

Scoprire attraverso la narrazione

Alla ricerca di una direzione

Introduzione

Ciò che non hai mai visto lo trovi dove non sei mai stato

Proverbio africano

L’essere umano, nel suo percorso di crescita e nel riconoscersi una responsabilità educativa, è un esploratore che parte alla ricerca di mondi sconosciuti, spinto dalla passione per l’incontro con il nuovo e dal bisogno di non accontentarsi di ciò che vede, scendendo sempre nella profondità delle cose. Così, anche l’esperienza dell’educare si alimenta e si nutre del confronto, della tensione verso ciò che non si conosce, dell’andare altrove; per poi tornare e riflettere, rielaborare e contestualizzare ciò che si è appreso.

Per questo, volutamente, il libro è un percorso tra pensieri ed esperienze, alla ricerca delle tracce di una educazione possibile, in luoghi non a tutti e non sempre familiari. Interrogare, confermare o fare spazio a nuove intuizioni è la conseguenza del viaggio; l’auspicio è quello di non tornare mai esattamente come si è partiti. E in educazione, così come nel viaggiare, l’incontro con l’alterità è sempre generatore di una evoluzione. A patto che lo si voglia e se ne vada alla ricerca.

Nell’educazione uno degli elementi strutturali, come si vedrà, è il movimento: quell’andare verso qualcosa, verso un orizzonte che abbiamo posto più in là del contingente, dell’immediato, di ciò che si riesce a vedere oggi. E allora, il lavoro che abbiamo realizzato è facilmente rappresentabile come una sorta di viaggio attraverso l’Italia, dal Piemonte a Bologna, da Napoli a Palermo, alla ricerca di pensieri ed esperienze.

Ci apprestiamo a condividere un percorso che, pur nella necessità di essere continuamente arricchito, pone le basi per il fondamentale rilancio di un dibattito sull’educazione. Perché ciò avvenga fino in fondo, è necessario, come è naturale in ogni viaggio e per una intensa esperienza educativa, tracciare un percorso e assecondarne il cammino. Infine, proprio come al termine di un viaggio, occorre prendersi del tempo per riflettere su quanto è accaduto (a chi seguiamo nella crescita, agli ambienti che attraversiamo, a noi stessi…), provando a coglierne le implicazioni di senso e gettando lo sguardo un po’ più in là. L’educazione può evolvere solo in questo modo, e così pure il pensiero su di essa.

Dopo una parte iniziale nella quale si delineano confini, origini, implicazioni etiche e operative dell’educazione, si passano in rassegna quattro ambienti nei quali questa pratica trova espressione. Alcuni di essi, come la famiglia e la scuola, sono generalmente riconosciuti nel loro rapporto con l’educazione; altri, è il caso della comunità e della politica, lo sono meno. Tuttavia, è proprio dalle dimensioni collettive dell’esperienza di vita che discendono, come si vedrà, molte e importanti implicazioni sui percorsi di crescita di ragazze e ragazzi. L’educazione non è solo relazione, ambiente, contesto: è anche dispositivo. Un progetto educativo, sia esso orientato o meno al benessere di persone e comunità (sì, esistono cattive educazioni e talvolta, purtroppo, funzionano molto bene), trova espressione in forme e modalità che portano con sé una certa idea di persona, un particolare modo di essere e rapportarsi con gli altri, di stare al mondo e pensare al futuro. Le tecnologie, è nostro primo esempio, sono oggi un dispositivo che educa; anche la comunità locale e la città hanno un potenziale educativo rilevante; la criminalità, le mafie sono mondi che riproducono in modo puntuale e sistematico la propria identità attraverso una loro educazione; l’economia, infine, è oggi un sistema che promuove un suo modello educativo. Si arriva così al cuore di un viaggio che nasce dall’esperienza e che anche nel racconto dell’esperienza trova la sua cifra narrativa. Dal lavoro educativo sul campo condotto in anni di progetti, interventi, formazioni, nasce l’incontro con esperti e pratiche, il cui contributo è essenziale per mettere a fuoco il discorso sui dispositivi educativi. Per aiutare i lettori – implicati in questi ambiti a livello professionale, o nella loro personale esperienza di vita – a decodificare tutto ciò che oggi produce educazione, ricercare nella vita quotidiana i segnali dei dispositivi in atto, provare a scardinare alcune pratiche e promuovere, laddove possibile, condizioni di maggior benessere.

L’educazione ha in sé una promessa, una scommessa sul futuro delle persone, dei luoghi, delle comunità di vita. Lavorare in ambito educativo implica soprattutto confrontarsi con il tema del cambiamento, con la necessità di guardare con estrema attenzione tanto alle opportunità, quanto agli ostacoli che il viaggio educativo comporta; chiede di immaginare percorsi di miglioramento. Immaginare con coraggio e ottimismo il proprio e l’altrui intervento nel mondo.

