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Sagome di carta - Le streghe di Triora
Sagome di carta - Le streghe di Triora
Sagome di carta - Le streghe di Triora
E-book223 pagine3 ore

Sagome di carta - Le streghe di Triora

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Info su questo ebook

Roma, 1996. La giornalista e fotografa Cordelia Malandri viene inviata a Triora, un borgo nell’entroterra ligure, per scrivere un servizio sulla feroce caccia alla streghe avvenuta nel 1587. Lì conoscerà Massimiliano, un ex insegnante di storia, e Bianca Maria, l’ultima discendente delle streghe diTriora, che le farà rivivere gli eventi di quell’anno drammatico raccontandole della carestia che mise in ginocchio il paese, della la quale vennero accusate le donne “sapienti”, additate come “bagiue”, ovvero streghe. Tra le vittime la giovane Angelina Clavenna. La sua storia, il suo amore impossibile per Tommaso Carrega, la prigionia e le torture subite, fanno di lei la vera protagonista del romanzo che, pagina dopo pagina, rivela il legame tra Angelina e Cordelia, i fili dell’odio e dell’amore, del passato e del presente che si intersecano fino all’unico epilogo possibile.
LinguaItaliano
Data di uscita4 ago 2018
ISBN9788833281452
Sagome di carta - Le streghe di Triora
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    Sagome di carta - Le streghe di Triora - Eufemia Griffo

    Borgna)

    Prefazione

    Era il 1587 e a Triora, per due anni consecutivi, i raccolti erano stati scarsi a causa di un’eccessiva siccità. Le preghiere non sortirono alcun effetto e quindi si andò alla ricerca di un capro espiatorio. Sul finire di quell’anno infausto, durante una seduta straordinaria del Parlamento, alcune donne, solite riunirsi nottetempo alla Cabotina o nei pressi delle fonti, vennero accusate di essere le responsabili della perdurante carestia. La piaga fu quindi addebitata a loro e ai loro sinistri malefici. Venne radunata l’assemblea dei cittadini, che delegò al Podestà l’incarico di individuare le presunte streghe e quindi di processarle.

    Stefano Carrega, il Podestà dell’epoca, i cui poteri provenivano dal Doge di Genova, chiese a costui e al vescovo di Albenga l’invio di inquisitori. La risposta fu immediata e il vescovo di Albenga incaricò un suo vicario, l’inquisitore Girolamo Dal Pozzo, di istituire il processo.

    Dal Pozzo, dando sfoggio della sua abilità oratoria, attribuì alle streghe i più orrendi misfatti. In pochissimo tempo fu imprigionata una ventina di donne e dopo un processo sommario, tredici di esse, quattro ragazze e un fanciullo, vennero dichiarati colpevoli. A causa del numero eccessivo di sospettati, alcune abitazioni e alloggi nei pressi della chiesa principale di Triora furono adibiti a carcere. Atrocemente torturati, i presunti colpevoli confessarono orrendi delitti, denunciando complici di ogni età e appartenenza sociale. In pochissimo tempo vennero incarcerate quaranta donne. A causa della tortura applicata dalla Santa Inquisizione, una delle donne arrestate, l’ultrasessantenne Isotta Stella, morì, mentre un’altra donna, in preda al terrore e temendo ulteriori supplizi, si gettò dalla finestra della stanza dov’era rinchiusa, morendo in seguito alle ferite riportate.

    Il panico iniziò a serpeggiare per l’antico borgo ligure e le persone presero ad accusarsi reciprocamente. Il malcontento cresceva e i risultati sperati non arrivavano, senza contare che le spese del processo erano a carico della cittadinanza.

    A seguito delle rimostranze dei cittadini per la morte di Isotta Stella, l’inquisitore Dal Pozzo rispose: Senes etiam quod essent decrepiti aetatis possent torqueri in crimine lesae maiestatis et praesertim divinae ¹.

    Dal Pozzo fu quindi irremovibile, ma era un uomo astuto, e, temendo che il malcontento si potesse trasformare in rivolta, decise di non istituire ulteriori indagini e di portare a termine solo i processi già in corso.

    Prese ad accanirsi solo contro donne di ceti inferiori, perché colpire famiglie benestanti avrebbe creato troppi dissapori, ma con un’eccezione. Franchetta Borelli, una donna rispettata in tutto il paese, fu sospettata di essere una strega. Torturata in modo orribile, la Borelli, grazie all’avvocato Ludovico Alberti, riuscì a ottenere il carcere domiciliare, ma ben presto, temendo nuove torture, si diede alla fuga.

