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Dalla Terra alla Luna: Ediz. integrale con note

Dalla Terra alla Luna: Ediz. integrale con note

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Dalla Terra alla Luna: Ediz. integrale con note

Lunghezza:
283 pagine
3 ore
Editore:
Pubblicato:
Jul 20, 2018
ISBN:
9788883378058
Formato:
Libro

Descrizione

Dopo la guerra civile americana, Impey Barbicane, presidente del Gun Club, decide di rompere l’apatia che la pace ha portato costruendo un cannone dalle dimensioni incredibili. Il suo scopo è quello di inviare un proiettile sulla Luna. I soci di questa singolare associazione aderiscono con entusiasmo all’iniziativa e i progetti cominciano nel clamore che tale impresa suscita in tutto il mondo. L’idea è talmente emozionante che Michel Ardan, avventuriero francese, decide di prendervi parte proponendo di modificare la forma del proiettile in modo tale da poter accogliere e trasportare i primi astronauti della storia. Quando si intraprendono gesta di tale natura, però, gli imprevisti possono accadere in qualunque momento, nonostante le grandi menti che vi prendono parte. E se gli incidenti dovessero accadere quando non si può più tornare indietro? In questo caso il cuore e la mente umana dovranno affrontare l’ignoto.
Editore:
Pubblicato:
Jul 20, 2018
ISBN:
9788883378058
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Victor Marie Hugo (1802–1885) was a French poet, novelist, and dramatist of the Romantic movement and is considered one of the greatest French writers. Hugo’s best-known works are the novels Les Misérables, 1862, and The Hunchbak of Notre-Dame, 1831, both of which have had several adaptations for stage and screen.


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Anteprima del libro

Dalla Terra alla Luna - Jules Verne

Note

CAPITOLO I

Il Gun Club

Durante la guerra di Secessione americana [¹] fu istituito nella città di Baltimora, nel cuore del Maryland, un nuovo circolo grandemente influente. È risaputo quanto l’istinto militare fosse forte presso quel popolo di armatori, di mercanti e di meccanici. Umili bottegai abbandonarono i loro sgabelli per improvvisarsi capitani, colonnelli, generali, pur senza aver mai frequentato i corsi di West Point, diventando ben presto ugualmente abili nell’ arte della guerra dei colleghi del vecchio continente, e al pari di questi ottenendo vittorie a forza di sperperare munizioni, milioni e uomini.

Ma la cosa in cui gli americani superarono di gran lunga gli europei fu la scienza della balistica. In verità, le loro armi non avevano raggiunto un più alto grado di perfezione, ma erano di proporzioni inusitate, pervenendo in tal modo a gittate sino a quel momento sconosciute.

In fatto di tiri radenti e diretti, concentrati, d’infilata o di sbarramento, inglesi, francesi e prussiani non hanno più nulla da imparare; ma i loro cannoni, i loro obici, i loro mortai non sono che gingilli tascabili paragonati ai formidabili congegni dell’artiglieria americana.

Ciò non deve stupire nessuno, perché gli americani, cervelli arcimeccanici, sono ingegneri nati, come gli italiani nascono musicisti e i tedeschi filosofi. È pertanto normalissimo che portino nella scienza della balistica la loro ardita ingegnosità. Ed ecco nascere quei loro cannoni giganteschi, infinitamente meno utili delle macchine da cucire, ma altrettanto stupefacenti e cento volte più ammirati. Si conoscono in questo campo le meraviglie di Parrott, di Dahlgreen, di Rodman; agli Armstrong, ai Palliser, ai Treuille di Beaulieu non rimase che inchinarsi davanti ai rivali d’oltreoceano.

Durante, dunque, la tremenda lotta tra nordisti e sudisti, gli artiglieri divennero i padroni della situazione. I giornali dell’Unione ne esaltavano le invenzioni con frasi entusiastiche, e non v’era mercante, per quanto modesto o booby [²] , per quanto ignorante, che non si affaticasse il cervello giorno e notte per calcolare traiettorie insensate.

