Goditi milioni di eBook, audiolibri, riviste e tanto altro ancora con una prova gratuita

Solo $11.99/mese al termine del periodo di prova. Cancella quando vuoi.

Rehlandea. Figli del fuoco
Rehlandea. Figli del fuoco
Rehlandea. Figli del fuoco
E-book295 pagine4 ore

Rehlandea. Figli del fuoco

Valutazione: 0 su 5 stelle

()

Info su questo ebook

Vi fu un tempo in cui Xehrgon, imperatore della Stirpe Oscura, scatenò la guerra contro Rehlandea. La furia dei draghi infiammò le città degli Uomini e devastò le foreste della Stirpe Arborea. Il nome di Rehlandea cadde nell'oblio. Un'alleanza di Uomini e Arborei innalzò un'unica bandiera a guida di un disperato tentativo di difesa, ma quando la città di Namis venne distrutta, le sue ceneri disperse dal vento raggiunsero gli angoli più remoti del Continente. Ovunque giunse la notizia che l'ultima capitale del mondo libero era caduta. Quattordici anni dopo, il Continente è un deserto puntellato di rovine e la Stirpe Arborea, sull'orlo dell'estinzione, è in guerra contro gli Uomini. La speranza ha abbandonato i cuori dei sopravvissuti in un mondo dominato dall'odio. Fino ad oggi...
LinguaItaliano
Data di uscita30 set 2018
ISBN9788895974248
Rehlandea. Figli del fuoco
Leggi anteprima

Correlato a Rehlandea. Figli del fuoco

Ebook correlati

Articoli correlati

Recensioni su Rehlandea. Figli del fuoco

Valutazione: 0 su 5 stelle
0 valutazioni

0 valutazioni0 recensioni

Cosa ne pensi?

Tocca per valutare

La recensione deve contenere almeno 10 parole

    Anteprima del libro

    Rehlandea. Figli del fuoco - Marta C. Flocco

    Epilogo

    Mappa

    Prologo

    L’ultima città ancora libera del Continente cadde una mattina di metà primavera. Le sue possenti mura avevano resistito più volte agli assalti del nemico, senza che un solo segno fosse rimasto a deturparne il brillante biancore. Namis era divenuta il simbolo della resistenza, l’ultimo baluardo di libertà in un mondo dilaniato da anni di guerre, ma quel giorno nemmeno le imprendibili mura poterono nulla: l’orrore giunse volando da est e il suo fuoco si diffuse come liquido incandescente tra gli edifici portando morte e devastazione.

    Un vento cocente spirava violento dalle rovine avvolte nelle fiamme, un letale sospiro che correva tra l’erba delle colline inaridendo gli alberi della vicina foresta. Un esercito esiguo giunse in vista della città, emergendo dagli alberi che per molte miglia ne avevano celato il percorso. Dietro ai soldati camminavano numerosi civili, profughi scampati alla distruzione delle loro case, disperati che si erano radunati sotto il vessillo dei Due Re.

    «Ci accamperemo su questa altura» disse il sovrano degli Uomini, rivolgendosi ai cavalieri a lui vicini. «Quando il fuoco sarà meno intenso potremo addentrarci tra le rovine di Namis e cercare i sopravvissuti.»

    La voce dell’uomo era ferma, malgrado le forti emozioni che sconvolgevano la sua mente, ma era chiaro a tutti che sarebbe stato impossibile trovare qualcuno ancora vivo in città.

    Il sole calò all’orizzonte, ma nel cielo non si spensero i bagliori rossi del tramonto: i fuochi di Namis tingevano ancora le nuvole dei loro riflessi sanguigni. Lo sguardo triste della gente andava alle rovine di quella che fino al giorno prima era stata la capitale del regno degli Uomini. Negli occhi riviveva il rogo delle loro terre, così simile a ciò che si dispiegava innanzi a loro. Il fuoco che pioveva, tempestoso, l’ombra che volteggiava a lungo tra le dense colonne di fumo e, tremendo e beffardo, il ruggito bestiale che riecheggiava assordante. Le alte torri di Namis, di alabastro traslucido, non avrebbero più riflesso i caldi raggi del sole nascente e nessun plenilunio si sarebbe più specchiato nelle fresche fontane. La fine imminente della libertà dei popoli non era più una minaccia remota e un cupo presagio s’insinuava nei cuori afflitti dei soldati intenti a piantare le tende dell’accampamento. Sulla collina l’attività era intensa, ma non era accompagnata dal solito vociare degli uomini: il silenzio era rotto soltanto dal battere dei martelli sui paletti.

