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Il Regno delle Due Sicilie (1734-1861): Studi e ricerche (vol. I)

Il Regno delle Due Sicilie (1734-1861): Studi e ricerche (vol. I)

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Il Regno delle Due Sicilie (1734-1861): Studi e ricerche (vol. I)

Lunghezza:
599 pagine
5 ore
Pubblicato:
11 set 2018
ISBN:
9788829508037
Formato:
Libro

Descrizione

L’intento di questo volume non è quello di costituire una nuova, organica e completa storia del Regno delle Due Sicilie nell’età borbonica, quanto piuttosto di ripercorrerne e affrontarne alcuni temi e argomenti, scelti sulla base dei particolari percorsi di ricerca dell’autore. Un impegno di studio e una ricerca d’archivio condotti ormai da alcuni decenni, in archivi italiani e stranieri, sulla base di fonti originali e inedite.
Il problema storiografico di fondo è quello costituito dal fallimento complessivo del tentativo di ripresa del Mezzogiorno; questo, avviato nell’età di Carlo di Borbone e di Tanucci, precipita drammaticamente nel tracollo del 1799, perdurando fino alla crisi finale del regno nel 1860. Momenti, come si sa, diversissimi, contrastanti e dagli esiti contradditori, ma in sostanza legati, nel lungo periodo, dal negativo risultato finale del processo storico della monarchia meridionale.

Francesco Barra è professore ordinario di Storia moderna presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Salerno. Laureato in Lettere moderne presso l’Università di Napoli – dove è stato allievo di Pasquale Villani e Giuseppe Galasso – e specializzato in Bibliografia e Archivistica.
Autore di numerosi saggi e volumi, fin dagli inizi dei suoi studi ha rivolto i propri prevalenti interessi di ricerca al Mediterraneo e al Mezzogiorno d’Italia nella cruciale fase di transizione tra il declino dell’ancien régime, la crisi rivoluzionaria ed il periodo napoleonico. Tra le sue opere principali ricordiamo: Il Mezzogiorno e le potenze europee nell’età moderna, Milano 1993; Michele Pezza detto Fra’ Diavolo, Cava de’ Tirreni 2000; Chiesa e società nel Mezzogiorno d’Italia, Avellino 2002; Il Decennio francese nel regno di Napoli. Studi e ricerche, vol. I-II, Salerno 2007-2009; Pietro Paolo Parzanese. Una biografia politica, Avellino 2011; Capri “inglese” e napoleonica 1806-1815, Avellino 2011.
Pubblicato:
11 set 2018
ISBN:
9788829508037
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Libro

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Francesco Barra

IL REGNO DELLE DUE SICILIE (1734-1861)

Studi e ricerche (vol. I)

Alla Memoria di

Augusto Placanica

© 2018 Il Terebinto Edizioni

Sede legale: Via degli Imbimbo 8/E

83100 Avellino

tel. 340/6862179

e-mail: terebinto.edizioni@gmail.com

www.ilterebintoedizioni.it

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Indice

PREMESSA

PARTE I – I tempi e gli spazi

CAPITOLO I

CAPITOLO II

CAPITOLO III

PARTE II – La monarchia borbonica nel ’700. Il regno di Carlo di Borbone

CAPITOLO I

CAPITOLO II

Appendice

CAPITOLO III

PARTE III – I limiti internazionali dell’azione di governo

CAPITOLO I

CAPITOLO II

PARTE IV – Fattori vecchi e nuovi della proiezione mediterranea del Regno di Napoli

CAPITOLO I

Appendice

CAPITOLO II

Appendice

CAPITOLO III

Appendice

Note

PREMESSA

Qualche considerazione preliminare è opportuna e necessaria quale premessa a questo volume, che costituisce il primo di una serie, che giunger à sino al 1861. Questa non intende essere una nuova, organica e completa storia del Regno delle Due Sicilie nell’età borbonica, per la quale basterà rimandare alla recente e mirabile opera di Giuseppe Galasso e alle ottime sintesi di Aurelio Musi e di Angelantonio Spagnoletti, quanto piuttosto ripercorrerne e affrontarne alcuni temi e argomenti, scelti sulla base dei particolari percorsi di ricerca dell’autore. Un impegno di studio e una ricerca d’archivio condotti per ormai parecchi decenni, in archivi italiani e stranieri, mi hanno infatti condotto a investigare la storia del Mezzogiorno d’Italia sulla base di fonti originali e inedite. Ho del resto sempre ritenuto che la storia non possa e non debba ridursi a pura storiografia, o addirittura a storia della storiografia, o peggio alla costruzione di artificiosi modelli storiografici, senza riferimento ai fatti, ai documenti e alle strutture. Va invece il più possibile ricercata e perseguita l’unità della ricerca storiografica e della ricerca storica, che necessitano entrambe del confronto continuo, indispensabile e vitale con le fonti documentarie, fuse in una narrazione critica.

