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Armir. Sulle tracce di un esercito perduto

Armir. Sulle tracce di un esercito perduto

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Armir. Sulle tracce di un esercito perduto

Lunghezza:
206 pagine
1 ora
Pubblicato:
29 giu 2018
ISBN:
9788899735166
Formato:
Libro

Descrizione

Un viaggio sulle tracce dell'Armir, l'armata italiana dispersa in Russia tra il 1942 e il 1943, in quella che oggi è l'Ucraina. Tra gli archivi finalmente aperti dei ministeri sovietici e sui luoghi della disastrosa marcia del Davaj. Pino Scaccia ha dato risposte dopo tanto tempo a tremila delle ottantamila famiglie dei dispersi e ogni volta è stato un pugno allo stomaco, scoprendo il miracolo di chiudere un dubbio. Un altro pugno allo stomaco è stato assistere alla scoperta dei cimiteri nascosti, addirittura negati da Stalin e alla riesumazione ritrovando alpini italiani di allora come se si fosse ancora nel campo di battaglia con loro, sepolti da cappellani amorosi e nelle tasche le lettere scritte ma mai arrivate alle famiglie. ​
Pubblicato:
29 giu 2018
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9788899735166
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Libro

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Anteprima del libro

Armir. Sulle tracce di un esercito perduto - Pino Scaccia

Pino Scaccia

ARMIR

Sulle tracce di un esercito perduto

INTRODUZIONE DI DEMETRIO VOLCIC

Argot edizioni

© Argot edizioni

© Tra le righe libri

ISBN 9788899735166

L’occasione di occuparmi di Armir è stata casuale. Stavo in Russia per il Tg1 a raccontare il crollo dell’Unione Sovietica.  Durante quello spartiacque della storia era possibile accedere a tutti i misteri che l’ex impero aveva per decenni nascosto, spesso addirittura negato. Allora era possibile comprare tutto e ho colto l’occasione, nel 1991, di accedere agli archivi di Mosca entrando nei sotterranei del ministero della difesa. Ricordo ancora la grande impressione nel trovarmi di fronte, sepolte da mezzo secolo di oblio, le schede di tutti i prigionieri della seconda guerra mondiale, compresi naturalmente gli italiani. Ogni soldato una cartellina con foto e documenti, tutto perfettamente conservato grazie alla meticolosità di regime. Grazie anche alla stretta collaborazione di Onorcaduti, diretta allora dal generale Gavazza, cominciai dunque un doppio percorso: quello negli archivi e poi quello fisico, sui luoghi della tragica ritirata del Davaj.

Il mio primo impatto con la guerra dunque è stato con una guerra del passato. Non studiata sui libri. Ma rivissuta cinquant’anni dopo che si era conclusa. Ho passato mesi, anni nella valle del Don a ricostruire le tracce dell’Armir, l’armata italiana dispersa in quella che oggi è per metà Russia e per metà Ucraina. Ho dato risposte dopo tanto tempo a tremila delle ottantamila famiglie dei dispersi e ogni volta è stato un pugno allo stomaco, scoprendo il miracolo di chiudere un dubbio. Un altro pugno allo stomaco è stato assistere alla scoperta dei cimiteri nascosti da Stalin e alla riesumazione ritrovando alpini italiani di allora come se fossi nel campo di battaglia con loro, sepolti da cappellani amorosi e nelle tasche le lettere scritte ma mai arrivate alla famiglia. Ricerche ed emozioni che ho racchiuso, oltre che in una serie di speciali televisivi, in un libro nel 1992, questo libro. Scoprendo, come scrivo nella prefazione, che in alcuni casi il dubbio è peggiore della morte.

Poi nel 2005 la Rai Eri, che ne aveva curato l’edizione, mi annuncia che il libro – nonostante le numerose copie vendute – è destinato al macero. Armir, sulle tracce di un esercito perduto l’avevo scritto durante quelle notti fredde a ridosso del Don, il grande fiume, tra mille difficoltà in un’epoca che non era ancora informatizzata ma plaudita unanimamente dagli storici che potevano finalmente contare su documenti inediti, come la mappa dei lager fino a quel momento sconosciuta. Per non parlare della localizzazione dei cimiteri e della scoperta di filmati impolverati rintracciati nella tv di Ostankino. Ma la più grande soddisfazione, anche personale, è arrivata dalla grande emozione dei familiari dei dispersi. Talmente grande e coinvolgente che esattamente dieci anni dopo, nel 2012, sono tornato nella valle del Don a scovare altre storie raccogliendo quelle che forse sono le ultime testimonianze di chi quella guerra così lontana l’ha vissuta direttamente e dunque in grado di fornire informazioni utili per le ricerche. Ne è uscito un altro libro, Lettere dal Don, ricco di racconti ma certamente meno importante del primo che squarciava il lungo silenzio. Alla tragedia dell’Armir ho dedicato un blog e una pagina su Facebook dove i familiari dei dispersi continuano a scambiarsi informazioni. È incredibile che dopo ormai settanta anni, ogni giorno ricevo tre o quattro email di richiesta, spesso riferendosi proprio a quella prima opera. Così, grazie alla generosità di Andrea Giannasi, abbiamo deciso di recuperare (e ripristinare) quel libro andato al macero. Per onorare quei giovani soldati morti in una guerra sbagliata e aiutare, se possibile, chi è impegnato a tenerne viva la memoria.  Un piccolo grande contributo alla storia e l’occasione per non sprofondare nell’oblio.

