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I ragazzi della via Pál: Ediz. integrale
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E-book228 pagine3 ore

I ragazzi della via Pál: Ediz. integrale

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Info su questo ebook

EDIZIONE REVISIONATA IL 28/10/2019.

Nella Budapest di fine Ottocento, un gruppo di ragazzi si ritrova tutti i giorni nel campo di via Pál. Il capo della banda è il quattordicenne Boka, il cui alter ego è rappresentato da Feri Ats, capo delle "camicie rosse" dell'orto botanico. Nella banda di Boka c'è un solo soldato semplice: il piccolo Nemecsek. Essendo una zona di gioco contesa dai ragazzi, Ats un giorno dichiara guerra rubando la bandiera ad una delle fortezze dei ragazzi di via Pál, allora Boka, Nemecsek e Csònakos organizzano una spedizione per riprenderla, durante la quale il più piccolo di tutti cade nel laghetto prendendosi un brutto raffreddore. Intanto viene scoperto il tradimento di uno dei componenti della banda, Geréb, geloso dell'autorità di Boka. Nemecsek, affrontando il traditore davanti ad Ats, viene gettato ancora nel lago e così si procura una grossa febbre che lo costringe a stare a letto. Durante i preparativi della battaglia finale, Geréb si pente e rivela a Boka i piani degli avversari, venendo così riammesso nel gruppo. Solo il piccolo soldato semplice scappato di casa con una forte polmonite metterà fine all'assalto..
LinguaItaliano
EditoreCrescere
Data di uscita18 set 2018
ISBN9788883378133
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    Anteprima del libro

    I ragazzi della via Pál - Ferenc Molnár

    10

    Capitolo 1

    All'una meno un quarto, nel momento preciso in cui, dopo lunghi ed inutili tentativi nella sala di scienze naturali, apparve nel fascio luminoso della lampada Bunsen un magnifico raggio verde smeraldo, dimostrando praticamente che la miscela impiegata aveva realmente la proprietà di dare alla fiamma una colorazione verde, proprio in quel momento un organetto di Barberia cominciò a suonare all'interno di un fabbricato vicino, facendo scomparire a un tratto il raccoglimento che regnava nella sala. Data la bella giornata di marzo, le finestre erano spalancate e la musica entrava nella sala insieme con la brezza primaverile. Era un motivo popolare ungherese, che, suonato dall'organetto di Barberia, acquistava una cadenza di marcia militare, il cui ritmo avvincente faceva sorridere i ragazzi. Alcuni di loro si misero a ridere apertamente. Nel becco di Bunsen la verde fosforescenza continuava a brillare vividamente, ma solo gli scolari dei primi banchi mostravano di interessarsi ancora all'esperimento. Gli altri guardavano fuori dalle finestre da dove si vedevano i tetti delle case vicine e, più lontano, l'orologio del tempio protestante, risplendente al sole di mezzogiorno e sul quale la lancetta si avvicinava, incoraggiante, al numero 12. Adesso, oltre alla musichetta dell'organino, si potevano distinguere altri suoni e rumori provenienti dall'esterno: attutiti dalla distanza, si udivano i brevi suoni delle campane dei tram e, in un cortile vicino, una domestica che canticchiava un ritornello popolare, che si univa, senza confondersi, alla canzone dell'organetto. Boka chiuse il suo bel calamaio tascabile di pelle rossa il cui ingegnoso coperchio ermetico impediva che ne uscisse una sola goccia d'inchiostro se non quando egli l'aveva in tasca. Csele radunò i fogli sparsi dei suoi libri; egli infatti li divideva in tante parti, in quanto, essendo il più elegante tra i suoi compagni, non voleva assolutamente andare a scuola carico di una intera biblioteca; e così si accontentava di portare in classe solo le pagine relative alle lezioni del giorno; queste venivano accuratamente sistemate in differenti tasche del vestito. Csonakos, all'ultimo banco, sbadigliava spalancando le mascelle come un ippopotamo annoiato. Weisz aveva rivoltato le tasche al fine di scuotere per terra le briciole del panino che s'era mangiato a pezzetti, durante le lezioni. Gereb stropicciava i piedi sotto il banco per far notare la sua intenzione di alzarsi. Barabas poi, s'era steso sulle ginocchia la tela cerata che gli serviva da cartella e, dopo avervi impacchettato in bell'ordine i libri, diede un tale strattone alla cinghia che il banco traballò e lui arrossì per lo sforzo. Soltanto il professore sembrava non essersi accorto che mancavano pochi minuti al termine delle lezioni.