La storia, d’altronde, non può divenire semplice erudizione o risolversi nella filologia del documento. Del resto, come spero si noterà, quest’opera è animata da un problema storiografico di fondo, che è quello costituito dal fallimento complessivo del tentativo di ripresa del Mezzogiorno; questo, avviato nell’età di Carlo di Borbone e di Tanucci, precipita drammaticamente nel tracollo del 1799, per passare attraverso la grande modernizzazione condotta con le riforme di struttura del Decennio francese, la rivoluzione carbonara del 1820, il regno di Ferdinando II e infine il 1848 e la crisi finale del regno nel 1860. Momenti, come si sa, diversissimi, contrastanti e dagli esiti contradditori, ma in sostanza legati, nel lungo periodo, dal negativo risultato finale del processo storico della monarchia meridionale.

Questo primo volume, va inoltre precisato, presenta un carattere essenzialmente introduttivo e generale, il che dà pure conto e ragione di alcuni necessari riferimenti a realtà e situazioni antecedenti cronologicamente al 1734.

Molto spazio è stato qui riservato alle relazioni internazionali – intese nel senso più ampio – della monarchia meridionale, poiché il contesto internazionale si rivelò strutturalmente, e non solo congiunturalmente, determinante e decisivo. Ma su questi aspetti si tornerà ulteriormente nel secondo volume, che ci condurrà alla vigilia della catastrofe del ’99, anche se esso sarà prevalentemente dedicato alle riforme della monarchia borbonica, a cominciare dal catasto onciario e al commercio internazionale, come pure alla politica ecclesiastica, dal Concordato del 1741 al raggiungimento del culmine della politica giurisdizionalista nell’ultimo decennio del secolo.

* * *

Per un obiettivo bilancio dell’opera della monarchia borbonica va innanzitutto considerato come la popolazione del Mezzogiorno continentale sia passata in circa 130 anni, dal 1734 al 1860, da poco più di 3 milioni di abitanti a quasi 7 milioni. Questo fortissimo incremento demografico – come già rilevò Pasquale Villani – sconvolse in profondità i vecchi equilibri (basti pensare a quello che significò la nascita, nelle province, della borghesia fondiaria e del proletariato agricolo), mettendo in crisi ad ogni livello le strutture del vecchio regime ed avviando un processo di modernizzazione della società e dello Stato che pose il Mezzogiorno all’avanguardia del movimento riformatore italiano ed europeo del ’700.

Interprete e protagonista di questo processo di sviluppo e di modernizzazione fu la monarchia borbonica. Tale processo fu contrassegnato non da un progresso rettilineo e coerente quanto piuttosto da diverse fasi, di volta in volta caratterizzate da audace iniziativa o da prudente sosta e riflessione, quando non addirittura da stagnazione od involuzione. Né ciò deve stupire, se si considera l’enormità del retaggio storico del sottosviluppo meridionale, e la connessa complessità dei problemi da affrontare.

In sostanza, tutta la politica del ’700 borbonico può considerarsi come un notevole sforzo, complessivamente riuscito anche se non privo di errori e di cadute, per strappare il Mezzogiorno dalla morsa del sottosviluppo, che minacciava – sull’esempio della Grecia e della Turchia – di risucchiarlo in un’orbita nordafricana e mediorientale, per ricollocarlo invece con decisione in Italia ed in Europa. Anche nell’800, partendo dalle solide basi istituzionali ereditate dal decennio francese, la monarchia proseguì in sostanza l’obiettivo di difendere l’autonomia politica del Mezzogiorno e di promuovere il suo decollo economico.

In conclusione, il Mezzogiorno, all’atto dell’unificazione italiana, era tutt’altro che un paese isolato e sottosviluppato, avulso dalle grandi problematiche dell’Europa contemporanea, ma s’inseriva anzi organicamente, sia pure con gravi ritardi e forti contraddizioni, nel contesto italiano ed europeo. Al conseguimento di questo risultato di eccezionale portata storica, l’azione della monarchia borbonica era stata tutt’altro che estranea.

