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Il Decamerone secondo la nostra lingua

Il Decamerone secondo la nostra lingua

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Il Decamerone secondo la nostra lingua

valutazioni:
5/5 (1 valutazione)
Lunghezza:
1.097 pagine
16 ore
Pubblicato:
29 ago 2018
ISBN:
9788856793093
Formato:
Libro

Descrizione

Dieci novelle ogni giorno, per dieci giornate. L’opera più grande di Giovanni Boccaccio, conosciuta in tutto il mondo, e studiata ancora oggi nei licei italiani e nelle università, fu composta intorno alla metà del 1300 e rappresenta senza dubbio la capostipite della letteratura in prosa in volgare italiano.
Pasquale Buonomo, fine conoscitore del testo e dei suoi molteplici risvolti, ha rivisitato con una traduzione secondo una lingua più moderna l’intero Decamerone, senza mancare di rispetto alla tradizione. Un’opera costituita da cento novelle, più o meno brevi, che è un piacere leggere, sia per  la diversità dei temi, che mostrano atteggiamenti e costumi umani universali, sia per la lingua e lo stile, sempre raffinato e ironico.

Pasquale Buonomo è nato nel 1945 ad Alvignano, un comune nella provincia di Caserta. Si è laureato in materie letterarie presso l’Università di Salerno nel luglio 1970. Nel 1972 si è trasferito a Bergamo dove tuttora risiede. È stato prima docente di materie letterarie nelle scuole medie, poi preside incaricato presso la scuola media di Urgnano nella provincia di Bergamo, in seguito preside di ruolo nella scuola media statale di Alzano Lombardo. Dall’anno scolastico 2000 al 2006, anno del pensionamento, è stato dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo “Guglielmo D’Alzano” di Alzano Lombardo. Durante la sua carriera scolastica ha ricoperto ripetutamente l’incarico di presidente di commissione nei concorsi a cattedra. Ha svolto anche attività di critico d’arte sulle pagine di “La nostra domenica”, settimanale del giornale “L’eco di Bergamo”.
Pubblicato:
29 ago 2018
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9788856793093
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Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Il Decamerone secondo la nostra lingua - Pasquale Buonomo

affetto.

PREFAZIONE

Torna dunque il Decamerone col vestito nuovo confezionatogli dalla simpatia affettuosa di Pasquale Buonomo. Vestito nuovo – linguisticamente parlando – che seconda (direbbe Foscolo) le naturali fattezze del corpo originario.

Torna, ed opportunamente – aggiungo – in un momento storico che, per quanto lontanissimo, presenta tuttavia con quello del XIV secolo delle evidenti analogie: la crisi delle istituzioni democratiche, la faziosità della lotta politica, i fallimenti di istituti bancari, la deriva dei costumi, le lacerazioni (e gli scandali!) nella Chiesa di Roma.

Tale mondo il Boccaccio, parimenti lontano dalla santa ira di Dante, e dalla classicheggiante aristocrazia del vanaglorioso Petrarca, tradusse in narrativa vivendolo dall’interno con la mentalità dell’intellettuale borghese che, al tirocinio mercantile prima, al Diritto canonico poi, preferì lo studio delle Lettere, con gli eccellenti risultati che conosciamo.

Il lettore che si accinge ad approcciare il testo si troverà di fronte a una traduzione del Decamerone dal volgare fiorentino del Trecento – latineggiante nelle ampie e armoniose volute sintattiche, concepite alla luce della ciceroniana concinnitas – all’italiano del nostro tempo (che Pasquale Buonomo egregiamente padroneggia); quell’italiano – va detto – che ancora resiste alle contaminazioni albioniche d’oltre Manica, alla pirateria di certa letteratura neosperimentale del secondo Novecento, al diffondersi – infine – dilagante del discorso ellittico, ed asfittico!, degli SMS.

Attenzione però!

Le traduzioni, o versioni che dir si voglia, non sono tutte eguali. Ci sono quelle dei mestieranti, che non vanno (non saprebbero andare) oltre il significato letterale; e quelle di gente che, pur non difettando in preparazione linguistica, nonostante l’impeccabilità formale che consegue, non riesce a riprodurre nel modo migliore il substrato psicologico e culturale dell’autore tradotto, tanto meno – del medesimo – la contestualizzazione col tessuto sociopolitico e storico donde gli derivarono i motivi ispiratori. Traduzioni infine sono anche quelle dove l’identità dell’autore volto in altro registro linguistico è prevaricata da quella, eccessivamente invadente, del traduttore, che finisce per scrivere altro dall’originale, rendendo in tal modo un pessimo servizio all’autore tradotto.

Tanto non accade nel presente lavoro di Buonomo, il cui esito (e qui sta la bontà dell’operazione compiuta) non altera, quasi che ne fosse una letteraria scannerizzazione, la fisionomia del testo di Giovanni Boccaccio; e ciò in virtù anche di una – per così dire – visibile, caratteriale contiguità con il novelliere di Certaldo.

Quella predisposizione, infatti, che Boccaccio ebbe, a cogliere ben volentieri l’aspetto comico degli eventi esistenziali; a rappresentare situazioni spesso paradossali; a inventarsi percorsi narrativi talvolta grotteschi; ad emancipare dai moralistici divieti medioevali taluni disinvolti comportamenti femminili sovvertendo, nel merito, i parametri tradizionali di giudizio del bene e del male; a guardare con occhio sorridente alle debolezze della natura umana; a tenere nei confronti della dimensione religiosa della vita un rapporto di convivenza abbastanza tranquillo (intendo né di adesione bigotta né di rottura) quasi del tutto privo di inquietudini spiritualmente significative (di breve durata, e peso, lo smarrimento di fronte alla sciagurata profezia, riferita, del monaco certosino Pietro Petroni), la ritroviamo – pressoché identica – anche in Buonomo, nella sua filosofia di vita di stampo oraziano, nello spirito libero che lo contraddistingue, nell’indole che manifesta di spettatore curioso, disincantato degli accadimenti, pronto a stemperare in una trovata, in una battuta geniale, sulle orme – appunto – di certi personaggi boccacceschi – anche quelle situazioni scabrose che in altri temperamenti, in spiriti ipersensibili, sarebbero cagione di interiore turbamento.

Gli albori dell’interesse di Pasquale Buonomo per il Decamerone risalgono, se non prima, certamente agli anni dell’Università. Tornò poi consolidandosi, quell’interesse, nel tempo in cui quest’uomo del Sud, nativo di un piccolo centro dell’area matesina, Alvignano (in età romana Cubulteria), in provincia di Caserta, divenuto settentrionale di adozione, ancora prestava servizio nella funzione di capo d’istituto nella Scuola Media di Alzano Lombardo, in territorio bergamasco. E fu in quegli anni che gli si andò profilando (me ne rese più volte partecipe) l’idea di una riscrittura, in chiave moderna, delle novelle del Boccaccio. Poi lentamente, tra interruzioni e riprese, quella riscrittura prese forma, si concretizzò, ma la cura meticolosa, il dubbio sempre presente di avere trascurato qualcosa, la pignoleria, che il ruolo di funzionario dello Stato gli aveva maturato negli anni, nel rendere il testo riscritto il più possibile fedele ai canoni dell’ars scribendi del celebre toscano, lo indusse a rinviarne, di stagione in stagione, l’atteso imprimatur.

Oggi finalmente, la creatura, dopo lunga gestazione, vede la luce; e del quanto, e del quale, il traduttore vi abbia posto impegno fa fede non soltanto la resa linguistica ineccepibile (che gli addetti ai lavori potranno pagina per pagina verificare) ma anche la messa a punto di un nutrito glossario, dove termini e locuzioni del fiorentino trecentesco sono volti nelle corrispettive voci dell’italiano, sia scritto che parlato, della contemporaneità.

Aldo Cervo

PROEMIO

Comincia il libro chiamato Decamerone (soprannominato principe Galeotto), in cui sono contenute cento novelle raccontate in dieci giorni da sette ragazze e da tre giovani.

Tutti gli uomini provano compassione per quelli che soffrono. Questo è un sentimento comune a tutte le persone, ma lo provano soprattutto quelli che ne hanno avuto bisogno e ne hanno tratto giovamento.

