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Il viaggio in Germania
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E-book215 pagine2 ore

Il viaggio in Germania

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"Nonno, perché Hanukà è la festa della luce?" "Che significa Yiddish?" "Cosa sono le Leggi Razziali?" Questi e altri interrogativi accompagnano il viaggio in Germania della giovane protagonista. Siamo nell'estate del 1986 e il Paese è ancora diviso. L'itinerario, a bordo di una Tipo bianca, si snoda tra Heidelberg e Magonza, tocca Francoforte e Colonia, raggiunge Brema e si conclude ad Hannover. La Memoria è il filo conduttore del romanzo: Barbara conoscerà finalmente la storia di nonno Wolfgang, ebreo fuggito da Hannover nel '35 e perseguitato anche in Italia a causa delle Leggi razziali. Affascinata dalla cultura ebraica, sentirà per la prima volta di avere delle radici. Allo stesso tempo, coltiverà un forte legame con la nonna, una donna intelligente, che alterna discorsi serie a battute in dialetto pugliese e riconoscerà in lei il suo ideale femminile. Età di lettura: da 11 anni.
LinguaItaliano
Data di uscita5 set 2018
ISBN9788899735623
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    Anteprima del libro

    Il viaggio in Germania - Barbara Rosenberg

    Prima di partire

    Un sabato sera di marzo, arrivò una telefonata inusuale dai nonni. Loro abitavano a Foggia, non ci si vedeva spesso, ma ci sentivamo per telefono tutte le domeniche alle 10.30; il nonno non sgarrava mai l’orario.

    Quella telefonata fuori tempo ci preoccupò.

    Rispose papà: Ah ciao, babbo!, disse con la fronte aggrottata.

    Poi, man mano, che scorrevano i secondi, la ruga si distese.

    Te la chiamo subito! disse ad alta voce e finse di chiamarmi.

    In realtà, io e la mamma eravamo a mezzo metro di distanza ad ascoltare la conversazione.

    Presi la cornetta.

    "Ciao, Rosenberghina" disse il nonno, arrotando le erre con tutta la sua forza.

    Ciao!

    Sei libera per le vacanze?

    Certo, risposi io, tesa.

    Che ne diresti di fare compagnia ai tuoi vecchi nonni, che vanno in Germania?

    Deglutii la saliva producendo il rumore di un lavandino appena sgorgato.

    Pronto? Barbara?

    Certo! Dove andiamo?

    In realtà non mi interessava affatto il luogo, ma non volevo farmi sentire troppo entusiasta. Il nonno odiava gli eccessi.

    Ad Hannover! La mia città. C’è forse posto migliore? Ti passo tua nonna.

    Si stancava subito di stare al telefono. Per i convenevoli ci voleva la nonna.

    Infatti, fu lei che mi spiegò tempi e modi del viaggio.

    Saremmo partiti in luglio, da Castelrotto, in Alto Adige, dove trascorrevamo sempre le vacanze.

    Dopo varie raccomandazioni sul vestiario: Devi vestirti pesante, pesante. Là fa sempre freddo, la nonna aggiunse: Tuo nonno non vedeva l’ora che crescessi per portarti con noi. Sei contenta?

    Risposi che ero molto felice e chiesi che giro avremmo fatto.

    Lei, prendendosi una buona mezz’ora, spiegò che avremmo visto la bellissima Heidelberg con il suo castello e il romantico Fiume Reno, poi Magonza, la città del Carnevale e non ci saremmo fatti mancare nemmeno la visita ai parenti di Francoforte, oltre a Colonia, con i suoi due campanili a forma di matita. Prima di visitare Hannover avremmo anche visto la magica Brema.

    Conclusa la telefonata, raccontai tutto ai miei. Anche loro condividevano il mio entusiasmo.

    Quella notte non riuscii a dormire per l’eccitazione.

    Cercavo di immaginarmi la Germania.

    Ogni estate i nonni andavano a visitarla. Rientravano dalle vacanze con un sacco di cose buone da mangiare: la birra, i Wurstel, il pane scuro e tanti rullini di fotografie, che il nonno sviluppava e poi incollava in un album rosso, durante l’inverno. Scriveva sotto ogni foto un commento simpatico, con la sua minuta calligrafia gotica. Ero curiosa di partire con loro.

    E poi avrei conosciuto meglio la storia del nonno, che era così misteriosa. Sapevo solo che, durante la guerra, era scappato dalla Germania, perché era ebreo. Poi, dopo molte peripezie, era venuto in Italia e si era innamorato della nonna, che aveva sposato.

    Per farlo, però, aveva dovuto battezzarsi e cambiare nome. Non si chiamava più Wolfgang, ma Pietro. Infatti la nonna lo chiamava così.

    Lui però chiamava se stesso Wolfgang e solo io, tra tutti i parenti e gli amici, lo chiamavo così.

    Forse per questo mi ero meritata il viaggio in Germania.