    Nella tenda reale due figure imponenti erano chine su un tavolo, studiando una logora mappa. Tra gli strappi e le bruciature erano ben marcati i segni neri che cancellavano i nomi delle città. L’inchiostro che copriva il nome di Namis era ancora fresco.

    «Ora che anche Namis è caduta non rimane più nulla dell’antico regno dei miei padri…» disse Maidern, il Re degli Uomini.

    «Vi è ancora un luogo incontaminato» spiegò Rehmoth, il re della Stirpe Arborea alleata degli Uomini nella guerra che da anni tormentava il Continente. «Ardelet, la città celata nel cuore della Valle Arborea. Le Montagne Nevose la cingono a nord, est e sud, mentre a ovest esse degradano sino all’Oceano. La grande foresta che ricopre la valle è uno dei luoghi sacri per la mia stirpe e pochi conoscono la giusta via per raggiungere la città: è un segreto che è servito a preservare Ardelet dalle invasioni e dalla distruzione. Le montagne sono crudeli e pericolose, i passaggi tra le vette e i ghiacciai sono custoditi da potenti incantesimi.»

    Maidern ascoltava in silenzio le parole dell’arboreo, seguitando a fissare la mappa: non vi era alcuna indicazione di dove fosse Ardelet, solo la vaga conformazione a semicerchio delle montagne lasciava intuire che quelle fossero le Montagne Nevose.

    «Il segreto si tramanda tra il re e i suoi figli, ma anche i supremi sacerdoti della nostra dea Reh ne sono a conoscenza» mormorò Rehmoth passandosi una mano tra i lunghi capelli neri. «Molte vite preziose sono andate perdute e ormai il segreto appartiene solo a me e a Serehnia, la sacerdotessa di Namis, se è ancora viva. Domani sapremo. All’alba andremo a cercare i superstiti con i cavalieri di tuo fratello Mandred. Non ho simpatia per lui, lo sai, ma lo considero un intrepido e domani avremo bisogno di molto coraggio per addentrarci tra distruzione e morte.»

    Il vento, caldo e soffocante, agitava la tenda e portava con sé frammenti di finissima cenere e un tremendo odore di legno bruciato frammisto a un altro, più inquietante e nauseabondo, che impensieriva i soldati e spaventava i cavalli.

    «L’hai visto anche tu, Maidern, quel bagliore ormai lontano nel cielo, quella sagoma che appartiene a una sola creatura su questa terra. È stato Haur a compiere questo massacro, sento ancora il suo fetore nell’aria. È stata la Bestia di Xeh a ridurre Namis in cenere. Xehrgon l’ha risvegliata dal suo sonno infernale per distruggere ogni resistenza rimasta nel regno.»

    La voce di Rehmoth tradiva l’ira che lo pervadeva, ma allo stesso tempo era percepibile la sua rassegnata desolazione per la sorte di una guerra che volgeva verso la peggiore delle conclusioni.

    Maidern non riuscì a parlare, preferì che fosse il suo compagno di tante battaglie, l’amico fidato e incomparabile guerriero, a proferire le fatali parole.

    «Abbiamo perso, Maidern» sussurrò affranto Rehmoth. «I nostri regni sono perduti, conquistati dalla Stirpe Oscura. Ora Xehrgon non ha più nessun nemico in grado di opporsi alle sue legioni. Siamo ridotti a un piccolo drappello di ribelli, troppo pochi per tener testa al signore dei draghi!»

    Il viso dell’arboreo, liscio come il marmo e scuro come la corteccia degli alberi, si contrasse in una smorfia feroce, come se fosse in corso una lotta dietro l’imperscrutabile sguardo, una volontà d’acciaio che si ribellava davanti alla sconfitta e alla vile rassegnazione. Di nuovo parlò, Rehmoth, ma questa volta le parole ebbero un altro tono e un altro significato.

    «I miei occhi non vedono che fiamme e rovine attorno a me e sarebbe facile farsi prendere dalla disperazione, ma il mio cuore grida di non arrendermi, di continuare a lottare!»