    - Che cosa c'è? - domandò a un certo momento facendo scivolare lo sguardo tranquillo sulle teste arruffate dei ragazzi.

    Nell'aula si fece un silenzio assoluto, Barabas mollò la cinghia, Gereb ritirò le gambe sotto il banco, Weisz tolse le mani dalle tasche, lo sbadiglio di Csonakos fu bloccato, Csele lasciò cadere i suoi fogli, Boka si ficcò in fretta in tasca il calamaio che, appena riposto, cominciò a spandere inchiostro blu.

    - Che cosa c'è? - ripeté il professore.

    Ma tutti gli alunni, nei loro banchi, avevano assunto il loro abituale atteggiamento. Lo sguardo del professore si posò sulla finestra, dalla quale, in totale disprezzo della disciplina scolastica, si riversavano gli allegri accordi dell'organetto. Il professore corrugò la fronte.

    - Csengey, chiudi la finestra.

    Un alunno del primo banco si alzò colla sua aria seria, andò alla finestra e la chiuse. Intanto Csonakos, sporgendosi, bisbigliò all'indirizzo di un biondino:

    - Attenzione, Nemecsek.

    Con la coda dell'occhio Nemecsek lanciò uno sguardo dietro, poi, abbassando gli occhi scorse sul pavimento la pallottolina di carta che era rotolata accanto a lui e in un lampo la raccolse. Passare a Boka, lesse su un lato del foglietto quando l'ebbe spiegato. Il testo era certo sull'altra facciata, ma Nemecsek non era tipo da leggere un messaggio indirizzato ad altri. Rifece la pallottola, attese il momento propizio e si sporse a sua volta dal suo banco:

    - Attento Boka! - mormorò.

    Fu la volta di Boka di lanciare un'occhiatina sul pavimento, questa strada regolare di comunicazioni interbancarie. Vide la pallina rotolante, la raccolse, la spiegò e sul lato del foglietto che il biondo e discreto Nemecsek non aveva guardato lesse: ordine del giorno: elezione del presidente.

    Oggi alle tre del pomeriggio assemblea generale al campo. Si prega di trasmettere l'ordine agli interessati.

    Boka si ficcò in tasca il messaggio e sistemò i libri nella sua cartella.

    Era l'una precisa. Il campanello elettrico che annunciava il termine delle lezioni cominciò a suonare. Il professore spense il becco di Bunsen, assegnò il compito e si ritirò nell'attiguo museo della scuola, dove, attraverso la porta socchiusa si potevano scorgere animali impagliati, uccelli dagli occhi di vetro appollaiati su mensole e, in un angolo pieno di una maestà silenziosa, il mistero dei misteri, l'orrore degli orrori: uno scheletro d'uomo.

    In un attimo l'aula si vuotò, gli studenti si precipitarono giù dallo scalone, rallentando la loro corsa solo quando si presentava tra di loro l'alta figura di un professore. Non appena questi scompariva, la corsa sfrenata ricominciava.

    Come una fiumana in piena la folla dei ragazzi supera il gran portone e si riversa fuori. Con loro esce anche qualche insegnante al cui passaggio i ragazzi si tolgono il cappello. Ma sono stanchi e affamati e nella via soleggiata, posseduti da una sensazione di stordimento che scompariva poco a poco, nel percorrere la strada, nella quale regnava una gioiosa animazione, come dei prigionieri improvvisamente liberati, essi barcollavano un po', storditi dall'aria e dal sole, in mezzo alla città rumorosa e movimentata, che appariva loro come un insieme di case, negozi, vetrine e tram, attraverso il quale dovevano ritrovare la strada che li avrebbe riportati a casa.