    Per prepararmi alla partenza, la mamma scovò nella libreria, in alto, un libro illustrato. Lo avevano portato i nonni al ritorno da un viaggio a Brema. Le avventure di Max e Moritz, un classico per l’infanzia.

    Prima di spegnere la luce provai a leggere il testo ad alta voce. Non capivo le parole, ma sentivo che le frasi erano in rima. Già dalla prima figura, pensai che il sonno dei bambini tedeschi fosse messo a dura prova da libri spaventosi.

    Max e Moritz, due monelli terribili, erano raffigurati così: uno basso e grasso, con i capelli neri, l’altro alto, magro e biondo, chiamato dal nonno ‘l’ariano’.

    Questi bambini sembravano fuggiti da un reparto di neuropsichiatria infantile: riempivano di api il letto di un signore, che veniva punto a morte, ne facevano affogare un altro, impiccavano i polli di una massaia, che poi piangendo li cucinava. Ma il finale era ancor più tragico, perché i monelli, suscitando l’ira di tutto il paese, venivano tritati in un mulino e dati in pasto a delle oche.

    Chiusi il libro, promettendomi di non riaprirlo mai più. Sopravvissi alla notte di incubi e, confortata dalla luce del sole, il mattino seguente iniziai a programmare il viaggio.

    Passò il tempo.

    Ad ogni telefonata dei nonni, si definiva il percorso (con il nonno) e le cose da mettere in valigia (con la nonna). In pochi mesi erano quadruplicati sia i km da percorrere che i maglioni da portare. Per fortuna fui distratta dallo studio di quinta ginnasio e l’estate arrivò presto.

    Alla vigilia della partenza, con il supporto psicologico della mamma, avevo ridotto al minimo il vestiario; avrei portato con me solo 4 cose imprescindibili: il diario, la macchina fotografica, il walkman da sentire in macchina ed il lucidalabbra alla fragola. Dimenticavo, le cassette da ascoltare nel walkman: Storie di casa mia, Com’è profondo il mare, Banana Republic e Viaggi organizzati, tutti rigorosamente di Lucio Dalla. La mamma mi aggiunse nello zainetto anche tre libri dei Peanuts per farmi compagnia prima di dormire ed il Simposio di Platone, da leggere per le vacanze.

    Arrivati a Castelrotto con i miei genitori, vicino casa, sentii i nonni che discutevano. Anzi, la nonna gridava e il nonno taceva. Papà suonò il clacson tre volte e il rumore interruppe la discussione.

    La nonna si affacciò e sorridendo ci salutò muovendo il braccio. Appena saliti, il tempo di un saluto e la discussione riprese.

    Il nonno si lamentava per le valigie pesanti: Anna, non entreranno mai nel bagagliaio della mia macchina, devi regolarti, non stiamo salendo sull’Arca di Noè. In queste occasioni non si lasciava mai sfuggire una citazione biblica.

    La nonna, piccola e minuta, quando litigava sembrava una furia, gli occhi spalancati, i nervi del collo tesi, urla furibonde e l’uso per niente gentile del dialetto.

    Il nonno sosteneva di adorare le donne che si arrabbiano, così mediterranee e che aveva sposato la nonna per questo, ma mi sa che in tali occasioni avrebbe preferito una sobria donna del nord.

    Alla fine, con la mediazione di mio padre, si arrivò all’apertura dei bagagli e alla negoziazione del contenuto.

    Il momento più delicato fu l’apertura della sacca militare che conteneva:

    una moka elettrica da tre tazze

    due scatole di caffè ed una di latte in polvere

    un barattolo di Nescafé, con le due tazze rosse in alluminio, vinte con i punti

    tre forchette

    tre coltelli

    tre cucchiaini

    tovaglioli di carta (pacco da cento)

    un pila di emergenza

    tre piatti di metallo

    tre sacchi a pelo.

    Il nonno fu irremovibile sull’esclusione dei sacchi a pelo ed accettò, con diverse lamentele, tutto il resto.

    In compenso non tollerò le critiche della nonna alle sue:

    dieci mappe Michelin,

    due guide del Touring club,

    un block notes per gli appunti con itinerario e tabella di marcia

    elenco degli alberghi preso dall’ente del turismo tedesco

    sette rullini fotografici.

    Dopo cena tutti si calmarono ed io andai in giardino ad ascoltare Anna e Marco, che mi faceva sempre commuovere, perché parlava di due ragazzi innamorati anche se abitavano in un Paese brutto e noioso.

    Vidi parcheggiata la macchina del nonno, carica come un tir.

    Il cane della Agip, con le sue sei zampe e la fiamma tra le fauci, fissava il buio, attaccato allo specchietto retrovisore. Forse era agitato come me per il viaggio.

    In viaggio

    La mattina della partenza, il 15 luglio 1986, scrissi sul mio diario la parola Via! sotto, disegnai una macchina bianca con tre persone a bordo e tanti bagagli. L’auto superava una casetta con scritto confine. Oltre il confine si ammassavano alberi, montagne, case, chiese. La parte italiana del disegno era in bianco e nero, dopo il confine tutto si colorava.

