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Atlantide e altre pagine di storia proibita

Atlantide e altre pagine di storia proibita

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Atlantide e altre pagine di storia proibita

Lunghezza:
905 pagine
10 ore
Pubblicato:
22 giu 2018
ISBN:
9788898635221
Formato:
Libro

Descrizione

"Atlantide e altre pagine di storia proibita" di Nicola Bizzi non è un semplice saggio sui misteri del passato e sulle antiche civiltà scomparse come molti se ne possono trovare oggi nelle librerie. È un vero e proprio viaggio iniziatico, supportato dal rigore storico e dalla competenza del suo autore, uno storico e scrittore che ha dedicato la propria vita alla ricerca delle più autentiche radici della civiltà umana sulla Terra e alla riscoperta della Tradizione Occidentale. Questo suo ultimo imponente lavoro può essere definito senza esitazioni un condensato di oltre venti saggi diversi, in cui il lettore viene trasportato e al contempo guidato per mano attraverso le barriere del tempo e dello spazio, dalla mitica Atlantide agli splendori e ai misteri della civiltà Minoica cretese, dall'Egitto dei Faraoni al Telestérion di Eleusi, fino ad arrivare a Ipazia di Alessandria, ai segreti della Teogonia di Esiodo e dell'Oracolo di Delfi e al mistero dei Templari. Un libro che nasce da una serie di riflessioni su grandi temi irrisolti della Storia, dell'Archeologia, della Mitologia e della sfera del sacro degli antichi popoli; temi ed argomenti che Nicola Bizzi ha avuto modo di affrontare nel corso degli ultimi anni in convegni e conferenze e su varie riviste, da Aesyr a Novum Imperium, da Archeomisteri a Satormagazine.
Pubblicato:
22 giu 2018
ISBN:
9788898635221
Formato:
Libro

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Atlantide e altre pagine di storia proibita - Nicola Bizzi

Τεληστήριον

NICOLA BIZZI

ATLANTIDE

E ALTRE PAGINE DI STORIA PROIBITA

Edizioni Aurora Boreale

Titolo: Atlantide e altre pagine di storia proibita

Autore: Nicola Bizzi

Collana: Telestèrion

Con prefazione di Boris Yousef

Editing e illustrazioni a cura di Nicola Bizzi

ISBN versione E-book: 978-88-98635-22-1

In copertina: Elihu Vedder: The Questioner of the Sphinx, 1863

(Boston, Museum of Fine Arts)

Edizioni Aurora Boreale

© 2018 Edizioni Aurora Boreale

Via del Fiordaliso 14 - 59100 Prato

edizioniauroraboreale@gmail.com

Questa pubblicazione è soggetta a copyright. Tutti i diritti sono riservati, essendo estesi a tutto e a parte del materiale, riguardando specificatamente i diritti di ristampa, riutilizzo delle illustrazioni, citazione, diffusione radiotelevisiva, riproduzione su microfilm o su altro supporto, memorizzazione su banche dati. La duplicazione di questa pubblicazione, intera o di una sua parte, è pertanto permessa solo in conformità alla legge italiana sui diritti d’autore nella sua attuale versione, ed il permesso per il suo utilizzo deve essere sempre ottenuto dall’Editore. Qualsiasi violazione del copyright è soggetta a persecuzione giudiziaria in base alla vigente normativa italiana sui diritti d’autore.

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Dedico questo libro a mio nonno,
il Cav. Ugolino Ugolini,
per me autentico Maestro di Vita.
Che dai Campi Elisi
dell’Azzurro Occidente degli Antichi
possa continuare a guidare i miei passi terreni.

«In una notte caddero le torri,

i Templi marmorei, le città;

si aprì la terra!

Una luce color del sangue

sorse dal mare;

l’urlo delle onde soffocò

le grida di un popolo impazzito

che pregava gli inutili Dei.

Il fuoco, misto alle acque,

fondeva le scogliere;

il nuovo sole non illuminò più

l’Antica Terra!».

(Dal poema Atlantide di Ugolino Ugolini)

Thomas Cole: The Course of Empire Destruction (dettaglio), 1836

(New York, Historical Society)

INTRODUZIONE DELL’AUTORE

Questo libro nasce da una serie di riflessioni su grandi temi irrisolti della Storia, dell’Archeologia, della Mitologia e della sfera del sacro degli antichi popoli mediterranei. Si tratta di temi ed argomenti che ho avuto modo di affrontare nel corso degli ultimi anni in convegni e conferenze e su varie riviste, da Aesyr a Novum Imperium, da Archeomisteri a Satormagazine.

L’uscita, nel Settembre del 2017, del primo volume del mio saggio Da Eleusi a Firenze: la trasmissione di una conoscenza segreta¹, un testo che, nonostante il non indifferente numero di pagine e l’oggettiva difficoltà dei temi in esso affrontati, ha avuto e sta tutt’ora avendo una diffusione al di là di ogni ottimistica aspettativa, ha fatto sì che io venissi contattato da numerosi lettori che mi hanno manifestato il loro interesse, ponendomi domande mirate e molto pertinenti, quesiti assolutamente meritori di adeguate risposte. Proprio per questo, in attesa dell’ultimazione e dell’uscita del secondo volume, che affronterà la questione della sopravvivenza e della perpetuazione della Tradizione Misterica Eleusina (sia del suo ramo Madre che dei suoi rami figlia, come l’Orfico, il Samotracense, il Regio e il Pitagorico) durante il Medio Evo e la stagione rinascimentale, al fine di venire incontro ad esplicite richieste avanzatemi dei miei lettori, ho deciso di dare alle stampe alcuni saggi di approfondimento, ed è in tale contesto che Atlantide e altre pagine di storia proibita si inserisce.

