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Per soli e coro: Dialoghi fra canto solistico e canto corale

Per soli e coro: Dialoghi fra canto solistico e canto corale

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Per soli e coro: Dialoghi fra canto solistico e canto corale

Lunghezza:
71 pagine
1 ora
Editore:
Pubblicato:
Nov 12, 2018
ISBN:
9789887896890
Formato:
Libro

Descrizione

In questo volume abbiamo un dialogo fra Antonio Juvarra, noto didatta di canto, ed Aurelio Porfiri, compositore e direttore di coro. In questo dialogo si affrontano temi importanti, come l'impostazione della voce, la cantabilità italiana, il vibrato, le voci dei bambini, l'estensione vocale e molti altri. Questo dialogo intende essere utile non solo a coloro che studiano canto per divenire solisti, ma anche a tutti i direttori di coro e cantori che voglio capire un poco di più sulla meravigliosa arte di cui sono protagonisti. Lo stile del dialogo rende il testo facilmente leggibile e godevole. Un testo da considerare per coloro che voglio fare senso sulla propria attività vocale, di qualunque tipo essa sia.
Antonio Juvarra da anni si dedica allo studio e al ripristino della tecnica vocale italiana storica, scrivendo numerosi libri, tra cui il trattato ‘Il canto e le sue tecniche’ (Ricordi, 1987), il metodo teorico-pratico ‘Lo studio del canto’ (Ricordi, 1999) e il volume 'I segreti del belcanto. Storia delle tecniche e dei metodi vocali dal Settecento a oggi (Curci, 2006). Ha cantato come solista nei più importanti teatri italiani, quali la Scala di Milano, l’Arena di Verona e la Fenice di Venezia, con direttori come Riccardo Muti e Gianandrea Gavazzeni, e ha insegnato canto in vari conservatori e accademie.
Aurelio Porfiri è compositore, direttore di coro, educatore ed autore. Diplomato in musica corale e Fellow del Trinity College di Londra per la composizione musicale. È nato e vive a Roma ma ha anche svolto e svolge la sua attività professionale in Asia. Autore di più di 30 libri e più di 600 articoli. Più di 100 sue composizioni sono pubblicate in Italia, USA, Germania, Francia e Cina.
Sommario
Parola vs canto.
Canto solistico vs cantare in coro.
Voce naturale vs voce artificiale.
Cantabilità italiana.
Il riscaldamento della voce.
Come sviluppare l'estensione vocale.
Risolvere i problemi di intonazione.
Sul vibrato.
Lavorare con le voci dei bambini
Lavorare con le voci delle persone anziane.
 
Editore:
Pubblicato:
Nov 12, 2018
ISBN:
9789887896890
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Anteprima del libro

Per soli e coro - Antonio Juvarra

anziane

Parola vs Canto

Aurelio Porfiri - Talvolta, quando si parla del fenomeno del canto, in coro o solistico, se ne parla come fosse un fenomeno prettamente musicale, un qualcosa in cui il testo ha un significato quasi accessorio. In realtà se non si parte dal testo, dalla parola singola, a mio avviso si perde completamente il senso di ciò che si sta facendo. Questo penso sia avvenuto quando si è deciso di concepire una divisione netta fra parola e canto, una divisione che nella realtà non esiste, essendo il canto una amplificazione e, a certi livelli, trasfigurazione della parola, essendo il parlato un canto oscuro. Diceva infatti Cicerone che anche nel parlare c'è come una melodia nascosta: Est autem etiam in dicendo quidam cantus obscurior. Io penso che questo divorzio fra la parola e il canto ha portato poi alle conseguenze a cui oggi assistiamo, di un'assolutizzazione di fenomeni che vanno compresi in contesti più ampi.