Ora bisogna sapere che quando un americano ha un’idea va subito in cerca di un secondo americano col quale condividerla. Se sono in tre, eleggono un presidente e due segretari; nel momento in cui diventano quattro, nominano un archivista, ed ecco così impiantato un ufficio. Raggiunto il numero di cinque, si convocano in assemblea generale e fondano un circolo. Così accadde a Baltimora: il primo a inventare un nuovo cannone si mise in società col primo che lo aveva fuso e col primo che lo aveva calibrato. E tale fu il nucleo del Gun Club: un mese dopo la sua costituzione esso annoverava 1.833 soci effettivi e 30.575 simpatizzanti.

Era tuttavia imposta a chiunque intendesse entrare a far parte dell’associazione una condizione sine qua non, la condizione cioè di avere ideato, o perlomeno perfezionato, un cannone e, in mancanza di un cannone, allora poteva bastare un’arma da fuoco qualsiasi. Occorre però mettere subito in chiaro che gli inventori di rivoltelle a quindici colpi, di carabine a falciamento o di pistole-sciabola non godevano di molta considerazione, superati com’erano in ogni circostanza dagli artiglieri.

«La stima che essi ottengono», arrivò a dire una volta uno tra gli oratori più sapienti del Gun Club, «è proporzionale alle masse del loro cannone e in ragione diretta del quadrato delle distanze raggiunto dai loro proiettili».

Ancora un po’, e sarebbe stata la legge di Newton sulla gravitazione universale trasportata in campo etico.

Una volta fondato il Gun Club, è facile immaginarsi che cosa produsse in questo campo il genio inventivo degli americani. Gli ordigni bellici raggiunsero proporzioni colossali e i proiettili andarono oltre ogni limite concesso, a tagliare in due i passanti inermi. Tutte invenzioni che si lasciarono alle spalle, e ben lontani, i timidi strumenti dell’artiglieria europea. Il lettore potrà giudicarlo dalle cifre che seguono.

In passato, nel buon tempo antico, una palla di cannone da trentasei, a una distanza di centottanta metri, attraversava trentasei cavalli presi di fianco e sessantotto uomini: si era allora all’origine dell’arte. In seguito i proiettili ne hanno fatta, di strada! Il cannone Rodman, che portava a sette miglia una palla pesante mezza tonnellata, avrebbe facilmente rovesciato centocinquanta cavalli e trecento uomini. Al Gun Club si discusse persino di farne una prova vera e propria; ma se i cavalli acconsentirono a tentare l’esperimento, gli uomini, disgraziatamente, si rifiutarono.

Certo è che l’effetto di quei cannoni era estremamente letale, e a ogni scarica i combattenti cadevano come spighe falciate. Che importanza avevano, in confronto a proiettili simili, la celebre palla di cannone che nel 1587, a Coutras, mise fuori combattimento venticinque uomini; l’altra che nel 1758, a Zorndorf, uccise quaranta soldati di fanteria; e il cannone austriaco di Kesselsdorf di cui ogni colpo, nel 1742, gettava a terra settanta nemici? Che cos’erano i tiri stupefacenti di Jena o di Austerlitz, che decidevano le sorti della battaglia? Ne capitarono di più grosse, durante la guerra di Secessione! Nel combattimento di Gettysburg un proiettile conico lanciato da un cannone rigato falciò 173 confederati, e al passaggio del Potomac una palla Rodman spedì 215 sudisti in un mondo senza dubbio migliore. Occorre pure menzionare un mortaio formidabile inventato da J.T. Maston, socio eminente e segretario a vita del Gun Club, i cui risultati furono altrettanto mortali, dato che al primo collaudo sterminò 337 persone… essendo scoppiato, in verità!

Che cosa aggiungere a queste cifre già tanto eloquenti di per se stesse? Nulla. Perciò si ammetterà senza discussioni il calcolo fatto dall’esperto di statistica Pitcairn: dividendo il numero delle vittime cadute sotto i proiettili per quello dei soci del Gun Club, trovò che ognuno di questi aveva ucciso in media più di 2.375 uomini.