    «Io mi ritiro, Rehmoth» lo interruppe Maidern, «abbandono il campo di battaglia.»

    Gli occhi stanchi del re umano vagavano sugli oggetti sparsi nella tenda, evitando d’incontrare lo sguardo attonito del dell’altro sovrano.

    «Il mio non è un gesto di codardia» spiegò Maidern, «il mio animo ruggisce di rabbia e brama che io impugni nuovamente la spada. Io, però, sono un essere umano, Rehmoth, la mia vita è molto breve, se paragonata a quella di un arboreo e sono vecchio. Vorrei morire gloriosamente in battaglia, ma la coscienza mi ricorda che ho ancora una figlia. Se io morissi, rimarrebbe sola al mondo. Sono stato finora un regnante mediocre per il mio popolo che ora è senza un regno, voglio almeno essere un buon padre per lei per gli anni che ancora mi restano da vivere. Voglio trovare Ardelet, per portarvi mia figlia e crescerla lontano dalla guerra e dalle crudeltà della Stirpe Oscura.»

    «Per quanto tempo credi di poterti nascondere agli occhi di Xehrgon?» lo interrogò Rehmoth. «Un anno? Dieci anni? E dopo la tua morte cosa accadrà a tua figlia? La Stirpe Oscura arriverà un giorno fino ad Ardelet e non vi sarà scampo dal fuoco e dalla distruzione.»

    Rehmoth si avvicinò alla figura curva di Maidern e lo abbracciò fraternamente.

    «Dobbiamo combattere, amico mio. Dobbiamo combattere anche se la speranza ci ha abbandonati. Vieni, andiamo nella foresta e preghiamo Reh. La preghiera illuminerà la via da percorrere.»

    I due uscirono dalla tenda, attenti a non farsi scorgere dalle guardie, e si inoltrarono nelle profondità del verde. Il buio inghiottì le sagome dei due re, ma due occhi foschi e maligni li avevano spiati a lungo tra le pieghe della tenda e ora li seguivano attenti mentre scomparivano tra gli alberi della foresta.

    Maidern, in preda a una reverenziale emozione, affiancava Rehmoth nel suo avanzare leggero e silenzioso: mai prima d’ora un umano aveva assistito alla preghiera di un arboreo verso Reh, la Dea del popolo delle foreste. L’arboreo si arrestò davanti a un immenso albero secolare. Il tronco era un groviglio di ruvida corteccia nera mentre i rami si srotolavano, lunghi e spogli, curvandosi fin quasi a toccare il terreno. Le foglie ingiallite si staccavano al minimo alito di vento, ma tra i rami più fitti e intricati il fogliame sembrava resistere e si potevano scorgere piccoli fiori bianchi. Un profumo resinoso aleggiava nell’aria e a ogni respiro una serenità dimenticata s’impadroniva dell’animo tormentato dell’uomo.

    «Questo è un albero sacro» disse Rehmoth, «nella lingua degli arborei è chiamato neareh. Questi alberi sono presenti in ogni bosco, ma in questi tempi duri e oscuri essi compaiono nella loro vera forma solo agli occhi di un arboreo, altrimenti sono uguali a qualsiasi quercia o faggio che li circondano.»

    «Ma io non ho davanti né una quercia, né un faggio: io vedo un albero sconosciuto, come è possibile?» chiese Maidern, attonito.

    «È stata la mia presenza a far sì che l’albero si manifestasse senza artifizi» disse Rehmoth. «Tu, Maidern, sei il solo umano che abbia visto un neareh. Osserva la sua sofferenza, amico mio, è la stessa Dea Reh a soffrire per gli orrori perpetrati da Xehrgon. Le foglie avvizziscono e cadono, la corteccia diventa nera, ma la speranza non svanisce: è tenace come i piccoli fiori che sbocciano, malgrado tutto. Ora, ti prego, inginocchiati e cerca di ascoltare la mia voce.»

    I due possenti guerrieri si inginocchiarono e rimasero in silenzio per diversi minuti, gli occhi rivolti in alto, verso le delicate infiorescenze. Una sottile sonnolenza s’insinuò nella mente di Maidern. Il capo era diventato pesante mentre le orecchie percepivano un canto sommesso. Tutto il corpo sembrava invaso da un denso languore; ogni consapevolezza di se stesso, delle proprie membra, dei propri affanni, sembrava essersi disciolta in un’ignota sensazione.