Pino Scaccia

PREFAZIONE

   I prigionieri di guerra hanno sempre il torto o la colpa di essere ancora vivi, annota con amarezza Mario Rigoni Stern. Un prigioniero è testimone della sconfitta, il suo destino ha da fare con un senso di colpa collettivo e la volontà di oblio. Ricordano i parenti, la comunità rimuove.

   Quando i pochi prigionieri, in una giornata di maggio, tornarono alla stazione di Udine, ricorda sempre Rigoni Stern, dovettero aspettare la notte per uscire dai vagoni bestiame. «Non volevamo che la gente ci vedesse», un elemento di disturbo. In viaggio verso l’Italia, i reduci videro altri convogli che procedevano nella direzione opposta. Sui vagoni bestiame uguali ai nostri viaggiavano i prigionieri di guerra sovietici, rimpatriati. I treni russi facevano un ampio giro intorno a Mosca per dirigersi direttamente verso la Siberia. Stalin, che aveva portato al limite tutte le logiche, aveva proibito ai suoi soldati di arrendersi al tedesco. Per il piccolo padre un prigioniero era automaticamente anche sospettabile di tradimento. Per la patria non si può che morire. I Lager tedeschi erano duri, quelli sovietici, dove finirono i soldati, anche freddi. Era forse l’unica differenza. Stalin agì con crudeltà contro i suoi e possiamo immaginare facilmente il disprezzo, unito al cinismo, che provava per i nemici.

   Solo una svolta politica e un calcolo preciso potevano mitigare le condizioni dei prigionieri italiani. Così è successo. Uno dei testimoni preziosi che Scaccia ha sentito, ricorda che da un giorno all’altro il trattamento migliorò. La svolta coincise con un momento in cui al Cremlino si ritenne che forse i prigionieri avrebbero potuto svolgere un ruolo nei giochi complessi intorno al collocamento dell’Italia nel dopoguerra.

   Il contenzioso sui prigionieri di guerra è stato uno dei temi costanti nei rapporti politici e diplomatici tra i due paesi: una specie di fiume carsico. A momenti saliva in primo piano, in altri era posto in sordina, affidato alla diplomazia segreta. In varie fasi l’atteggiamento dipendeva dalla pressione dei partiti e dal loro desiderio di giocare pure questa carta dolorosa nella contesa politica.

   Dieci anni dopo la guerra il clima si normalizzò. II governo italiano, ormai inserito a pieno titolo nella comunità internazionale, cominciò a presentare la questione con più forza. Gli servì come modello l’impegno di Adenauer che, dopo la sua prima visita a Mosca, riuscì a riportare in patria i resti del suo esercito. La Germania fu sempre, lo è ancora oggi, il destino delle Russie. I due paesi, legati da grande odio e da un rispetto altrettanto profondo, impostavano in quel periodo gli assetti che ressero fino allo smantellamento del muro di Berlino.

   L’allora presidente Gronchi pensò di poter ripetere l’operazione tedesca nell’inverno del Sessanta, durante la sua visita a Mosca, e parlò con Kruscev. Ma la serata all’ambasciata italiana di Mosca finì in un’atmosfera di gelo e di tensione. Al termine Gronchi non accompagnò fino alla porta d’uscita l’ospite sovietico, benché fosse stato previsto dal rituale. Uno scambio di battute al vetriolo fu risolto dal capo del protocollo italiano, Fracassi, che gridò «evviva la pace». Come in un pub inglese, dove il pianista intona l’inno per far scattare sull’attenti gli avversari. Nel suo discorso improvvisato Kruscev fu sgradevole: «i nostri soldati» disse «sono stati in terra d’Italia come alleati, voi invece avete tentato un pochino di venire qui come nostri nemici. Vogliamo ora non dico dimenticare, perché non si può dimenticare, ma vogliamo basare le nostre relazioni non su questo, ma su altri punti. Vogliamo guardare anche questo problema in modo realistico». E poi, scandendo, prosegui: «Chi è morto non potrà più resuscitare, mentre noi vivi vogliamo vivere. E allora vogliamo sbarazzare la via della vita da tutti gli ostacoli che l’ingombrano? Vogliamo commerciare?»*. In un’altra visita presidenziale si tornò a parlare dei prigionieri italiani dispersi e morti, quindici anni dopo l’infelice esperienza di Gronchi. I tempi erano cambiati. Si consumava la breve stagione della prima distensione, inaugurata a Mosca da Nixon e Kissinger. II presidente Leone e i suoi consiglieri diplomatici trovarono un modo nuovo di esporre il caso. Chiesero di includere nel programma delle signore anche una visita alla sede centrale della Croce Rossa sovietica. L’ospite italiana, donna Vittoria Leone, vi andò accompagnata dalla moglie del ministro degli esteri Gromiko che fungeva spesso da first lady poiché la consorte di Breznev, Viktoria, non si faceva vedere in pubblico. La signora Leone, dopo i preliminari, espose il dramma di famiglie che ancora non rinunciavano alla speranza, per concludere: «non deludere le attese, esiste un dovere preciso di non rinunciare alla ricerca». Con qualche imbarazzo il padrone di casa rispose: «molti tentativi sono stati fatti, ma i risultati si sono dimostrati sempre assai deludenti». Rispetto al passato, tuttavia, i sovietici testimoniarono almeno una disponibilità, compreso il riconoscimento che l’Italia avesse tutti i diritti a porre il problema senza offendere la sensibilità sovietica. Ciò che mancava in quel momento era la verità. Ma forse il presidente della Croce Rossa di Mosca non sapeva che in altri palazzi non lontani della stessa Mosca, le statistiche non rappresentavano un segreto. Nonostante un certo caos durante la guerra e dopo, e nonostante il disordine degli archivi, quindici anni più tardi spuntarono documenti sui prigionieri e morti durante il trasferimento negli ospedali, a causa della fame, e nei Lager. Qualcuno sapeva tutto.