A considerare una simile cifra, appare evidente che la sola preoccupazione di questa sapiente società fosse la distruzione del genere umano per uno scopo filantropico e il perfezionamento degli ordigni di guerra in quanto strumenti di civiltà.

Si trattava dunque di una vera e propria congrega di Angeli Sterminatori, per il resto tutte bravissime persone.

Bisogna però aggiungere che questi onesti americani, dotati di un coraggio ammirevole, non si limitarono alle sole formule, ma pagarono la loro temerarietà di persona. Tra le loro fila c’erano ufficiali di ogni grado, dai tenenti ai generali, militari di qualsiasi età, da quelli agli inizi di carriera a quelli che erano ormai invecchiati accanto al proprio cannone. Ebbene, molti restarono sul campo di battaglia, e i loro nomi vennero scritti sul libro d’oro del Gun Club, mentre, di quelli che ritornarono, la maggior parte portava i segni del proprio indiscusso eroismo. Stampelle, gambe di legno, braccia articolate, mani a uncino, mascelle di gomma, crani d’argento, nasi di platino, nulla mancava alla collezione, e il sopracitato Pitcairn calcolò pure che al Gun Club si trovavano meno di un braccio in quattro e appena due gambe in sei.

Ma quei valenti artiglieri non se ne preoccupavano più di tanto, e si sentivano a buon diritto fieri nel momento in cui i bollettini di guerra annunciavano un numero di vittime dieci volte superiore alla quantità dei proiettili utilizzati.

Un giorno, tuttavia, triste e doloroso giorno, i superstiti del cruentissimo conflitto firmarono la pace, le detonazioni cessarono, i mortai tacquero, gli obici e i cannoni, attivi per tanto tempo, rientrarono a testa bassa negli arsenali, le palle da cannone andarono ad ammucchiarsi nei parchi, i ricordi sanguinosi si affievolirono, il cotone sbocciò più rigoglioso che mai nei campi così bene ingrassati, le vesti di lutto finirono di logorarsi col dolore, e il Gun Club sprofondò nell’ozio più desolato.

Vi erano alcuni ostinati che si abbandonavano ancora a calcoli balistici, continuando a sognare di bombe gigantesche e di obici incomparabili; ma a che giovano le teorie senza la pratica? Intanto, le sale del circolo divenivano deserte, i camerieri dormivano nelle anticamere, i giornali ammuffivano sui tavoli, gli angoli bui echeggiavano di malinconiche ronfate, e i soci del Gun Club, un tempo tanto chiassosi e adesso ridotti al silenzio da una pace disastrosa, si appisolavano fantasticando di un’artiglieria platonica!

«È seriamente desolante», esclamò una sera il valoroso Tom Hunter mentre le sue gambe di legno si bruciacchiavano nel caminetto del fumoir, «non abbiamo niente da fare, niente in cui sperare! Che vita tediosa! Dove sono andati a finire i giorni in cui il cannone ci svegliava ogni mattina con le sue spensierate detonazioni?»

«Quei giorni sono scomparsi per sempre», fece eco l’estroverso Bilsby, cercando di stirarsi le braccia che gli mancavano, «A quei tempi sì che la vita era bella! Inventavamo un obice e non appena era fuso, correvamo a collaudarlo davanti al nemico per rientrare poi al campo con un elogio di Sherman o una stretta di mano di MacClellan! [³] Oggi invece i generali sono tornati al loro banco di bottegai, e anziché proiettili spediscono inoffensive balle di cotone! Ah, per santa Barbara, l’avvenire dell’artiglieria in America è finito!»

«Eh, sì, Bilsby», rincarò il colonnello Blomsberry, «purtroppo l’esistenza è fatta di delusioni crudeli! Un bel giorno si abbandonano le abitudini pacifiche, ci si esercita al maneggio delle armi, si lascia Baltimora per i campi di battaglia, ci si comporta da eroi, e due, tre anni dopo si è costretti a perdere il frutto di tante fatiche, abbandonandosi in un ozio vergognoso e ficcandosi le mani in tasca».

