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Lunghezza:
275 pagine
6 ore
Editore:
Pubblicato:
8 ott 2018
ISBN:
9788827848135
Formato:
Libro

Descrizione

É un romanzo che si legge tutto di un fiato e pare di essere dentro la Storia, politica, economica ma soprattutto religiosa.

Ci sono gli imperatori romani, da Ottaviano Cesare Augusto, a Tito, figlio di Vespasiano, sì proprio lui, quello della distruzione del Tempio di Gerusalemme. Il povero Ponzio Pilato, che governa la Giudea al tempo del triste imperatore Tiberio, viene destituito ma alla luce di quello che succede poi, si capisce che anche lui aveva le sue sacrosante ragioni, come dargli torto? Vorrebbe ritirarsi in campagna a coltivare lo zafferano invece sarà a Roma come mio inviato speciale, commentatore straordinario di ogni nuovo evento imperiale. Con lui c'è Marco Ambibulo, il suo predecessore, prefetto nell'odiata Giudea.

Immanuel sopravvive alla terribile crocifissione e raggiunge con una carovana di mercanti un monastero buddista nel Ladakh. Paolo di Tarso lo insegue fino alla città di Damasco, dove succede qualcosa di improvviso e folgorante che gli fa cambiare la sua strategia. Si viaggia nel regno dei Parti e degli achemenidi, si attraversano aride o rigogliose pianure e deserti infiniti, si sosta in antiche e gloriose città: Damasco, Palmira, Susa e Samarcanda. Mi sono inventata quel tanto che basta per tessere i fili della narrazione, ma la trama ha origine nei testi sacri, nelle infinite parole dalle quali ho attinto a piene mani e mi sono lasciata trasportare.
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8 ott 2018
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9788827848135
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Anteprima del libro

Immanuel - Annamaria Beretta

Samuele

Prefazione

Finalmente giunge alle stampe il terzo atteso romanzo di Annamaria Beretta Immanuel, imperdibile seguito di Uzuri, sua seconda opera narrativa pubblicata nel novembre 2015. 

Queste due opere sono intimamente connesse sia in quanto le vicende che stiamo per leggere sono la prosecuzione di quelle precedenti, sia in quanto questo lavoro ci permette di comprendere ancor meglio rispetto al primo, e non senza qualche brivido, le incongruenze storiche e filologiche su cui si basa la religione cristiana che a tutt'oggi vengono accettate per vere, mostrando una superficialità e una mancanza di spirito critico così evidenti da sembrare incredibili.

In ambito culturale accade spesso che religione e scienza presentino lo stesso atteggiamento dogmatico, per cui è fondamentale che anche in letteratura, scrittori dalla mente aperta e preparata affrontino la possibilità di schiudere nuove vie alla conoscenza e Annamaria lo fa con coraggioso impegno, attenendosi meticolosamente ad una attenta documentazione relativa al contesto nel quale ha situato il suo racconto indagando con lo scrupoloso spirito di ricerca che la contraddistingue.

La trama a fondo storico è capace, per la sua scrittura fluida, elegante e sapientemente vivida, di catturare il lettore, trascinandolo con sé nel cuore dei fatti narrati.

Nulla viene lasciato al caso: né la caratterizzazione anche di attori apparentemente con ruoli secondari, che invece hanno una loro precisa funzione nella coralità dei personaggi del romanzo, né l'ambientazione. Infatti, le descrizioni sempre accuratissime sono dettagliate, precise e nitide e lasciano intuire una sua puntuale conoscenza di tutte le realtà illustrate.

Il protagonista di questo romanzo è Immanuel di cui conosciamo minuziosamente ogni particolare riguardante sia il suo ambito familiare sia gli anni della sua infanzia e giovinezza, in quanto argomento essenziale nella trama di Uzuri. Ora lo ritroviamo sin dalla prima pagina di questa nuova fatica dell'autrice, proprio nel momento più terribile e straziante della sua vita: la crocefissione. Poi da lì, senza voler svelare ulteriormente altri particolari dell'intreccio per non perdere il piacere investigativo che c'è nella lettura di ogni romanzo, lo accompagniamo fino al suo ritorno nel monastero buddista sui monti del Ladakh dove si era formato da ragazzo.