Stride però fortemente con tutto ciò il crollo repentino e subitaneo che conobbe in poche settimane nel 1860 quello che era il maggiore Stato italiano. La scomparsa di un regno antico di sette secoli, che cessa di colpo dal costituire un’entità storica, non può non essere meritevole d’attenta considerazione. Il disfacimento, in realtà, non avvenne esclusivamente per effetto dell’urto esterno, ma anche per motivazioni interne. Il crollo, inoltre, derivava le sue radici da un complesso di elementi e situazioni che si erano andati determinando nel corso degli anni e che specie dopo il ’48 avevano preso una sempre più precisa fisionomia.

E, ancora, balza con evidenza agli occhi la profonda differenza del processo di unificazione tra Centro-nord e Mezzogiorno. Mentre, infatti, nel Centro-nord il processo di unificazione non incontrò resistenze interne significative, il Mezzogiorno conobbe un profondo sconvolgimento, che assunse caratteri assai virulent di guerra civile e di conflitto sociale, che venne definito, quanto mai riduttivamente e approssimativamente, come brigantaggio. Tra la generale sorpresa dell’opinione pubblica italiana ed europea, il Mezzogiorno e la Sicilia si rivelarono assai diversi dalla Toscana di Ricasoli e di Capponi e dalla Lombardia di Cattaneo e di Jacini. Anzi, da quel momento, lo Stato unitario dové affrontare la sua più grave crisi, venendo costretto a mantenere l’annessione del Mezzogiorno con la forza dell’occupazione militare, sostenendo un conflitto quasi decennale che richiese 120.000 uomini e fece più vittime di tutte le guerre d’Indipendenza.

Ma anche nei decenni successivi il Mezzogiorno, con la sua arretratezza economica, l’esuberanza demografica e gli enormi squilibri sociali, era destinato ad esercitare un peso notevolissimo sulla vita dello Stato unitario. Era in effetti nata la Questione meridionale , di cui la guerra del brigantaggio costituì il primo e più tragico disvelamento. Offrire un contributo al come e perché ciò si sia verificato costituisce l’ambizione di quest’opera.

* * *

Non mi rimane che ricordare, con acuto e sincero rimpianto, i Maestri, l’insegnamento dei quali – in vari tempi e diverse forme – mi ha fortemente plasmato, e che ci hanno purtroppo lasciato: Ruggero Moscati, Augusto Placanica, Gabriele De Rosa, Pasquale Villani, Pietro Borzomati, Giuseppe Galasso. Verso tutti ho contratto un debito, non solo intellettuale, di riconoscenza e di affetto. La loro mancanza fa più ancora fortemente avvertire quale sia stata la loro grandezza. Ma soprattutto verso la memoria di Augusto Placanica non posso non esprimere un sentimento fraterno e quasi filiale di affetto; un sentimento che va ben al di là dell’Accademia, della comune ricerca storica, della trentennale frequentazione. Per questo dedico a Lui questo volume.

* * *

Non posso, infine, non ringraziare, per la loro collaborazione preziosa, gli amici (†) Lucio Fiore, Ugo Della Monica, Armando Montefusco, Ottaviano De Biase, Raffaele Staiti ed Enrico Di Napoli, che mi sono stati sempre affettuosamente vicini; e così pure il Prof. Domenico D’Andrea, che mi è stato guida nelle ricerche in Francia, e il Dott. Gaetano Damiano dell’Archivio di Stato di Napoli, sempre disponibile e sollecito, oltre che prodigo di utili indicazioni archivistiche.

PARTE I – I tempi e gli spazi

CAPITOLO I

L’ambiente naturale

Il Mezzogiorno d’Italia presenta marcati caratteri di unitarietà e di peculiarità, non solo quale grande regione storica, ma anche geografica. S’intende riferirsi a quel minimo comun denominatore che, a dispetto degli innumerevoli elementi di disomogeneità (latitudine, clima, natura del suolo, rilievo ecc.), consente di considerare il Mezzogiorno continentale come una regione a sé, non solo nell’ àmbito italiano, ma europeo e mediterraneo. In realtà, il Mezzogiorno possiede una sua identità geografica ben definita, poiché in esso vengono ad es sere ulteriormente accentuati i caratteri che concorrono a definire l’individualità dell’intera Italia: la montuosità e la peninsularità [1].