E io sono proprio uno di quelli che ne ha avuto più necessità e che, grazie al sostegno affettuoso degli amici, sono riuscito a trovare un sollievo alle mie pene.

Tutto cominciò perché, fin da quando ero poco più di un adolescente, persi la testa per una ragazza di un ceto sociale così elevato che, se vi avessi confessato chi era, mi avreste detto sicuramente che non potevo puntare a un amore così irraggiungibile. Anche se tante persone a posto, che ne erano a conoscenza, mi incoraggiarono e mi espressero la loro stima.

Malgrado ciò, mi è risultato molto difficile sopportare le sofferenze che mi ha fatto patire questo sentimento.

E questo non per colpa della durezza di cuore della donna amata ma perché ho provato per lei una bruciante passione alimentata nella mia mente da un desiderio incontenibile.

Questo amore che non mi lasciava rasserenare, facendomi intravvedere un lieto fine, spesse volte mi ha fatto soffrire più di quanto riuscissi a tollerare.

Proprio in quel periodo gli amici mi furono vicini con delle buone parole e cercarono con le migliori intenzioni di questo mondo di rincuorarmi; tanto che nessuno mi toglie dalla testa che solo per questa ragione non ne sono morto.

Ma il Signore ha disposto che tutte le cose di questo mondo devono inesorabilmente avere una fine.

Perciò il mio amore, che era stato tanto appassionato che nessun proponimento, nessuna decisione, nessun timore di uno scandalo o di pericolo aveva potuto troncare o diminuire, dopo un certo periodo di tempo si attenuò in modo che ora mi ha lasciato nella mente quel piacere che è riservato a chi non si mette a navigare nei suoi mari più tempestosi.

Di conseguenza, ora che mi sono liberato di tutte quelle ansie, mentre prima stavo a soffrire, ora trovo che me ne è rimasto un piacevole ricordo.

Però, anche se sono finiti i tormenti, non per questo mi sono dimenticato delle premure di tutti quelli che, per affetto nei miei confronti, ebbero a cuore le mie pene; anzi sono sicuro che non me ne scorderò fino alla fine della mia vita.

Io penso che la gratitudine sia la più nobile delle virtù, mentre l’ingratitudine è il sentimento più infame.

Allora per dimostrare di essere grato, ora che mi posso ritenere libero dalla schiavitù della passione, ho deciso di ricambiare il conforto che ho ricevuto. E se non riesco a ricambiarlo a quelli che me lo hanno fornito perché, o per i loro meriti o per loro fortuna, non ne hanno bisogno, ho deciso di porgerlo a quelli che in questo momento ne hanno più necessità.

E non c’è dubbio che questo aiuto occorre offrirlo, per quanto piccolo, alle graziose donne, più che agli uomini.

Perché le donne, fra paure e pudori, reprimono i desideri d’amore nei loro petti delicati.

Se gli uomini sono afflitti da qualche sconforto o soffrono, per qualche pensiero che li tormenta, hanno mille possibilità di tirarsi su o di distrarsi; perché, volendo, ad essi non manca l’occasione di viaggiare, ascoltare, vedere molte cose, andare a caccia, a pescare, andare a cavallo, a giocare o a darsi al commercio.

E con questi mezzi ognuno ha la possibilità di ritrovare la propria serenità, in tutto o in parte, e rimuovere il doloroso pensiero dalla mente, almeno per un po’ di tempo. Dopo di che, in un modo o nell’altro, sopravviene la consolazione e la sofferenza diminuisce.

Perciò per aiutarvi, almeno in parte, contro la persecuzione del destino, che si accanisce con i più indifesi (come succede con le donne) voglio raccontare cento novelle per soccorrere e offrire riparo a quelle che amano (per quelle che non amano bastano e avanzano l’ago, il fuso e l’arcolaio).

Queste novelle saranno raccontate in dieci giornate, nel periodo della ormai scomparsa epidemia di peste, da una comitiva composta da sette donne e da tre giovani, tutte persone serie. Saranno cantate anche alcune canzonette per il piacere di queste ragazze.

Si parlerà di gradevoli o tristi storie d’amore o di altri avventurosi episodi accaduti sia nei tempi più recenti, sia negli antichi.

Le donne che leggeranno queste novelle potranno nello stesso tempo ricavarci divertimento e utili consigli, perché potranno imparare alcune cose che bisogna evitare e anche quello che è meglio seguire come esempio.

Altrimenti dovrebbero impararle passando attraverso l’esperienza della sofferenza personale.

E se, grazie a Dio, riesco in questo scopo, le donne ringrazino l’amore che, liberandomi dalle sue catene, mi ha permesso di poter assecondare i loro desideri.

PRIMA GIORNATA

Dopo il proemio dell’autore, comincia la prima giornata del Decamerone durante la quale viene eletta regina Pampinea. Poi ognuno racconta la novella scegliendo il tema a piacere.

Carissime ragazze, tutte le volte che penso a quanto siate per natura sensibili, mi rendo conto di quanto vi sembrerà triste e doloroso l’inizio di quest’opera.

Del resto, tutti quelli che hanno vissuto il periodo della peste, o in qualche modo ne hanno provato gli effetti crudeli, ne conservano un ricordo così tragico che riesce ancora a farli piangere. Questa testimonianza viene descritta nell’introduzione. Ma non per questo voglio scoraggiarvi dal leggere oltre, come se vi proponessi di trascorrere il vostro tempo fra lacrime e sospiri.

Paragonate questo tremendo inizio a quello di chi comincia un’arrampicata su per una montagna impervia ed erta dopo la quale trova una bellissima e ridente valle, che risulterà tanto più deliziosa quanto più è stata grande la fatica del salire e dello scendere.

In fondo, se dove c’è il dolore non c’è allegria, è anche vero che là dove inizia la felicità cessa la sofferenza.

A questa breve tristezza (dico breve perché è tutta contenuta in poche pagine) seguirà immediatamente la dolcezza e il piacere che vi ho promesso prima.

Probabilmente, per colpa di tale inizio, non ve lo sareste aspettato, se non ve lo avessi anticipato subito nella premessa.

Per essere sincero, se avessi potuto condurvi agevolmente, là dove desidero, evitando una strada così pesante come questa, l’avrei fatto volentieri.

Ma sono costretto a parlare di questa peste per spiegare la ragione per cui avvennero le vicende di cui leggerete in seguito e che non potevano essere spiegate senza questa testimonianza.

Tutto cominciò nell’anno del Signore milletrecentoquarantotto nell’insigne città di Firenze, la più elegante d’Italia, quando scoppiò una peste che fece morire un’infinità di gente.

Questa epidemia, che era cominciata parecchi anni prima in Oriente, o per colpa dell’influsso delle stelle o perché provocata dalla giusta ira di Dio contro gli uomini, dopo avervi fatto morire un numero sterminato di persone, si diffuse da un posto all’altro fino a propagarsi per nostra disgrazia in Occidente.

Contro questo contagio non servirono a niente né le buone intenzioni né le iniziative degli uomini.

Per fronteggiare l’emergenza, furono nominati degli appositi funzionari con l’incarico di far ripulire la città da tutte le immondizie, per vietare l’accesso a tutti gli ammalati e per divulgare molti consigli per difendere la salute della gente.

Purtroppo non servirono a nulla le misere invocazioni di persone devote e non servirono a niente neppure le molte processioni e le altre funzioni religiose per supplicare la Protezione Divina.

All’inizio della primavera di quell’anno cominciarono a comparire in modo spaventoso i suoi tremendi effetti, tanto che la gente ne fu terrorizzata.

Da noi questa epidemia si manifestava con dei sintomi diversi da come accadeva in Oriente. Infatti là, per chiunque uscisse sangue dal naso, si pensava che fosse un presagio di morte. Mentre in Occidente all’inizio della malattia comparivano, sia ai maschi che alle donne, dei bubboni che spuntavano all’inguine o sotto le ascelle grossi, chi più chi meno, come una mela o come un uovo. Poi in poco tempo questi bubboni mortali si diffondevano in ogni parte del corpo.

