Goditi milioni di eBook, audiolibri, riviste e tanto altro ancora con una prova gratuita

Solo $11.99/mese al termine del periodo di prova. Cancella quando vuoi.

Riace, una storia italiana
Riace, una storia italiana
Riace, una storia italiana
E-book201 pagine2 ore

Riace, una storia italiana

Valutazione: 0 su 5 stelle

()

Info su questo ebook

Riace e il suo sindaco, Domenico Lucano, sono un tutt’uno. Sono il simbolo di un’Italia per bene, solidale, impegnata contro l’esclusione, il razzismo e le mafie. Il simbolo di un miracolo possibile, quello di un’integrazione pacifica tra autoctoni e migranti, capace di realizzare un rilancio sociale ed economico. Un simbolo in controtendenza nell’Italia di Salvini e dei predicatori di odio, nell’Italia degli sprechi, della corruzione, della convivenza con le mafie, dell’egoismo localistico, del rifiuto del diverso. 
In questo contesto è intervenuto come un fulmine l’arresto di Lucano. Non per essersi arricchito o per avere sfruttato la sua carica, ma per il reato di solidarietà: per avere accolto e sostenuto i migranti anche forzando le regole. Un arresto che ha provocato la reazione spontanea di centinaia di migliaia di persone di ogni estrazione, per ribadire che l’esperienza di Riace deve continuare.
A quell’esperienza, dalla nascita alle ultime vicende, è dedicato il libro di Chiara Sasso, che ne è stata da sempre partecipe.
LinguaItaliano
Data di uscita23 nov 2018
ISBN9788865792032
Riace, una storia italiana
Leggi anteprima

Correlato a Riace, una storia italiana

Libri correlati

Articoli correlati

Recensioni su Riace, una storia italiana

Valutazione: 0 su 5 stelle
0 valutazioni

0 valutazioni0 recensioni

Cosa ne pensi?

Tocca per valutare

    Anteprima del libro

    Riace, una storia italiana - Chiara Sasso

    progetto.

    Il libro

    Riace e il suo sindaco, Domenico Lucano, sono un tutt’uno. Sono il simbolo di un’Italia per bene, solidale, impegnata contro l’esclusione, il razzismo e le mafie. Il simbolo di un miracolo possibile, quello di un’integrazione pacifica tra autoctoni e migranti, capace di realizzare un rilancio sociale ed economico. Un simbolo in controtendenza nell’Italia di Salvini e dei predicatori di odio, nell’Italia degli sprechi, della corruzione, della convivenza con le mafie, dell’egoismo localistico, del rifiuto del diverso.

    In questo contesto è intervenuto come un fulmine l’arresto di Lucano. Non per essersi arricchito o per avere sfruttato la sua carica, ma per il reato di solidarietà: per avere accolto e sostenuto i migranti anche forzando le regole. Un arresto che ha provocato la reazione spontanea di centinaia di migliaia di persone di ogni estrazione, per ribadire che l’esperienza di Riace deve continuare.

    A quell’esperienza, dalla nascita alle ultime vicende, è dedicato il libro di Chiara Sasso, che ne è stata da sempre partecipe.

    L’autrice

    Chiara Sasso vive e lavora in Val Susa. Impegnata in associazioni ambientaliste, è tra i fondatori del Valsusa Filmfest e fa parte del coordinamento della Rete dei Comuni Solidali. Ha scritto numerosi libri su temi ambientali e sociali tra i quali, da ultimo, Riace, terra di accoglienza (Edizioni Gruppo Abele, 2012) e Il suolo è dei nostri figli. Cassinetta di Lugagnano, un esempio che fa scuola (Instar Libri, 2011).

    Indice

    Prefazione. Il mondo all’incontrario, di Livio Pepino

    Introduzione

    Parte prima. Riace deve morire / Riace vive

    I. 2016: l’inizio della fine

    II. 2017: tra criminalizzazione e solidarietà

    III. 2018: quel sindaco deve essere fermato!

    Parte seconda. Riace, terra di accoglienza

    Prologo

    I. Non solo Bronzi

    II. Quando tutto comincia

    III. Frammenti di storia

    IV. Vita da sindaco

    V. Il peso della’ndrangheta

    VI. Ancora sbarchi e accoglienza: non solo Riace

    VII. Rielezione

    VIII. Riconoscimenti e amarezze

    IX. Nuove sfide

    Epilogo. Rifarei tutto quel che ho fatto, di Domenico Lucano

    Prefazione. Il mondo all’incontrario

    di Livio Pepino

    1. Riace e il suo sindaco, Domenico Lucano, sono un tutt’uno. Nella realtà e nell’immaginario collettivo. Sono il simbolo di un’Italia per bene, solidale, impegnata contro l’esclusione e il razzismo e, insieme, contro le mafie. Il simbolo di un miracolo possibile: quello di realizzare un’integrazione pacifica e fruttuosa tra autoctoni e migranti e di coniugare un’accoglienza diffusa con il rilancio sociale ed economico.