Per la montuosità, basterà qui ricordare come il Mezzogiorno sia montuoso per l’86% del suo territorio, rispetto alla media nazionale del 76% e a quella dell’Italia settentrionale del 68%. Contrariamente a quanto avviene con le Alpi per la pianura padana, l’Appennino costituisce la spina dorsale, anche se irregolare e spezzata, della struttura orografica del Mezzogiorno, ed esso scandisce e determina, con la sua presenza variamente differenziata ma sempre incombente, la maggior parte dei comprensori regionali e sub-regionali del Sud. Per altri versi, invece, l’Appennino abruzzese assolve sostanzialmente per il Mezzogiorno alla stessa funzione cui adempiono le Alpi per la pianura padana: linea di confine notevolmente marcata e grande barriera protettiva; il che non impedisce tuttavia, nell’un caso come nell’altro, contatti agevoli e continui tra gli opposti versanti. La catena appenninica non ha infatti mai rappresentato un insormontabile ostacolo per gli invasori provenienti dal Nord, dai Romani ai Goti, dagli Svevi agli Angioini, da Carlo VIII agli eserciti della Francia rivoluzionaria e napoleonica, dagli austriaci della Santa Alleanza ai piemontesi di Cialdini e Vittorio Emanuele II.

Lungo i trecento chilometri circa di quello che, dal XII secolo al 1860, venne a costituire il confine terrestre del regno di Napoli, da Gaeta a Civitella del Tronto, la natura stessa ha segnato tre fondamentali direttrici di penetrazione dal Nord verso il Mezzogiorno: la litorale adriatica, la conca aquilana e la valle del Sacco-Liri. In corrispondenza di questi insidiosi ed esposti assi di penetrazione non esistevano in realtà valide linee di difesa strategica, ma soltanto di arroccamento tattico. Ne risultava l’impossibilità di difendere efficacemente il Mezzogiorno sulla sua linea di confine, solo apparentemente formidabile. Occorreva invece attestarsi più a nord, sulla ben più favorevole linea tra Foligno e Ancona, e di lì minacciare di aggiramento l’avversario che tentasse di penetrare nel regno da Rieti o da Ceprano. Questa imprescindibile realtà geografica spiega perché, pur in campagne eminentemente difensive, gli eserciti napoletani fossero costretti ad assumere l’iniziativa strategica, combattendo gli avversari fuori dei confini del regno, come avvenne a Velletri nel 1744 e a Rieti nel 1821. Ma l’obiettivo, perseguito dai Borbone prima e dai Napoleonidi poi, di assicurare al regno la sua naturale frontiera militare sarebbe risultato soltanto una velleità, destinata a scontrarsi con ben altri interessi di potenza, a cominciare da quelli dell’egemonia politico-militare dell’Austria in Italia.

Né, ancor meno, l’Appennino rappresenta una barriera per gli invasori provenienti dal mare. Il Mezzogiorno è infatti essenzialmente un paese aperto , tutt’altro che di spessore continentale. Le vie istmiche – soprattutto in Calabria – lungo itinerari già tracciati dalla natura e senza interventi dell’uomo, l’intersecano e l’attraversano con breve percorso da mare a mare, mentre le valli sono perpendicolari alle coste e costituiscono le vie naturali di penetrazione verso l’interno. Prima, quindi, che le montagne possano offrire un valido appoggio ai difensori occorre risalire assai in profondità, nel cuore stesso del Mezzogiorno. Soltanto lì, sulle pendici del cosiddetto osso dell’Appennino meridionale, l’invasore può fermarsi e riprender fiato. Allora, e solo allora, la conquista rallenta e si stratifica. Fu questo il caso degli Italioti della Magna Grecia prima e dei Bizantini poi, i quali, pur in condizioni assai diverse, non riuscirono mai a superare e controllare stabilmente la dorsale appenninica, senza poter così imporre durevolmente il proprio dominio sul Mezzogiorno interno.

Altro carattere originario è quello dell’assenza, nel Mezzogiorno, di grandi fiumi. Più che di fiumi veri e propri, infatti, si può parlare di grandi scolatoi di acque piovane, di modesta portata ordinaria, che scorrono perpendicolarmente alla dorsale appenninica. Le conseguenze di tale stato di cose sul difficile equilibrio idro-geologico del territorio meridionale sono ben note, né occorre qui soffermarvisi. Infatti, discendendo rapidamente dal monte al mare, essi trascinano a valle poderose masse di fango e di detriti, strappandole alle falde montuose, ingottando poi le foci e impaludando le coste e le valli. Quello che poi preme sottolineare è soprattutto come i bacini fluviali, proprio per il loro carattere torrentizio o semi-torrentizio, manchino completamente alla vitale funzione di collegare aree diverse, come avviene in Europa e nella stessa Italia del Centro e del Nord. Al contrario, nel Mezzogiorno, il fiume non unisce ma divide, separa, e per la violenza stagionale delle sue acque e per la debolezza delle infrastrutture civili, come soprattutto i ponti.