Dopo di che, questi sintomi si trasformavano in macchie nere o livide che si presentavano, a chi grandi e rare e a chi minute e spesse, nelle braccia, sulle cosce ed in tutte le altre parti del corpo.

E se all’inizio il bubbone non lasciava prevedere niente di buono, quando comparivano questi lividi, per chi ne era affetto, voleva dire che non c’era più niente da fare

Ormai erano tutti convinti che per curarsi non servissero a niente né i medici, né le medicine.

A parte il fatto che la stragrande maggioranza dei sanitari non sapevano neppure loro cosa fare. Questa infezione era refrattaria a qualsiasi farmaco, anche perché se ne ignoravano le cause e, perciò, nessuno riusciva a prescrivere le cure appropriate.

Perciò erano veramente pochi quelli che riuscivano a guarire, anzi la maggior parte degli appestati, alla comparsa dei primi sintomi, morivano nel giro di tre giorni e senza nessuna febbre, o qualche altro malessere.

E questa propagazione risultò più virulenta perché, per colpa della promiscuità, dagli infermi si contagiava ai sani, come il fuoco che si attacca alle cose secche e unte, quando gli vengono messe vicine.

Poi il morbo degenerò ancora, perché era sufficiente soltanto il parlare o lo stare un poco insieme agli ammalati che la malattia infettava i sani, condannandoli alla stessa morte.

Sembrava che la trasmissione fosse provocata dal semplice contatto con gli indumenti degli ammalati, o qualsiasi altra cosa che fosse stata da loro sfiorata o adoperata.

Penso che vi potrà sembrare una stranezza quello che sto per raccontarvi, e sarebbe stata una cosa da pazzi crederlo e anche scriverlo, se non l’avessi visto con i miei occhi e, assieme a me l’avessero visto molte altre persone e poi l’avessi anche sentito raccontare da persone degne di fede.

È proprio come vi dico io: il tipo di pestilenza, di cui vi parlo, fu talmente infettivo che il contagio non solo avveniva da uomo a uomo ma, addirittura, succedeva spesso che quell’oggetto che era stato toccato da un ammalato di peste, appena veniva toccato da un altro animale, non soltanto lo infettava ma lo uccideva in pochissimo tempo.

Tra i tanti episodi di cui mi è capitato di essere stato testimone oculare, un giorno mi successe di osservare questa scena.

Erano stati gettati in mezzo alla strada gli stracci di un poveretto morto di peste. Due maiali, che andavano grufolando, afferrarono quegli stracci col muso e poi con i denti e dopo averli sbatacchiati con le guance, in poco tempo, dopo qualche convulsione, come se avessero bevuto del veleno, stramazzarono a terra tutti e due morti sugli stracci, che per loro disgrazia avevano addentato.

Tutte queste vicende e molte altre simili, o più tremende di queste, causarono un sacco di paure e preoccupazioni a quelli che riuscivano a sopravvivere. Per cui tutti quanti non pensavano ad altro, molto egoisticamente, che di stare lontano dagli infermi e dalle loro cose. Così erano convinti di salvarsi la pelle.

Ce n’erano alcuni che pensavano che, per non ammalarsi, fosse molto utile vivere moderatamente ed astenersi da ogni cosa superflua. Perciò si creavano una propria cerchia e se ne stavano lontani da tutti gli altri. E, per vivere meglio, si riunivano nelle case dove non c’era nessun ammalato e si concedevano solo quei piaceri che non comportavano pericoli.

Mangiavano e bevevano con moderazione, consumando cibi leggeri e vini delicati di ottima qualità e stando alla larga da ogni stravizio, senza lasciarsi parlare da nessuno ed evitando di stare ad ascoltare notizie riguardanti gli ammalati o i morti.

Invece c’erano degli altri che la pensavano tutto all’opposto e dicevano che la più sicura medicina contro quell’epidemia fosse il bere molto, spassarsela, andare in giro cantando, divertirsi e togliersi tutti gli sfizi possibili, ridere e infischiarsene di tutto quello che succedeva.

E, naturalmente, si comportavano di conseguenza, se ne avevano l’opportunità.

Passavano i loro giorni e le loro notti da una taverna all’altra, bevendo smodatamente, da ubriaconi incalliti, e facevano anche di peggio nelle case degli altri, appena venivano a sapere che c’erano delle cose che gli andavano a genio o che desideravano.

Del resto non incontravano nessuna difficoltà perché, come se dovessero morire da un momento all’altro, tutti quanti avevano abbandonato le proprie cose, trascurando anche le proprie persone.

Tanto che la maggior parte delle case erano diventate di proprietà comune e le poteva utilizzare l’estraneo così come le avrebbe utilizzate il padrone.

Visto che si comportavano come bestie, appena potevano se ne stavano lontano dagli ammalati.

Per cui la nostra città si era ridotta in condizioni da far pietà, perché le leggi, sia umane che divine, non venivano rispettate, come se non fossero mai state scritte.

Questo succedeva perché i tutori dell’ordine e i magistrati non riuscivano a svolgere i loro compiti o perché morti, come tanti altri, o erano ammalati o perché erano rimasti senza collaboratori. Per cui ognuno poteva fare impunemente i propri comodi.

Molti altri, tra le due possibilità di cui ho parlato, adottavano una via di mezzo. Non si limitavano nel cibo, come i primi, e non eccedevano nel bere e nelle dissolutezze, come i secondi, ma utilizzavano le cose per quel tanto che bastavano a soddisfare i loro desideri e andavano in giro, senza rinchiudersi in casa, e tenevano in mano, portandoli spesso al naso, chi fiori, chi erbe aromatiche e chi altri tipi di spezie.

Pensavano che fosse la cosa migliore per disinfettare le vie respiratorie, anche se tutta l’aria sembrava pervasa e ammorbata del puzzo dei cadaveri, delle malattie e delle medicine.

Alcuni erano più drastici e affermavano che contro la peste il sistema più sicuro e la medicina migliore e più efficace fossero quelli di scappare davanti ad essa.

Ragionando in questo modo, parecchie persone, trascurando tutto il resto e preoccupandosi soltanto di sé, abbandonarono la propria città, le proprie case, i loro poderi, i loro parenti e le loro cose e andarono a rifugiarsi nelle campagne attorno a Firenze o ad altre città: come se l’ira di Dio dovesse punire la cattiveria degli uomini con quella pestilenza soltanto a quelli che si trovavano dentro le mura della loro città. Questo perché erano convinti che, se nessuna persona fosse rimasta in città, nessuno ci avrebbe rimesso la vita.

E di tutte queste persone che la pensavano in maniera così diversa, anche se alcune riuscirono a farla franca, è pur vero che parecchie non riuscirono a sopravvivere.

Anzi parecchie di loro, una volta contagiate, languivano dappertutto fra l’indifferenza generale e abbandonate da tutti, allo stesso modo di come si erano comportate loro quando non si erano ancora ammalate.

Ormai i cittadini si scansavano a vicenda e quasi nessun vicino si preoccupava dell’altro e i parenti non si facevano mai visita, se non rarissime volte ed evitandosi il più possibile.

Era tanta la paura che un fratello abbandonava l’altro, lo zio il nipote, la sorella il fratello, spesse volte la moglie il marito e (questo è tremendo ed è quasi impossibile da credere) i padri e le madri abbandonavano i figli, quasi che non gli appartenessero, ed evitavano di curarli e di accudirli.

Perciò, per quelli che si ammalavano, sia uomini che donne, ed era una moltitudine sterminata, non rimase nessun altro aiuto che l’affetto degli amici, e ce n’erano pochi, o l’avidità dei servi, i quali erano disposti a offrire il loro aiuto perché attirati da grandi e sproporzionati guadagni. Ma, nonostante tutto, non erano aumentati di numero.

E quei pochi erano uomini o donne dalle capacità limitate e, la maggior parte di loro, inadatti a tali mansioni. Per cui non servivano a niente altro che a porgere agli ammalati le cose che chiedevano e di stare a guardare quando morivano.

Spesso, occupati in tale compito, con il guadagno ci rimettevano anche la vita.

