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Omega: La fine è solo il principio

Omega: La fine è solo il principio

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Omega: La fine è solo il principio

Lunghezza:
687 pagine
10 ore
Pubblicato:
6 dic 2018
ISBN:
9788829552597
Formato:
Libro

Descrizione

Nessuno può importi il destino. Sei tu a costruirlo con ogni scelta che compi.

La normalità è un concetto relativo. Per Meg è assolutamente normale avventurarsi durante la notte in luoghi poco raccomandabili per dare la caccia a vampiri, zombie o fantasmi: è routine, ordinaria amministrazione, un po’ come assistere ai battibecchi tra le sue due amiche e compagne di caccia, Charlinne e Suzanne.
Persino i terribili incubi sempre più ricorrenti e che la perseguitano fanno parte della sua normalità.
D’improvviso, però, gli avvenimenti soprannaturali sembrano moltiplicarsi, il passato che Meg tenta tenacemente di seppellire riemerge e sulla Terra iniziano a comparire fin troppi demoni che invece dovrebbero essere relegati negli Inferi.
E un demone in particolare sembra essere fin troppo interessato a lei. Perché? Possibile che tutto – anche ciò che non sembra – sia collegato a lei? E perché l’intero Inferno sembra darle la caccia? Quanto sono forti le catene che la legano a un destino che lei non desidera? Sarà possibile spezzarle, oppure tutto, ogni lotta, ogni decisione, condurrà alla stessa inevitabile fine?

Recensioni in pillole tratte da alcuni bookblog:
Toglietemi tutto, ma non i miei libri: “È una lettura emozionante, è un susseguirsi di rapimenti, strane creature, omicidi, vendette e struggenti storie familiari. "Omega: La fine è solo il principio" è il primo libro di una saga entusiasmante!”
Libri di cristallo: “L'immagine dell'Inferno viene rielaborata, creando un paesaggio antagonista a quello della nostra Terra, eppure allo stesso tempo incredibilmente simile ad essa. Insomma, 'Omega' sembra essere molto promettente, con le sue ambientazioni, i suoi personaggi e i suoi colpi di scena.”
Ioamoilibrieleserietv: “Questo romanzo ha tutto per essere l'incipit di una saga coi fiocchi! Ho adorato tutto. Anche questa volta Licia è riuscita a farmi entrare ogni personaggio nel cuore e io non posso esserne più felice.”
Dreaming Wonderland: “La storia si fa leggere molto velocemente grazie al ritmo incalzante. Credo che in questo libro non manchi nulla: storia avventurosa, romanticismo, elementi fantasy.”
Libri e frasi Italia: "Licia Oliviero ha creato una storia piena di colpi di scena che si susseguono uno dopo l’altro, ricca di vampiri assetati di sangue, affascinanti e subdoli demoni, angeli caduti e creature infernali. Sicuramente il punto di forza maggiore della scrittura di Licia Oliviero è la sintassi perfetta. La narrazione è fluida, godibile e assolutamente non banale. L’ho davvero apprezzata molto. Questo è un urban fantasy che merita di essere conosciuto e letto."
Pubblicato:
6 dic 2018
ISBN:
9788829552597
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Omega - Licia Oliviero

Ringraziamenti

Prologo

Era una notte particolarmente scura, senza luna. I lampioni che avrebbero dovuto rischiarare la strada erano per lo più guasti e la loro intermittenza la rendeva ancora più inquietante. In una notte del genere stupiva vedere una ragazza andare in giro da sola. Effettivamente non c’era anima viva che potesse notarla, ma ciò non voleva dire che non ci fosse nessuno.

Proprio in quel momento un paio d’occhi stavano seguendo la figurina indifesa che avanzava nella notte. La guardavano muoversi con quella diffidenza solita di chi non conosce il luogo in cui si trova, ma anche con ingenua fiducia, come se nulla potesse farle male. Il proprietario di quegli occhi famelici si leccò i canini appuntiti: gli piaceva il sapore delle ragazze spaventate e sentire le urla di terrore. Era sicuro che quella ragazza non avrebbe fatto eccezione.

Uscì silenziosamente dall’ombra, apprestandosi a raggiungerla, quando qualcosa lo atterrò, cadendogli sopra dall’alto.

«Stavi puntando la mia ragazza, succhiasangue?» gli ringhiò contro il ragazzo che gli era atterrato addosso, coronando la domanda con un destro micidiale. Doveva avere un tirapugni con punte di legno.

Il vampiro se lo scrollò di dosso e, incredulo, capì di trovarsi di fronte un cacciatore di mostri. Ne aveva sentito parlare, ma in centocinquant’anni di esistenza non ne aveva mai incontrato uno. Erano in pochi, soprattutto nei tempi moderni. Non si credeva più come una volta al soprannaturale e di conseguenza anche i cacciatori erano di meno e con meno appoggi. Chi mai avrebbe creduto a qualcuno che invogliava alla caccia ai mostri?

Continuavano quell’antico mestiere gli ultimi discendenti di alcune estinte famiglie di cacciatori o semplicemente i sopravvissuti ad attacchi di non umani. Erano quelli i nuovi cacciatori: figli di fanatici e disperati.

Il vampiro sorrise, convinto che quella notte avrebbe bevuto da due gole, quella del cacciatore e quella della ragazza. Non reputava quel ragazzino umano una minaccia.

Quando il giovane tornò all’attacco, il vampiro lo afferrò e lo lanciò contro il muro, ma il ragazzo si rialzò con tanta velocità e impeto che sembrava non essere stato nemmeno sfiorato. Non diede tempo al vampiro di attaccarlo di nuovo e, impugnando un’ascia che portava sulla schiena, la abbassò sul collo del mostro, decapitandolo sul colpo. Il vampiro divenne cenere prima di rendersi conto di cosa fosse successo.

Il cacciatore fece una smorfia mentre la polvere gli si posava sugli anfibi, però non ebbe tempo di preoccuparsene. Sbirciò oltre il vicolo e vide la ragazza parlare con il buttafuori di un locale che conosceva bene. Altrettanto bene conosceva la ragazza, che non avrebbe dovuto assolutamente essere lì: doveva essere a letto, a casa, al sicuro.

Si liberò delle armi più ingombranti – due pugnali, una pistola, l’ascia – e infilò tutto in una busta che lasciò accanto a un secchio dell’immondizia che non era stato svuotato nelle ultime settimane. Avrebbe recuperato tutto più tardi.

A passo svelto si diresse verso il locale, lieto di vedere che il buttafuori non l’avesse ancora fatta entrare. D’altronde era un locale molto esclusivo.

«Meg!» la chiamò appena fu abbastanza vicino. Sorrise quando la vide sussultare e ancora di più quando lei si voltò a guardarlo con uno sguardo colpevole negli occhi dorati. Durò solo pochi secondi però, poi lei mise su un’espressione determinata. «Ciao, Bryan.» La voce non le tremava quasi per niente.

Lui le si avvicinò, invadendo il suo spazio, e le mise un braccio intorno alle spalle sottili, sentendola fremere di fastidio e irrigidirsi. Guardò l’omone di fronte al locale e riconoscendolo gli rivolse un sorrisetto cattivo: era un mezzo-demone, non particolarmente intelligente ma molto forte, ottimo per quel tipo di lavoro. Gli allungò una banconota e gli sussurrò: «Non azzardarti a farla entrare, intesi?»

Si voltò verso la ragazza, che aveva assunto un’espressione frustrata, e la sospinse lontano dal locale. «Torniamo a casa.»

Camminarono fianco a fianco per un po’ prima che lei si decidesse a chiedergli: «Dove vai tutte le notti?»