    Venuta a conoscenza che l’inquisitore si sarebbe vendicato sui suoi familiari, tornò a Triora, dove fu torturata con il cavalletto, senza mai cedere né confessare di essere una strega. Nessuno si capacitava della sua resistenza al dolore e l’inquisitore arrivò a operare un esorcismo, convinto che fosse sotto il dominio del diavolo.

    Franchetta Borelli non cedette nemmeno in quella circostanza e alla fine dei processi fu rilasciata, col corpo mutilato e dilaniato, ma riuscendo a vivere ancora qualche anno con l’onore intatto.

    La popolazione cominciava a essere stanca e in seguito alla protesta del Consiglio degli Anziani, in data 13 gennaio 1588, dopo che vennero incolpate alcune matrone, il Doge e alcuni governatori di Genova decisero di intervenire. Costoro invitarono il vescovo Luca Fieschi a porre fine al processo e al terrore, con giustizia e celerità, perché la gente era disperata e spaventata.

    Anche il Parlamento, tramite il notaio Basadonne, sollecitò una rapida definizione dei processi. Dopo una fugace apparizione del Padre Inquisitore fra’ Alberto Fragarolo, giunse a Triora un commissario straordinario della Repubblica di Genova, il Commissario Civico Giulio Scribani, che riprese le indagini e gli interrogatori col solo risultato che in breve tempo morirono altre donne per mano del nuovo spietato aguzzino.

    Non furono accesi i roghi, come tutti si aspettavano, anche se furono individuate altre quattro streghe nei paesi vicini a Triora, Andana e Montalto, ci fu però una svolta importante: il processo venne trasferito a Genova e tredici donne, quattro bambine e un bambino, insieme a un uomo, vennero rinchiusi nella torre Grimaldina. Arrivarono a Genova anche le ultime persone arrestate.

    Nel 1588 il processo si concluse con la condanna al rogo per tutti gli imputati, mentre nel frattempo erano morte per gli stenti e i maltrattamenti altre cinque donne.

    Nel 1589 avvenne una svolta: il processo subì una revisione e la sentenza di condanna al rogo venne annullata. Sappiamo ben poco sulla causa che portò a tale risoluzione e di chi riuscì a evitare una simile barbarie; sappiamo solo che tutti i prigionieri vennero trasferiti a Roma e che da lì in poi di loro non si seppe più nulla.

    L’inferno che a Triora aveva trovato la sua dimora cessò, ma della sorte delle carcerate condotte a Genova non ci sono notizie certe. Alcune morirono di stenti e malattie in carcere, altre vennero probabilmente prosciolte e liberate, ma non fecero mai più ritorno a Triora. A San Martino di Struppa i cognomi Bazoro, Bazora e Bazzurro, fanno supporre che alcune di loro siano state trasferite nelle carceri del comune genovese e che vi siano rimaste. Infatti, questi nomi contengono un evidente richiamo a bàzura, baggiura e bàgiua, gli appellativi dialettali con i quali, in Valle Argentina, venivano definite le streghe.

    Ci sono in questo avvenimento dei punti importanti su cui gli storici si sono soffermati negli ultimi anni. Per molto tempo il movente della caccia alle streghe fu individuato in una carestia che perdurava dal 1585, ma questo sembrerebbe improbabile poiché Triora era nominata il granaio della repubblica. Si è pensato quindi a una manovra speculativa dei latifondisti trioresi interessati all’innalzamento del prezzo delle derrate alimentari da rivendere a Genova, derrate che però non riuscivano più a essere acquistate dai propri concittadini. In questo caso le streghe sarebbero state un capro espiatorio perfetto.

    Tra le accuse a carico delle streghe c’è quella di infanticidio. Dall’analisi del Liber Mortuorum et Baptizatorum di quegli anni non si rileva un innalzamento della mortalità infantile, quindi l’ipotesi più credibile è quella della presenza di esperte levatrici, che spesso si vedevano costrette a somministrare battesimi non ufficiali prima di dare sepoltura ai bambini nati morti, che venivano sepolti sul sagrato della chiesa di S. Bernardino. Questa diffusa pratica, mal tollerata dalla religione ufficiale, potrebbe essere una delle cause dell’odio scatenato verso queste donne che conoscevano le proprietà curative delle erbe medicinali.

    In quegli anni a Triora ci fu un processo a carico del canonico Marco Faraldi, giudicato in contumacia e accusato di falsa monetazione e ricerche alchemiche. Le streghe sarebbero quindi servite per distrarre l’attenzione della popolazione da questo scandalo.

    In definitiva le streghe di Triora finirono in un’oscura trama di rapporti politici, economici e interessi personali che fa da sfondo a una delle pagine più nere della nostra storia.