Dato che gli appestati venivano abbandonati dai vicini, dai parenti e dagli amici, data la scarsità di domestici, si diffusero dei comportamenti che non si erano mai verificati prima; tanto che qualche donna, anche se graziosa, bella o nobile, quando si ammalava, non si faceva scrupolo di avere al suo servizio un uomo, chiunque fosse, giovane o meno, e mostrargli ogni parte del corpo, così come avrebbe fatto con un’altra donna, pur di farsi curare; anche se in seguito quelle che guarirono ci rimisero la reputazione.

Ovviamente furono parecchi quelli che morirono ma che si sarebbero potuti salvare, se avessero avuto la fortuna di trovare qualcuno che avesse avuto cura di loro.

Perciò per colpa della scarsità di adeguata assistenza, di cui gli ammalati non potevano disporre, e per colpa della virulenza della peste, in città c’era un così gran numero di quelli che morivano di giorno e di notte che c’era da restare atterriti a sentirlo dire e anche a osservarlo di persona.

Per cui tra i sopravvissuti, quasi per necessità, furono sconvolte le giuste consuetudini di una volta.

In passato c’era l’usanza, così come c’è ancora oggi, che le donne, parenti e vicine, si radunavano nella casa del morto e qui piangevano con le congiunte più prossime. Da un’altra parte si raccoglievano, davanti alla casa, i parenti, gli amici e molti altri cittadini.

Poi, a seconda del ceto del defunto, il morto veniva condotto sopra le spalle dei suoi pari nella chiesa da lui prescelta prima di morire, con corteo di preti, di candele e canti e con una pompa funebre adeguata alla sua importanza.

Da quando cominciò ad aumentare la spietatezza della pestilenza, queste tradizioni sparirono quasi del tutto e, al loro posto, si incominciò ad agire in modo del tutto diverso. Perché le persone non solo morivano senza avere molte donne intorno, ma ce n’erano molte di quelle che trapassavano da questa vita senza neppure qualcuno che ne fosse testimone.

Erano pochissimi quelli a cui fossero concessi i pianti pietosi e le amare lacrime dei parenti. Anzi, al loro posto, per la maggior parte dei casi, si diffuse l’abitudine di ridere, scherzare e darsi ai bagordi.

Anche la maggior parte delle donne, pur di salvaguardarsi la salute, avevano messo da parte la pietà femminile e si erano adeguate benissimo a questo modo di fare.

Erano rare le salme che erano accompagnate alla chiesa da più di dieci o dodici dei suoi vicini; e le portavano sulle spalle non degni e stimati cittadini, ma una specie di camposantari reclutati fra gente di basso ceto che si facevano chiamare becchini e che per soldi facevano questo mestiere.

Questi beccamorti si caricavano la bara sopra le spalle, dietro a quattro o sei religiosi, con pochi ceri, e certe volte senza nessuno, la portavano in tutta fretta, non alla chiesa che il morto aveva scelto prima di morire ma, il più delle volte, a quella più vicina. E i preti, con l’aiuto dei becchini, senza perdere troppo tempo con un rito funebre lungo e solenne, depositavano i morti in qualunque sepoltura che trovavano il più presto libera.

La situazione della classe sociale più bassa, e forse per la maggior parte di quella media, era la peggiore. Perché gli individui di tali ceti, nella maggioranza dei casi, erano costretti a restare nelle loro case o perché speravano nella Provvidenza o perché non avevano dove andare. Per cui, restando nei loro vicinati, si ammalavano ogni giorno a migliaia.

Senza nessun aiuto o assistenza, morivano quasi tutti senza possibilità di scampo. Ed erano parecchi che di giorno e di notte finivano col morire su una pubblica via.

E, quand’anche fossero morti nelle loro case, per molti di loro i vicini venivano a saperlo soltanto col fetore dei loro cadaveri decomposti; e una grande quantità degli uni e degli altri morivano dappertutto.

Per lo più i vicini rispettavano una stessa regola, più per paura che la decomposizione dei cadaveri li facesse ammalare che per la pietà dovuta ai trapassati: da soli o con l’aiuto dei becchini, quando li trovavano, trascinavano i corpi dei morti fuori dalle loro case e li mettevano davanti alle porte. Per questa ragione chi si fosse trovato a passare per strada ne avrebbe potuto contare tantissimi, soprattutto di mattina.

Allora facevano arrivare le bare e ce li mettevano dentro. Quando non si trovavano le bare si utilizzavano delle tavole.

In qualche caso nella stessa bara furono sistemati due e anche tre cadaveri insieme. Ce n’erano parecchie di quelle che contenevano moglie e marito, due o tre fratelli o padre e figlio o altri parenti.

Succedeva un sacco di volte che due preti, mentre andavano con una croce al funerale di qualcuno, dietro quella croce si accodavano tre o quattro bare portate dai becchini.

Mentre i preti credevano di seppellire un morto soltanto, se ne ritrovavano sei o otto e qualche volta anche di più.

Né questi morti erano onorati con qualche lacrima o con un lume o da qualche confraternita. Anzi si era arrivato a tanto che ci si curava degli uomini che morivano allo stesso modo di come ci si sarebbe curati delle capre.

Ormai anche gli ignoranti si erano rassegnati a subire questa tremenda calamità, mentre nemmeno le persone più accorte avevano imparato ad accettare il corso naturale delle cose.

Come è già stato detto, per la grande quantità di cadaveri che venivano portati ogni giorno e in ogni momento nelle chiese, siccome non bastava il camposanto per seppellirli e siccome si voleva rispettare la tradizione antica di garantire a ciascuno una propria sepoltura, dato che era tutto pieno, nei cimiteri delle chiese si scavavano delle fosse molto profonde nelle quali venivano sistemati gli ultimi arrivati.

Stivati in quelle fosse, così come si stivano le mercanzie nelle navi, strati su strati, venivano coperti con poca terra fino a che non si arrivava all’orlo.

E per non farla troppo lunga con tutti i particolari delle tragedie accadute nella nostra città, bisogna pur dire che, mentre essa stava attraversando un periodo così implacabile, non per questo la campagna circostante ne era rimasta immune.

Non parlo dei borghi che erano simili alle città, seppure più piccoli, nei villaggi sparsi e nei campi morivano non come uomini, ma quasi come bestie, miseri e poveri contadini con tutte le loro famiglie, indifferentemente di giorno e di notte, nelle strade e nei poderi, senza che ci fosse l’intervento di un medico o l’assistenza di qualche servo.

Per cui anche i contadini diventarono dei depravati, come gli abitanti della città, e cominciarono a trascurare tutte le loro faccende e le loro cose. Anzi tutti quanti, come se quello che stavano vivendo fosse l’ultimo giorno della loro vita, invece di curare e raccogliere i prodotti dei campi, del bestiame e delle loro fatiche, cercavano di consumare soltanto le risorse che avevano a portata di mano.

E allora succedeva che i buoi, gli asini, le pecore, le capre, i porci, i polli e gli stessi cani, che sono sempre molto fedeli verso gli uomini, cacciati fuori dalle proprie stalle, se ne andavano per i campi, a loro piacere, dove c’erano le messi forse mietute ma non raccolte.

Molti di questi animali, quasi come se fossero stati intelligenti, dopo che si erano ben pasciuti durante la giornata, sazi, di notte se ne tornavano nelle loro stalle, senza che ci fosse un pastore a guidarli.

Non mi sembra il caso di continuare a parlare di quello che successe in campagna, invece mi sembra opportuno richiamare l’attenzione sulla città.

Pensate che, per colpa della fatalità (e forse, in parte, per colpa degli uomini.), sia per l’aggressività della peste e sia perché molti infermi erano mal assistiti, o addirittura abbandonati a se stessi, per paura di restare contagiati da parte di chi ne era rimasto immune, ormai pare accertato che tra il mese di marzo e il luglio successivo dentro le mura della città di Firenze morirono più di centomila persone.

Probabilmente, prima della diffusione del contagio, nessuno ci avrebbe creduto che ce ne fossero state così tante.

Molti grandi palazzi, molte belle case e nobili abitazioni, che nel passato erano stati abitati da tante famiglie, da signori e da donne, erano rimasti completamente vuoti, senza che ci restasse dentro neppure il più umile dei garzoni!