    Sotto un portico vicino alla scuola, Csele era impegnato in difficili contrattazioni con l'italiano venditore di dolci, i cui prezzi erano stati sfacciatamente aumentati. Si sa bene che in tutto il mondo, il mezzo quarto di torrone costa 5 soldi. D'altronde un mezzo quarto è una misura approssimativa, in quanto il mercante taglia un pezzo di torrone a caso colla sua piccola accetta. La bancarella dell'italiano era una specie di negozio a prezzo unico, in cui ogni articolo costava 5 soldi. Così con 5 soldi si potevano comprare a scelta tre prugne candite infilate in uno stecco di legno, tre fichi, tre noci rivestite di zucchero, un pezzo di torrone, o dello zucchero d'orzo; sempre per 5 soldi si poteva comprare una piccola parte di quello che veniva chiamato il misto dello studente; particolarmente apprezzato dagli studenti, composto di un confetto, qualche nocciola, acini d'uva di Corinto, di polvere, di carrube e di mosche morte, per 5 soldi si poteva avere un assortimento di prodotti industriali e dei campioni del mondo vegetale ed animale.

    Ma ecco perché il venditore di torrone aveva aumentato i prezzi. Come gli studiosi di economia sanno, i prezzi aumentano per quei generi la cui vendita espone a dei pericoli. È caro, ad esempio, quel tè d'Oriente che le carovane trasportano attraverso l'Asia, passando per certe regioni infestate dai banditi. Siamo sempre noi europei che paghiamo le spese di tali rischi. E così il venditore di torrone aveva captato una minaccia al suo commercio. Circolava la voce che il preside avesse l'intenzione di proibirgli l'accesso al collegio. Anche se le sue labbra avessero potuto distillare tutto il miele della sua bancarella, egli non sarebbe stato in grado di calmare l'ira dei professori che lo consideravano come un corruttore della gioventù.

    - Spendono tutti i loro soldi da quell'italiano, - brontolavano i professori.

    E l'italiano sentiva che avrebbe dovuto traslocare molto presto, verso altri paraggi meno proficui. Così aveva aumentato i prezzi. Dato che comunque doveva andarsene, egli cercava di approfittare di questi ultimi giorni.

    - Sì, ieri tutto costava un 5 soldi - spiegava a Csele nel suo curioso e stentato ungherese, agitandogli sotto il naso la piccola accetta, - ma d'ora in poi tutto ne costerà dieci.

    Gereb si accostò al compagno. - Butta il berretto sui dolci, - gli suggerì sottovoce.

    A Csele l'idea di veder volare dolciumi a destra e a sinistra sorrideva parecchio. Che spasso per tutti i ragazzi presenti!

    E Gereb a insistere, da vero demonio tentatore: - Dai, buttalo! È un vampiro! Buttalo!

    Lentamente Csele si tolse il berretto e lo contemplò indeciso. - È un bel cappello, - fece notare. - Peccato sciuparlo.

    Accidenti, era andata buca. Effettivamente non era il caso di fare una simile proposta a quel moscardino che veniva a scuola con le pagine staccate nelle tasche, anziché con il suo bravo ma antiestetico pacco di libri come tutti gli altri.

    - Beh? Ci tieni tanto al tuo berretto? - domandò Gereb.

    - Eh, sì che mi secca, - ammise Csele. - Non è mica per viltà, sai. Lo farei come se niente fosse, davvero. Ma mi scoccia per il cappello. Guarda, sono pronto a darti la prova che non ho niente fifa: getto sul banchetto il tuo, se me lo passi.

    Non era questo il modo di parlare a Gereb. Egli giudicò insolente la frase di Csele e gli rispose: non ho bisogno dite. Ti dico che è un mercante; se tu hai paura, vattene.