    Partimmo alle 11.45, cioè 45 minuti in ritardo rispetto alla tabella di marcia del nonno, che quindi era molto nervoso. Si notava la sua agitazione perché leggeva il Dolomiten partendo dall’ultima pagina alla prima. In bocca, una MS morbida fumata fino al filtro e con la cenere che, per miracolo, rimaneva sospesa. La nonna, invece, era tranquilla perché aveva portato quasi tutti i bagagli che si era prefissata.

    Il nonno è inquieto, sussurrò la mamma. Rassicuralo. Vai a dirgli che siete pronte.

    Eccoci, si parte? chiesi, abbracciandogli le spalle e baciandolo sulla tempia.

    Aveva un buon odore di dopobarba.

    Sai di nonno, aggiunsi, facendolo ridere.

    Beh, fate le vostre smancerie, che ci mettiamo in macchina.

    Le smancerie, per lui, erano i saluti prima dei viaggi, che cercava di evitare.

    Preferiva un ciao, ciao sbrigativo, ed era refrattario ai baci e agli abbracci, tranne che ai miei.

    Eccoci in auto. Papà e mamma ci salutavano dal cortile.

    Il nonno guidava malissimo. Se avesse potuto, sarebbe andato sempre in terza, perché, a parer suo, era la marcia migliore. Ma la povera macchina si lamentava a questo trattamento e allora gli toccava passare in quarta. Anche se non era un provetto guidatore, il nonno adorava le auto, soprattutto le Mercedes.

    Si era accontentato di una Fiat Tipo, convinto che non valesse la pena spendere tanti soldi. Da trent’anni comprava solo auto bianche, così quando fa caldo, qui in Africa, la macchina non si arroventa.

    La nonna si arrabbiava molto quando suo marito chiamava la sua amata Foggia Africa e si imbestialiva addirittura quando, nei giorni di pioggia e di vento, il nonno, uscendo di casa, faceva un profondo respiro e diceva: Questo è il tempo che preferisco.

    Tornatene in Germania urlava lei in queste occasioni, mentre il nonno rideva.

    Stavamo percorrendo l’autostrada del Brennero e c’erano molti Tir, ogni tanto, chiedevo alla nonna di mostrarmi il mio passaporto.

    Dopo si sciupa mi rispondeva, ma lo tirava fuori dalla borsa e me lo dava per qualche momento. Pensa a quanti timbri avrai, in poco tempo aggiungeva, sorridendo.

    I nonni avevano un sacco di timbri dell’Austria, della Germania e di Israele. Ne ero molto invidiosa, ma anch’io un giorno avrei visitato tanti Paesi, così tanti che avrebbero dovuto aggiungere delle pagine di riserva al passaporto. Dopo un’oretta di curve, facemmo una sosta. Il nonno preferì mangiare prima di passare il confine, anche se questo avrebbe modificato la sua tabella di marcia. Ma, in questi casi, valeva la regola della modifica in corso d’opera. Quindi, preso dal suo borsello di cuoio la Parker d’argento, fece un segnaccio sul block notes e corresse orari e soste. Sotto, con un asterisco, scrisse: Ritardo panini.

    La nonna, infatti, aveva ritardato la partenza per preparare il pranzo al sacco, operazione molto lunga in cui non voleva essere aiutata, né interrotta, perché i panini spalmati male restano sullo stomaco! Io pensai che era valsa la pena modificare la tabella di marcia, perché il pranzo era buonissimo. Per me pane nero, burro e speck; per il nonno, che non aveva più i denti buoni, anzi portava la dentiera, michetta morbida con frittata, per la nonna due panini al latte con il prosciutto crudo.

    Bevemmo il caffè all’autogrill e la nonna notò che ci stavamo avvicinando alla frontiera crucca perché il caffè era orrendo.

    Con mio grande dispiacere, non mi accorsi neppure del passaggio alla frontiera, perché dormivo con le cuffie del Walk-Man attaccate alle orecchie. Credo che il panino e l’agitazione della notte precedente mi avessero messo K.O.

    Mi risvegliai così già in terra austriaca, a Innsbruck, dove il nonno era stato a sciare da bambino.

    Mi lamentai con la nonna, che non mi aveva svegliato alla frontiera ed ebbi una delle sue risposte folgoranti. Se ti avessi svegliata saresti rimasta delusa. La frontiera non è niente di speciale. Poi aggiunse: Quando si aspetta tanto una cosa, alla fine delude sempre.

    Mi venne in mente la scena in cui Charlie Brown, scopre di essersi addormentato, proprio mentre il Grande Cocomero vola sul campo dove si é nascosto ad aspettarlo.

    Sarà per la prossima frontiera, aggiunsi e aprii il finestrino per sentire l’odore di Austria.

    Innsbruck

    Il nonno ci raccontò che, da piccolo, andava a sciare con la sua famiglia sulle montagne del

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