Un sacco di famose casate, tantissime ingenti eredità e ricchezze favolose rimasero senza il legittimo erede!

Una grande quantità di personaggi importanti, di belle donne e di bei giovani, che anche Galeno, Ippocrate, o Esculapio avrebbero giudicato in perfetta buona salute, la mattina pranzarono con i loro parenti, compagni e amici e poi la sera successiva cenarono con i loro morti nell’altro mondo!

Dispiace pure a me stare a rimestare fra tante sofferenze, per cui mi sembra giusto evitare di continuare a parlarne.

Allora, premesso che la città di Firenze era rimasta quasi completamente disabitata, vi riferisco quello che mi ha raccontato una persona degna di fede.

Nella chiesa di Santa Maria Novella, quasi del tutto vuota, un martedì mattina si ritrovarono sette ragazze vestite a lutto, com’era normale in quel periodo, per assistere alle funzioni sacre.

Erano tutte legate l’una all’altra da amicizia, per vicinato o da parentela. Nessuna di loro aveva più di ventotto anni né meno di diciotto, tutte intelligenti, appartenenti a famiglie nobili, belle, dai modi raffinati e di ineccepibile reputazione.

Vi direi i loro veri nomi, se non me lo impedisse la buona ragione che non voglio che in futuro qualcuna di loro debba trovarsi in difficoltà per le storie che aveva raccontato o ascoltato.

Questo perché oggi le norme di comportamento sono molto più severe di quanto lo fossero in quel periodo quando, per le ragioni che vi ho già spiegato, non ci si faceva troppo caso, non solo per le ragazze della loro età, ma anche per le donne di età più matura.

Del resto non voglio offrire agli invidiosi, che sono sempre pronti a sparlare anche delle persone più degne, l’occasione di diffamare con pettegolezzi e malignità la reputazione di donne perbene.

Perciò, per fare in modo che ci si possa capire ed evitare confusioni su quello che ciascuna di loro in seguito avrebbe detto, voglio chiamarle con nomi adatti, in tutto o in parte, al loro carattere.

Allora chiameremo la prima ragazza Pampinea, quella che era la maggiore di età, la seconda Fiammetta, Filomena la terza, la quarta Emilia, Lauretta la quinta, la sesta Neifile e l’ultima Elissa.

Queste ragazze si ritrovarono per puro caso in un angolo della chiesa e senza nessuno scopo preciso. Si misero a sedere formando un semicerchio, smisero di recitare i padrenostri e, dopo parecchi sospiri, cominciarono a parlare tra di loro del tempo e di argomenti vari.

A un certo punto, quando le altre tacevano, Pampinea cominciò a dire:

«Mie care, anche voi, come me, avete sentito dire un sacco di volte che non si fa del torto a nessuno quando si fanno valere nel modo giusto i propri diritti. Allora in questo senso rappresenta una facoltà naturale per ogni essere umano conservare e difendere la propria vita con tutte le proprie forze. Tanto è vero che qualche volta per difenderla sono stati uccisi degli uomini senza per questo commettere reato. E se le leggi riconoscono il diritto alla legittima difesa, a maggior ragione è consentito a noi, e a chiunque altro, assumere tutte le iniziative per salvare la nostra vita, senza far del male a nessuno! Ogni volta che penso a come ci siamo comportate questa mattina e nelle molte mattine passate, rifletto su quanti e quali ragionamenti si facciano in giro. Allora capisco, e anche voi lo capite, che ormai ciascuna si preoccupa solo per sé. Del resto non mi sorprende per niente questo modo di fare. Quello che mi meraviglia molto è scoprire che ognuna di noi, anche se timorosa come tutte le donne, non prenda alcuna precauzione contro quello di cui giustamente abbiamo tutte paura. Ho l’impressione che ci ritroviamo qui come se volessimo e dovessimo stare a controllare tutti i morti che vengono seppelliti e se i frati, che sono diventati pochissimi, cantino le loro preghiere all’ora giusta, oppure a far vedere a tutti quanti i nostri vestiti e a far sapere a tutti quelli che ci compaiono davanti tutte le nostre disgrazie. E se usciamo fuori della chiesa vediamo soltanto trasportare cadaveri o ammalati oppure dei delinquenti che imperversano per la città facendo i teppisti. Una volta la giustizia li avrebbe condannati all’esilio per punire i loro delitti, oggi se ne infischiano dei giudici, che sono incaricati di far rispettare le pubbliche leggi, tanto questi criminali sanno che i magistrati o sono morti o sono ammalati. Ci capita pure di osservare che la peggiore feccia della nostra città, che non desidera altro che di vederci crepare, con la scusa di fare i becchini scorrazzano a cavallo tormentandoci con i loro discorsi e bistrattandoci per colpa dei nostri guai con canzoni scurrili. Poi non sentiamo dire nient’altro che Quelli sono morti, Quegli altri stanno per morire. Se ci fosse qualcuno in grado di farlo, staremmo a sentire dappertutto pianti di dolore. Non so se succede anche a voi quello che succede a me: quando torniamo nelle nostre case, siccome di tutta la numerosa servitù e di tutti i familiari che avevamo in casa, trovo soltanto la mia domestica, mi spavento e mi sento arricciare quasi tutti i peli addosso e ho l’impressione, dovunque mi trovi o vada, di vedere le ombre dei defunti con quelle facce che mi erano familiari, ma con un aspetto così orribile che per qualche oscura ragione in questi ultimi tempi vengono a terrorizzarmi. E così non riesco a trovar pace né qui, né fuori di qui, né in casa. Ma quello che mi fa soffrire di più è il pensare che non c’è nessuna di noi che sappia decidersi di andare in qualche posto più sicuro, visto che questa possibilità ce l’abbiamo. Ho spesso sentito dire, e l’ho potuto verificare anch’io, che alcune persone, di quelle poche ancora rimaste, da sole o in compagnia, non appena ne hanno voglia, fanno notte e giorno i loro comodi, senza stare a badare se sono azioni lecite o disoneste. Si comportano così non solo le persone comuni, ma si sono date ai bagordi e sono diventate depravate e viziose, infischiandosene delle regole, anche quelle rinchiuse nei monasteri, visto che si sono convinte che quello che possono fare gli altri è permesso pure a loro. E se il mondo gira in questo senso, come si vede chiaramente, noi che ci facciamo qui? Che aspettiamo? Che cerchiamo? Perché siamo più pigre e più trascurate degli altri nel difendere la nostra salute? Forse che pensiamo di essere meno importanti delle altre persone? O siamo convinte che la morte sia un affare che riguardi soltanto gli altri, e perciò non dobbiamo preoccuparci per la nostra vita? Sbagliamo, facciamo un grosso errore, perché solo le bestie la pensano in questo modo. Per dimostrarlo basta ricordare quanti e quali siano stati i giovani e le donne stroncati da questa implacabile pestilenza. Perciò, se non facciamo le difficili e le menefreghiste, forse con un po’ di buona volontà potremmo evitare questa tragedia. Non so se siete d’accordo con me, ma io sarei dell’idea di fare un’ottima cosa se noi, tutte assieme, ci allontanassimo dalla città, così come l’hanno fatto tanti prima di noi, e ce ne andassimo via da qualche parte. Così potremo evitare di rischiare la vita e gli scandalosi esempi degli altri. Potremmo andare a stare in modo lecito in campagna, nelle nostre proprietà, che ciascuna di noi possiede e lì, senza abbandonarci alle follie, goderci quell’allegria, quella gioia che ci è consentita. In campagna si sentono gli uccelletti cantare, si vedono verdeggiare le colline e le pianure e ondeggiare come il mare i campi pieni di biade. Si possono ammirare infinite specie di piante e non c’è niente che possa ostacolare la vista del cielo che, anche quando è rabbuiato, non per questo nasconde le sue eterne bellezze, che sono molto più affascinanti delle mura vuote della nostra città. L’aria è molto più fresca e c’è maggiore abbondanza delle cose che in questi tempi servono a sopravvivere, e intanto ci sono meno fastidi. E poi, anche se in campagna i contadini muoiono come si muore in città, c’è meno da soffrire perché le case e i loro abitanti sono di meno rispetto ad essa. D’altra parte, se non sbaglio, non abbandoniamo nessuno. Anzi, siamo noi che dobbiamo ritenerci abbandonate; perché i nostri parenti o sono morti o hanno cercato di salvare la pelle, ci hanno lasciate sole fra tante sofferenze, come se non fossimo loro consanguinee. Nessuno ci può rimproverare se decidiamo di allontanarci da Firenze. Invece se non prendiamo questa decisione dobbiamo rassegnarci a sopportare il dolore, le sofferenze e, forse, andare incontro alla morte. Perciò, se siete d’accordo con me, ci facciamo accompagnare dalle nostre domestiche, ci facciamo portare tutto il necessario e, oggi qui domani là, ci concediamo quell’allegria e quella gioia di vivere che questo periodo di tempo può offrire. Per conto mio sono convinta che questa sia una cosa ben fatta e da fare, e sono pure convinta che perfino il Cielo sia d’accordo se ci prendiamo qualche svago, ammesso che la morte non ci colga prima. Del resto vi ricordo che non ci si può criticare se ci comportiamo onestamente, mentre la maggior parte delle altre donne si comportano da svergognate».