Nonostante queste parole, il valoroso colonnello si sarebbe trovato a fronteggiare una bella seccatura, se avesse veramente dovuto dare una tale prova della propria inattività: e non certo perché fossero le tasche ciò che gli mancava.

«E non c’è nemmeno una speranza di guerra!», intervenne a questo punto il celebre J. T. Maston, grattandosi il cranio di guttaperca [⁴] con l’uncino di ferro, «Nemmeno una nube si profila all’orizzonte, mentre vi sarebbe tanto da fare nella scienza dell’artiglieria! Io che vi parlo ho terminato proprio oggi il disegno di un progetto, sezione e proiezione verticale, di un mortaio destinato a mutare tutte le leggi belliche!»

«Davvero?», domandò Tom Hunter rammentando suo malgrado l’ultimo tentativo dell’illustre Maston.

«Davvero», confermò egli, «Ma a che cosa serviranno tanti studi portati a termine, tante difficoltà superate? Non è forse questo un lavorare puramente platonico? I popoli del nuovo mondo sembrano essersi messi d’accordo di voler vivere in pace a tutti i costi, e il nostro bellicoso Tribune giunge a pronosticare catastrofi imminenti dovute all’aumentare scandaloso della popolazione!»

«Eppure, Maston», riprese il colonnello Blomsberry, «in Europa continuano a battersi per sostenere il principio delle nazionalità».

«E quindi?»

«Quindi si potrebbe forse tentare qualcosa laggiù, nel caso accettassero i nostri servigi…»

«Che cosa le viene in mente?», esclamò Bilsby, «Applicarsi alla balistica a vantaggio degli stranieri!»

«Sarebbe sempre meglio che non applicarvisi del tutto», ribatté il colonnello.

«Senza dubbio, sarebbe meglio», intervenne Maston, «ma è un espediente al quale non bisogna neppure pensare».

«E perché?», domandò il colonnello.

«Perché nel vecchio mondo nutrono idee sull’avanzamento di grado che sono in netto contrasto con tutte le nostre abitudini americane. Quella brava gente non s’immagina neppure che si possa diventare generali in capo senza avere prima servito come sottotenenti, il che equivarrebbe ad affermare che non si può essere buoni puntatori se il cannone non lo si è fuso noi stessi! Ora questo è semplicemente…»

«Assurdo!», concluse Tom Hunter sbrindellando i braccioli della poltrona a colpi di bowieknife [⁵] , «E poiché le cose sono a questo punto, non ci resta altro che piantar tabacco o distillare olio di balena».

«Come!», esclamò Maston con voce roboante, «Non impiegheremo questi ultimi anni che ci rimangono da vivere nel perfezionamento delle armi da fuoco? Non ci si presenterà più una nuova occasione per saggiare la portata dei nostri proiettili? Il cielo non s’illuminerà più delle fiammate dei nostri cannoni? Non sorgerà più una crisi internazionale che ci permetta di dichiarare guerra a una potenza d’oltreoceano? I francesi non coleranno più a picco almeno uno dei nostri piroscafi? E gli inglesi, in barba al diritto delle genti, non impiccheranno più una mezza dozzina di nostri connazionali?»

«No, Maston», rispose mestamente il colonnello Blomsberry, «noi non avremo questa fortuna! No, non uno di questi incidenti accadrà più, e anche se dovesse accadere, noi non ne trarremmo alcun vantaggio. La suscettibilità americana si affievolisce di giorno in giorno, e noi stiamo diventando lo zimbello universale».

«Sì, ci umiliamo!», incalzò Bilsby.

«E ci umiliano!», rincarò Tom Hunter.