    Con un gesto risoluto e l'espressione aggressiva si levò il cappello e stava per scagliarlo sul tavolino traballante dov'erano allineati in bell'ordine i dolciumi quando qualcuno dietro di lui gli trattenne il braccio.

    - Che cosa vuoi fare? - domandò una voce grave quasi da uomo fatto.

    Gereb si volse: alle sue spalle c'era Boka.

    - Dunque, Gereb, che cosa fai? - ripeté fissando Gereb con uno sguardo dolce ed insieme severo.

    Gereb brontolò come un leone domato, interruppe la discussione, si mise in testa il berretto e scosse le spalle.

    - Perché vorresti danneggiare quel povero diavolo? - riprese Boka in tono conciliante. - Sai bene che ammiro il coraggio, ma in questo caso sarebbe un'ostentazione fuori luogo. Non ti pare? Vieni, andiamo.

    Levò di tasca e tese al compagno una mano sporca di inchiostro. Il calamaio tascabile, come d'abitudine, faceva filtrare il suo contenuto blu scuro, macchiando le mani che Boka aveva messo nelle tasche. Nessuno vi fece caso eccetto Boka il quale, dopo aver esaminata perplesso la propria mano, si accostò al muro e ve la strofinò con il bel risultato di sporcare d'inchiostro il muro senza che, ad operazione ultimata, la mano risultasse più pulita. Dopo di che Boka prese Gereb sottobraccio ed ambedue percorsero in discesa la lunga strada. L'elegante Csele restò indietro, e i due amici lo udirono dire all'italiano con una voce nella quale si manifestava la triste rinunzia dei ribelli battuti:

    - E va bene, pazienza. Datemi dunque 10 soldi di torrone. L'ometto sorrise pensando senza dubbio a ciò che sarebbe accaduto se, il giorno dopo, avesse portato il prezzo a 15 soldi. Che! Sogni! Come quando si dorme e si vedono le monete da 20 soldi trasformarsi in biglietti da 100 fiorini. La sua accetta si abbatté sul torrone ed egli avvolse nella carta il pezzo che si era staccato. Csele però considerò l'offerta con la faccia sdegnata.

    - Ma come! 10 soldi e me ne date meno delle altre volte!

    Imbaldanzito dal successo commerciale il venditore ridacchiò. - Già, se costa di più è naturale che ne dia di meno, no?

    Quindi si volse a servire un altro giovane cliente che, avendo assistito alla discussione ed essendo quindi edotto circa l'aumento dei prezzi, aveva già pronti in mano dieci soldi. Di nuovo la piccola accetta si abbassò ad intaccare la massa biancastra del torrone con un gesto che lo faceva apparire come un carnefice medievale che stesse decapitando degli ometti dalla testa grossa come una noce. E a poco a poco faceva strage del torrone.

    - È una bella porcheria, una vergogna! - continuò a protestare Csele. E rivolto al nuovo cliente soggiunse: - Da' retta: non venirci più a comprare da questo strozzino -. Si cacciò in bocca i suoi dieci soldi di torrone, compresa la carta che con la forza non si riusciva a staccare ma con una leccatina o due sì, e si slanciò al galoppo dietro la coppia Boka-Gereb già lontanina, gridando: - Ehi, aspettatemi!

    Raggiunse i compagni all'angolo e i tre continuarono il loro cammino, tenendosi sottobraccio, con Boka nel mezzo che parlava a bassa voce, con l'abituale serietà. Aveva quattordici anni, Boka, e la sua espressione era ancora infantile. Ma quando parlava sembrava essere più anziano. La sua voce era grave, dolce, profonda e ciò che diceva era identico alla sua voce. Capitava molto raramente che uscisse con qualche sciocchezza e non era portato a combinar scherzi. Evitava di accapigliarsi con i compagni e di far da giudice negli altrui litigi, ben sapendo che pronunciare una sentenza significava inimicarsi il contendente cui s'era dato torto. Interveniva però sempre allorché la lite s'inaspriva troppo o dilagava, con il rischio di dover fare intervenire un professore; Boka entrava allora in scena, al fine di riportare la pace tra i contendenti. È naturale che nessuno prova rancore per un conciliatore. Era un ragazzo avveduto, insomma, e già si poteva prevedere che, anche se non fosse arrivato a raggiungere le alte sfere, si sarebbe fatto strada e avrebbe occupato onorevolmente il suo posto nella vita.

