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E-book144 pagine1 ora

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Info su questo ebook

Salomé è una giovane donna parigina. Instabile sia psicologicamente che sentimentalmente, cerca di creare la relazione perfetta ed equilibrata che non riesce a trovare con un uomo:  Ethan, musicista capriccioso che le da la soddisfazione carnale, mentre Alban, consulente e da poco separato dalla moglie, le da tenerezza e amore.

Ciononostante un terzo uomo fa la sua apparizione nella vita di Salomé:  Jack. Chi è e cosa vuole? 

LinguaItaliano
EditoreBadPress
Data di uscita6 set 2018
ISBN9781547545964
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    Anteprima del libro

    Stregata - ESTHER HERVY

    Stregata

    Di

    Esther Hervy

    A Xavier 

    1

    Il mio dito sfiorò il touch screen ed il messaggio venne salvato. In volo verso il destinatario. Rimpiansi quasi subito la mia audacia e sperai che non passasse il confine della rete. Che si incastrasse nei fili della connessione e che restasse imprigionato per sempre.  Perché ho provato tanta temerarietà? Al risveglio e con l’umore ancora incerto la vidi come una cosa indispensabile, inevitabile. Ora non ne ero più così sicura. Ma era troppo tardi, non potevo riacciuffare le parole. Tentai di convincermi di aver fatto una buona scelta. Qual è il futuro di una relazione se non si possono condividere i sentimenti? Non potevo tenermi tutto dentro e tacere, fare come se niente fosse. E poi era colpa sua, dopotutto. L’altro giorno, mentre eravamo tra le braccia l’uno dell’altra ed avevamo appena fatto l’amore, mi aveva parlato. Mi aveva chiesto perché non avessi ancora trovato un uomo che stesse al mio fianco, che mi avrebbe reso felice. Sapevo che vedeva un’altra, anche se facevamo l’amore da mesi. Lo sapevo e l’accettavo. Io stessa uscivo da una storia dolorosa e lui era qui, che mi ascoltava e mi confortava. Non volevo impegnarmi in una nuova storia. Avevo paura. Paura di soffrire senza avere la possibilità di ricostruirmi. Una volta mi aveva parlato della ragazza con cui stava. Non la vedeva molto spesso, così mi aveva detto. Non sapevo molto di questa relazione, a dire il vero non mi diceva quasi mai nulla. Da parte mia, gli dicevo che ciò che vivevamo con leggerezza mi andava bene e non desideravo di più.

    Ma quel giorno non avevo saputo rispondere alla sua domanda, a parte che non ne avevo idea. Non mi ero resa conto del suo impatto sul momento,  ma la mia anima l’’ha registrata e tenuta al caldo fino a quel mattino.

    Ricevuto. Il messaggio era stato ricevuto. Una bolla mi si formò alla bocca dello stomaco, per risalirmi in gola. Con questa confessione mi ero liberata interamente. La messa a nudo mentale è molto più difficile di quella che praticavo abitualmente. Realizzai  che quel poco che mi apparteneva rischiava di scapparmi. Avevo paura che ieri si trasformasse nell’ultima volta. Avevo paura di non sentire mai più le mani sul mio corpo, le sue labbra sulle mie, quella bestialità che si sviluppava tra i nostri esseri. Una lacrima mi cadde dagli occhi. Non avevo bisogno di leggere la sua risposta per conoscerne il contenuto.  Spensi il telefono per cercare di rimandare l’istante del verdetto, come se il fatto di non leggere la sentenza provasse ad attenuarla. Stavo imbrogliando me stessa.  E poi, se avesse deciso di chiamare? Ora mi sentivo ridicola.  Ridicola per aver pensato, per un istante, che i miei sentimenti fossero ricambiati. Sentire tutto ciò sarebbe stato al di sopra delle mie forze.

    Nervosa, mi alzai e mi misi a gironzolare per il salone, tra il divano ed il tavolino. Mentre il telefono resta spento, non avrei saputo. E, mentre non sapevo, avrei avuto una speranza. Mi mancava terribilmente. Avevo voglia di toccarlo, baciarlo e prenderlo tra le braccia. Il mio ventre, il mio cuore e la mia anima facevano male. Non capivo più cosa sentivo. Avevo solo un attacco di pianto come difesa. Avevo l’impressione che il mio corpo bruciasse dall’interno. Volevo che tutte queste emozioni mi lasciassero. Bisognava che io scaricassi questo peso, questo fardello. Bisognava che io esplodessi. Incrociai il mio sguardo nello specchio. Mi detestavo. Non mi capivo. Di più. Era come se avessi messo una barriera ai miei sentimenti in tutte queste settimane e l’avessi tolta in un solo colpo, senza precauzioni. Il mio cuore ed il mio corpo annegavano in questa piena inattesa. Arrivava tutto troppo in fretta, ed era troppo.

    Tirai il telefono sul divano e scappai in bagno. Mi buttai sotto il getto dell’acqua calda, mi sedetti nella vasca e lasciai cadere le lacrime. Ero come una bambina: fragile e sconvolta. L’acqua sul mio viso si mescolava al pianto ed a quella canzone che trasmettevano alla radio –I heard the wind chime beneath my feet, I felt the earth shake inside me-  era esattamente questo, un tremolio dentro me.. Volevo lavare il viso da questa tristezza, sperando che si perdesse nei tubi con l’acqua. Ma nulla cambiò, tutto rimase su di me, in me. Perché? Perché mi sentivo così adesso? Perché quando credevo che tutto andasse bene? Che tutto mi andasse bene?