    Anche per questo l’arresto del sindaco Lucano, avvenuto il 2 ottobre scorso, ha dell’incredibile.

    Lucano è stato arrestato per avere favorito l’immigrazione clandestina celebrando o tentando di celebrare, secondo l’accusa, un paio di matrimoni combinati al fine di evitare l’espulsione di due donne migranti e per avere affidato il servizio di raccolta rifiuti, senza gara d’appalto, a due cooperative nelle quali operano rifugiati e autoctoni. In entrambi i casi senza alcun interesse personale o fine di lucro, ma, semplicemente, per ragioni solidaristiche. Null’altro, avendo lo stesso giudice per le indagini preliminari escluso ogni ulteriore imputazione (pur fantasiosamente contestata dal pubblico ministero).

    In altri termini, Lucano è stato indagato e arrestato per un delitto di solidarietà. E ciò nell’Italia delle mafie e della corruzione, in cui cooperative di ogni colore in concorso con pubblici funzionari (spesso promossi a più importanti incarichi da vecchi e nuovi governi) speculano su una sistemazione di migranti «che rende più della droga», come sosteneva uno dei protagonisti di Mafia capitale. In quell’Italia in cui – per usare parole tratte dall’arringa di Piero Calamandrei in difesa di Danilo Dolci – «i poveri hanno il sentimento che le leggi siano per loro una beffa dei ricchi: hanno della legalità e della giustizia un’idea terrificante, come di un mostruoso meccanismo ostile fatto per schiacciarli, come di un labirinto di tranelli burocratici predisposti per gabbare il povero e per soffocare sotto le carte incomprensibili tutti i suoi giusti reclami».

    All’incredulità e all’indignazione si aggiunge immediatamente un rilievo.

    Lucano non ha mai nascosto la sua insofferenza per i formalismi burocratici. Si è sempre dichiarato pronto alla disobbedienza civile e a forzature della legalità formale pur di accogliere chi gli chiedeva aiuto e casa. E, quando è stato necessario, lo ha fatto, realizzando un modello di accoglienza senza precedenti nonostante gli ostacoli e gli impedimenti burocratici. È un reato? Credo di no, per mancanza dei requisiti oggettivi e, ancor più, per difetto di quelli soggettivi. Ma, se anche fosse? Un paio di mesi fa gran parte della politica e degli opinionisti benpensanti è insorta a fronte della comunicazione giudiziaria per sequestro di persona notificata al ministro dell’interno in relazione alla vicenda dei migranti indebitamente trattenuti sulla nave Diciotti. E, da ultimo, la Procura competente ha chiesto al Tribunale dei ministri l’archiviazione del procedimento. Si è detto che quel trattenimento era un atto politico e che ciò escludeva il carattere delittuoso di una condotta pur evidentemente illecita sotto il profilo oggettivo. Ma perché mai ciò che vale per il rifiuto non dovrebbe valere per l’accoglienza?

    2. I commenti dei grandi giornali di informazione si sono barcamenati, dando atto a Lucano di avere agito a fin di bene e senza interesse personale ma subito aggiungendo che le forzature da lui commesse sono inaccettabili e che l’intervento della magistratura era doveroso e inevitabile. Un esempio per tutti: «Nessun imbroglio, però regole violate. Questo è un punto fermo, un punto intorno al quale non ci sono spazi per discutere né piccoli né grandi. E non si può un giorno osannare la magistratura quando ha nel mirino Salvini e il giorno dopo demonizzarla quando il bersaglio è un personaggio come Lucano» (A. Bolzoni, Il sindaco e i confini della legge, la Repubblica, 3 ottobre 2018).

    È un approccio apparentemente equilibrato e di buon senso ma, a ben guardare, profondamente sbagliato.