Lui le mentì senza alcun rimorso, era abituato da anni alle bugie. «Non esco tutte le notti. Volevo fare quattro passi.»

«Bugiardo» borbottò lei, inclinando il volto per nascondersi dietro i capelli neri.

Bryan avvertì una fitta di fastidio e le chiese brusco: «Se non fosse per me, sai dove saresti adesso?»

Lui di certo la ricordava, appena fuggita da qualunque luogo provenisse, seduta in lacrime su un marciapiede, con le braccia e le gambe ricoperte di lividi. Gli era sembrata un cucciolo indifeso e solo, e lui sapeva che sarebbe morta rimanendo per strada, ma era stato ciò che lei gli aveva detto appena le si era avvicinato a sconvolgerlo e a legarlo a lei.

Meg si divincolò dalla sua presa e si voltò a guardarlo, furibonda. «Non tirare fuori quella storia! Pensavo stessimo insieme perché ci piacevamo a vicenda.»

Bryan ricambiò il suo sguardo con fermezza, consapevole che avrebbe potuto ferirla, ma non lo fece. Gli piaceva vivere con lei, non l’avrebbe lasciata andare per così poco. Non poteva, perché lei era tutto ciò che aveva e perché lei non aveva nessun altro.

Lei, quasi gli avesse letto nel pensiero, concluse sprizzando rabbia: «Non sono una bambola che puoi mettere su una mensola e prendere solo quando ti fa comodo!»

Bryan sorrise. Tutto sommato, se le cose fossero state così sarebbero state davvero semplici. Preferì rispondere qualcosa che, nelle sue intenzioni, l’avrebbe calmata: «Sei impazzita? Meg, io ti amo.»

Le prese il viso tra le mani e la baciò.

Quando rientrarono in casa, un appartamento al secondo piano di un palazzo diroccato e semi-abbandonato, Meg ebbe voglia di fuggire. Ne aveva spesso negli ultimi tempi, ma il problema non era solo che non sapeva dove andare o come sopravvivere. Era Bryan, sapeva che l’avrebbe ritrovata.

Gli scoccò un’occhiata e lo vide rimuovere un pezzo di forcina dalla serratura che lei aveva dovuto scassinare per uscire.

Era rimasta sconvolta e atterrita quando aveva scoperto che lui la chiudeva a chiave tutte le notti, nemmeno fosse stata una prigioniera. E questo solo dopo aver capito che tutte le sere le faceva assumere un sonnifero per impedire che lo scoprisse mentre lui usciva.

Era un piano perfetto, Meg aveva sempre avuto piena fiducia in Bryan, fin quando qualche notte prima aveva accidentalmente rovesciato il bicchiere con dentro la bevanda che loro bevevano ogni sera, un mix fruttato che, secondo il ragazzo, serviva a conciliare il sonno. Non si era mai accorta prima che dentro ci fosse qualcosa di anomalo, però quella notte non era crollata come le altre e aveva sentito Bryan uscire. Non aveva fatto domande, ma la sera successiva era riuscita a non bere il suo drink e di nuovo lo aveva sentito lasciare casa nel cuore della notte. Allora aveva anche sentito le mandate alla porta e aveva iniziato ad avere paura, paura di lui.

Non sapeva cosa pensare, credeva di conoscerlo, lui non le aveva mai fatto del male, eppure adesso lo riteneva capace di tutto. L’immagine che aveva di lui era crollata e al suo posto si stavano materializzando i suoi incubi.

Aspettò che lui dicesse qualcosa, che le desse qualche spiegazione plausibile per il suo comportamento ma, quando ebbe liberato la serratura e chiusa la porta, tutto ciò che disse fu: «Vado a farmi una doccia.» Come se nulla fosse successo. Le chiavi le tenne con sé, come sempre.

«Da quanto tempo va avanti?» gli domandò a bruciapelo.

Bryan si voltò a guardarla da sopra la spalla, con uno sguardo impenetrabile. «Sto solo cercando di proteggerti. Di proteggere entrambi.»

«Non è quello che ti ho chiesto! E non ho bisogno di protezione!» urlò lei e per tutta risposta il ragazzo si chiuse la porta dietro le spalle.

Meg si premette una mano sulla bocca, sforzandosi di non urlare. Sedette sul letto che per mesi aveva diviso con quel ragazzo e provò un brivido di repulsione, capendo che tutte le volte che lui diceva amore intendeva controllo.

Ora vedeva tutto più chiaramente: il velo rosato, attraverso cui aveva visto ogni cosa fino a quel momento, era stato bruscamente squarciato. Capiva perché Bryan non le avesse mai fatto una copia delle chiavi di casa, o perché si fosse rifiutato di farle trovare un lavoro, dividendo con lei i turni in un pub in cui entrambi avevano dichiarato un’età che non avevano. Lei non esisteva senza di lui, era riuscito a crearle uno stato di dipendenza senza che lei se ne accorgesse, perché lui l’aveva accolta e protetta e lei se n’era innamorata, o credeva di amarlo, e l’amore l’aveva indotta a fidarsi ciecamente.

Quando Bryan uscì dal bagno, vestito e con le chiavi di casa agganciate ai pantaloni neri, Meg gli scoccò un’occhiataccia che lui ricambiò impassibile. «Non fare domande. Fidati di me, tutto quello che faccio è per il tuo bene.» Esitò, poi le mise le mani sulle spalle e si raccomandò: «Non seguirmi più, hai capito?»

Le sue mani la ricoprivano e i suoi occhi verdi erano duri come l’acciaio.

«Meg» la richiamò con voce alterata, avvicinando il viso a quello di lei. «Posso fidarmi di te?»

La ragazza avvertì il potente sottinteso di quella frase e si spaventò. L’avrebbe legata o le avrebbe fatto del male se avesse sospettato che lei aveva intenzione di disobbedirgli? Di cosa sarebbe stato davvero capace, quel ragazzo?

«Resto qui» gli sussurrò remissiva come lui evidentemente la voleva.

Bryan non era stupido e per un secondo lei credette che avesse intuito la sua bugia. Invece la lasciò andare, prese la giacca di pelle e uscì di nuovo. Perché lui, in fin dei conti, la conosceva solo da due anni e non sapeva quasi niente di lei.

Meg tremò a ogni mandata di chiave e sentì due lacrime fredde marchiarle il viso. Aveva davvero creduto di essere al sicuro, di essere libera?

Aspettò, contò i secondi e i minuti, poi barcollando raggiunse la porta, recuperò una forcina e provò a infilarla dentro la serratura. La forcina però non riusciva a entrare e sulle prime Meg pensò che fosse colpa delle sue mani tremanti; solo dopo qualche minuto capì che Bryan aveva preferito lasciare la chiave inserita, con il rischio che qualcuno la trovasse, piuttosto che rischiare che lei uscisse.

Meg indietreggiò boccheggiando, aveva la terribile sensazione che le pareti la stessero schiacciando. Doveva andare via di lì, o sarebbe impazzita. I ricordi sarebbero tornati e l’avrebbero annientata.

Si sforzò di respirare e si diresse alla finestra, anche quella chiusa da cancelletti. Cercò la chiave, la chiave che usava ogni volta che stendeva e ritirava i vestiti, ma non la trovava. Fu sul punto di urlare, quando trovò la chiave in fondo a un barattolo, esattamente dov’era sempre stata.

«Calmati, Meg. Ti stai comportando da isterica» si disse sottovoce, mentre apriva i cancelletti. Appena riuscì a vedere la strada, alcuni metri più sotto, emise un sospiro tremante. Doveva trovare una corda.