Accanto a questa vigorosa figura centrale si ergono numerosi, tra altri importanti personaggi, splendidi ritratti di donna, alcuni già presenti nel romanzo precedente Uzuri e altri non ancora incontrati, ma non per questo meno capaci di ritagliarsi una loro potente presenza nell'universo narrativo dell'autrice.

Tra queste personalità femminili, ultima per la sua collocazione nel testo, ma non ultima per la sua capacità di stagliarsi chiaramente nel nostro immaginario, ecco un inaspettato personaggio a tutto tondo: Berenice Giulia che, seppure vinta dall'implacabilità della ragion di stato resta impavida a catturare la nostra fantasia, ultima tessera del mosaico narrativo della storia di Immanuel. Proprio al termine del romanzo, infatti, viene svelata la sua identità segreta a farci comprendere ancor meglio il paradosso della veridicità dei testi ritenuti sacri.

A qualcuno irrigidito nella fissità dei dogmi che non vuole conoscere alcunché non sia fissato nel solco della tradizione, quella di Annamaria potrà sembrare quasi una storia blasfema, ma il lettore che procede con la mente aperta non potrà che trarre un intenso piacere da questo nuovo tentativo di fare luce sulle vicende misteriose di un uomo che ha segnato suo malgrado la storia degli ultimi due millenni.

Ciò tuttavia non poteva non avvenire senza il contorno di numerose figure femminili perché l'autrice vuol ribadire che è sì l'uomo colui che appare sempre come protagonista nelle pagine della Storia, in una civiltà ancora ingiustamente patriarcale, ma è la donna colei che regge effettivamente la società sin dalle sue più intime fondamenta, permeandone ogni singola cellula di cui è intessuta.

Ancora una volta si tratta di un'opera che certamente sarà capace di farsi amare e ricordare nel tempo, come è avvenuto per le due precedenti e invita tra l'altro chi possiede, o comunque ha già letto, il romanzo precedente di Annamaria ad una qualche appassionante rilettura che permette di fondere e integrare l'affascinante storia di Uzuri con le nuove avvincenti vicende descritte in Immanuel.

Anna Maria Margherita Zanetti

NOTA DELL’AUTRICE

É un romanzo che si legge tutto di un fiato e pare di essere dentro la Storia, politica, economica ma soprattutto religiosa.

Ci sono gli imperatori romani, da Ottaviano Cesare Augusto, il divino, a Tito, figlio di Vespasiano, sì proprio lui, quello della distruzione del Tempio di Gerusalemme. 

Il povero Ponzio Pilato, che governa la Giudea al tempo del triste imperatore Tiberio, viene destituito ma alla luce di quello che succede poi, si capisce che anche lui aveva le sue sacrosante ragioni, come dargli torto? Vorrebbe ritirarsi in campagna a coltivare lo zafferano invece sarà a Roma come mio inviato speciale, commentatore straordinario di ogni nuovo evento imperiale. Con lui c’è Marco Ambibulo, il suo predecessore, prefetto nell’odiata Giudea. 

Immanuel sopravvive alla terribile crocifissione e raggiunge con una carovana di mercanti un monastero buddista nel Ladakh.

Paolo di Tarso lo insegue fino alla città di Damasco, dove succede qualcosa di improvviso e folgorante che gli fa cambiare la sua strategia. 

Il viaggio del mercante Kaleb si snoda lungo la via della seta, la sua meta è la Cina.

Si viaggia nel regno dei Parti e degli achemenidi, si attraversano aride o rigogliose pianure e deserti infiniti, si sosta in antiche e gloriose città: Damasco, Palmira, Susa e Samarcanda. 

Mi sono inventata quel tanto che basta per tessere i fili della narrazione, ma la trama ha origine nei testi sacri, nelle infinite parole dalle quali ho attinto a piene mani e mi sono lasciata trasportare. 