Ringraziamenti

L’esperienza della scrittura di un libro sull’educazione non può che essere frutto di un percorso collettivo. Ciò che si troverà scritto nelle pagine che seguono racconta dei numerosi e significativi incontri e delle tante esperienze fatte nel corso della vita. Persone, contesti e relazioni verso le quali proviamo un profondo senso di gratitudine. Certamente il Gruppo Abele e Libera sono tra questi.

Un ringraziamento particolare va a Michela Morgese, Andrea Giorgia Rizzo e Sabrina Sanfilippo, che hanno dato il loro attento e discreto contributo accompagnando le nostre riflessioni e la stesura delle interviste sui dispositivi educativi.

Infine, un grazie sentito a tutte le persone che abbiamo intervistato e che ci hanno donato i loro pensieri e le loro sensibilità educative.

I. Noi siamo relazione, noi siamo educazione

Che senso ha discutere di educazione, oggi? Ha ancora un valore, a cosa può servire, in fondo, prendere in considerazione e approfondire un discorso che pare aver assunto un peso così marginale nella vita delle persone, nel funzionamento della società, nello svolgersi delle attività considerate importanti, oggi?

Noi crediamo, e proveremo a raccontarlo, che l’educazione continui ad avere un peso decisivo sulla vita delle persone, anzi: forse mai come in questa epoca storica, la partita dell’educazione gioca un ruolo fondamentale nel plasmare il destino della nostra società e dei singoli individui. Occorre anzitutto chiarirsi su cosa si intende per educazione.

Stai attraversando un giardino pubblico, noti un gruppetto di ragazzi seduti alle panchine. Sei a casa con tua figlia o, non fa differenza, siete in macchina insieme, la stai accompagnando a scuola. Oppure sei l’insegnante, in aula, di fronte alla classe. O nel corridoio, durante l’intervallo. In un momento di festa, al centro aggregativo, o in oratorio. Vale lo stesso. Prova a pensare se è possibile in tutte queste situazioni fare qualcosa, qualsiasi cosa tu debba o voglia fare, che non abbia in qualche modo a che fare con le persone che hai attorno.

Per quanto possa sembrare neutro – o per quanto possiamo sforzarci di farlo apparire tale –, il nostro stare al mondo ha un senso. Alla nostra presenza, le persone attorno a noi attribuiscono un significato. Sebbene a volte possa essere destinato a svanire velocemente, si crea un contatto fra noi e chi ci sta attorno. In qualche modo, potremmo dire, non possiamo sottrarci alla relazione con l’altro.

Un concetto che richiama alla mente la teoria sulla comunicazione umana elaborata dalla scuola di Palo Alto¹. In particolare, il primo assioma di questa teoria ci dice: è impossibile non comunicare. Siccome ogni comportamento, anche inconsapevole, comunica qualcosa; e siccome non è possibile mettere in pratica un non-comportamento, ecco che ogni cosa che noi facciamo comunica agli altri qualcosa. Invia uno stimolo che genera una qualche forma di relazione.

Viviamo, quindi, immersi in un flusso continuo di informazioni, inviate e ricevute, le quali discendono dalle molteplici comunicazioni, più o meno volontarie, che a loro volta derivano dalle interazioni che abbiamo durante la giornata. Entriamo continuamente, e inevitabilmente, in relazione con altre persone. Tuttavia, nonostante la familiarità di questa esperienza, sappiamo che le relazioni sono mondi tutt’altro che semplici. Proprio in virtù di ciò, è fondamentale prendersi cura dei rapporti umani, non tanto per ragioni di opportunità, ma come necessità che ha a che fare con la qualità della nostra vita.

I più recenti studi riconoscono nella qualità delle relazioni interpersonali, come nella dimensione delle diseguaglianze – quindi del benessere materiale in relazione agli altri –aspetti che hanno ormai un valore assodato, condiviso, per il contributo che danno al nostro benessere, al nostro stato di salute, e nella definizione di felicità². Poter accedere a una vita soddisfacente anche dal punto di vista delle relazioni interpersonali, siano esse familiari, sociali o lavorative, è diventato un parametro decisivo nel definire la qualità della vita delle persone e dei Paesi, superando la concezione basata esclusivamente sul dato economico, quindi sul Pil.

Consapevolezza dalla quale discende una prima ragione per ritenere che lo spazio per l’educazione non sia affatto svanito. Se le relazioni giocano un ruolo essenziale per il nostro benessere, l’educazione è decisiva perché fornisce gli strumenti che mettono in dialogo il singolo con gli altri, l’io con il noi. La relazione che stabiliamo con noi stessi e con gli altri dipende dall’educazione. Ecco perché è importante l’educazione, ecco perché è possibile costruire un mondo diverso. La possibilità di immaginare e perseguire un nuovo modo di intendere l’uomo e la donna, lo sviluppo della società, i rapporti tra le persone è ancora viva e realizzabile, e passa attraverso l’educazione.