    L’esercizio dell’azione penale è obbligatorio in presenza di reati ma le imputazioni devono essere suffragate da un fumus di fondatezza. Orbene, nel caso specifico è a dir poco incerto se gli strappi del sindaco Lucano restino nella sfera della discrezionalità amministrativa, integrino illeciti amministrativi e/o irregolarità contabili ovvero sconfinino nella rilevanza penale. Ma non basta. La maggior parte delle imputazioni elevate dalla Procura di Locri è impropria, priva di riscontri, fuori dalle regole del giusto processo. A Lucano la Procura ha contestato di avere costituito, con i suoi più stretti collaboratori, un’associazione «allo scopo di commettere un numero indeterminato di delitti (contro la pubblica amministrazione, la fede pubblica e il patrimonio)» orientando i progetti di accoglienza finanziati dallo Stato «verso il soddisfacimento di indebiti e illeciti interessi patrimoniali privati». Le parole sono pietre e l’imputazione così formulata criminalizza il sistema di accoglienza costruito da Lucano in quanto tale (e non eventuali reati commessi nel corso di un’attività amministrativa complessivamente corretta). È il modello Riace che diventa un delitto, con un teorema non sorretto dall’indicazione di elementi probatori coerenti, respinto dal giudice per le indagini preliminari, smentito da una storia ventennale sotto gli occhi di tutti. La finalità della contestazione (e dell’operazione ad essa sottesa) è evidente: non già dare ai fatti la qualificazione giuridica più corretta ma stigmatizzarne la (ritenuta) gravità. Non è certo la prima volta che ciò accade, da Torino a Catania, ma la cosa, lungi dall’essere una giustificazione, rende ancor più necessaria una presa di distanza critica.

    E, poi, Lucano non è stato semplicemente sottoposto a processo. È stato arrestato, e non è la stessa cosa. E lo è stato per reati, ove esistenti, a dir poco modesti.

    Se l’esercizio dell’azione penale è (ricorrendone i presupposti) obbligatorio, non altrettanto è a dirsi per le modalità, che lo caratterizzano, per lo più discrezionali, cioè legate a scelte di pubblici ministeri e giudici (ovviamente all’interno dei parametri fissati dalle leggi sostanziali e processuali). Ciò vale, in particolare, per le misure cautelari che possono essere applicate solo in presenza di specifiche e motivate esigenze cautelari (articolo 274 codice procedura penale) e che devono essere commisurate all’entità del fatto (articolo 275, comma 2). Non solo, ma la misura della custodia cautelare «non può essere disposta se il giudice ritiene che, in caso di condanna, possa essere disposta la sospensione condizionale della pena» (articolo 275, comma 2 bis).

    Orbene, nel caso di Lucano, il giudice per le indagini preliminari, escluso il pericolo di fuga (pur richiamato, nella sua foga persecutoria, dal pubblico ministero), ha motivato l’arresto evocando il rischio di commissione di nuovi delitti collegati al ruolo di sindaco (omettendo di considerare, tra l’altro, la natura dei reati contestati, chiaramente irripetibili in questa fase), non ha spiegato perché quel rischio non poteva essere fronteggiato con una misura meno afflittiva e ha concluso affermando che può tranquillamente escludersi, in caso di condanna, la concessione della sospensione condizionale della pena (quando chiunque sia entrato anche una sola volta in un tribunale sa che, consentendolo l’entità della pena, la sospensione condizionale è una certezza per un imputato incensurato e che non ha agito per personale tornaconto). Dunque una motivazione solo apparente e la mancanza dei presupposti per la misura. Superfluo aggiungere che l’arresto non è una variabile secondaria del processo: per la sofferenza inflitta al destinatario, per l’immagine consegnata all’opinione pubblica, per le conseguenze sul piano lavorativo e/o amministrativo. Anche in questo caso non consola il fatto che si tratti di una prassi giudiziaria assai diffusa, da Nord a Sud: basti guardare ai processi per fatti legati al conflitto sociale in cui le misure cautelari sembrano essere la regola.

    Gli arresti domiciliari, come prevedibile, sono stati revocati in sede di riesame. Ma, intanto, Lucano vi è stato sottoposto per quindici giorni e nei suoi confronti è intervenuta, in conseguenza dell’arresto, la sospensione dall’incarico di sindaco (con le evidenti conseguenze sull’andamento del progetto Riace). Non solo, ma gli arresti domiciliari sono stati sostituiti con il divieto di dimora a Riace. Se possibile, una misura ancora peggiore, pur se formalmente meno afflittiva. Lucano può girare liberamente per l’Italia ma non può stare a casa sua, nel suo paese, nel suo progetto. Viene separato dalla sua comunità, segnato da una sorta di indegnità. Come se fosse uno ’ndranghetista. Come se la sua presenza fosse un pericolo per Riace. E senza una ragione processualmente apprezzabile. È il massimo della violenza istituzionale. Così si colpisce al cuore non tanto (o non solo) Lucano ma un sistema di accoglienza. Per la gioia del ministro dell’interno e di chi, come lui, vorrebbe ributtare i migranti in mare o nei lager libici.