Antonio Juvarra - Concordo. La parola è concepita quasi sempre come qualcosa di 'aggiunto' al suono, invece che fuso geneticamente con esso, il che è come pensare che l'onda sia qualcosa di separato dal mare. La ragione di tutto questo è essenzialmente di tipo tecnico vocale: l'esigenza di creare le condizioni perché si possa avere il canto (condizioni che sono date innanzitutto dalla cosiddetta 'gola aperta') fa sì che non si vada molto per il sottile, col risultato di subordinare e sacrificare al fattore 'spazio' e 'rotondità' proprio quell'elemento, l'articolazione parlata naturale, che in una tecnica vocale di alto livello non solo serve a rendere comprensibile la dizione, ma, anche e soprattutto, funge da sintonizzatore automatico della voce, nel senso che genera quella qualità del suono che ha nome focus, limpidezza e lucentezza. Una volta intaccata così la naturale scioltezza, fluidità ed essenzialità dell'articolazione parlata naturale, sarà inevitabile introdurre nell'educazione vocale tutta quella serie di manovre compensative e surrogati che sono alla base della maggior parte delle tecniche vocali attuali: l'accentuazione artificiale della pronuncia, il suono schiacciato 'avanti', le labbra protruse a imbuto-trombetta' ecc. ecc.

AP - Penso sia strano pensare come il canto possa non partire dalla parola ma dal canto stesso. Certo, spesso bisognerebbe capire perché si canta, perché alcune persone scelgono di cantare piuttosto che di fare altre cose. Io mi sono persuaso, come direbbe il Commissario Montalbano, che molti direttori di coro e immagino anche maestri di canto, sono più che altro materiale da psicologi (forse pure io? Chi può mai dirlo...). Nel senso che non scelgono la musica come via di conoscenza ma la musica come via di liberazione, come cura da nevrosi che per altri motivi li attanagliano. Tornando alla parola, io credo non bisognerebbe insegnare nulla fino a che non si parte dal testo come chiave di volta per penetrare anche il fenomeno musicale. Purtroppo, sia nel canto solistico che in quello corale, si assiste spesso a fenomeni di acrobatismo, per cui il solista migliore o il coro più agguerrito è quello che dimostra alcune bizzarrie tecniche, senza mai domandarsi se è in questo l'essenza della musica vocale. E poi vincono concorsi e ricevono applausi. Confondono un mezzo per il fine. Sarebbe come dire, mi scusi l'esempio un poco audace, che una prostituta è esperta di amore umano perché ha una vita sessuale intensa e variegata. La musica è una via di conoscenza, non è un gioco acrobatico. Avevano ragione i medioevali che distinguevano fra musicus e cantor, anche se oggi colui che sa, il dotto, è sempre più raro in favore dei musicisti circensi.

AJ - Sì, non a caso questa tematica è anche al centro del primo scritto di tecnica vocale, apparso in epoca belcantistica, 'Le opinioni de' cantori antichi e moderni' di Pier Francesco Tosi del 1723, tutto giocato sull'antitesi polemica tra il buon tempo andato, che prediligeva un canto patetico, espressivo, melodico, che parla al cuore, e le 'novità moderne', che esaltano invece un canto 'sperimentale', frenetico, acrobatico, che parla alle orecchie e sfocia in quel prodotto vocale, che Tosi definisce sarcasticamente gargarismi. Da questo punto di vista si può dire che tutta la storia del canto italiano si può leggere come il periodico riportare la voce alla sua sorgente, la semplicità della parola, correggendone le degenerazioni virtuosistico-meccaniche, e questo ad opera sia dei grandi trattatisti di tecnica vocale (Mancini, Mengozzi, Francesco Lamperti, Lilli Lehmann), sia dei grandi compositori di musica teatrale (Gluck, Musorgskij, Wagner, Verdi, Debussy). Ora è chiaro che le moderne teorie della voce come strumento, nel momento in cui ignorano la specificità che distingue la voce dagli altri strumenti (e che è rappresentata dal fatto strutturale del controllo INDIRETTO, per via mentale immaginativa, della fonazione umana), non fanno altro che porsi come giustificazioni e legittimazioni di tutti i tipi di meccanicismo muscolare in campo vocale. Al contrario, la strada maestra della tecnica vocale italiana storica ha sempre avuto come principi fondanti il 'si canta come si parla', i suoni parlati in cui si trasfonde l'anima di Francesco Lamperti e i suoni sorgivi, non retorici di Lauri Volpi. Non dimentichiamo in proposito che Quintiliano attribuì a Cesare la frase rivelatrice: Se canti, canti male; se dici, canti. Come è solo usando quella lingua che significativamente è chiamata LINGUA MADRE, che si possono esprimere nella loro verità l’ infinita varietà e ricchezza di sfumature affettive

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