Cercò affannosamente nei cassetti, in fondo all’armadio, nella dispensa della cucina, persino in bagno, ma non c’era niente che potesse esserle utile. Si guardò intorno disperata e alla fine lo vide: il baule di Bryan. Era da due anni che convivevano e non aveva mai visto quel baule aperto, non aveva idea di cosa ci fosse dentro, e ciò le fece pensare che potesse esserci qualcosa di utile o perlomeno qualcosa che lui non volesse farle trovare.

Serrò i denti e, forcina alla mano, scassinò il lucchetto del baule senza rimorsi. Sorrise cinica, pensando che era stato proprio lui a insegnarle come aprire una serratura senza chiavi.

Rimase senza fiato vedendo tra il contenuto del baule spade, pugnali, lance, scuri, pistole, fucili, tirapugni, candelotti esplosivi, paletti di legno, mazze ferrate e rampini.

Bryan doveva essere un pazzo, pensò Meg, valutando se prendere o meno un pugnale. Esitò e alla fine si rifiutò di farlo: si era ripromessa di non impugnare mai più un’arma.

Afferrò un rampino e lo attaccò alla finestra. Iniziò a calarsi, silenziosa e agile come un gatto. Doveva sapere cosa faceva Bryan, se era pericoloso o solo un po’ svitato. Doveva capire con chi aveva a che fare.

Appena ebbe toccato terra, rientrò nel palazzo dal portone rotto e, facendo rapidamente le scale, raggiunse la porta del loro appartamento, appropriandosi della chiave. La tenne stretta prima di infilarla in tasca, quindi si avviò fuori.

Era la terza volta che seguiva Bryan, escludendo l’ultima in cui lui l’aveva beccata, e le prime volte era riuscita a seguire le sue tracce chiedendo a senzatetto e barboni. Bazzicava ogni volta zone diverse, per poi andare sempre nello stesso locale. Fu lì che lei si diresse.

Il buttafuori che non aveva voluto lasciarla passare era stato comunque piuttosto gentile, suggerendole che quello non fosse posto per lei, ma Meg non sapeva cosa farsene della gentilezza, non quella sera. Arrivata fuori dal locale, alzò una mano in cenno di saluto. «‘Sera. Adesso io entro.»

Il buttafuori sgranò gli occhi nel vedersela di nuovo davanti e, allargando le braccia muscolose, la fermò. «No, scricciolo. Davvero, non ti conviene.»

«Lui è venuto qui, vero?»

«Lascialo perdere e vai via.»

Quell’ultima frase equivaleva a un’ammissione e Meg socchiuse gli occhi. «Quant’è l’ingresso?»

«Ragazzina, non posso lasciarti passare.»

«Quanto ti ha pagato per impedirmi di entrare?» gli domandò, frustrata e innervosita.

«Cinquanta» ammise lui.

Meg tirò fuori tutto ciò che aveva nel portafogli e glielo mise in mano. «Farò in un attimo, devo solo vederlo» affermò svelta, quindi passò sotto il braccio teso del buttafuori e si ritrovò in un mondo fumoso e con le luci soffuse.

Cos’è, una specie di locale a luci rosse? si chiese, disgustata. Se avesse scoperto che Bryan aveva un’altra e si permetteva di chiuderla a chiave tutte le notti, lo avrebbe ucciso.

Il cuore aveva aumentato i battiti e lei non riusciva a vedere bene ciò che le era intorno. Il fumo faceva strani scherzi. Ad esempio, le sembrò di vedere una ragazza con dei tentacoli al posto delle braccia e un’altra con la coda… una coda vera, leonina. Scosse la testa, certe cose, lo sapeva, non esistevano in quel mondo.

Tentando di non respirare quell’aria malsana, avanzò. C’erano delle stanze più avanti e Meg sentì un riflusso di bile in bocca riconoscendo la voce, anzi no, i gemiti di Bryan.

«Che porco» mormorò lei, spingendo una porta.

Quello che vide la lasciò senza fiato. Bryan era abbrancato a una ragazza all’apparenza normale, se non fosse stato per le squame che aveva sulla pelle, in particolare vicino alle gambe. E quelle sul collo non erano forse branchie?

Non ebbe modo di porsi domande che vide Bryan afferrare un pugnale e iniziare a colpirla ripetutamente.

«No!» Meg urlò insieme alla creatura ferita, le cui labbra bellissime divennero dimora di centinaia di denti acuminati. Quell’essere non umano tentò di morderlo e, quando lui si distrasse alzando lo sguardo su Meg, riuscì a ferirlo.

Meg non rimase per vederlo ucciderla, iniziò a correre e quando passò davanti al buttafuori, lui quasi non se ne accorse.

Non poteva fermarsi, aveva visto abbastanza. Aveva visto la rabbia negli occhi di Bryan, e quello sguardo non era riservato alla creatura, ma a lei.

Arrivò a casa trafelata e, dopo essersi chiusa dentro, si passò le mani tra i capelli. Cosa doveva fare?

Afferrò la propria valigia, la aprì e vi gettò dentro tutti i suoi vestiti, stampelle comprese. Cercò di recuperare tutti i propri oggetti personali, che non erano poi molti.

Prese un vecchio borsone e, cercando di rimanere lucida, vi mise dentro cibo in scatola, acqua in bottiglia, un giaccone pesante, una coperta e la scatola con i risparmi suoi e di Bryan. Non gli lasciò nulla, non credeva che si meritasse alcunché dopo averla tenuta prigioniera, dopo averla illusa e averle mentito.

Stava per chiudere il borsone quando il suo sguardo finì sul baule di Bryan, il cui contenuto aveva appena assunto un senso. Lo aprì e iniziò ad arraffare armi, le meno pesanti e quelle non troppo lunghe, in modo da poterle occultare nel borsone.

Aveva giurato di non impugnare più un’arma, ma l’aveva fatto credendo che sulla Terra non ci fossero esseri come quello che aveva appena visto. E se c’erano le sirene demoniache, cos’altro avrebbe potuto incontrare in quel mondo?

Doveva fare presto.

Ogni secondo che passava temeva di sentire Bryan oltre la porta. Bryan, che non era sembrato affatto sorpreso dai denti della sirena, come se in qualche modo se li aspettasse. Che lui fosse stato incaricato di sorvegliarla? Era per questo che il suo passato non l’aveva ancora reclamata, perché in realtà lei non era mai stata libera? Era un pensiero spaventoso.

Si mise su una spalla il borsone e afferrò la valigia per il manico, poi, senza guardarsi ulteriormente intorno, aprì la porta di casa. Osservò la chiave che aveva permesso a Bryan di imprigionarla e, lasciandola all’interno della serratura, chiuse la porta. Se lui fosse voluto entrare si sarebbe dovuto arrampicare dalla finestra, perdendo ulteriore tempo.

Scese le scale di corsa e, uscendo dal palazzo, si guardò intorno. Non c’era nessuno.

Avrebbe dovuto avere paura di lasciare casa e fuggire nella notte, ma non era così. Non aveva paura dell’ignoto, non più dell’essere sottomessa a qualcuno. Inoltre la notte non sarebbe durata per sempre, era già l’alba. Almeno il sole, sulla Terra, sorgeva ogni giorno.

Capitolo 1

Due anni dopo

«È questo il posto?» chiese una voce piena di scetticismo.

«Sì, ti dico! Smettila di contraddirmi.»

«Ragazze, buone» le richiamò Meg, fissando l’edificio a tre piani, che circa un secolo prima doveva essere stato un albergo di lusso. Forse quella strada un tempo era la principale. Ora invece versava in totale stato d’abbandono e accanto all’ex-hotel vi erano solo magazzini e rimesse.