Non è forse scritto nei vangeli che Immanuel (Gesù) era seguito da molte donne che gli hanno messo a disposizione i loro beni? Tra queste c’è Giovanna, moglie dell’amministratore Cusa, che disperato fa un viaggio fino a Delphi per chiedere all’oracolo: 

- ma Giovanna che amo dov’è’?-

Ci sono personaggi di fantasia come il figlio di Marco Ambibulo, Flavio, e altri reali come Fabullo, il maestro che dipinge in toga, gli architetti Celere e Severo e l’ingegnere alessandrino, inventore della robotica, Erone, tutti chiamati dal grande imperatore Nerone per la realizzazione della domus aurea. 

Mi è capitato di vedere un dipinto di un artista russo di fine ottocento, mentre scrivevo il mio libro, e mi si è aperta di nuovo una finestra sul mondo antico: eccolo il personaggio chiave che porta a Roma la religione giudaico cristiana. 

Paolo di Tarso? No! L’apostolo Pietro? Nemmeno! Quest’ultimo a Roma neppure ci è arrivato. Allora chi è? É così facile la soluzione che ancora mi sembra incredibile che nessuno a lei ci abbia mai pensato. 

Racconto nei dettagli una Roma antica, straordinaria e bellissima, con i suoi riti, le leggi, le più avanzate del mondo e le tante divinità che, silenziose nei templi accompagnano la vita di uomini e donne, senza alcuna prevaricazione. 

Roma imperiale è una città viva, generosa, colta e accogliente. Ovunque nel mondo porta la sua grande efficienza e bellezza. Ancora oggi possiamo esserne fieri. 

Le nostre radici sono giudaico cristiane? No, sono senza il minimo dubbio greco romane. Ed è veramente un’altra Storia.

Buona lettura.

Annamaria Beretta

1

Crocifissione

Non ha un nome lieve e neppure un aspetto allegro la collina che si trova appena fuori le mura della città vecchia di Gerusalemme, spoglia e tonda molto più simile nella forma alla calotta di un cranio umano che ad una rigogliosa opera della Natura e proprio per questo motivo, da tempo immemore, viene chiamata calvario che significa cranio.

- Qui sono sepolte le spoglie di Adamo.- Raccontano i vecchi ai bambini, iniziandoli alla conoscenza della Torah. 

I romani, da quando si sono insediati nella Giudea, l’hanno scelta come luogo per le esecuzioni, per una ragione ben precisa, ciò che accade sulla sommità brulla e desolata può essere visto a grande distanza.

Nessuno in città può ignorare la dura punizione che viene inferta ai ribelli, essa deve rappresentare un monito per tutti coloro che covano, pensano ed elaborano idee di sommossa.

La Giudea è il Paese più difficile da governare di tutto il vasto impero, con una conflittualità permanente, povero di risorse ma posto in una posizione unica e strategica, tra l’Egitto, l’Arabia e la Siria ed è questa l’unica ragione per cui i romani da qui non se ne vanno. Si aprirebbe una falla e perderebbero il controllo sull’intero territorio ad oriente.

La storia della presenza romana è iniziata proprio male e non si è più aggiustata. La costruzione di strade, acquedotti, terme e teatri non ha mai potuto cancellare l’onta inferta ai giudei dal generale romano Gneo Pompeo che ha osato varcare la porta del tempio ed entrare nella stanza segreta, il sancta sanctorum, accessibile solo al gran sacerdote e durante i giorni di riti particolari. 

In quel luogo misterioso vi è custodito l’immenso tesoro, il grande candelabro, i vasi per le libagioni, gli incensieri, tutto in oro massiccio e duemila talenti, che sono una cifra immane, ci si può comprare un’intera città. 

Per la verità Pompeo non ha toccato nulla, ha solo osservato, mosso da grande curiosità, in solitudine e silenzio e poi, con rispetto per la religiosità altrui, atteggiamento tipico dei romani, ha chiesto di procedere ai riti di purificazione, ma ormai il dramma si era compiuto e l’accusa della profanazione ha continuato ad alimentare l’odio, tuttora in corso.

Per i giudei il tempio svelato agli occhi stranieri e calpestato da un gentile incirconciso, è stata la peggiore sciagura e coloro che si sono macchiati del crimine reso al cospetto di dio, dovranno, secondo loro, prima o poi pagarne le conseguenze.