Le altre ragazze, dopo averla ascoltata, non solo apprezzarono la sua proposta anzi non vedevano l’ora di metterla in pratica e dentro di sé avevano già cominciato a pensare come fare, come se si dovessero immediatamente mettere in viaggio.

Ma Filomena, che era un tipo molto previdente, osservò:

«Ragazze, anche se Pampinea ha ragione a pensarla così, non per questo bisogna buttarsi a capofitto nell’impresa, come mi pare che vogliate fare. Vi faccio notare che siamo tutte donne e non c’è nessuna così immatura che non si renda conto di quanto le donne, senza l’aiuto di qualche uomo, non si sappiano gestire. Noi siamo volubili, testarde, sospettose, pusillanimi e paurose. Per cui temo che, se non ci facciamo guidare da un uomo, questa nostra compagnia si scioglierà presto e ci perderemo pure la faccia. Perciò, prima di cominciare, faremo bene a provvedere».

Allora Elissa aggiunse:

«È vero che gli uomini comandano sulle donne e senza la loro guida raramente qualche nostra iniziativa giunge a buon fine; ma come possiamo trovarli questi uomini? Tutte quante noi sappiamo che la maggior parte dei nostri parenti sono morti e quelli che sono ancora vivi si sono aggregati a diverse comitive e, chi di qua e chi di là, senza che sappiamo dove sono, cercano di sfuggire a quella peste che anche noi cerchiamo di evitare. E poi sarebbe sconveniente andare a cercare degli estranei. Per cui, se vogliamo preoccuparci della nostra salute, ci conviene trovare il sistema di organizzarci in modo tale che il divertimento e la tranquillità, non diano appiglio a pettegolezzi e fastidi».

Mentre le donne erano tutte impegnate in questi discorsi, ecco entrare nella chiesa tre giovani la cui età si aggirava, chi più chi meno, intorno ai venticinque anni.

Tutti e tre erano pieni di tanta voglia di vivere che né la paura, né le avversità di quel periodo, né la perdita degli amici e dei parenti erano riuscite a raffreddare o a spegnere.

Questi tre giovani si chiamavano Panfilo, Filostrato e Dioneo ed erano tutti e tre simpatici e ammodo.

Con tutta quella disperazione che c’era in giro, andavano cercando, come massima consolazione, le donne di cui erano innamorati. Il caso volle che stavano tutte e tre fra quelle sette, alcune delle quali erano loro parenti.

Prima ancora che i giovani le scorgessero, le ragazze li avevano già adocchiati. Allora Pampinea, sorridendo, cominciò a dire:

«La fortuna ci viene in aiuto per farci realizzare i nostri progetti, tanto che ci ha fatto incontrare dei giovani per bene e con la testa a posto, i quali, se noi non abbiamo niente in contrario, sarebbero felicissimi di guidarci e di aiutarci».

Neifile, diventata tutta rossa per la vergogna, visto che era una di quelle che era amata da uno dei giovani, allora ribatté:

«Pampinea, in nome di Dio, fai bene attenzione a quello che dici. Io mi rendo conto benissimo che non si può dire altro che bene di ciascuno di loro e li ritengo all’altezza di fare delle cose molto più impegnative di questa. Sono anche convinta che sulla loro compagnia non ci sia nulla da ridire, non solo per noi ma anche per delle signore molto più belle e distinte e in situazioni di molto più difficili di questa. Ma, siccome lo sanno tutti che sono innamorati di alcune di noi, se ci accompagnano, temo che potrebbero pioverci addosso critiche e maldicenze, senza colpa né da parte nostra, né loro».

Filomena allora aggiunse:

«Bisogna infischiarsene, se mi comporto correttamente e ho la coscienza a posto, chi vuole sparli pure. Iddio e la verità impugneranno le armi per difendermi. Pertanto, se essi sono disposti a venire, così come ha detto Pampinea, potremmo veramente dire che la fortuna è passata dalla nostra parte».

Le altre ragazze, sentendole dire così, non solo non ebbero più niente da obbiettare, ma si ritrovarono tutte d’accordo a chiamarli, a informarli del loro progetto e a invitarli ad andare in loro compagnia.

Dopo di che, Pampinea, che era parente di alcuni di loro, senza altre chiacchiere, si alzò, andò verso di loro, che stavano imbambolati a guardarle, li salutò tutta sorridente, li informò delle loro intenzioni e li invitò, da parte di tutte, ad accompagnarle, senza secondi fini ma con spirito fraterno.

In un primo momento i giovani ebbero l’impressione di essere presi in giro ma poi, verificato che Pampinea parlava sul serio, tutti entusiasti risposero che non vedevano l’ora di assecondarle e, senza perdere tempo, prima di uscire dalla chiesa, organizzarono tutto quello che c’era da fare per partire.

Programmarono tutto a puntino, si informarono su dove volevano andare e la mattina seguente, cioè di mercoledì, alle prime luci dell’alba le donne, con alcune loro domestiche, e i tre giovani con tre loro servi, si misero in cammino.

Uscirono dalla città e, dopo aver percorso un paio di miglia, arrivarono al posto che era già stato preparato per accoglierli.

La loro meta era situata su una collina tutta intorno abbastanza fuori mano dalle strade ed era un incanto, grazie agli arbusti e alle piante tutte piene di fronde verdi.

Sulla cima della collina c’era un palazzo con un gran bel cortile in mezzo, con logge, con sale, con camere una più bella dell’altra, decorate da preziosi affreschi con soggetti allegri. Intorno al palazzo c’erano teneri prati e giardini meravigliosi, pozzi d’acqua freschissimi, cantine colme di vini pregiati, che gli intenditori potevano apprezzare di più che non delle donne sobrie e contegnose.

La comitiva trovò, con molta soddisfazione, tutto pulito, nelle camere i letti apparecchiati e fra cesti di giunco fiori freschi sistemati un po’ dappertutto.

Appena si misero a sedere, Dioneo, che era un giovane simpaticissimo e spiritosissimo, disse:

«Donne, più che il nostro raziocinio, ci ha guidati il vostro buon senso. Io non so quello che avete in mente di fare delle vostre preoccupazioni, io le mie le ho lasciate all’interno della porta della città quando, poco fa, ne sono uscito fuori. Perciò o vi preparate a divertirvi, a ridere e a cantare con me, (naturalmente nei limiti consentiti), o mi lasciate andar via e così torno alle mie preoccupazioni e a trascorrere il mio tempo nella città in preda alla disperazione».

Come se avesse scacciato tutte le sue ansie come aveva fatto lui, Pampinea tutta allegra gli rispose:

«Bravo Dioneo, sono proprio d’accordo con te. Noi dobbiamo stare allegri. Nessun’altra ragione ci ha fatto scappare dalle amarezze. Ma siccome i gruppi non possono durare a lungo senza regole io, che sono stata la promotrice dell’idea che ha dato vita a questa così bella compagnia, penso che, per continuare a goderne, sia necessario che tra di noi ci sia un capo da rispettare e a cui ubbidire e che abbia il compito di provvedere a farci vivere in allegria. E per fare in modo che tutti provino il peso dell’impegno e il piacere del comando, e di conseguenza, non ci sia nessuno che possa provare invidia, in un senso o nell’altro, propongo che l’onore e l’onere sia attribuito un giorno a ciascuno e decidere democraticamente chi debba essere il primo. Per i giorni successivi, quando si avvicinerà l’ora del vespro, chi ha comandato per quella giornata sceglierà a suo piacere chi avrà il bastone del comando. Il re, o la regina, avrà facoltà, durante il suo regno di ordinare, di disporre dove e come trascorrere la giornata».