Per stare bene, per essere felici, dobbiamo occuparci delle relazioni. Per occuparci delle relazioni, dobbiamo occuparci dell’educazione. L’educazione è, in definitiva, il presupposto di benessere delle relazioni umane.

Eppure, nel dibattito pubblico, all’educazione non è data l’importanza dovuta. Nelle politiche nazionali e spesso anche locali, negli investimenti, l’educazione è una voce assente. Allo stesso modo, nei discorsi della vita quotidiana, sembra prevalere una sorta di nostalgia per un’educazione che una volta c’era, che si è ricevuta, ma che, oggi (chi sa come?) non c’è più.

Forse meno di quanto accada nella scuola dell’infanzia, ma certamente più che alle scuole secondarie, i genitori dei bambini che frequentano le classi della primaria hanno ancora voglia di confrontarsi, conoscersi. Questi incontri sono una fonte fantastica di spunti per riflettere sull’educazione. Durante una festicciola per la fine dell’anno scolastico alle elementari un papà si lamentava, quasi scandalizzato, del fatto che in casa sua c’è sempre la televisione accesa, che c’è una tv in ogni stanza, dal salotto alla cucina, nella camera dei grandi e in quella dei piccoli. E finiva il suo intervento con la classica frase «Ai miei tempi… quando ero ragazzo io, altro che tv in ogni stanza. Ce n’era uno solo, per miracolo, e chi decideva cosa guardare era mio padre. E basta. Guai se ti azzardavi a chiedere di guardare quello che volevi tu. Mica come oggi…», per concludere con l’intramontabile: «Non c’è più l’educazione di una volta…».

Che si possa parlare di crisi dell’educazione siamo d’accordo anche noi. Ma su cosa sia questa crisi temiamo di poter smentire il pensiero comune appena descritto. Non crediamo che oggi l’educazione sia svanita, niente affatto. Crediamo, al contrario, che di educazione ce ne sia troppa. Piuttosto, è la presenza di tante educazioni uno dei punti del problema. Viviamo in un tempo in cui c’è poco confronto, dialogo, condivisione su cos’è l’educazione, su come funziona, su quali sogni dovrebbe aiutare a realizzare. E, nel frattempo, in questo vuoto apparente, in cui tante persone rinunciano a educare (anche l’assenza di proposte trasmette dei significati), altre educazioni sono all’opera, altri soggetti, con altri modi, agiscono per influenzare il comportamento, i pensieri, le sensibilità delle persone³. Ci sono troppe educazioni che potremmo definire sbagliate, non orientate al bene delle persone, e che perseguono invece interessi egoistici, logiche di profitto, riduzione dell’uomo a solo fruitore, a non cittadino.

Non si può insegnare a educare, si può solo imparare

L’educazione non è ciò che il maestro dà, ma è un processo naturale che si svolge spontaneamente nell’individuo umano; essa non si acquisisce ascoltando delle parole, ma per virtù di esperienze effettuate nell’ambiente.

Maria Montessori

C’è un primo aspetto qualificante e naturale dell’atto educativo: la sua non ripetitività. L’educazione, per essere utile, ha bisogno che tra le persone accada sempre un incontro, che le une accolgano e accettino le altre, in modo che ciascuno possa esprimere pienamente sé stesso. Ogni incontro è relazione, e ogni relazione è un fatto unico, determinato da ciò che gli attori in campo sentono, pensano, vivono, desiderano in quel momento della loro vita. Inoltre, questo incontro particolare avviene sempre in un contesto specifico che, a sua volta, influenza ciò che accade o può accadere tra le persone.

Pensare che l’educazione possa essere standardizzata al punto da farne un oggetto di insegnamento è, per questi motivi, un errore: è impossibile⁴. Chi pensa di poter insegnare a educare agisce una presunzione irrealistica, che porta sempre con sé un grave abuso: il non riconoscimento della soggettività delle persone in relazione. Come se il frutto dell’incontro possa essere definito a priori e si possa determinare in ogni situazione e contesto. Sappiamo bene che non è così. Abbiamo chiaro come ciò che può accadere tra due o più persone è sempre difficile da prevedere completamente. Questa è la ricchezza dell’incontro, le persone si cercano soprattutto per questo, ed è proprio a partire dall’incontro con l’altro che il mondo evolve.