I romani dal canto loro, accusano i giudei di fanatismo religioso, è inconcepibile disporre di così tante ricchezze e non usarle per il popolo. Come pure è inconcepibile non pagare le infrastrutture che i romani forniscono, con tecnologia avanzata e soluzioni ardite. Nel vasto impero nessuno si lamenta, solo i giudei. Con i romani la gente ha migliorato il suo tenore di vita, non ci sono più guerre se non ai confini, c’è un’unica moneta circolante e un uguale diritto per tutti. I commerci sono prosperi, l’economia è in pieno sviluppo. Il lavoro non manca. Ogni popolo mantiene le proprie abitudini, le proprie divinità. Ma in Giudea le cose non vanno nello stesso modo. 

Qui c’è un dissidio insanabile. Due mondi si scontrano.

Da una parte coloro che vogliono essere governati dal loro dio attraverso le tante litigiose caste sacerdotali, dall’altra i pratici e efficienti romani, con un progetto di società all’opposto. 

Sono gli uomini che hanno il giusto diritto di emanare leggi, provvedimenti e governare, sotto lo sguardo benevolo delle infinite divinità. I ribelli nascono in questa contradditoria visione della realtà. Ma i nemici di Roma non hanno scampo, vengono puniti in modo esemplare e la pena inflitta è terribile, applicata con una procedura rigorosa dai legionari, i disciplinati soldati romani. 

La gente è tenuta a distanza durante le esecuzioni, nessuno si può avvicinare al luogo della crocifissione, nessuno può prendere il corpo senza il benestare del prefetto. Queste sono le regole da rispettare. Piacciano o no. 

Sulla sommità della collina è in corso l’ennesima condanna, una delle tante, le tre croci, si stagliano nette contro il cielo che non promette nulla di buono, da nord sono in arrivo minacciose nuvole nere.

- Il cuore non ha retto, è la prima volta che mi capita, meglio per lui, tanta sofferenza risparmiata. È stato fortunato, di solito i condannati in quella posizione terribile ci stanno tre giorni, alcuni anche di più.-

-       Noi abbiamo applicato la procedura di sempre. È morto.

Tre ore o tre giorni è morto e l’abbiamo visto tutti. Non ci si addormenta là sopra, si muore e basta e ora di corsa in caserma a stilare il rapporto per il prefetto. C’è un temporale in arrivo, nessuno avrà la voglia e la forza di toglierlo da là. E poi a che serve? È morto. Aspetteranno che la pioggia smetta.-

-       I giudei hanno abitudini strane, vedrai che si daranno da fare. Le loro regole esigono una sepoltura veloce.-

-       Non è un problema nostro, noi abbiamo fatto ciò che il prefetto ci ha ordinato. Dopo che avete accertato la morte, e solo allora, mi raccomando, lasciate che i parenti si avvicinino a prelevare il corpo. Le gambe non dovete spezzarle.-

I soldati romani hanno eseguito rigorosamente tutte le formalità, una dopo l’altra, com’è nel loro scrupoloso modo di agire, hanno tenuto la gente a distanza e, solo quando si sono accertati della morte avvenuta, secondo le dettagliate disposizioni impartite dal prefetto, hanno concesso, a chi di dovere di potersi avvicinare e prelevare il corpo. 

Loro, i soldati, se ne sono andati, per la verità un po’ stupiti per la rapidità del decesso, ma non più di tanto, raramente, ma può succedere, per tante ragioni: qualcuno ha un fisico più gracile, oppure le percosse inferte sono così forti da generare perdite di sangue interne, o il cuore, che per l’emozione, proprio non regge. Che importa, il ribelle è morto, uno di meno e il lavoro è stato egregiamente svolto e finito.

Per chi in disparte osserva in silenzio, tutto è avvenuto secondo la forma in uso da sempre, per fortuna senza alcun intoppo. Uno dei soldati romani presenti ha avvicinato la spugna bagnata, infilata su un lungo bastone, alla bocca del condannato, per loro è una pratica solita, dare un po’ d’acqua e aceto dà un piccolo ristoro ma prolunga l’agonia ed è questo l’intento. 