«L’ultima volta ci ha portate a perderci» riprese la prima voce con tono lamentoso.

«È successo solo una volta, Charlinne! E le indicazioni sbagliate le avevi prese tu!» berciò l’altra, infastidita.

Meg si voltò verso le sue compagne di lavoro, persone così diverse tra di loro che era quasi impossibile immaginarle insieme, segretamente divertita dai loro soliti battibecchi.

Alla guida della macchina su cui si trovavano c’era Suzanne, un’aspirante étoile dall’aspetto glaciale, piccola, esile, bionda e con occhi tanto azzurri da mettere i brividi; sul sedile posteriore c’era Charlinne, la ragazza più dolce e schietta che Meg avesse mai conosciuto, con un difficile passato da ex-tossica.

Loro tre non avevano nulla in comune, in un’altra vita probabilmente non si sarebbero mai nemmeno incontrate. Nella vita che conducevano adesso, invece, trovarsi era tutto ciò che le aveva mantenute integre. C’era una cosa che le univa ormai indissolubilmente ed era il motivo per cui erano lì, in quella strada isolata, di fronte a un edificio fatiscente, all’una del mattino.

«Entriamo» decretò Suzanne, scendendo dall’auto e aprendo il portabagagli. La luna e i fari della macchina erano tutta l’illuminazione presente in quella zona. I pochi lampioni erano stati usati probabilmente come bersagli per il tiro a segno, visto che erano tutti più o meno distrutti. Era un pessimo luogo in cui trovarsi, ma loro non ci avevano quasi badato.

«Io non la sopporto» brontolò Charlinne e Meg, sorridendole, le tirò un codino per gioco. «Sì che la sopporti, altrimenti non le salveresti sempre il culo. Ora andiamo.»

«Guardate che vi sento! Svelte» le esortò Suzanne con un tono da sergente-istruttore.

«Quella non fa la ballerina, secondo me è stata nell’esercito» la prese in giro Charlinne e la bionda la fucilò con lo sguardo, poi estrasse una balestra e la porse a Meg, raccomandandosi: «Stiamo attente.»

Lei annuì e, sbirciando nel portabagagli, prese alcuni paletti rinforzati in metallo ma con cuore di legno, e uno stiletto a lama lunga. Charlinne, che aveva messo il broncio come una bambina, si armò svogliatamente, tanto che Suzanne per poco non la decapitò quando chiuse lo sportello con un gesto stizzito.

La bionda, pistola alla mano, sferrò un calcio al portone marcito dell’albergo, che si sbriciolò. Entrarono, illuminando l’interno con delle torce montate sugli avambracci. La hall era di uno squallore incredibile, la polvere avvolgeva ogni cosa, topi e scarafaggi zampettavano per nascondersi dalla luce e la puzza di marcio era insopportabile.

Charlinne si guardò intorno e mormorò: «Cavolo, anche per dei vampiri questo è cattivo gusto.» Poi si schiarì la voce e gridò: «Ehilà, c’è nessuno?»

«Zitta!» le sibilò contro Suzanne, ma Meg si corrucciò e constatò: «È strano. Se ci fossero stati dei vampiri ci avrebbero già sentite e attaccate.»

Le tre si scambiarono uno sguardo, quindi Charlinne indicò una porta chiusa e con espressione disgustata girò la maniglia umidiccia.

La porta non fece nemmeno in tempo ad aprirsi che una creatura dai movimenti rigidi e sincopati si accasciò sulla ragazza, che istintivamente la pugnalò con un paletto, strillando e imprecando a viva voce. Non era affatto piacevole trovarsi così vicino a un corpo putrefatto.

«Stai giù!» le urlò Suzanne, sparando allo zombie dritto in testa, facendone esplodere gran parte.

Meg, che aveva colto un movimento da un’altra stanza, gridò: «Ce ne sono altri! Sono zombie, non vampiri!»

«Ho un’idea. Voi restate qui» comandò Suzanne, passando la pistola a Meg e impugnando la sua inseparabile spada dalla lama a doppio filo. Charlinne le raggiunse, facendo versi e smorfie schifate all’indirizzo dei propri vestiti, completamente rovinati dai liquami zombie.

Suzanne entrò nella stanza gremita di quelle creature, non troppo intelligenti a dire la verità, e mettendosi sulle punte iniziò a muoversi. Piroettava, saltava e al tempo stesso decapitava qualunque cosa le capitasse a tiro. La spada, forgiata su misura per lei, sembrava non avere peso tra le sue mani.

I corpi decapitati crollavano a terra, ma continuavano a muoversi, contorcendosi come una coda di lucertola staccata di netto dal corpo. Era così con gli zombie, morivano, o meglio smettevano di muoversi – perché morti lo erano già – solo se veniva loro sparato in testa. Era come se non potessero fermarsi finché il cervello era illeso, anche con il capo staccato.

Charlinne rivolse un sorriso alle teste putrescenti e, prendendo la mira, iniziò a sparare. «Adoro il tiro a segno!»

Meg non rise, non sorrise nemmeno. Le facevano pena quelle creature, controllate da qualcuno che aveva preso i loro corpi e aveva deciso di comandarli, come se fossero state bambole di pezza e non persone. Erano burattini, privi di coscienza o volontà propria, con l’unico impulso di divorare carne umana appena la vedevano. Al contrario di ciò che si credeva, non esisteva alcun morbo zombie, questi ultimi erano solo cadaveri riportati in vita da negromanti o demoni, che li usavano per i propri scopi e poi li abbandonavano in attesa che si putrefacessero.

Meg serrò i denti e cominciò anche lei a fare esplodere cervelli, mentre Suzanne ballava e decapitava con grazia letale.

Controllarono ogni stanza dell’albergo, ma non trovarono altri segni di infestazione paranormale.

«E ora, Charlinne, ci spieghi cosa ti hanno detto quando ti hanno dato quest’indirizzo?» Suzanne partì alla carica non appena finirono il giro di controllo.

«E dai, lasciala stare» borbottò Meg.

«Che c’erano dei morti viventi. Ve l’ho già detto!»

«No, tu hai detto vampiri!» sbottò Suzanne, furente.

«È la stessa cosa» si difese Charlinne, voltandosi verso Meg in cerca di supporto.

In effetti non era la stessa cosa, ma poteva capitare di sbagliarsi, e poi Charlinne non prendeva mai le chiamate, quello era compito di Suzanne.

«Se non fosse stato per Charlinne non avremmo ottenuto quest’ingaggio.»

Suzanne scoccò un’occhiata severa a Meg, dopo il suo tentativo di blandirla, e spiegò a Charlinne con aria di superiorità: «I morti viventi possono essere sia gli zombie, sia i vampiri, sia qualunque dannata cosa torni indietro dalla morte!»

«Ce la siamo cavata comunque, no?» brontolò Charlinne, facendole una linguaccia.

«Ragazze, ce ne andiamo?» domandò Meg, evitando che Suzanne sbranasse l’amica.

La bionda le riservò un’occhiata algida, quindi prese un cellulare nuovo di zecca e fece una telefonata. «Il lavoro è andato a buon fine» disse senza preamboli, rivolta a chiunque fosse dall’altro capo della linea. Ci fu qualche secondo di pausa, poi Suzanne concluse la chiamata con un calmissimo: «D’accordo, aspettiamo qui.»

«Vengono a pagarci di persona? Qui?» chiese Charlinne, tormentandosi i codini castani mesciati di blu.