    Quel canto, quella voce e quelle parole cullavano la mente dell’uomo mentre lentamente scivolava nell’oblio.

    La luce del sole, come un dardo accecante tra i rami degli alberi, riscosse Maidern dal sonno. La mano tesa di Rehmoth era una solida realtà alla quale aggrapparsi dopo gli strani avvenimenti della notte prima.

    «Il sole spazza via le paure della notte e i suoi demoni!» esclamò Rehmoth sorridendo. «Ora, Maidern, è tempo di concentrarsi sui sogni che ci hanno accompagnati fino al mattino. Reh è stata prodiga di visioni, stanotte.»

    «Purtroppo il mio è stato un sonno privo di sogni» disse mestamente Maidern. «Forse le visioni di Reh non sono destinate al genere umano.»

    «Dimentichi che tutte le stirpi, siano esse umane, oscure o arboree, discendono dalla stessa gente. Siamo fondamentalmente uguali, tu e io, solo che secoli di isolamento in ambienti differenti e la diversa fede ci hanno cambiato. Il fuoco ha plasmato la Stirpe Oscura, mentre la linfa degli alberi scorre nelle mie vene, mescolandosi al sangue. Voi umani invece, che non avete fede negli elementi e siete tormentati dalle emozioni, siete il ramo più debole, quello che più facilmente si piega al vento, ma dalle vostre gemme possono nascere i fiori più belli. Ora devi concentrarti, Maidern, devi pensare a ciò che la tua mente ha visto nel sonno. Immagina una coltre nera di fronte ai tuoi occhi: solo così potrai finalmente vedere.»

    Maidern chiuse gli occhi, ascoltando il proprio respiro, calando un drappo nero sul tumulto dei propri pensieri.

    Lentamente presero forma delle figure indistinte. La luce rossa che squarciava l’oscurità non permetteva di vedere nitidamente, ma s’intuivano movimenti convulsi e lingue di fuoco. Un drago spaventosamente grande volteggiava tra alte colonne di fumo, dispiegando le ali infuocate sulla città. Maidern correva tra le fiamme mentre la gente, impazzita, attraversava il suo corpo senza sostanza. Egli avanzava, così, nel rogo di Namis e dei suoi abitanti. Improvvisamente vide una bambina, immobile, l’espressione impassibile, tra le braci di un edificio: le fiamme lambivano la sua pelle grigia, mentre il calore agitava i capelli bianchissimi; gli occhi erano rossi e luminosi come il fuoco che la accarezzava. E lo fissavano.

    L’immagine si dissolse lentamente e, davanti agli occhi del Re, si materializzò una valle boscosa cinta da alte montagne innevate. In questa valle un candido palazzo scintillava al sole, ma tra gli alberi si muovevano ombre furtive armate di frecce: il bosco era una trappola mortale che assediava la corte. Vide morte tra gli uomini e morte tra gli arborei. Li vide nemici.

    Maidern gridò e, sempre sognando, chiuse gli occhi. Quando li riaprì, la strana bambina era nuovamente di fronte a lui, tra le fresche ombre del porticato di un palazzo tra gli alberi. Rideva e giocava con una piccola umana: sua figlia.

    Maidern si riscosse e guardò scioccato Rehmoth chino su di lui. Istintivamente si ritrasse e, di nuovo, ebbe davanti agli occhi i suoi soldati trafitti dalle frecce arboree. Anche Rehmoth era teso e un lucente velo di sudore imperlava la sua fronte.

    «Non parlarmi di ciò che hai visto» disse, «perché si tratta di rivelazioni destinate a te soltanto. Dal canto mio, non parlerò mai di quello che Reh mi ha svelato, ma vorrei che non l’avesse mai fatto.»

    Rehmoth mantenne la parola e non parlò mai di quello che vide la sua mente: non parlò dei tradimenti e del sangue versato, non parlò del volto tremendo di Mandred che si beffava di lui, non parlò del corpo di Maidern e del proprio, stesi su un letto di foglie secche impregnate del loro sangue.