Nessuno si è accorto, che in modo furtivo, in un momento di ressa volutamente creata, nell’acqua è stata aggiunta una particolare sostanza dall’effetto narcotizzante immediato, ne basta una goccia per simulare la morte. E così è stato. 

Il condannato a morte ha reclinato il capo, ha pronunciato frasi sconnesse che nessuno ha compreso e ha esalato l’ultimo respiro. Tutti lo hanno visto. E ora tutto dev’essere veloce e un’altra procedura altrettanto scrupolosa ed efficace dev’essere applicata senza perdere tempo, nonostante la pioggia, che ora è scrosciante. 

C’è un protocollo da osservare in queste situazioni ed è sempre uguale. Prima si sorregge la testa, poi delicatamente si separa il corpo dal legno, ci si aiuta con delle corde e si procede. 

Le azioni sono coordinate, eseguite in silenzio, accompagnate dal fragore della pioggia che ora è battente ma non sembra disturbare i gesti sapienti degli uomini, consapevoli che l’acqua gelida, fastidiosa e incessante, ricca di particelle elettriche, disinfetta in maniera perfetta un corpo martoriato. 

Grazie al temporale, tutti se ne sono andati, ed è un vantaggio, nessun curioso è rimasto a cogliere un improvvido sussulto di vita, un leggero colpo di tosse, un conato di vomito, un piccolo tremito, un gesto involontario, basterebbe una sola persona che ha visto o udito qualcosa che non deve vedere o sentire per generare conseguenze tragiche e irrimediabili. 

No, le gambe non sono state spezzate, questo era l’accordo, che è stato rispettato, avrebbe potuto non esserlo nella concitazione dei grevi momenti che hanno accompagnato l’esecuzione, sia prima che dopo, se fosse accaduto non ci sarebbe stata più alcuna possibilità di vita, il corpo si sarebbe afflosciato su sé stesso impedendo il respiro. In brevissimo tempo sopraggiunge la morte per soffocamento. 

Il sepolcro è vicino e qualcuno ha già provveduto a disporre lungo le pareti di roccia fascine di erbe medicamentose, stanno bruciando lentamente così da esalare fumi intensi, dolci, acri e pungenti. Sono rimedi antichi di migliaia di anni, custoditi e tramandati da intere generazioni di medici formati alla scuola di Eliopolis, la città dell’Egitto. 

Ogni gesto è misurato e sapiente, ogni minimo errore sarebbe a questo punto fatale. Il tempo è essenziale nella lotta tra la vita e la morte, basta un piccolo ritardo, una frazione di istante e la soglia dell’irreparabile sarebbe definitivamente varcata.

Il supplizio è finito. Ora lentamente occorre ripristinare la vita che impercettibile freme e si esprime in gemiti lievi, non c’è più forza nel corpo esanime e febbricitante, che trema di freddo, rimasto appeso per sole tre ore in una posizione devastante e nell’ultima mezzora alla mercé del violento nubifragio, ma il cuore continua a battere e si sente.

Qualcuno accenna persino ad un sorriso, che esprime la gioia di un pensiero: - l’abbiamo ancora tra noi, nulla è perduto. La Storia procede. E la Storia darà la sua testimonianza.–

Il soggetto è un giovane uomo e il vigore tornerà di nuovo con tutta la sua forza vitale. Ne sono convinti gli uomini che con delicatezza lo trasportano, dalla croce alla grotta e si scambiano sguardi fiduciosi di intesa. Non servono le parole quando tutto è già conosciuto, loro sanno con perfezione ciò che accade e come si risponde al tempo della crocifissione. Ne hanno visti tanti patire in quel modo, alcuni hanno potuto salvarli, per altri non c’è stato nulla da fare. 