Meg non si stupì più di tanto. I nuovi clienti volevano sempre accertarsi che loro avessero portato a termine il lavoro, prima di pagarle profumatamente. Di solito percepivano metà dei guadagni in anticipo, ma con i nuovi dovevano mostrarsi collaborative. E dato che i soldi non erano mai un problema per i loro clienti, non dovevano temere di rischiare la vita per nulla.

Ancora non sapeva se essere più sconvolta per aver scoperto che sulla Terra esistessero zombie, vampiri, demoni, fantasmi e mostri assortiti, o per il fatto che alcune persone influenti fossero a conoscenza della loro esistenza e assoldassero persone come loro tre per liberare i locali infestati e renderli luoghi proficui.

Era solo per interesse che le ingaggiavano, la sicurezza delle persone non c’entrava, eppure Meg non lo faceva solo per quello. Non era una samaritana, certo, e non era nemmeno una cacciatrice, affamata di violenza come Bryan. Sapere che lui combatteva dalla parte di persone innocenti non le era di conforto. Non credeva che le cose fossero così facili, non pensava che tutte quelle creature fuori dall’ordinario fossero malvagie, anche se per ora non ne aveva incontrate molte di buone, ma sapeva con certezza che quello che loro facevano contribuiva a salvare delle vite. Vite di persone indifese, come lo era stata lei.

Il rumore di pneumatici la riportò alla realtà e, mentre Suzanne si avvicinava al macchinone tirato a lucido, lei si accostò a Charlinne, che si tormentava i capelli con aria cupa.

«Cosa c’è che non va?»

La ragazza le rivolse un sguardo abbattuto con gli occhioni castani, bistrati di scuro, poi lo chinò a terra. «Oggi vi ho messo in pericolo. Io… non volevo. A volte ho la sensazione di esservi solo di peso.»

«Non dire così!» esclamò duramente Meg. Si morse le labbra, tentando di moderare il tono. Conosceva quel lato volubile e fragile del carattere dell’amica, che a volte riaffiorava, e sebbene le facesse rabbia vederla così insicura, non poteva aggredirla. «Charlinne, sei una combattente eccezionale, per noi sei indispensabile.»

Lei deglutì e sostenne lo sguardo di Meg solo per alcuni secondi. «Io non sono forte come te, o inflessibile come Suzanne. Io… io mi spezzo per un nonnulla.»

Meg sapeva cosa avrebbe voluto l’amica, avrebbe voluto essere consolata e rassicurata, ma non era quello che le serviva. Lo sapeva per esperienza.

«Non hai bisogno di me, o di Suzanne. Charlinne, tu sei in gamba, da sola puoi fare tutto.» Le prese una mano e le sorrise. «Io non ti volterò le spalle, ma tu devi essere in grado di cavartela da sola. Lo sai.»

«Sì, lo so. Scusami.»

Meg finse di essersi lasciata convincere, ma era consapevole che Charlinne camminasse sul filo del rasoio, a ogni passo rischiava di cadere.

Un giorno le aveva chiesto come fosse finita a fare l’ammazza-mostri. Charlinne le aveva rivolto un sorriso così triste da non sembrare nemmeno lei, poi le aveva mostrato i polsi, sempre rigorosamente coperti da guanti e fasce, e le aveva raccontato tutto, come se non aspettasse altro che lei glielo chiedesse.

Era stata un’adolescente normale, con il normalissimo bisogno di sentirsi accettata, di fare parte di qualcosa. Seguiva i gruppi più numerosi e popolari, sicura che almeno qualcuno l’avrebbe voluta. Non si considerava insicura all’epoca, invece adesso era conscia di esserlo stata molto. Accettava di buon grado di ubriacarsi, sebbene l’alcol non le piacesse granché, pur di non essere bollata come diversa. Aveva accettato senza scrupoli di provare una dose di droga, che una sua compagna di scuola offriva come se fossero state caramelle, pur di poter restare con quelli che aveva chiamato amici. All’inizio non era un’abitudine e le sembrava di reggerla bene. Poi una notte si era sentita male ed era finita in ospedale. Sua madre ne era rimasta sconvolta. Charlinne aveva promesso che avrebbe smesso, eppure l’aria tesa in casa e la tensione creatasi con quelli che prima considerava amici l’aveva spinta a ricominciare. Voleva smettere di pensare. Smettere di essere Charlinne almeno per un po’.

Alla fine sua madre l’aveva obbligata a entrare in un centro di disintossicazione e lei ne era stata quasi felice. Da sola non ce la faceva, se ne era resa conto. I guai veri però erano iniziati dopo.

La clinica era controllata da un gruppo di vampiri, che tramite coercizione mentale manipolavano medici e genitori per avere libero accesso ai pazienti, che erano le vittime vere e proprie. I vampiri procuravano le dosi e in cambio pretendevano di poter bere da una vena. Charlinne era stata morsa talmente tante volte che i suoi polsi erano pieni di lacerazioni provocate da quei denti crudeli. Sarebbe morta lì, se un giorno non fosse riuscita a scappare. Il sole era alto e non avevano potuto inseguirla subito, ma appena era scesa la notte, vampiri furiosi si erano messi sulle tracce del suo odore. Non sarebbe sopravvissuta se non fosse stato per Suzanne.

«Meg?»

«Ehi, ci sei?»

La ragazza tornò alla realtà e vide Suzanne e Charlinne vicino all’auto della bionda. Il macchinone era sparito e lei non se n’era nemmeno accorta. Non andava bene rinchiudersi nella propria mente in quel modo.

«Eccomi, arrivo.»

Appena si fu seduta, Suzanne le diede una busta con dentro delle banconote. «Quella è la tua parte. Ti porto a casa?»

«Sì, grazie.»

Infilò la busta nello zaino, dove ripose anche la torcia e le armi che non poteva nascondere addosso.

Quando era stata trovata da Charlinne e Suzanne, una notte risalente all’anno precedente, non era riuscita a fidarsi subito di loro. Dopo Bryan, temeva che tutti al mondo fossero falsi e opportunisti, ma Suzanne le aveva dimostrato che sbagliava. Le aveva detto subito che le serviva qualcuno che insieme a loro combattesse e, avendola vista battersi, la riteneva idonea. Lei sulle prime aveva pensato di rifiutare, ma la verità era che non riusciva a restare lontana da quel mondo molto a lungo, quindi aveva accettato.

Nonostante ora si fidasse delle sue amiche, voleva la propria autonomia, così si era rifiutata di vivere nella grande villa ereditata da Suzanne e si era stabilita felicemente in un appartamento senza troppe pretese, con un buon affitto e vicini che si facevano gli affari propri.

Appena le ragazze la lasciarono fuori dal palazzo, Meg scoccò occhiate agli angoli bui della strada, luoghi in cui potevano nascondersi ospiti sgraditi.

Salì le scale male illuminate e prese le chiavi di casa dalla borsa. Di nuovo si guardò intorno e si corrucciò vedendo un fascio di luce sotto la porta dell’appartamento dirimpetto al suo, che sapeva essere vuoto. La porta però non sembrava scassinata e chi aveva cattive intenzioni solitamente non accendeva tante luci, così ignorò l’evento.

Quando rientrò in casa tirò una cordicella, evitando che si attivasse il suo personale sistema d’allarme e richiuse la porta alle proprie spalle.

Si stiracchiò, finalmente libera di rilassarsi e dopo essersi spogliata delle armi, che mimetizzò dietro le tende e i mobili, ripose i soldi in una piccola cassetta d’acciaio che conservava in fondo all’armadio.