   La verità si schiuse soltanto dopo la svolta profonda dell’intera politica, con la nuova trasparenza, glasnost, parola introdotta nel dizionario politico da Mikhail Gorbaciov. Grazie a questa stagione di speranza è stato possibile aprire i catenacci degli archivi segreti per il generale Gavazza e permettere a Pino Scaccia il suo amaro viaggio contro la dimenticanza.

   Il destino di tutti i prigionieri di guerra è amaro, quello degli italiani in Russia si scontrò con alcuni problemi specifici dei quali risente la storia millenaria dei russi: il clima avverso, le enormi distanze, la mancanza di comunicazione, un certo gusto per il mistero e il segreto, l’avversione per lo straniero, il tradizionale disprezzo per i prigionieri. «Le vittime di questa odiosa politica non sono più uomini: questi sfortunati, privati di ogni diritto, estranei al mondo, dimentichi di tutto, abbandonati a se stessi nella notte della loro prigionia, dove la pazzia diventava frutto e ultima consolazione di una tenebre senza fine». Così scriveva nelle sue Lettere dalla Russia il marchese de Custine, ammesso in un Lager ante litteram russo nel lontano 1839.

   Ad aggravare il dramma si aggiunse un nuovo elemento, prima sconosciuto: l’ideologia, con i dubbi morali, che fornì in qualche caso la giustificazione alla debolezza. Se vi furono sprazzi di umanità in quei momenti, essi vanno cercati nella povera gente. Si creò un’intesa tra coloro che furono mandati in Russia senza capire il perché ed altri, gli ucraini e i russi, che li subirono come un cataclisma naturale e tuttavia spartirono con il forestiero in difficoltà il pezzo di pane, forse l’ultimo. Con questo senso di solidarietà tra povera gente sballottata da una storia incomprensibile finisce la poesia del cappellano militare, citata dall’autore: che mai più i governanti ci mandino ad uccidere gli uni gli altri.

Demetrio Volcic

*G. Andreotti, Visti da vicino, Milano, Rizzoli, 1982

A tutti gli italiani che

stanno cercando i loro cari

in Russia.

E a tutti quelli che li

aiutano a cercare.

PROLOGO

Korinternovsky, 17 febbraio 1992

   Sono un russo che abita nella regione di Voronetz, dove voi italiani state cercando i resti dei soldati morti durante la guerra tra Unione Sovietica e la Germania, cinquant’anni fa. Vorrei aiutarvi perché sono stato testimone di ciò che è successo durante la vostra ritirata e conosco tante fosse dove i prigionieri italiani sono stati sepolti. Ce ne sono centinaia: quante siano esattamente nessuno lo sa e non lo saprà mai perché il tempo le ha cancellate.

   Quando è cominciata la guerra avevo dieci anni. Al momento degli avvenimenti che descrivo ne avevo dodici, tredici e ricordo bene tutto. Vi parlo della distruzione di un centinaio, forse di centinaia di prigionieri italiani da parte di una scorta sovietica che li accompagnava. Tutti i vostri compatrioti sono stati annientati, fino all’ultimo, e gettati in un burrone. Ricordo e conosco perfettamente questa voragine: si trova nella federazione russa, regione di Voronetz, provincia di Vorobiovka, stazione Lescianaia, Uliza Podlesnaia. Alla fine della via Podlesnaia attualmente vivono quattro famiglie: Jridnec, Nasalova, Volkov e Jolovanov. A cento metri da questa casa, subito oltre gli orti, si trova quel dirupo. A quel tempo 1’abitato non si chiamava stazione Lescianaia, ma stazione Vorobiovka e c’erano venti o trenta case dove viveva molta gente. A quel tempo non esisteva neppure via Podlesnaia. Il fosso era in un terreno abbandonato. La zona abitata vicino alla stazione Vorobiovka è cresciuta più tardi. Il burrone allora era coperto da pochi cespugli: ora non si può riconoscere perché è nascosto da un bosco piuttosto esteso. Io

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