    La mattina seguente le rovine di Namis erano ancora roventi, e da esse si levava un fumo acre e pungente. I cavalli s’inoltravano, cauti e riluttanti, tra le macerie e i corpi carbonizzati. Tutto era silenzio: ogni cosa era franata su se stessa, schiantata dall’alito infuocato di Haur.

    «Non vi è creatura al mondo capace di eguagliare un drago nel diffondere la morte» spiegava Rehmoth osservando il paesaggio devastato. «Un drago consacrato alla dea Xeh è un mostro dal potere infernale; Haur è il signore di tutti i draghi e la sua forza non ha eguali tra i suoi simili.»

    I due Re avanzavano fianco a fianco e dietro di loro seguiva, attento a ogni parola che i due si scambiavano, l’altero Mandred con i suoi fedeli cavalieri, uomini freddi e severi amanti della guerra e dell’intrigo.

    «È inutile continuare, non rimane più nulla tra queste rovine, il nostro futuro è ad Ardelet!» esclamò esasperato Maidern, e voltò il cavallo con l’intenzione di tornare sui suoi passi. Non aveva senso, per lui, continuare a cercare la vita in quella landa di cenere. Fu in quel momento che la sua attenzione venne catturata da un flebile suono. Tese le orecchie cercando di distinguere meglio e smontò da cavallo, dirigendosi verso un cumulo annerito di blocchi di marmo. Il suono divenne un gemito e Maidern si spinse dentro un cubicolo formato dai detriti; allungò una mano e, sorprendentemente, qualcuno gliela strinse convulsamente. Una piccola mano: la mano di un bambino.

    Attirò verso di sé la piccola creatura tremante, trattenendo a fatica un grido di spavento quando si trovò di fronte una bambina, dalla pelle grigia e dai capelli bianchi, che lo fissava con occhi infuocati.

    Avvolse la piccola nel mantello per evitare che gli altri la vedessero e la portò via con sé, cavalcando verso le colline.

    Era la bambina della visione.

    Apparteneva alla Stirpe Oscura.

    Il tramonto era da poco sfumato nel viola della sera quando i cavalieri tornarono da Namis. Il rumore di metallo, proveniente da un grosso sacco di traverso sulla sella, tintinnava a ogni passo del cavallo di Mandred mentre i suoi cavalieri arrancavano, con le spalle curvate dal peso degli oggetti trovati tra le macerie; avanzavano a piedi, essendo le loro cavalcature già gravate da traballanti fardelli. Rehmoth distolse lo sguardo, disgustato da tanta avidità. I suoi occhi si posarono invece, benevoli, sulla forma avvolta da una coperta appoggiata sulle sue gambe; non tintinnava, questa, ma di tanto in tanto un roco gemito accompagnava qualche passo troppo pesante del cavallo. L’aveva trovata: malgrado la speranza fosse quasi nulla, Rehmoth aveva trovato Serehnia. Era ustionata e priva di sensi, ma era viva. La sacerdotessa di Reh, l’ultima custode dei segreti della Dea, era viva. Il suo cuore esultava.

    Appena Rehmoth giunse in prossimità dell’accampamento un giovane gli si accostò e bisbigliò alcune parole nella loro lingua. Il Re arboreo affidò il cavallo e la donna ferita alle cure della sua gente e si diresse verso la parte della collina occupata dagli umani.

    Maidern sobbalzò quando Rehmoth irruppe nella tenda.

    «Cosa mi nascondi, Maidern?» chiese bruscamente l’arboreo.

    «Non vi è nulla che ti nasconderei, amico mio» rispose incerto Maidern.

    «Eppure sento una presenza inquietante, la sento qui vicino, e sento la menzogna nelle tue parole!»

    Rehmoth chiuse gli occhi, concentrandosi, e improvvisamente si diresse in un angolo, non illuminato dalle torce, dove stavano ammassati stracci e casse di legno.

    «Fermati! Non hai diritto di frugare tra i miei averi!» intimò Maidern con una strana luce negli occhi. La sua mano sfiorava l’elsa della spada.

    Rehmoth lo fissò, stupito e offeso, mentre con un ampio gesto rovesciava una pila di scatole. Una creatura, magra e tremante, lanciò un grido e cercò riparo tra gli stracci vicini. Rehmoth la prese per i bianchi capelli, guardandola come se fosse stata una zecca sul collo del suo cavallo favorito.