Aveva racimolato abbastanza da poter smettere con quella vita, avrebbe potuto studiare, cercare un lavoro normale, vivere una vita come tutti gli altri. Se solo lo avesse voluto, avrebbe potuto farlo e questo la faceva stare bene. Poteva scegliere. Aveva lei il controllo sulla sua vita.

Suzanne aprì la porta della casa, grande e vuota, che aveva ereditato alla morte dei suoi genitori e accese le luci, mentre Charlinne indugiava sulla soglia. Le aveva detto mille volte di entrare subito e chiudere bene a chiave, ma sembrava più forte di lei, come se ancora non avesse capito che quella casa era anche un po’ sua adesso.

Quella sera Suzanne non voleva discutere, non ne aveva la forza. Sfiorò una vecchia foto di famiglia e per un secondo si concesse di pensare ai suoi genitori e a sua sorella Rosalie. Le sembrava passata una vita dall’ultima volta che li aveva visti, prima che un demone li annientasse. Lei non c’era quella sera di tre anni prima e quand’era tornata a casa li aveva persi.

Inizialmente non sapeva si trattasse di qualcosa di soprannaturale, come avrebbe potuto? Era il diciottesimo compleanno di sua sorella e lei aveva fatto tardi alle selezioni per un balletto. Avrebbe dovuto cambiarsi a casa e raggiungere i suoi genitori e la festeggiata in taxi, ma appena era rincasata il suo intero mondo era crollato. I suoi genitori erano morti, entrambi per arresto cardiaco. Il poco sangue versato era di sua sorella, di cui non era stato ritrovato il corpo.

Era stato tutto un delirio di polizia e avvocati, i suoi possedevano un piccolo impero economico e lei era l’unica erede di tutto il patrimonio. Non aveva capito molto di ciò che era accaduto nei primi mesi, ma poco prima dei suoi diciassette anni aveva ottenuto l’emancipazione minorile ed era riuscita a salvare quel poco della sua vita che le era rimasto.

Era stata forte, ma dentro di sé stava urlando, e quando fu tutto finito, crollò. Si aggirava per casa senza sapere cosa stesse facendo, tirava fuori abiti e foto delle persone che aveva perso, poi rimetteva tutto a posto. Non aveva ancora versato nemmeno una lacrima da quando era avvenuta la tragedia, era stata come congelata, fin quando non aveva trovato un vecchio diario di sua madre. Non la credeva abbastanza emotiva da tenere un diario personale, lei la ricordava più come l’impegnata donna d’affari che non avrebbe mai sprecato tempo su un diario.

Aveva dovuto ricredersi, leggendo prima di una ragazza che si barcamenava per pagarsi gli studi, poi di una giovane donna innamorata, dopo ancora di una ricca donna in carriera e infine di una quasi mamma. Una quasi mamma paranoica. Leggere che sua madre temeva per la vita della sua primogenita, che era terrorizzata dal momento della nascita perché qualcuno – un mostro, scriveva lei – gliel’avrebbe portata via a causa di un patto stretto otto anni prima, aveva agghiacciato Suzanne e l’aveva risvegliata dall’apatia.

Sua sorella non era mai stata ritrovata e il solo pensiero che fosse viva, da qualche parte, le aveva ridato la forza. Aveva indagato con discrezione e aveva scoperto che le fortune della sua famiglia erano cominciate proprio otto anni prima della nascita di Rosalie.

Giunta alla conclusione che i suoi genitori potessero aver stretto un patto col diavolo, aveva pensato di essere definitivamente impazzita, ma cosa le restava? La pazzia avrebbe potuto anche essere una compagnia interessante.

Aveva cercato con tutti i mezzi un collegamento con un mondo che aveva sempre creduto relegato nella superstizione e nel folklore, scoprendo alla fine un piccolo appiglio e da quel momento tutto era cambiato di nuovo. L’unica certezza in tutta quella situazione assurda era che, una volta scoperto quel mondo, era impossibile uscirne.

«Suzanne?» la chiamò Charlinne, vedendola con in mano la foto incorniciata, gli occhi persi nel passato.

Lei trasalì impercettibilmente. Posò la foto e finse che nulla fosse accaduto. Si avviò verso il suo studio e chiese: «Vuoi che metta la tua parte in cassaforte?»

L’altra sulle prime non rispose, poi si schiarì la gola e replicò: «Dammi giusto qualcosina. Però… contali bene.»

Suzanne annuì e fece come le aveva detto. Lasciava sempre all’amica la scelta, d’altronde i soldi erano i suoi, e anche se non glielo diceva era felice ogni volta che chiedeva di tenerne un po’. Voleva dire che non aveva il terrore di cadere vittima dei suoi vecchi sbagli.

Le consegnò alcune banconote e ripose il resto in cassaforte. «Ci vediamo domani, Charlinne.»

«Buonanotte»

Suzanne non rispose e si chiuse nella sua stanza. Si mosse per la camera senza accendere la luce e dopo essersi cambiata sprofondò nel letto morbido dalle lenzuola di seta, felice di essere troppo esausta per poter pensare.

Charlinne giochicchiò con i capelli ancora un poco, restando immobile nel soggiorno.

All’inizio aveva provato soggezione per quella casa immensa, ora le faceva solo tristezza. Era troppo vuota e sapere il motivo di quel vuoto la distruggeva. Osservò l’immagine della ragazza ritratta nella foto di famiglia accanto a Suzanne. Era bella e bionda come la sorella, solo un po’ più grande, e avrebbe dovuto esserci lei lì, non Charlinne. A volte si sentiva un’intrusa.

Salì le scale che portavano al piano di sopra fino alla stanza che Suzanne le aveva assegnato e che poteva benissimo definire sua, ormai. Un tempo quella era la camera padronale, ma Suzanne non aveva esitato prima di lasciargliela, anzi si era detta felice di ogni cambiamento che lei aveva voluto apportarvi: non desiderava conservare una stanza per chi non sarebbe mai tornato. Charlinne l’aveva presa in parola, aveva trasformato ogni angolo della stanza, dai mobili al colore delle pareti, prima di un sobrio color crema divenuto ora un allegro rosa chiaro con teschietti neri. Non credeva che si sarebbe mai potuta sentire a casa in quell’enorme villa, invece quella stanza e Suzanne, che le aveva permesso di realizzarla, l’avevano resa tale.

Dopo essersi cambiata e lavata meticolosamente per eliminare ogni residuo zombie, si coricò, gli occhi sgranati a fissare il soffitto, mentre ripensava a quella notte di caccia e al pericolo che aveva fatto correre alle sue amiche.

Capitolo 2

Il sole fece capolino alla finestra e i raggi attraversarono le tende rosate, posandosi sul viso di Meg. La ragazza si rigirò nel letto, nel tentativo di sfuggire alla luce, ma ormai era tardi.

Di solito lasciava le tende scure aperte in modo che il sole la svegliasse, ma quando usciva in missione preferiva dormire fino a tardi e le chiudeva. La notte precedente però era così stanca che aveva avuto a stento la forza di cambiarsi d’abito.

Sbadigliò e sbattendo le palpebre si mise seduta, poi si stiracchiò e sbirciò l’orologio. Ormai era sveglia e non valeva la pena di rimettersi a dormire. Si alzò e spostandosi tra la cucina dai colori caldi e il bagno iniziò a prepararsi per uscire.

Quando tornò in camera da letto, aprì l’armadio a due ante. Spinse un pugnale sotto alcune sciarpe su una mensola, poi osservò il contenuto dell’armadio diviso in due diversi settori, com’era divisa la sua doppia vita. Scelse dei pantaloni chiari di lino e una maglietta bianca decorata da intarsi dorati, un abbigliamento che non avrebbe mai potuto tenere in missione.