Non a caso, nel Sud, il fiume ha finito con l’assumere il carattere di confine geografico, ma anche politico-amministrativo e addirittura linguistico-culturale tra le diverse aree. Difatti, ad esempio, il Tronto, tra Abruzzo e Marche, segnava il confine tra il regno di Napoli e lo Stato pontificio; il Pescara tra l’Abruzzo teramano e quello chietino; il Biferno tra l’Abruzzo Citra e la Capitanata; l’Ofanto tra la Capitanata e la Terra di Bari; il Bradano tra la Puglia e la Basilicata; il Crati e il Laos (e poi il Sinni e il Noce) tra la Calabria e la Lucania; il Neto e il Savuto tra la Calabria Citra e quella Ultra; il Sarno tra il Principato Citra e la Campania Felix , ossia la Terra di Lavoro; l’alto corso del Liri tra la Campania e il Lazio, e quindi tra il regno di Napoli e lo Stato pontificio.

Va poi ricordato come il clima del Mezzogiorno sia tutt’altro che unitario. Esso è infatti soggetto a un duplice influsso climatico, che produce diversi effetti ambientali. Sul versante tirrenico predomina infatti il benefico effetto delle correnti fresche e umide, ricche di precipitazioni, che provengono dall’Atlantico, le quali determinano il classico clima mediterraneo, temperato e propizio alle colture arboree e arbustive, e quindi caratterizzato da insediamenti umani numerosi e diffusi. Ma le correnti atlantiche non riescono altresì a penetrare in profondità nell’interno a causa della dislocazione del sistema montuoso parallelamente alle coste. Sul versante adriatico-ionico e nelle aree interne predomina invece il clima continentale, con forti escursioni termiche tra l’estate e l’inverno e precipitazioni violente e abbondanti in inverno e rare in primavera, per cui già questa stagione presenta un carattere secco e asciutto, il che determina l’aridità estiva e l’arresto dello sviluppo delle piante, rendendo impossibile ogni altra coltura che non sia quella cerealicola. Ma anche questa si rivela un azzardo, perché il grano soccombe alla siccità precoce che si presenta spesso unita a improvvisi e violenti venti caldi come lo scirocco e il favonio, determinando così la distruzione pressoché completa del raccolto.

Al fattore climatico e alla montuosità si lega strettamente la natura pedologica dei suoli del Mezzogiorno, di età geologicamente giovane e quindi inevitabilmente di formazione recente e complessa. Ne sono testimonianza la sismicità tettonica o vulcanica di larga parte del territorio meridionale, il fenomeno del bradisismo, la plasticità e fragilità degli strati geologici che, specie se sollecitati da spinte sismiche, tendono a scivolare su se stessi.

Il fenomeno bradisistico, sia nella sua forma attiva di rialzo della linea costiera che in quella passiva del suo abbassamento, ebbe effetti devastanti specie lungo le coste basse, sabbiose e dunose, interrando porti assai importanti e attivi nell’antichità, come ad esempio Brindisi, e contribuendo alla sommersione, sotto profondi strati di fango, di città magnogreche quali Sibari, Turi, Velia, Metaponto e Paestum. Ma anche lungo tutta l’area costiera dei golfi di Napoli e di Pozzuoli, dove il bradisismo è ancora oggi maggiormente consistente al punto da divenire visibile, il fenomeno produsse risultati gravissimi. Il litorale tra Pozzuoli e Baia, ad esempio, subì un vero e proprio collasso già in età tardoantica, quando il mare sommerse le strutture portuali e le ville marittime romane, inondando l’area costiera e penetrando nelle conche vulcaniche, tra cui quella di Agnano, facendo assumere all’intera zona quel carattere fortemente paludoso e malarico che ha conservato sino alle soglie dell’età contemporanea. Analogamente avvenne subito più a nord, nell’area costiera domiziana, dal lago Patria alla foce del Volturno. Ma anche a ovest di Napoli, già da Porta Capuana, le «paludes magnae», alimentate da numerosi corsi d’acqua, occupavano una vastissima superficie che andava sino alle pendici del Vesuvio e al Nolano. Questa micidiale barriera naturale, fatta di stagni e paludi, che circondava completamente la capitale, costituì sino alle prime bonifiche vicereali un focolaio gravissimo di endemiche epidemie malariche, che resero difficile la vita anche all’interno della città e ne condizionarono fortemente lo sviluppo per tutto il Medioevo [2].