Tutti furono entusiasti di queste proposte e, per acclamazione unanime, scelsero lei come regina della prima giornata.

Filomena corse subito ad una pianta di alloro, perché aveva sentito dire che chi veniva incoronato con una corona intrecciata con le sue fronde ne ricevesse un onore proporzionato ai propri meriti. Colse dalla pianta alcuni rami, ne fece una bella ghirlanda, gliela pose sulla testa e da quel momento in poi fu per tutti il simbolo evidente della sovranità e del comando, fino a quando restarono insieme.

Pampinea, diventata regina, ordinò a tutti di fare silenzio e quando stettero tutti zitti, domestici prima di tutti, disse:

«Per dare io per prima il buon esempio a tutti voi, al fine di procedere di bene in meglio e per fare in modo che la nostra compagnia possa trascorrere tutto il tempo che vorremo in modo tranquillo e piacevole, innanzitutto nomino Parmeno, domestico di Dioneo, mio maggiordomo e gli affido il compito di governare tutta la servitù e di tenere in ordine la casa. Voglio che Sirisco, domestico di Pànfilo, sia tesoriere e addetto alla spesa e che esegua gli ordini di Parmeno. Tindaro, che è a servizio di Filòstrato e degli altri due, provveda alle loro camere quando gli altri, impegnati nei loro compiti, non vi potessero provvedere. Misia, mia domestica, e Licisca, domestica di Filomena, saranno impegnate esclusivamente in cucina a preparare le pietanze che ordinerà loro Parmeno. Vogliamo che Chimera di Lauretta e Stratilia di Fiammetta si preoccupino di tenere in ordine le camere delle donne e della pulizia dei posti dove ci riuniamo. Vogliamo e comandiamo che ciascuno, dovunque vada e da dovunque torni, qualunque cosa veda o senta, se ci tiene alla nostra benevolenza, eviti di recarci notizia di quello che succede fuori, a meno che non sia lieta».

Dopo avere impartito questi ordini, che riscontrarono il consenso generale, tutta contenta, si alzò in piedi e affermò: «Qui ci sono giardini, prati e altri posti molto ameni, ognuno vada a svagarsi come preferisce; quando suona la campana delle nove, fate tutti ritorno qui per fare colazione col fresco».

Dopo che la regina aveva congedato l’allegra brigata, i giovani se ne andarono a passeggiare con le belle ragazze in un giardino, parlando di cose divertenti, intrecciando delle belle ghirlande di varie frondi e cantando appassionatamente.

All’ora stabilita dalla regina tornarono a casa e trovarono Parmeno che aveva iniziato a svolgere scrupolosamente il suo compito.

Per cui entrarono in una sala al piano terra e vi trovarono le tavole imbandite con tovaglie bianchissime e con bicchieri che sembravano d’argento, il tutto ricoperto da fiori di ginestra.

Allora, obbedendo alla regina, tutti si lavarono le mani e andarono a sedersi nei posti che Parmeno aveva assegnato.

Furono servite pietanze preparate delicatamente e vini prelibati e, senza aspettare altro, i tre domestici in silenzio servirono le portate.

Tutti soddisfatti dal gusto e dall’efficienza del servizio, fecero colazione allegramente e intrattenendosi con degli argomenti piacevoli.

Dopo che fu sparecchiata la tavola, la regina, presupponendo che tutte le ragazze e i giovani sapessero ballare e che alcuni di loro sapessero suonare e cantare, ordinò che fossero portati gli strumenti.

Per ordine della regina, Dioneo prese un liuto e la Fiammetta una viola e cominciarono a suonare una musica adatta per danzare. Dopo di che, mandati i domestici a mangiare, la regina e le altre donne, fecero un cerchio con gli altri due giovani e con passo lento cominciarono a ballare in girotondo.

Finito il ballo cominciarono a cantare canzoni allegre e carine.

Trascorsero così il loro tempo fino a quando la regina decise che era arrivata l’ora di andare a riposare.

Allora, col permesso della regina, i tre giovani se ne andarono nelle loro camere, che erano separate da quelle delle donne, e le trovarono piene di fiori, come la sala, e con i letti ben apparecchiati.

Anche le ragazze trovarono le loro camere tutte a posto, per cui si spogliarono e se ne andarono a dormire.

Non era suonata da molto tempo la campana delle tre del pomeriggio, quando la regina si alzò e fece alzare anche le altre compagne e i giovani, dicendo che fa male dormire tutto il giorno.

Se ne andarono su un praticello con l’erba alta e verde, dove il sole non vi penetrava da nessuna parte, e qui, rinfrescati da un dolce venticello, si misero tutti a sedere disponendosi in cerchio sull’erba.

Allora la regina disse loro:

«Come vedete il sole è alto e c’è un gran caldo, non si sente altro che le cicale su per gli ulivi, per cui andare da qualche parte a quest’ora sarebbe sicuramente una sciocchezza. È bello fermarsi qui e stare al fresco e, come vedete, ci sono tavolieri per giocare a tavolette, scacchiere e ciascuno può divertirsi come meglio crede. Ma se volete seguire il mio parere, più che giocare, dove succede che uno dei giocatori resti dispiaciuto senza che l’altro, o chi sta ad assistere, ne ricavi qualche soddisfazione, trascorreremo questa parte calda della giornata raccontando novelle, per cui chi racconta può far divertire tutta la compagnia. Quando avrete finito di raccontarle il sole sarà tramontato e anche il caldo sarà cessato, per cui potremo andare a divertirci dove meglio crediamo. Se siete d’accordo, facciamo come ho detto io. Se non siete d’accordo, dato che non voglio contrariarvi, ognuno può fare quello che più gli piace fino all’ora del vespro».

Tutti quanti dissero che preferivano mettersi a raccontare novelle.

«Allora», disse la regina, «se avete deciso così, per questa prima giornata voglio che ciascuno racconti di un argomento a sua scelta».

Poi, si girò verso Panfilo, che stava seduto alla sua destra, e gli chiese con molto garbo di cominciare con una delle sue novelle. Panfilo, senza farselo dire due volte, mentre tutti stavano ad ascoltarlo, cominciò.

PRIMA NOVELLA

Ser Cepparello con una falsa confessione imbrogliò un santo frate, dopo di che morì. Per cui, anche se in vita era stato una canaglia, dopo morto tutti quanti lo credettero un santo e lo chiamarono san Ciappelletto.

Carissime ragazze, quando si incomincia un’impresa bisogna farsi il segno della Croce e iniziare nel Nome Mirabile e Santo di Colui che ha creato tutto l’universo.

Visto che tocca a me esordire, voglio partire con una delle Sue Meravigliose Opere così, una volta che ve l’ho raccontata, la nostra fede in Lui non abbia più dubbi.

Si sa che tutte le vicende di questo mondo sono destinate a passare e a morire e che si accompagnano al dolore, all’angoscia, alla fatica e a infiniti pericoli. E non c’è dubbio che, se Dio non ci concedesse una grazia speciale, la forza e l’intelligenza noi, che viviamo mischiati con queste vicende e ne facciamo parte, non potremmo né resistere, né difenderci.

E non illudetevi che questa grazia ci viene concessa per qualche nostro merito: essa ci viene elargita dalla Sua Bontà, grazie alle preghiere di quelli che ci hanno preceduti sulla faccia della terra e che, quando erano vivi, obbedirono alla Sua Volontà e per questo motivo ora si ritrovano con Lui eterni e beati.

Siccome non osiamo rivolgere le nostre preghiere direttamente a un Giudice così Grande, ci rivolgiamo alle anime beate, che hanno avuto esperienza della nostra fragilità, per chiedere di intercedere per noi.