In assenza di una meccanica dell’educazione diviene difficile pensare che ci sia qualcuno che può insegnare ad altri come si educa. Ciò che si può e si deve tentare è imparare a educare. Per riuscire ad apprendere l’educazione abbiamo a disposizione un solo modo: riflettere sull’esperienza. Per poter accumulare un piccolo patrimonio di saperi educativi, diviene necessario soffermarci sempre a riflettere sulle situazioni vissute; scorgere nell’unicità degli accadimenti comportamenti, scelte, transiti, mosse e contromosse, da mettere in discussione con altri educatori al fine di giungere a qualche orientamento, che sappiamo, anche in questo caso, qualificato dall’essere provvisorio. Ciò che si conclude nell’attività di osservazione, riflessione e discussione sull’esperienza, non potrà essere applicato pedestremente nelle situazioni che si configureranno come simili a quella studiata. Rappresenterà sempre e solo un’indicazione, un punto di partenza che aprirà a un incontro particolare e unico e, quindi, da vivere seppur con un po’ di esperienza in più, sempre attenti al qui e ora.

Da qui derivano ancora due consapevolezze. La prima: l’educazione non si insegna ma si può imparare se si riflette su cosa accade nell’incontro tra le persone e se si sottopone quanto emerge al dibattito collettivo, per condividere punti di vista differenti, esperienze e possibili strategie operative per il futuro. La seconda: un educatore da solo fa poca strada, o rischia di produrre sofferenze. Per questa ragione ha bisogno di confrontarsi continuamente con altri. Per non sentirsi solo in un percorso così delicato e complesso, per arricchire e arricchirsi, per mantenere vivo il dibattito sull’educazione. Così facendo, il suo agire non supererà mai i confini del rispetto, violando la dignità dell’altro, e condurrà agli orizzonti del crescere bene desiderati.

Dove nasce l’educazione

I Lager servono, oltre che a sterminare e a degradare gli individui, a compiere l’orrendo esperimento di eliminare, in condizioni scientificamente controllate, la spontaneità stessa come espressione del comportamento umano e di trasformare l’uomo in un oggetto, in qualcosa che neppure gli animali sono.

Hannah Arendt

Ci interroghiamo ora sull’origine del pensiero educativo, non da un punto di vista filosofico, ma nel senso estremamente concreto della ricerca del luogo nel quale si situano i pensieri che determinano le scelte concrete di un educatore. Cosa fa decidere chi educa ad agire in una precisa direzione? Cosa interviene a far sì che, ad esempio, si scelga l’accoglienza delle differenze quale valore e pratica distintiva dell’agire, al posto dell’esclusione e della preferenza per l’omologazione?

Avere chiara una risposta alla domanda relativa al dove nasca il discorso sull’educazione nella sua stretta relazione con la nostra quotidianità, aiuta a orientare i nostri pensieri in tutte quelle situazioni nelle quali, di fronte a una scelta educativa, dobbiamo avere riferimenti solidi che dirigano le nostre decisioni; oppure quando siamo nella necessità di rileggere a posteriori un accadimento, un fatto, per meglio comprendere il senso e il significato delle azioni. Probabilmente si può fare riferimento a due luoghi specifici all’interno dei quali ha origine il pensiero educativo, uno naturale e un secondo artificiale, sebbene per l’educazione il confine tra naturale e indotto è assai labile.

Ciascuno di noi educa in quanto individuo che è stato a sua volta educato e, dalla sua esperienza di crescita, dalla sua storia educativa, acquisisce un particolare imprinting.

Apprende e ferma nella memoria alcuni valori e stili educativi, ai quali fa riferimento, spesso inconsapevolmente, nel suo agire quotidiano. È una forma di apprendimento che mette insieme elementi innati, con il loro adattamento alla realtà circostante. Per questo, in parte, educhiamo per come siamo stati educati. Quindi, uno dei due luoghi ai quali facciamo riferimento ogni volta che la realtà ci interpella nelle scelte dell’agire educativo, è la nostra memoria di educati; è la nostra storia educativa, che non possiamo assolutamente cancellare né tantomeno allontanare, qualsiasi essa sia.

Questa sorta di imprinting trova forma, comunque e sempre, all’interno di un contesto sociale e culturale, è parte di un mondo con forme, orizzonti e storia particolari. Considerare questo aspetto ci introduce al secondo luogo originario del pensiero educativo, quello che abbiamo chiamato artificiale, assai importante, perché ci protegge dal dare vita a una dittatura educativa; a una educazione che, ripiegata su sé stessa, esercita il suo delirio onnipotente, ripetendosi senza pensiero e riferimento alcuni.

L’educazione ha sempre bisogno di un luogo altro che definisca un orizzonte di senso al quale fare riferimento per costruire un pensiero e un agire coerente. Uno sguardo prospettico dal quale prenda spunto

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