    Riuscii ad uscire dalla doccia, malgrado tutto e,  dopo aver evitato il mio riflesso allo specchio, tornai in salone.  Guardai il telefono. Ora mi avrebbe risposto di sicuro. Volevo sapere, ma non osavo riaccendere il dispositivo, era troppo difficile.. Quindi, con un ultimo slancio di coraggio, mentre il mio cuore faceva le capriole nel petto ed il sangue mi pulsava nelle tempie, presi il telefono. Senza sorpresa sentii la vibrazione in mano, ad indicare che era appena arrivato un messaggio. Non ci pensai su e lo aprii. Lo sapevo. Si era preso il suo tempo per rispondermi, aveva soppesato le parole, nella vana speranza di non ferirmi.

    <>.

    Non potevo volergliene. Sarei dovuta essere in collera, ma non era il caso. Sapevo che mi amava, a modo suo. Il suo messaggio lo dimostrava. Facendo attenzione a ciò che scriveva, mostrava di fare attenzione a me, in qualche modo. Mi amava, non come avrei voluto, ma mi amava.

    Pensai di poter dire .

    Ethan ed io ci eravamo incontrati qualche mese prima. Era poco prima dell’estate, verso la metà di maggio. A dire il vero ci conoscevamo già da un po'. Due anni prima avevamo scambiato qualche parola durante un suo concerto in un locale. Ma non contava, non ci eravamo mai più rivisti e a parte due o tre email, non ci eravamo parlati dall’epoca. Quel famoso giorno di maggio, mentre tornavo dal mio ultimo viaggio a New York ed avevo appena recuperato i miei bagagli dal tapis roulant, l’avevo visto passare davanti a me. A prima vista non l’avevo riconosciuto. Sapevo solo che ci eravamo già incrociati da qualche parte. Rimasi a guardarlo con insistenza, cercando di ricordarmi dove avevo potuto vedere quel  viso quando voltò la testa verso me, ad incrociare il mio sguardo. Rallentò il passo ed il suo viso divenne più chiaro. Si fermò e mi chiese, esitante:

    -  Salomé?

    Sorrise mentre si avvicinava a me e la memoria mi tornò.

    -  Ethan? Ethan Mills?

    -  Salomé..

    -  Salomé Lucciani.

    -  Sono io! Mi disse avvicinandosi per baciarmi sulle guance.

    -  Che sorpresa! Esclamai, mi fa piacere vederti.

    -    Sei di ritorno da? Mi chiese indicando le mie valigie con un dito.

    -  Da New York, e tu? 

    -  Los Angeles.

    -  In vacanza? Gli domandai.

    -  Sono andato a trovare mio padre, vive là.

    -  Ah, sì! È vero che sei americano!

    -  No, solo mio padre, io son di qui, sorrise. E tu sei andata in vacanza sulla costa est?

    -  Si può dire così, più o meno. Suoni ancora? Proseguii.

    -  -Sì, sempre. Concerti un po' qui e là, sostituzioni in qualche gruppo. Me la cavo. Non me la passo male, potrebbe andar peggio.

    -  È bello poter vivere le proprie passioni. Sei fortunato.

    -  Sì, anche un lavoratore. Un po'..

    -  Oh, certo, mi precipitai ad aggiungere. Non volevo.

    -  Non ti preoccupare, ti prendo in giro. E rise. E tu, che fai adesso?

    -  Oh, ho appena fatto grossi cambiamenti nella mia vita, dissi sospirando.

    -  Niente meno?

    -  -Sì. Ma è una buona notizia.

    -  E perché non mi racconti questa buona notizia davanti ad un caffè?

    -  Se vuoi, risposi sorridendo.

    Ci dirigemmo verso un bar all’entrata dell’aeroporto e ordinammo. Io un caffè nero e lui un succo di mela, ci raccontammo le nostre vite. Avevo conservato un ricordo piacevole della nostra breve conversazione al nostro primo incontro e non era cambiato. Era allegro e sorridente. Per tutta l’ora seguente mi ritrovai a spiegargli, a grandi linee, perché quel viaggio a New York era l’ultimo. Almeno a quello condizioni.

    -  È un uomo che non fa per te! Concluse sollevando il bicchiere per brindare.

    -  Ne sono convinta, dissi sorridendo. E cozzai la mia tazzina vuota contro il suo bicchiere.

    Non abitavamo molto lontani l’uno dall’altra e dividemmo il taxi al ritorno. Quest’ultimo lo lasciò per primo. Ci scambiammo i numeri di telefono e facemmo la promessa di sentirci al più presto. Che avevo fatto? Forse, se avessi saputo la piega che questa storia avrebbe preso, sarei tornata da sola. Ma sarebbe tutto così semplice se avessimo il dono della chiaroveggenza! Purtroppo non ne ero provvista più degli altri. Quindi, quando mi chiamò una quindicina di giorni dopo, accettai il suo invito con piacere. Il resto, vi chiederete. Ci siamo visti due o tre volte poi, la terza sera, è salito da me. È stato fantastico fin dall’inizio. Una compatibilità carnale come non ne avevo mai conosciuto. Un fuoco d’artificio di sensazioni.

    Quella sera, il 12 marzo, avevo raggiunto la mia perdita.

    ––––––––

    2

    Ero in ufficio, nella sala in fondo. Era buio e non ero sola. Era qui,

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