Sappiamo che Dio è pieno di misericordiosa bontà nei nostri confronti perché, anche se con la nostra intelligenza non riusciamo a capire in alcun modo i misteri della Mente Divina e facciamo diventare nostro intercessore presso la Sua Maestà chi è stato condannato all’inferno. Questo può succedere quando ci siamo fatti un’idea sbagliata su una persona, nonostante tutto il Signore, a cui nulla sfugge, prende più in considerazione le buone intenzioni di chi prega che la sua ignoranza o il fatto che l’intercessore si trovi all’inferno. E perciò esaudisce quelli che pregano come se ci fosse un beato a intercedere presso di Lui.

Questa riflessione potrà essere chiaramente dimostrata nella novella che vi voglio raccontare (dico in modo chiaro seguendo il modo di ragionare degli uomini, ma non il giudizio di Dio).

Ma veniamo alla nostra storia.

Si racconta che Musciatto Franzesi, un ricchissimo commerciante, in Francia era diventato cavaliere e, come tale, membro della corte del re.

Avvenne che il papa Bonifacio aveva chiesto e sollecitato l’intervento di messer Carlo Senzaterra, fratello del re di Francia, e messer Musciatto dovette seguirlo in Toscana.

Sapendo che i suoi affari erano piuttosto ingarbugliati, come lo sono spesso quelli dei commercianti e non potendosene districare subito, né facilmente, pensò di affidare l’incarico di risolvere i suoi problemi a diverse persone. In questo modo riuscì a trovare una soluzione per quasi tutte le questioni.

Gli rimase soltanto una preoccupazione: trovare una persona capace di riscuotere alcuni crediti fatti a diversi borgognoni.

Il motivo della sua preoccupazione consisteva nel sapere che i borgognoni erano prepotenti, farabutti e sleali; e a lui non veniva in mente nessuno di cui potersi fidare, che fosse tanto canaglia da poter far fronte alle loro mascalzonate.

Dopo averci riflettuto a lungo, si ricordò di un certo ser Cepparello da Prato, il quale ogni tanto si faceva ospitare a casa sua a Parigi.

Questo ser Cepparello era un tipo piccolo di statura e molto affettato. I francesi, non sapendo che volesse dire Cepparello, pensando che nella loro lingua volesse dire cappello, cioè ghirlanda, siccome era piccolo di statura, come abbiamo già spiegato, lo chiamavano Ciappelletto invece che Cappello; e dappertutto era conosciuto come Ciappelletto, mentre pochi lo conoscevano come ser Cepparello.

E ora vi spiego la vita che faceva questo Ciappelletto.

Anche se di professione faceva il notaio, era sempre pronto a redigere degli atti in cui dichiarava il falso. Ne avrebbe redatto più volentieri, e gratis, di quelli falsi piuttosto che quelli autentici e pagati a caro prezzo. Ci provava gusto a produrre false testimonianze, anche se non gli venivano richieste.

Siccome a quei tempi in Francia si prestava una grandissima importanza ai giuramenti, non si preoccupava minimamente di spergiurare e così, con la frode e l’inganno, vinceva tutte le cause in cui era chiamato a giurare sulla sua fede di dire la verità.

Si divertiva un mondo e ci metteva tutto il suo impegno a scatenare tra amici, parenti e qualunque altra persona, cattiverie, inimicizie e scandali. E la sua soddisfazione era proporzionata ai guai che ne seguivano. Invitato a commettere un omicidio o qualunque altro reato, ci andava di corsa, senza rifiutarsi mai.

Gli capitò spesso e volentieri di trovarsi a uccidere e a ferire degli uomini con le proprie mani.

Violento, che come lui non ce n’erano, per ogni sciocchezza diventava grandissimo bestemmiatore di Dio e dei santi. Non andava mai in chiesa e scherniva i suoi sacramenti con espressioni irripetibili, come se fossero delle sciocchezze da niente. Al contrario era un assiduo frequentatore di taverne e di altri posti malfamati.

Desiderava le donne così come i cani desiderano le bastonate. Invece nell’altro senso se la spassava più di ogni altro pervertito.

Avrebbe commesso furto con destrezza e rubato con lo stesso entusiasmo con cui un santo avrebbe fatto delle opere di carità.

Era golosissimo e beveva come una spugna, fino al punto da farsi venire il mal di stomaco.

Era un famigerato giocatore di dadi (truccati).

Ma perché perdere tempo con tante chiacchiere? Per farla breve basta dire che era l’uomo peggiore che fosse mai esistito.

Il suo comportamento criminale fu protetto a lungo dall’autorità e dalla ricchezza di messer Musciatto, tanto che parecchie volte riuscì a evitare la vendetta di privati cittadini, che ce l’avevano con lui, e le condanne del tribunale, da cui usciva sempre assolto.

Quando a messer Musciatto venne in mente ser Cepparello, di cui conosceva tutte le malefatte, pensò che era proprio quello che ci voleva per le carognate dei borgognoni.

Perciò lo mandò a chiamare e gli disse così:

«Ser Ciappelletto, come sai, sto per ritirarmi definitivamente da qui. Siccome devo riscuotere dei crediti da alcuni borgognoni, che sono dei tremendi furfanti, ho pensato che non c’è nessuno meglio di te a cui possa affidare l’incarico di riscuotere da loro quello che mi spetta. Perciò, siccome tu in questo periodo non hai altro da fare, se accetti l’incarico, ho intenzione di farti avere la procura e di darti un’equa percentuale sulle somme che riscuoterai».

Ser Ciappelletto, che era disoccupato e in difficoltà finanziarie e che, una volta che fosse partito messer Musciatto, sarebbe rimasto senza protezione, quasi costretto dalla necessità, accettò subito di buon grado l’incarico.

Messisi d’accordo, ricevuta la procura e le credenziali del re, partito messer Musciatto, ser Ciappelletto si recò in Borgogna, dove non lo conosceva quasi nessuno.

Qui, contro la sua natura, cominciò a svolgere il suo compito con affabilità e delicatezza, come se si riservasse di usare le maniere forti come ultimo rimedio.

Si era sistemato nella casa di due fratelli fiorentini che praticavano l’usura e che lo trattavano con tutti i riguardi per rispetto nei confronti di messer Musciatto.

In questo periodo successe che si ammalò.

I due fratelli chiamarono subito dei medici e degli infermieri per farlo curare. Ma era tutto inutile, perché quel poveretto ormai era vecchio ed aveva condotto una vita disordinata e, stando a quello che dicevano i medici, andava peggiorando di giorno in giorno, perché la sua malattia non dava scampo.

Questa faccenda aveva condotto i due fratelli in uno stato di angoscia.

Un giorno cominciarono a discutere tra di loro mentre si trovavano vicino alla camera in cui ser Ciappelletto stava a letto ammmalato.

L’uno diceva all’altro:

«E ora come la mettiamo con questo qui? Ci ritroviamo in un pasticcio senza via d’uscita, perché mandarlo fuori di casa nostra così ammalato significherebbe perdere la faccia e farci giudicare come individui senza coscienza. La gente potrebbe dire che prima l’abbiamo ricevuto in casa, poi lo abbiamo assistito e curato con tutte le premure possibili ed ora, senza che lui ci abbia fatto niente di male, lo mandiamo fuori di casa nostra proprio mentre sta per morire. D’altra parte è stato così farabutto che non si vorrà né confessare né farsi somministrare dalla Chiesa nessun altro sacramento. E, se muore senza confessione, nessuna chiesa vorrà accogliere la sua salma, anzi sarà gettato in una fossa come un cane. Ma ammesso pure che si confessi, i suoi peccati sono tanti e così tremendi che sarà la stessa cosa, perché non ci sarà nessun prete o frate che voglia, o possa, assolverlo; tanto che, siccome non riceverà l’assoluzione, sarà anche in questo caso gettato in una fossa. Allora la gente di questa città, che ha già in odio il nostro mestiere e tutti i giorni ne parla male, pur di derubarci, coglierà questa occasione e comincerà a tumultuare e a gridare: "Questi cani di italiani, che nessuna chiesa vuole

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