Si pettinò i capelli neri cercando di dar loro una forma, allontanandoli dagli occhi ambrati. Una volta pronta, mise il cellulare in tasca dopo aver controllato che non ci fossero chiamate e, uscendo, chiuse bene la porta a chiave.

Scese i due piani che la separavano dall’esterno e lungo la strada non poté fare a meno ogni tanto di guardarsi intorno. Non c’era molto movimento, abitava in periferia e non dovette camminare a lungo per arrivare al suo bar preferito. Vi entrò, immergendosi nell’odore di caffè.

Dietro il bancone di finto legno c’era Johanna, una giovane donna che si destreggiava tra le macchine da espresso e le diverse ordinazioni. Quando alzò lo sguardo e la vide, sorrise e si sbracciò nel salutarla. «Ciao, Meg! Che bello vederti, tesoro!»

«Ciao, Jo» ricambiò la ragazza, prendendo da sotto il banco una divisa simile a quella di Johanna e la targhetta con il proprio nome.

Naturalmente non aveva davvero bisogno di lavorare, ma la consapevolezza di avere un posto, di esistere anche nella vita di tutti i giorni, le dava sicurezza. Inoltre si era affezionata a Johanna e a suo padre, proprietario del bar, da quando aveva scacciato un fantasma molesto dal locale.

«Meg, non sai quanto sono contenta che tu sia qui! Davvero!» ripeté Johanna, pulendo lentamente un bicchiere, con gli occhi che quasi brillavano. In effetti sembrava troppo contenta.

«Cosa succede?» le domandò, sospettosa.

«Li vedi quei ragazzi al tavolo cinque?»

Meg non si girò nemmeno, li aveva già notati quand’era entrata, tanta era la confusione da stadio che facevano. Il locale era piccolo e di solito ospitava solo habitué, difatti quei tipi stonavano palesemente. Doveva essere la prima volta che entravano in quella caffetteria.

«E allora?»

«Ti dispiacerebbe servirli peggio che puoi?» sogghignò Johanna.

«Perché devo farlo io, il lavoro sporco?» sbuffò Meg, mascherando un sorriso con un broncio.

«Perché mio padre ti adora, non ti licenzierebbe mai. Stessa cosa non può dirsi di me» fece lei con falsa allegria.

Meg scosse la testa e, recuperando il taccuino dalla tasca del grembiule, chiese all’amica: «Ordine dei tavoli?»

«Ti adoro, tesoro!» esultò Johanna battendo le mani, poi elencò: «Tavolo quattro, i cretini del tavolo cinque. Oh, appena occupato tavolo due.»

Mentre Meg si dirigeva al tavolo quattro, sentì uno dei ragazzi del tavolo cinque apostrofarla ad alta voce: «Ehi, ma a noi quando tocca?»

Lo ignorò e si concentrò sul ragazzo del tavolo quattro. Appena riuscì a vederlo in volto, provò una fitta allo stomaco e un’ondata di calore le salì al viso.

Aveva un bel corpo indubbiamente, ma il viso era qualcosa che rasentava la perfezione. Aveva lineamenti decisi eppure c’erano anche delle linee morbide, come quelle tratteggiate dai capelli castano scuro, che gli sfioravano le guance. Su un volto così poi, l’ultima cosa che si aspettava era un paio d’occhi come quelli. Erano di un blu forte e intenso, come il colore del mare all’orizzonte. Era quasi di una bellezza ultraterrena, avrebbe potuto pensare che non fosse umano, se non fosse stato per quei piccoli dettagli che segnavano l’umanità. Minuscole rughe d’espressione ai lati degli occhi, l’accenno di una fossetta su una guancia, piccole imperfezioni che rischiavano di renderlo davvero perfetto.

Meg scosse impercettibilmente la testa per liberarsi di quei pensieri. Non aveva nulla in contrario nel guardare un bel ragazzo, ma non voleva assolutamente che lui se ne accorgesse. Non desiderava affatto iniziare un’avventura, romantica o meno, non dopo Bryan.

Appena raggiunse il tavolo, sorrise con aria professionale e armata di taccuino disse: «Buongiorno, cosa posso portarti?»

Lui la guardò e ricambiò il sorriso. «Ciao. Un caffè e una brioche semplice, grazie.»

Rischiò di restare incantata da quel sorriso e calcò troppo con la matita nello scrivere tavolo 4 in cima al foglio, però si obbligò a prendere l’ordinazione con una parvenza di naturalezza. Si arrischiò a guardarlo di nuovo, mentre gli diceva: «Arriva subito.»

Si diresse al bancone con passo dignitosamente fermo, anche se a una piccola parte di lei sembrò una patetica fuga.

Staccò il foglietto e lo porse a Johanna, era già in procinto di andarsene quando l’amica le sfiorò un polso per trattenerla. «Aspetta un attimo! Insomma, lo hai almeno guardato quel ragazzo? È da mangiarselo!»

Non era bello pensare di mangiare qualcuno, se la notte prima si era avuto un tête-à-tête con degli zombie.

«Jo, ti prego, ti prego, non provare di nuovo a trovarmi un ragazzo. Te l’ho detto! Voglio schiarirmi le idee e passare un po’ di tempo sola con me stessa.»

«Meg, sono io a pregarti! Tu non hai visto come ti ha guardato quando sei entrata. Prova almeno a parlarci. O fagli capire che sei almeno un po’ interessata.»

«Perché dovrei essere interessata?» domandò Meg facendo la vaga, desiderosa di tagliare la conversazione.

«Perché sei giovane e ti farebbe bene uscire con un ragazzo! Insomma sei single e non sei dell’altra sponda, altrimenti avresti un debole per me, allora si può sapere dov’è il problema?»

Meg chinò lo sguardo. Non le aveva mai parlato di Bryan, non le piaceva quella parte della sua vita. Quella parte in cui era diventata debole e dipendente. Le uniche a saperlo erano Charlinne e Suzanne, per il resto non lo aveva mai rivelato ad anima viva.

«Non posso e basta. Jo, per favore, non insistere.» Forse la sua voce fu molto espressiva, perché Johanna sussultò e la guardò inquieta, come se avesse intuito qualcosa.

«Qualcuno ti ha fatto del male?» stava iniziando a chiederle, quando dal tavolo cinque si sentirono dei versi poco eleganti e uno dei ragazzi gridò: «Noi stiamo ancora aspettando!»

Meg ne approfittò per sgattaiolare via e, raggiunto il tavolo rotondo intorno al quale si erano stravaccati quei molesti ragazzi, aprì il blocco degli appunti e domandò in tono volutamente brusco: «Cosa vi porto?»

Due di loro si diedero di gomito ridacchiando e Meg non si fece scrupoli a folgorarli con un’occhiataccia, mentre il ragazzo di fronte a lei sogghignava e prendeva platealmente il menù, aprendolo per la prima volta. «Uhm, vediamo cos’avete di buono…» lo disse guardando lei anziché il menù.

Lei sostenne il suo sguardo con fare seccato e lui si passò la punta della lingua sul piercing che aveva sul labbro e che scintillò ammiccante e volgare. Buttando il menù di lato, esclamò: «Portaci della panna! Su di te!»

I suoi compari risero, Meg invece roteò gli occhi scocciata e commentò imperturbabile: «Se non avete ancora deciso, posso tornare dopo. Altrimenti potete andarvene.»

«Oppure del cioccolato! Sempre su di te» continuò quello con il piercing, allungando un braccio come per toccarla, ma, sebbene la ragazza stesse guardando altrove, riuscì a schivarlo.