    Camminando verso casa, i tre amici percorsero via Soroksàri, svoltando quindi in via Köztelek, una stradetta tutta al sole e silenziosa, a parte il leggero ronzio monotono che veniva dall'edificio della Manifattura Tabacchi che ne occupava un intero lato. Là incontrarono due loro compagni: Csonakos, il forte e robusto Csonakos, e il piccolo Nemecsek, il biondino.

    Come scorse i tre che s'avvicinavano, Csonakos non seppe trattenersi dal manifestare il proprio entusiasmo nel suo speciale modo consueto, ossia ficcandosi in bocca due dita ed emettendo un fischio di tale potenza da sembrare una locomotiva. Era la sua specialità: nessuno dei ragazzi della quinta era in grado di eguagliarlo in questa specialità, e, a dire il vero, solo Cinder, nell'intera scuola, era capace di imitarlo. Ma da quando era stato eletto presidente dell'associazione Cinder aveva smesso di fischiare, dato che ciò era incompatibile con la dignità delle sue funzioni.

    Dopo aver lanciato il suo fischio, Csonakos si fermò in attesa dei suoi tre compagni, poi si rivolse a Nemecsek, chiedendogli:

    - A loro non l'hai ancora detto?

    - No, - rispose il biondino.

    - Che cosa? - domandarono all'unisono i tre appena sopraggiunti.

    Csonakos prevenne il biondino. - Anche ieri sera al museo hanno fatto una razzia, - spiegò.

    - Chi? - domando Boka.

    - Potete ben immaginarlo chi: i due Pasztor.

    Il gruppo rimase silenzioso a meditare sulla notizia.

    Bisogna sapere che la Razzia è una parola del gergo dei collegiali di Budapest, che serve a definire l'operazione effettuata da un ragazzo più forte al fine di impadronirsi di biglie o bottoni con i quali i ragazzi più deboli stanno giocando. Annunziando la Razzia il ragazzo più forte dichiara di considerare l'oggetto ambito come un suo bottino e che è pronto ad usare la violenza contro chi gli si oppone quindi, la Razzia è un ultimatum annunziante in modo conciso ed eloquente lo stato di assedio, il diritto al sopruso da parte del più forte e la libertà di saccheggio.

    Fu Csele, il garbato, raffinato Csele, a rompere il silenzio.

    - È proprio vero? Hanno parlato di Razzia! - esclamò sbigottito.

    - Già, proprio così, - confermò Nemecsek incoraggiato dalla impressione suscitata dalle parole di Csonakos.

    - Ah, beh, non si può mica andare avanti a questa maniera! - proruppe Gereb indignato. - E da non so quanto che vado ripetendo che bisogna decidersi a far qualcosa, ma Boka non ne vuol sapere. Ebbene, se la faccenda continua così, sono capaci di venire a suonarcele.

    Sempre pronto ad aderire a qualsiasi iniziativa battagliera, Csonakos si ficcò in bocca le dita per fischiare di nuovo, ma Boka lo fermò.

    - Per favore, non assordarci, adesso! - ordinò. Quindi si rivolse al biondino. - Racconta tu com'è andata, - disse.

    - La razzia?

    - Sì. Quando è stato?

    - Ieri sera.

    - Dove?

    - Nel parco del museo.

    - Riferisci precisamente il fatto, - disse Boka. - Ma con esattezza: è necessario che ci facciamo un'idea ben chiara della situazione se vogliamo poter agire contro di loro.

    Rendendosi

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