    Come leggeremo in Sagome di carta, di quell’antico passato sono rimaste tante testimonianze e numerose storie che scopriremo tra le pagine di questo romanzo. Oggi Triora è un affascinante borgo che racconta di quel tempo passato; tra le sue strade si respira la storia e, se ci si ferma un attimo, si può ancora udire l’eco di quelle vecchie vicende, remote eppure ancora così reali.


    1 Anche i vecchi, per quanto decrepiti, possono essere sottoposti a tortura nel delitto di lesa maestà e specialmente quella divina.

    Parte I

    Prologo

    Nel 1587 numerose donne di Triora furono processate con l’accusa di essere bagiue, ovvero dedite alla stregoneria, e causa della carestia che aveva colpito quelle zone. Il processo, di cui esistono resoconti ben dettagliati, purtroppo condannò queste donne a tremende torture che le costrinsero a confessare pratiche magiche, sabba notturni e incontri in luoghi segreti.

    Triora, 1587

    La ragazza era seduta per terra, coperta da un cencio che le faceva da veste. La schiena, appoggiata alla fredda pietra della parete, recava dei segni rossi e sanguinanti. Era stata torturata a più riprese dal commissario Giulio Scribani. Si teneva la testa tra le mani, gli occhi erano chiusi e le palpebre tumefatte, incrostate di sporcizia e sangue rappreso.

    Quanto tempo era passato dalla sua cattura?

    Quante lune erano sorte nel cielo, da quando le avevano gridato in faccia che era una strega?

    Angelina non li aveva nemmeno visti, eppure avevano deciso che la sua vita doveva finire.

    Aveva le mani nel fiume e stava guardando il riflesso del proprio volto, pieno di lentiggini, che sua madre toccava sempre, tratteggiando col dito le montagne di Triora. Come erano gentili le mani di sua madre quando le pettinavano i lunghi capelli del colore del fuoco. Ne ricordava il calore, un ricordo lontano e sbiadito in quella cella fredda e maleodorante. Angelina Clavenna sentiva il bisogno di richiamare alla mente tutte le cose belle che aveva vissuto fino ad allora, fino al maledetto giorno in cui l’avevano chiamata strega.

    Stava lavando i panni e non si era accorta di quella mano che l’aveva sollevata con violenza e furore fino a issarla sulla sella del cavallo. Era stato un attimo e si era trovata incappucciata da un sacco di iuta, che non le permetteva di vedere né di respirare. Le sue mani lottavano inutilmente contro il braccio possente che le stringeva la vita e il cuore mentre il cavallo la portava via lontano, dal suo mondo fatto di alberi, erba, sole e montagne, e da sua madre che l’amava come si ama una figlia, benché lei, Angelina, fosse figlia del bosco. E la portava via da Tommaso.

    1 - Povere donne

    Entrano le tre streghe.

    "Fra la pioggia, fra i lampi, fra il tuono,

    Quando ancor ci rivedremo noi tre?"

    (William Shakespeare, Macbeth)

    Roma, 1996

    È un luminoso mattino di fine giugno e sulla scrivania di Ascanio Mariani, il direttore della rivista Kitsune, dedicata ai viaggi, c’è la solita pila traballante di documenti, fogli, libri e riviste che sembra sfidare le vibrazioni del traffico sulla Prenestina. Mariani si passa una mano sulla faccia e, sbuffando, si allenta il nodo della cravatta. È sempre nervoso quando arriva un lavoro nuovo, e questo deve spaccare, come dice spesso lui, non deve rimanerne nemmeno mezza copia in giro.

    «Povere donne», esclama mentre legge qualche pagina del libro di Ben Levack dedicato ai processi alle streghe in Europa.

    È da qualche tempo che ha iniziato a interessarsi ai processi per stregoneria e a quel che accadde secoli fa. Per Kitsune è un tema inedito e Mariani ha deciso che la rivista ne parlerà a fine ottobre nello speciale dedicato ad Halloween. L’articolo si dovrà incastrare perfettamente con i temi normalmente trattati da una rivista di viaggi e turismo come quella che dirige, ma lui ha in mente la carta vincente che gli farà vendere più copie di quelle che verranno stampate.

    Si avvicina al telefono e compone il 5, l’interno della fotografa e giornalista Cordelia Malandri, che è la sua migliore collaboratrice nonché co-fondatrice di Kitsune. Si conoscono dai tempi della Sapienza; laurea in giornalismo per entrambi, ma, mentre Cordelia marciava trionfalmente verso il tanto atteso 110 e lode con tanto di pubblicazione della tesi, Ascanio Mariani si accontentava di stare a galla e di non affondare.