Ormai non si stava più curando di quei ragazzi, aveva occhi solo per la donna del tavolo due e non tanto perché stesse piangendo con il volto sepolto nelle mani, ma per il suo polso. O meglio, per il segno rosso di un morso che vi spiccava su.

Si allontanò dai ragazzi, mentre quelli dicevano altre oscenità, senza ascoltarli, e quando fu accanto al tavolo della donna, le parlò con voce rassicurante: «È tutto a posto.»

Quella sussultò e la guardò a occhi sgranati, terrorizzata. Meg scoccò un’occhiata furtiva al suo polso per essere certa che quel segno fosse davvero il morso di un vampiro, poi le sorrise e ripeté: «È al sicuro, adesso. È giorno.»

La donna spalancò gli occhi umidi ancora di più e la ragazza si chinò verso di lei per sussurrare: «Io posso aiutarla. Può raccontarmi cosa le è successo?»

La poverina schiuse invano le labbra secche. Deglutì e chiese con un fil di voce: «Potrei avere un po’ d’acqua, prima?»

«Certamente.» Meg si allontanò e fece il giro largo per raggiungere il bancone, evitando così il tavolo cinque, i cui occupanti erano stranamente silenziosi. Sentì degli sguardi sulla schiena, ma non si voltò.

«Jo! Dell’acqua» disse con urgenza, mentre quella la guardava storto e le puntava il dito contro con fare accusatorio. «Ho dovuto portare io il caffè a quel povero ragazzo del tavolo quattro! E lui sperava di vedere te, sono sicura.»

Meg per poco non urlò per la frustrazione.

«Jo. Acqua. Subito.»

«Che cosa succede?» le domandò Johanna, mentre le porgeva il bicchiere, ma Meg non le rispose. Tirò dritto, guardando la donna del tavolo due, che si tormentava le dita delle mani, e non vide lo sgambetto che uno dei ragazzi del tavolo cinque le stava per fare. Inciampò e il bicchiere le sfuggì dalle mani, fracassandosi in terra. Anche lei stava cadendo, ma uno dei ragazzi la afferrò per il braccio. Quello con il piercing la apostrofò: «Tocca prima a noi!»

Meg stava per esplodere, non ne poteva più di quei ragazzi, e strattonò il braccio per liberarsi. Ne risultò che quello che la teneva era parecchio forte e lei, sebbene combattesse i mostri, non poteva fare sfoggio delle sue abilità di combattente lì, in pubblico. E per di più non poteva certo uccidere quegli stupidi ragazzini, per quanto la stessero tentando.

Scoccò un’occhiata al bancone, ma lo vide vuoto: Johanna doveva essere andata nella stanza dietro il locale. Doveva cavarsela da sola.

Guardò il ragazzo con un’occhiata assassina. «Lasciami subito andare.» Tentò di addomesticare il tono, non volendo attirare troppo l’attenzione degli altri clienti, già abbastanza infastiditi.

«Abbiamo deciso che vogliamo te con panna» affermò uno dei ragazzi, ridendo e battendo le mani sul tavolo, presto imitato dagli altri, meno che da quello che le serrava il braccio.

Meg strinse i denti di fronte a tanta imbecillità. Provò a liberare di nuovo il braccio e stava quasi pensando di rifilare un pugno al ragazzo che le stringeva il polso, quando successe l’impensabile. Le gambe del tavolo cinque e delle sedie su cui erano seduti i ragazzi sparirono nel nulla, lei le vide letteralmente dissolversi, e i sei ragazzi si ritrovarono tutti per terra, con gli arti inferiori schiacciati da ciò che restava del tavolo.

Meg indietreggiò di un paio di passi, accerchiata dai bisbigli degli altri avventori, che guardavano increduli il tavolo collassato, e dai lamenti della combriccola di idioti. Lei li ignorò e si voltò verso il tavolo due. Vuoto.

Trattenne a stento un’imprecazione e, togliendosi in fretta il grembiule, lo buttò dietro il bancone. Premette l’interfono vicino al registratore di cassa, sicura che Johanna sarebbe accorsa.

Uscì velocemente e non si accorse che il ragazzo del tavolo quattro era l’unico a non essersi minimamente scomposto per quello strano fenomeno e sorseggiava tranquillo il suo caffè.

La donna non era andata molto lontano quando Meg la intravide svoltare l’angolo, tuttavia doveva aver accelerato il passo in seguito, perché, per quanto Meg corresse, non riusciva a raggiungerla. Continuò a seguirla, meravigliandosi della forza di quella donna che, nonostante fosse stata morsa da un vampiro, riusciva a tenerla a distanza.

Meg proseguì per un po’ prima di fermarsi. Tutta quella storia non aveva senso. In primo luogo, perché mai una donna con una ferita al polso, probabilmente sconvolta dopo una notte da incubo, doveva andare in un bar? Non sarebbe stato più logico andare in ospedale o a casa propria? E poi perché fuggiva, o meglio ancora, perché si stava facendo seguire?

Meg rabbrividì e si strinse tra le braccia. Tutta quella situazione aveva l’odore di una trappola. Non una trappola di vampiri sicuramente, non in pieno giorno. Ma allora chi la stava attirando?

Per un secondo pensò a Bryan. Lui l’aveva già trovata in passato e lei era fuggita di nuovo, cambiando quartiere e pregando che lui si stancasse di quello strano acchiapparello. Possibile che quello fosse un suo nuovo modo di manipolarla?

Si obbligò a scacciare quel pensiero dalla mente: Bryan era tante cose, un bugiardo, un opportunista e forse anche un assassino, ma non avrebbe mai collaborato con dei vampiri, di questo era abbastanza certa.

Restava il fatto che quella donna, volente o nolente, doveva essere salvata. I vampiri non scherzavano quando c’era di mezzo il sangue. Ma, sebbene fosse giorno, lei non poteva affrontare un covo da sola.

Prese il cellulare e chiamò Suzanne, sperando che rispondesse, anche se a quell’ora di solito andava a lezione di danza. La ragazza bionda aveva tagliato i ponti con tutto ciò che poteva essere considerato anche solo vagamente normale per una ragazza della sua età, tranne la passione per il ballo. Non si esibiva mai, però non saltava una lezione, nemmeno quando era coperta di lividi e ferite a causa della sua doppia vita.

Quando non le diede risposta, chiamò Charlinne e lei le rispose assonnata: «Ohilà, sei già in piedi? Che ore sono?»

«Charlinne, ho bisogno di una mano. Ho seguito una donna morsa da un vampiro, ma qualcosa non va. Puoi raggiungermi?»

«Hai detto un vampiro?» le chiese la ragazza, completamente sveglia adesso.

Meg si diede della stupida, immaginando il panico che l’amica stesse provando a quella semplice parola e replicò: «Ascolta, non riesco a raggiungere Suzanne, non è necessario che tu venga, ma quando torna a casa dille di venire al…» Meg s’interruppe, sentendo la voce di Suzanne in sottofondo. La bionda rispose al telefono pochi secondi dopo: «Meg, ci sono.» Evidentemente quel giorno era rimasta in casa.

«Perché non hai risposto?»

«Ho il cellulare scarico, ho parlato tutta la notte. Abbiamo un lavoro.»

«No, aspetta. C’è questa donna che…»

«Meg, abbiamo un lavoro. Vieni a casa mia, subito.» Suzanne sapeva impartire ordini meglio di una regina, non c’era alcun dubbio. Quasi avesse capito che Meg stava per replicare, la rimbrottò: «Non puoi andare a caccia

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