    «Da quando gli uomini offrono un rifugio alla Stirpe Oscura?»

    La voce di Rehmoth era terribile: si levò possente come un tuono, tutti nel campo ammutolirono dallo spavento e più di un cavallo strappò le briglie, fuggendo imbizzarrito.

    Maidern sguainò la spada, un fuoco rosso ardeva nelle sue pupille.

    «Lasciala, o ti trapasserò da parte a parte! Non hai idea di chi sia questa bambina. Era nella mia visione! Non posso credere che sia malvagia, è un’innocente, come lo è mia figlia. Non ti permetterò di farle del male, non finché vivo!»

    Rehmoth lasciò la piccola, che corse tra le braccia di Maidern.

    «Tu mi hai mentito, Maidern, e questo non potrò mai dimenticarlo, sarà per me una dolorosa cicatrice in petto» disse Rehmoth. «Risparmierò la vita di quest’essere in nome della nostra amicizia, ma non ti permetterò di allevarla da solo. La bambina dovrà essere affidata a Serehnia che la crescerà secondo le nostre usanze. Verrà consacrata alla dea Reh ricevendo un nome arboreo, così, forse, riusciremo ad attenuare in lei l’indole oscura. Le arti di Serehnia, poi, saranno indispensabili per camuffarle i capelli, la pelle e questi occhi diabolici. È un grosso rischio averla tra noi, ma forse potremo sfruttare la sua presenza a nostro favore.»

    «Credi forse che un umano non sia in grado di crescerla ed educarla come si conviene?» lo interrogò Maidern seccato.

    «Lo credo» rispose Rehmoth, «infatti poco fa avevi gli occhi fiammeggianti: mi avresti sgozzato, se non avessi lasciato la bambina. Non è nel tuo animo una simile ostilità: era la sua influenza a renderti aggressivo. La mente oscura ha un grande potere di persuasione: tu stavi semplicemente compiendo il suo volere. Guardati bene da lei, uomo, potrebbe ordinarti qualsiasi cosa, anche di gettarti da un dirupo e tu lo faresti, felice di accontentarla.»

    Maidern guardò a lungo la piccola: era così fragile, così sola, i suoi occhi erano, sì, rossi e spaventosi, ma erano anche grandi e pieni di lacrime. Una creatura capace di piangere non poteva essere così irrimediabilmente corrotta. Tuttavia egli comprendeva l’astio di Rehmoth: a causa della guerra la Stirpe Arborea era quasi estinta a differenza di quella oscura e quella umana, un ruscello mezzo prosciugato che scorreva faticosamente tra due fiumi in piena che rischiavano di travolgerlo nella loro corrente.

    «Sia come vuoi, Rehmoth, a patto che domattina all’alba si lasci questa collina e si vada in cerca di Ardelet. Andremo a vivere lì.»

    Come risposta Rehmoth si portò le mani sul cuore, inchinandosi, suggellando la promessa alla maniera arborea.

    Accadde, così, che una lunga comitiva di cavalieri, di soldati e di povera gente, si mise in cammino verso le Montagne Nevose, in cerca di Ardelet, la Città Celata che sorgeva al centro della Valle Arborea. I due Re non viaggiavano più uno a fianco all’altro ma cavalcavano distanti, ognuno tra la propria gente, entrambi ripensando agli avvenimenti appena trascorsi, alle divergenze che li separavano ma, più di tutto, alle visioni di due notti prima, quando ai piedi del neareh avevano entrambi scorto il futuro. I due volti, però, avevano espressioni differenti: quello di Maidern era fiero, lo sguardo fisso sul cammino da percorrere, mentre gli occhi di Rehmoth, inquieti e all’erta, non avevano pace: cercavano Mandred. Dov’era? Da ore, ormai, si era allontanato dopo aver bisbigliato a lungo con i suoi. Rehmoth sapeva cosa stava per accadere perché glielo aveva mostrato la Dea, ma non poteva tradire Reh dando l’allarme. Avrebbe atteso il suo destino, da vero Re arboreo. Ci sarebbe stata Serehnia, accanto a lui, a confortarlo nel fatale momento: lei lo

    Ti è piaciuta l'anteprima?
    Pagina 1 di 1