La fragilità dei suoli è poi accentuata dall’azione del disboscamento, degli incendi boschivi, delle piogge torrenziali e delle violente escursioni termiche. Quando, poi, il disboscamento ha strappato il velo protettivo al suolo, già instabile per sé a causa della pendenza, la massa di copertura dei declivi incomincia a slittare, scoprendo il terreno di natura argillosa che costituisce la grande maggioranza dei suoli. A causa dell’abbondanza e della concentrazione stagionale delle precipitazioni, della forte ripidità dei pendii, della fragilità dei suoli e della rapidità della discesa a valle, le acque strappano con forza il terreno a monte e lo trascinano con violenza a valle. Si tratta, per di più, di argille ricche di sodio, il che le rende particolarmente friabili e scivolose e che, a contatto con l’acqua, una volta giunte a valle, tamponano e quasi sigillano il suolo, determinando quell’aridità pedologica che è uno dei flagelli dell’agricoltura del Mezzogiorno; a questa si accompagna anche l’aridità fisiologica, cioè il rapido essiccarsi delle argille. E lì dove non ci sono argille e marne, si presenta il calcare carsico, come tra Puglia e Basilicata, dove l’humus produttivo è stato da tempio spazzato via dagli agenti atmosferici, e che presenta solo poche conce coltivabili tra un desolato deserto pietroso. Clima, montuosità, disboscamento e fragilità pedologica concorrono quindi efficacemente ad alterare il già fragile equilibrio del territorio meridionale, determinando condizioni di disgregazione dei suoli in montagna e d’impaludamento e d’isterilimento a valle e lungo le coste [3].

Risulta inoltre evidente come la recessione produttiva, il crollo demografico e la decadenza urbana – fenomeni avviatesi già nel III-II secolo a.C. – abbiano prodotto pesanti conseguenze dirette nel degrado del paesaggio agrario e delle strutture produttive agricole. Va, a questo proposito, tenuto presente il fenomeno geologico conosciuto come the Younger Fill , cioè riempimento recente. Si tratta di quello che i geologi definiscono alluvium , che è uno strato alluvionale rinvenuto in molte zone vallive dell’area mediterranea, creatosi secondo le datazioni radiocarboniche nel periodo 400-900 d.C. L’ alluvium è costituito da limo, sabbia, argilla o ghiaia, ma spesso contiene anche una buona dose di sostanze organiche (alberi, foglie ecc.). Esso fu depositato dai corsi d’acqua in modo a volte catastrofico, come nel caso della città greca di Olimpia, nel Peloponneso, che venne completamente seppellita dal fango portato dal fiume Cladeo [4]. Fenomeni analoghi sono stati riscontrati in tutto il bacino del Mediterraneo, a Paestum e a Velia in Magna Grecia come a Ostia nel Lazio, a Butrinto in Epiro e a Leptis Magna in Libia. Si tratta, con tutta evidenza, di fenomeni collegabili a una particolare congiuntura climatica verificatasi tra il 536 e il 660 d.C.

Allo stesso tempo, la disgregazione del sistema commerciale comportò il degrado del paesaggio agrario e della sua manutenzione, specie per quanto riguarda il terrazzamento dei terreni di mezza costa, il che contribuì all’erosione del suolo e quindi all’impaludamento e al dissesto idro-geologico. Le mutazioni geomorfologiche non riguardarono soltanto le vallate, ma si estesero alle coste e alle foci dei fiumi, come accadde per Ostia, che era il grande porto di Roma, dove furono registrate disastrose alluvioni tra il VI e l’VIII secolo.

Si comprende bene, in conclusione, come in questo contesto naturale e ambientale, sin dal III secolo a. C., si producessero quelle peculiarità che avrebbero poi assai a lungo e così negativamente caratterizzato larga parte del Mezzogiorno: paludismo, malaria, latifondo, economia servile, spopolamento delle aree costiere. Il latifondo a grano-pascolo, caratterizzato dall’allevamento transumante e dalla cerealicoltura estensiva, divenne già allora la struttura portante – e quasi l’unica attività produttiva possibile – in larga parte del Mezzogiorno. L’infezione malarica, giunta nel Mezzogiorno già nel V secolo a.C., e insediatasi massicciamente nelle zone degradate dal dissesto idrogeologico e dall’impaludamento, votò infatti queste aree al latifondo, che poi dopo il Mille si coniugò strettamente con le strutture feudali introdotte dai Normanni.