    3. L’obbligatorietà dell’azione penale è una cosa troppo seria per essere usata come spiegazione e giustificazione di tutto. Obbligatorietà significa assenza di filtri politici tra la notizia di reato e il suo perseguimento, non anche – non lo è mai stato e non può esserlo – eguale impiego di mezzi e risorse per tutti i processi. La cosa è tanto evidente che molti uffici di Procura si sono dati dei criteri di priorità per la trattazione degli affari, ritenuti legittimi e approvati dal Consiglio superiore della magistratura. Orbene nel caso specifico – secondo le dichiarazioni del pubblico ministero – l’attività del sindaco di Riace è stata monitorata e scandagliata dalla Procura di Locri e dalla Guardia di finanza per oltre un anno e facendo ricorso a prolungate intercettazioni telefoniche. Scelta formalmente legittima. Ma, appunto perché di scelta si tratta, non è un fuor d’opera chiedersi se in terra di ’ndrangheta, in una regione in cui le condanne per corruzione si contano sulle dita di una o due mani e la distruzione dell’ambiente è la regola, la vicenda di Riace meritasse il primo posto (o quasi) nelle priorità dell’ufficio.

    Non basta.

    Le indagini nei confronti di Lucano hanno imboccato, subito dopo l’arresto, la strada del più classico dei processi gestiti dagli inquirenti a mezzo stampa. C’è stato infatti, quasi contestualmente alla misura, un anomalo comunicato stampa della Procura nel quale, oltre a pesanti giudizi su Lucano, è riprodotto il testo di brani estrapolati di intercettazioni telefoniche (di cui pure l’articolo 114 del codice di proceduta penale non consente la pubblicazione: norma violata dai più, ma senza che ciò consenta che alla violazione si associno i titolari del processo). Ad esso, poi, è seguita un’intervista del procuratore di Locri in cui si legge, tra l’altro: «Mimmo Lucano? Ha operato non come sindaco, rappresentando i cittadini nel rispetto delle regole, ma come un monarca, ammettendo di fregarsene di quelle regole che sono una garanzia per tutti. Abbiamo un’idea fondata che siano stati commessi reati ben più gravi, tra cui la sottrazione di somme che lo Stato aveva erogato per quel progetto, almeno 2 milioni. Quei soldi non sono stati rendicontati, sono spariti. Riteniamo che Lucano li abbia utilizzati per fini personali». Smentito dal giudice, il pubblico ministero, forte del suo ruolo istituzionale, usa la stampa e si rivolge direttamente all’opinione pubblica per riaffermare e definire fondate (sic!) le accuse che, nella sede propria, sono state ritenute inadeguate e prive di riscontri probatori.

    4. L’arresto di Lucano è il dato più eclatante della vicenda, ma non l’unica forzatura di questi mesi in cui si sono susseguiti, a Riace, ispezioni vessatorie, delegittimazioni istituzionali, ritardi e sospensione nei versamenti dei contributi dovuti dallo Stato (con una violazione di legge tanto evidente quanto curiosamente dimenticata dai molti censori di Lucano).

    Non per caso.

    Riace è stata ed è, nel panorama nazionale, un unicum. Altri paesi e altre città hanno accolto migranti, anche in misura maggiore e con risultati altrettanto positivi. Ma Riace non si è limitata ad accogliere e a integrare. L’accoglienza è diventata il cuore di un progetto comprensivo di molti elementi profondamente innovativi: la pratica di una solidarietà gratuita, l’impegno concreto contro la ’ndrangheta, un modo di gestire le istituzioni vicino alle persone e da esse compreso, il rilancio di uno dei tanti luoghi destinati all’abbandono e a un declino inarrestabile. Incredibilmente, quel progetto, pur tra molte difficoltà, è riuscito.

    La forza di Riace è stata la sua anomalia. La capacità di rompere con gli schemi formali e le ottusità burocratiche. Il trovare soluzioni ai problemi delle persone anche nella latitanza o nel boicottaggio di altre istituzioni. Un caso per tutti, a suo modo esemplare: il ricorso, di fronte al ritardato versamento da parte dello Stato dei contributi dovuti ai richiedenti asilo, a una sorta di moneta locale, da utilizzare per gli acquisti nei negozi del paese e da sostituire con il corrispettivo in valuta reale all’atto dell’avvenuto versamento. Trovata ingegnosa, ben accetta a tutti e idonea a superare una situazione di stallo altrimenti paralizzante (con danno non solo per i migranti ma anche per i negozianti del paese). Ebbene, di fronte a un simile uovo di Colombo è illuminante la relazione dell’ispettrice dello Sprar, preoccupata di spiegare con sussiego l’irregolarità della procedura posto che l’emissione di moneta è compito esclusivo dello Stato (come se l’ambizione di Riace fosse quella di trasformarsi in Zecca!).

    E poi, l’elezione di Lucano per tre mandati consecutivi è stata la dimostrazione che l’accoglienza può generare consenso, che si possono tenere insieme gli ultimi e

    Ti è piaciuta l'anteprima?
    Pagina 1 di 1