    Suo padre, un noto avvocato romano, gli avrebbe garantito lavoro e denaro; l’università era stata un’imposizione paterna, trascinata con pigrizia e indolenza per quasi sei anni, con relativo fuori corso.

    Qualche tempo dopo la fine degli studi, Ascanio aveva incontrato Cordelia a una festa di laurea di amici comuni e le loro strade, dopo un vuoto di quasi due anni, erano tornate a incrociarsi. Già dai tempi dell’università la donna gli aveva fatto girare la testa, ma ora era decisamente più bella di come la ricordasse. Peccato che Cordelia Malandri avesse sempre intorno a sé uno stuolo di ammiratori pronti a farle da zerbino, a cui lei pareva pochissimo interessata.

    Si erano rivisti volentieri e qualche sera dopo, in un ristorante sul Lungotevere, le loro menti si allearono ai loro sogni. In una sera di maggio, due calici tintinnanti e pieni di un ottimo moscatello suggellarono la nascita di Kitsune, il cui nome aveva il copyright di Cordelia Malandri. Si trattava di una parola giapponese che significa volpe, un soggetto di particolare importanza nel folclore nipponico. Secondo la mitologia giapponese, gli aveva spiegato Cordelia, la volpe è un essere dotato di grande intelligenza, in grado di vivere a lungo e di sviluppare con l’età poteri soprannaturali, tra i quali il principale è l’abilità di cambiare aspetto e assumere sembianze umane. Infatti le volpi appaiono spesso con l’aspetto di una bella donna. In alcuni racconti esse utilizzano queste abilità per ingannare il prossimo, mentre in altri vengono ritratte come guardiane benevole, amiche, amanti e mogli. Più una kitsune è vecchia, saggia e potente, più code possiede, fino a un massimo di nove.

    «Che ne dici, Ascanio, può andare bene? Chissà perché penso sempre a te come a una vecchia volpe capace di riciclarsi. Magari col tempo metterai senno e diventerai anche saggio», aveva ridacchiato Cordelia.

    Ascanio fu rapito da questo racconto e qualche giorno dopo registrò la testata giornalistica, che nacque ufficialmente in un giorno di settembre del 1990.

    All’inizio non fu facile, però, giovani giornalisti rampanti, pieni di sogni, dotati di intelligenza e di quella dote imprescindibile che si chiama ambizione, in meno di due anni portarono Kitsune a un pubblico assai variegato e la rivista iniziò a volare alto. Poco per volta nella redazione arrivarono validissimi collaboratori e in meno di otto anni il mensile raggiunse un target altissimo.

    La loro sigla, M&M, diventò tra gli addetti ai lavori un marchio di fabbrica e in breve Ascanio e Cordelia diventarono famosi negli ambienti giornalistici. Non si contavano più le feste, che Ascanio adorava frequentare e che Cordelia, al contrario detestava, alle quali erano continuamente invitati.

    Sono passati circa dieci anni dalla sera in cui lui e Cordelia hanno gettato le basi del loro sogno e in quella mattina di fine giugno la donna è semplicemente radiosa. Mariani non si è accorto che la porta si è aperta e che lei è già seduta di fronte a lui. Dopo la fondazione della rivista, lui ha scelto di fare il capo e lei si è adattata bene a essere la prima giornalista, perché ciò che le interessa non sono il potere e i soldi, ma viaggiare.

    Le parole scompaiono tutte le volte che se la trova davanti. Ascanio ancora non si è abituato alla bellezza di questa donna di quasi trentaquattro anni, che conosce da una vita. Cordelia ama scoprire i luoghi e le genti con cui entra in contatto durante i suoi percorsi dell’anima, come li chiama lei.

    «Quest’anno parleremo di streghe nello speciale di fine ottobre», le dice.

    La donna fissa Mariani con un mezzo sorriso.

    «Me lo aspettavo, sai? Sono giorni che ti vedo andare in giro con quel libro in mano, persino quando sei alla macchinetta del caffè continui a leggerlo e a non rispondere quando la gente ti saluta», gli dice lei con una punta di rimprovero.

    «Scusami, è che mi conosci, quando mi metto in testa un’idea non ci dormo. Stavolta voglio un numero speciale, dottoressa Malandri, di cui non rimanga in edicola nemmeno l’ombra di una copia. In teoria l’idea è nata da uno speciale che ho visto in tv qualche sera fa, un viaggio in Transilvania nel castello di Dracula.»

    «E che c’entra Dracula?»

    «C’entra eccome! Hai presente quei darkettoni che adorano le leggende ehm… gotiche? Quei tizi vestiti di nero, con dei capelli improponibili? Bene, uno di loro viene intervistato sulla corriera che lo porta a Castel Dracula e dice al giornalista di adorare tutto ciò che è oscuro,

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