CAPITOLO II

Il Mezzogiorno paese aperto

Altro carattere primario del Mezzogiorno geografico è quello della peninsularità. Pur essendo un paese essenzialmente montuoso, il Mezzogiorno è tutto proteso nel Mediterraneo, venendo quindi contrassegnato da un’amplissima estensione di coste (circa 2.000 chilometri), il che determina un’accentuata dialettica mare/terraferma, zone costiere/zone interne. E va a questo proposito sottolineato che un’intera regione meridionale, la Calabria, e cinque sub-regioni (il Salento, il Gargano, il Cilento, la Costiera amalfitano-sorrentina, i Campi Flegrei) presentano uno spiccato carattere di peninsularità.

Analogamente, la Sicilia presenta un sistema orografico caratterizzato da due fratture segnate dalle vallate dei fiumi Torto e Platani, che facilitano le comunicazioni tra le coste meridionali e quelle settentrionali, mentre un’altra frattura, questa volta trasversale, è quella del corso del Simeto, che conduce dal centro dell’isola allo Ionio. Quando, dunque, nel medioevo e nell’età moderna troviamo la Sicilia amministrativamente suddivisa nei tre «Valli» di Mazara, di Noto e di Demone, tale ripartizione risponderà in effetti pienamente alla conformazione geografica e all’orografia dell’isola dalla caratteristica forma a tridente e perciò anche nota come Trinacria.

Ne consegue che uno dei caratteri storico-geografici più salienti del Mezzogiorno è quello di essere, oltre che un paese stretto , anche un paese aperto , sia verso il continente europeo attraverso gli Appennini sia, soprattutto, verso il Mediterraneo. Non stupirà, quindi, la continua e feconda osmosi tra mondo mediterraneo e Mezzogiorno, la cui storia risultò in più epoche arricchita da apporti umani, culturali e politici stranieri, che assai di frequente impressero svolte significative e decisive al processo storico meridionale. La varia e continua presenza di popoli, di dominazioni e dei più diversi influssi esterni nella realtà storica e umana del Mezzogiorno – dai Greci ai Bizantini, dai Longobardi agli Arabi, dai Normanni agli Svevi, dagli Angioini agli Aragonesi, dagli Asburgo ai Borbone – costituisce infatti di per sé una delle peculiarità più fortemente caratterizzanti della millenaria vicenda storica del Mezzogiorno.

Lungi dall’essere un elemento riduttivo o addirittura negativo, come molto spesso è stato valutato, l’apertura del Mezzogiorno ai più vari apporti ha dato respiro mediterraneo ed europeo alla sua storia e ne ha arricchito culturalmente e antropologicamente le strutture umane, rendendolo un autentico crogiuolo di civiltà [5].

* * *

Il fenomeno delle immigrazioni nel Mezzogiorno riguardò non solo l’antichità e il medioevo ma anche, almeno in parte, l’età moderna. Nel XIV-XV secolo, ad esempio, in conseguenza del crollo demografico e dell’abbandono di vaste aree, il Mezzogiorno d’Italia, specie lungo l’asse appenninico e sui versanti ionico e adriatico, tornò ad essere caratterizzato, come nei secoli dell’alto medioevo, dal rado insediamento umano e dalla bassissima densità demografica. I centri abitati si rarefecero, alcuni scomparendo del tutto, altri concentrandosi e accorpandosi, mentre le campagne si spopolarono totalmente. Queste aree divennero pertanto, nei secoli successivi, terra d’immigrazione.

In questo contesto si colloca la formazione delle colonie franco-provenzali nel Sub-Appennino dauno-irpino. Esse si ricollegano – almeno nella loro prima e più remota origine – alle tormentate vicende che, tra il 1268 e il 1302, portarono alla distruzione della colonia saracena di Lucera. Già nel 1273 Carlo I d’Angiò ordinava ai suoi funzionari della contea di Provenza di procurare l’emigrazione nel regno di Napoli di 140 famiglie contadine, nonché di fabbri, carpentieri e muratori, ai quali prometteva una vantaggiosa sistemazione. Ma il tentativo condotto dagli Angioini di ripopolare il vastissimo contado lucerino con immigrati fatti venire dalla Provenza e dal Delfinato si rivelò un fallimento, soprattutto per il clima arido e riarso del Tavoliere; talché i coloni oltramontani – o quelli almeno che restarono – furono costretti a stabilirsi più in alto, alle falde del Sub-Appennino, dove le condizioni climatiche e ambientali erano assai più favorevoli e soprattutto più vicine a quelle delle loro terre di origine (Motta, Faeto, Celle S. Vito, Castelluccio, S. Marco dei Cavoti, e più tardi Monteleone di Puglia e Volturara Appula).