Immanuel è adagiato con delicatezza su un morbido vello di pecora, viene coperto con un lenzuolo di lino impregnato di oli, si sente dolce odore di oppio, di canfora, intenso aroma di alloro, di cannabis, di coriandolo, l’incenso esala il profumo più deciso e ha formato una cortina di fumo azzurrognola dentro la grotta. Nella foschia causata dai vapori si muovono con maestria antica figure di medici, la loro sapienza è grande, si vede e si avverte nei gesti attenti, il loro obiettivo: richiamare con forza la vita. Sì, il cuore batte, lo stato è febbrile ma è giusto così, dagli occhi socchiusi filtra la vita che scorre piano, il calore vitale riprende possesso del corpo. Immanuel ce la farà. I medici hanno portato strumenti di ossidiana, garze sterili, acqua e unguenti, si servono dell’acqua, sotto forma di vapore, del fuoco e del suono e delle parole particolari. Conoscono l’energia vitale dell’essere e la via della guarigione. Bisogna ripristinare la circolazione, il sangue deve scorrere nelle arterie, ristabilire una respirazione regolare senza affanno, curare le ferite per scongiurare infezioni letali e nello stesso tempo infondere calma per rimuovere la paura che ha messo a repentaglio la vita e ne ha ostacolato il fluire. Le ferite più gravi e profonde restano quelle dell’animo, si sa e per la loro guarigione ci vorrà tempo, molto tempo. 

Uzuri è presente, un poco distante, seduta a terra, il viso tra le mani, pronta a cogliere ogni espressione sul volto degli uomini che indaffarati si muovono alla luce di lampade ad olio, attorno a Immanuel, il suo amato compagno, il padre dei suoi figli. Se solo potesse, vorrebbe cancellare il tempo e portarlo ad una manciata d’ore più indietro, prima di udire quel grido che in un attimo le ha oscurato la vita. 

La voce si è sparsa in un battibaleno, è risuonata nei vicoli stretti, tra i mercanti infuriati e i pastori di greggi, tra chi raccoglie le proprie merci più o meno preziose da terra e conta le monete lucenti sparse sui ciottoli e chi richiama a gran voce gli agnelli fuggiti, imprecando contro chi ha sempre qualcosa da dire e ridire e protesta da nulla facente, senza disporre di un progetto di vita adeguato. 

Scansafatiche, disturbatori dell’ordine pubblico, mentecatti della parola, oh sì, vanno rimossi prima che riescano a contaminare con le loro idee balzane, con i loro progetti utopici senza capo né coda, irrealizzabili, il resto della popolazione. 

- Siamo fratelli, siamo tutti fratelli… Arriva il Messia e libererà il nostro popolo. Non più schiavi ma liberi.-

Solo le donne approvano con gli occhi in silenzio, loro che non hanno mai nulla da perdere o da guadagnare, cercando di fare barriera con il proprio corpo a quella marea di gente inviperita che cresce a dismisura e diventa di minuto in minuto una folla incombente e minacciosa.

Ha rovesciato i banchi, quelli dei cambia valuta disposti sotto il porticato del tempio, con una forza che ha lasciato la gente sgomenta, che urla, impreca, richiamando gli accoliti del grande sacerdote Caifa, immediatamente giunto sul posto. 

- No, non è possibile. Bisogna intervenire! Ma chi è questo giovane uomo? Cosa vuole? Perché fa così? È impazzito? Attirerà le attenzioni dei soldati romani e saranno guai per tutti noi…-

E lui imperterrito ha continuato ad inveire contro la profanazione con una voce tonante.

Monete… monete sonanti che saranno a disposizione tra pochi giorni dei pubblicani al servizio dei romani. Da un luogo all’altro questa è la via del denaro che finisce sempre nelle casse di chi già dispone, perché così è stabilito. Ogni occasione è buona per arricchirsi.

Neppure il tempo di rendersi conto che sì quello che urla è Immanuel, è la sua voce che si sente prorompente e che rimbomba tra i muri di pietra eccitando gli animi inquieti. 

Di nuovo il drappello di soldati romani, appena incrociato all’angolo della via che porta al tempio è al galoppo, questa volta con un itinerario inverso, ritorna indietro incurante della folla che è tanta e qualcuno nella moltitudine potrebbe pericolosamente finire tra le zampe di cavalli imbizzarriti, provocati dalle urla,

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