«Tutto questo, purtroppo, non è che la triste verità», continuò Maston con rinnovata veemenza, «vi sono nell’aria mille motivi per battersi, e non ci si batte! Si fa economia di braccia e di gambe per favorire individui che non sanno che farsene! Del resto, senza andare a cercare tanto lontano una ragione di guerra, l’America del Nord non è forse appartenuta in passato agli inglesi?»

«Certo», rispose Tom Hunter attizzando rabbiosamente il fuoco con l’estremità della stampella.

«E allora perché l’Inghilterra, a sua volta, non dovrebbe appartenere agli americani?», riprese Maston

«Non sarebbe che un mero atto di giustizia», osservò il colonnello Blomsberry.

«Provate a proporre questo al presidente degli Stati Uniti», esclamò Maston, «e vedrete come vi risponderà!»

«Male», borbottò Bilsby tra i quattro denti che aveva portato in salvo dalla guerra.

«Potete stare sicuri che alle prossime elezioni non dovrà contare sul mio voto!», gridò Maston.

«Né sul nostro», risposero in coro gli altri bellicosi invalidi.

«Nell’attesa, e per concludere», riattaccò Maston, «se non mi si offre l’occasione di provare il mio nuovo mortaio su un vero campo di battaglia, do le dimissioni da socio del Gun Club e vado a seppellirmi tra le savane dell’Arkansas».

«Dove noi la seguiremo», replicarono a una voce gli interlocutori del temerario Maston.

Le cose erano dunque giunte a questo punto, gli spiriti si accendevano sempre più, e il circolo era minacciato d’imminente scioglimento, allorché un fatto inatteso sopraggiunse a impedire una così straziante sciagura.

Proprio il giorno successivo alla conversazione appena riportata, i soci del circolo ricevettero una circolare redatta in questi termini:

Baltimora, 3 ottobre

Il presidente del Gun Club ha l’onore di annunciare ai suoi colleghi che durante la seduta del 5 corrente farà loro una comunicazione di estremo interesse. Li prega pertanto di abbandonare ogni altra occupazione per aderire all’invito ad essi rivolto con la presente.

A tutti molto cordialmente,

IMPEY BARBICANE .

CAPITOLO II

La comunicazione del presidente Barbicane

Il 5 ottobre, alle otto di sera, nelle sale del Gun Club, al numero 21 di Union Square, si accalcava una folla compatta. Tutti i soci del circolo residenti a Baltimora erano accorsi all’invito del loro presidente. Per quanto riguarda tutti gli altri, treni rapidi li scaricavano a centinaia nelle strade della città, e sebbene il salone delle assemblee fosse enorme, non c’era posto per tutta quella dotta adunanza, cosicché essa era rifluita nelle sale adiacenti, nei corridoi e persino nei cortili, dove era costretta a stare gomito a gomito col popolino che si pigiava ai cancelli dato che tutti cercavano di raggiungere le prime file nell’impazienza di udire l’importante comunicazione del presidente Barbicane. Da ogni parte era uno spingere continuo, un urtarsi, uno schiacciarsi reciproco, con quella mancanza di ogni riguardo caratteristica delle masse cresciute secondo i dettami del self-government [⁶] .

Quella sera, uno straniero che si fosse trovato a Baltimora non sarebbe riuscito a entrare nella grande sala neppure pagando cifre altissime; essa era stata riservata, infatti, esclusivamente ai soci residenti o corrispondenti, e nessun altro poteva accedervi, cosicché i notabili della città e persino i magistrati del consiglio dei selectmen [⁷] avevano dovuto rassegnarsi a unirsi alla folla dei loro amministrati, nella speranza di cogliere al volo le notizie divulgate dall’interno.

Allo stesso tempo, l’immensa sala offriva agli sguardi uno spettacolo curioso. Vastissima, era magnificamente adatta alla propria funzione. Eccelse colonne formate di cannoni sovrapposti, cui servivano di base solidi mortai, sostenevano le fini armature della volta, veri merletti di ghisa sbalzati al tagliaferro. Panoplie di tromboni, schioppi, archibugi, carabine, insomma di tutte le armi da fuoco antiche e moderne,

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