Altro elemento favorevole era costituito dalla debolezza delle strutture ecclesiastiche. Quella vasta e impervia area, infatti, era frammentata in ben cinque diocesi (Benevento Ariano, Bovino, Troia, Volturara), e ciò non favoriva certamente l’unitarietà e l’incidenza del controllo pastorale da parte della Chiesa, che fino alla seconda metà del XVI secolo restò praticamente inesistente. Ambiguo e prudente era, del resto, il rapporto delle comunità valdesi con la Chiesa: la fede valdese era professata con fervore ma in forma riservata, senza culto pubblico, e i contatti con le comunità valdesi del Piemonte erano occulti quanto sporadici, al punto che le stesse popolazioni vicine a lungo confusero i valdesi con gli albanesi [6].

Questi primi nuclei furono poi, nei secoli XIV e XV, interessati da nuove e più consistenti ondate migratorie, favorite e incentivate dallo spopolamento dell’area per effetto del tracollo demografico determinato dalla crisi del Trecento. La storiografia locale si è affaticata a documentare la preesistenza di tali centri alla colonizzazione valdese, senza però tenere adeguatamente presente la grande cesura nel popolamento dell’area subappenninica rappresentata dalla peste del 1348, dalla crisi del Trecento e dal catastrofico terremoto del 1456.

In realtà, è fortemente da sottolineare la funzione di ripopolamento e di colonizzazione assunta dagli insediamenti valdesi, nonché il rapporto contrattualistico da loro stabilito con i feudatari. Gli storici ottocenteschi hanno invece preferito privilegiare l’aspetto religioso, senza tener conto che questo assume il proprio pieno significato solo nel contesto delle strutture economico-sociali [7].

A favorire l’insediamento dei franco-provenzali nell’area del Sub-Appennino contribuì la particolare morfologia del territorio, caratterizzata dalla possibilità di creare centri abitati allo stesso tempo sicuri e appartati quanto ben collegati con le grandi vie di comunicazione, quali il tratturo Pescasseroli-Candela e la via regia delle Puglie. Per comunicazioni più riservate o per casi d’emergenza, inoltre, i coperti sentieri che solcavano i grandi e fittissimi boschi di Dragonara, di Petacciato e della Selva delle Grotte consentivano di raggiungere rapidamente e in tutta sicurezza la foce del Fortore e il porto di Vasto; era questa la via dei barbi itineranti, che periodicamente visitavano le comunità valdesi della Calabria e della Puglia, celando la loro missione sotto le spoglie di mercanti di seta, per riprendere infine per mare la via del Nord.

Di semplici e puri costumi, laboriosi e austeri, i valdesi trovarono buona accoglienza da parte dei feudatari e delle scarse popolazioni dei luoghi nei quali si erano stabiliti, come documentano eloquentemente gli Statuti concessi nel 1465 dal duca d’Amalfi e conte di Celano Antonio Piccolomini d’Aragona ai franco-provenzali di Castelluccio Valmaggiore e nel 1517 a quelli di Volturara dal duca d’Ariano Giovan Francesco Carafa e nel 1541 da Francesco Antonio Villani. Non è del resto un caso che fino alla metà del ’500 essi, pur conservando integri la lingua, i costumi e la fede, non avessero mai destato intolleranze o ostilità di sorta, neppure da parte dei vescovi e dei feudatari. Ciò contribuisce a spiegare la relativa mitezza del processo di conversione forzata che subirono le colonie franco-provenzali del Sub-Appennino nel 1563-64 [8].

Ben diversa fu invece la sorte dei valdesi di Calabria. Alla fine del XIV secolo si erano stabilite, sul versante tirrenico del Cosentino, alcune colonie franco-provenzali di fede valdese provenienti dalle valli alpine del Delfinato. Alle prime emigrazioni ne seguirono altre, sino all’ultima, avvenuta alla fine del XV secolo. A quasi tre secoli dal loro insediamento, i Valdesi – che non superavano il numero di tre-quattromila – conservavano integri la fede, la lingua e i costumi originari. Ma la situazione precipitò nell’aprile del 1561, quando gli abitanti di S. Sisto, rifugiatisi sui monti per sottrarsi alla conversione, vi furono assaliti dagli armigeri del marchese di Fuscaldo e del duca di Montalto. Ma i pur pacifici valdesi, spinti dalla disperazione, ebbero la meglio sulle milizie baronali. La repressione ordinata dal viceré duca d’Alcalà fu feroce, massiccia e indiscriminata. Tra

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