Come ha scritto l’amico Boris Yousef nella sua prefazione, si tratta di un condensato di oltre venti argomenti diversi, ma tutti in un certo modo connessi tra loro. C’è un filo conduttore, invisibile ai più (o a chi non detiene i corretti strumenti per comprenderlo), che li unisce; un filo conduttore che unisce fatti ed eventi verificatisi dal più remoto passato dell’umanità fino alle vicende del tardo Impero Romano, del Medio Evo e dell’Età Moderna, passando per la scomparsa di Atlantide, per la Creta Minoica, per la civiltà degli Etruschi, fino ad arrivare al martirio di Ipazia di Alessandria, alla nascita e alla fine dell’Ordine dei Templari, alla scoperta dell’America e alla straordinaria stagione dell’Umanesimo e del Rinascimento. Si tratta del filo della Tradizione Misterica. Molti dei fatti e degli avvenimenti che nel contesto della presente opera spiego e interpreto possono essere infatti realmente compresi solo alla luce di quel filo, un filo ininterrotto che ha permesso, attraverso i secoli, la preservazione e la trasmissione di una Tradizione iniziatica, quella Eleusina, alla quale mi onoro di appartenere.

Alcuni dei temi che qui affronto sono in parte già stati delineati in Da Eleusi a Firenze, ma ho voluto in questo nuovo contesto fornire a riguardo maggiori approfondimenti e, soprattutto, maggiori risposte. Altri argomenti vengono invece qui presentati ex novo e sono tutti finalizzati a far comprendere ai miei lettori che dietro la cosiddetta storia ufficiale che viene insegnata sui libri di scuola e nelle Università scorre come un fiume carsico un’altra storia che determinati poteri e determinate realtà contro-iniziati-che hanno tutto l’interesse che venga taciuta, ignorata.

Ciò che solitamente vediamo e apprendiamo della storia, ma anche della religione, della scienza, dell’economia e di varie altre discipline, è soltanto una piccola parte della realtà, di una grande realtà i cui confini si estendono spesso oltre ogni umana immaginazione. Una realtà che, se vista nella sua reale dimensione e nelle sue reali forme e implicazioni, farebbe impallidire qualsiasi rappresentazione cinematografica della Matrix e porterebbe inesorabilmente le menti più inavvedute e impreparate nel baratro della follia.

La Conoscenza esoterica ed iniziatica è per sua natura segreta, ma, come bene evidenzia Massimo Frana nell’introduzione ad un suo saggio², la segretezza non è finalizzata soltanto a preservare un qualcosa dai profani. Essa è finalizzata anche a preservare gli stessi profani (coloro che non sono stati iniziati e che non possiedono quindi le corrette chiavi di lettura per accedere a determinati insegnamenti e a determinate verità) da due fondamentali pericoli: la pazzia e la morte. Chiunque, infatti, si accosti ai Sacri Misteri senza essere pronto, corre entrambe i pericoli. Proprio per questo, come ci narra il grande Iniziato Virgilio nell’Eneide³, i Sacerdoti del Bosco Sacro dove si trovava la porta che dava accesso agli Inferi gridavano ai profani all’avvicinarsi di Proserpina: «Procul este, profani!» («Allontanatevi, profani!»).

Come nessuno, che non sia un vero Iniziato, può sopravvivere all’avvicinarsi di una Divinità, nessuno fra i non Iniziati potrebbe mantenere la propria lucidità mentale e non rischiare di scivolare nell’abisso della follia venendo a conoscenza di certe verità che sconvolgerebbero la propria forma mentis e la propria visione profana delle cose e del mondo. Ma ciò non toglie che anche chi si trova fuori dai cancelli del Tempio - soprattutto coloro che, sempre più numerosi, non smettono di porsi domande e non si accontentano più delle verità di comodo - abbia il diritto di avvicinarsi a determinate realtà, seppur con la necessaria prudenza e gradualità.

Viviamo in un’epoca di grandi trasformazioni che, a mio avviso, porterà ad un grande incremento della presa di coscienza dell’umanità. Sempre più persone stanno arrivando alla conclusione che le cose non sono proprio come ce le raccontano o come qualcuno vorrebbe farci credere che siano. Ed è a queste persone che mi sento di dedicare questo mio lavoro, questo mio piccolo contributo al risveglio delle coscienze.

La consapevolezza che esistano oscure forze e realtà, connesse a doppio fi-lo con chi detiene le vere redini del potere politico ed economico, che negli ultimi secoli hanno fatto di tutto affinché l’umanità non prendesse coscienza della sua vera storia, delle sue vere origini e delle sue reali potenzialità è sempre maggiore ogni giorno che passa, e ritengo che questo sia un bene e un preciso segnale di speranza. Un segnale che i tempi stanno finalmente cambiando e che forse l’umanità stia iniziando a svegliarsi e a ribellarsi contro i dogmi imposti da false dottrine oscurantiste e, soprattutto, contro i burattini che la governano e contro i veri burattinai, che mai appaiono sui giornali e sugli schermi televisivi.

Sempre più persone stanno comprendendo che la storia della civiltà umana sulla Terra si spinge molto più indietro nel passato di quanto ci venga oggi insegnato sui banchi di scuola. Fino a pochi anni fa il passato dell’uomo sembrava non avere misteri: sulla base di alcuni rinvenimenti gli scienziati credevano di poter stabilire, a grandi linee, la storia della nostra evoluzione, di essere in grado cioè di seguire lo sviluppo della civiltà attraverso le Età della Pietra, del Bronzo e del Ferro. Ma lo schema fissato da questi studiosi era troppo semplicistico per rispecchiare la realtà. Lo dimostrarono migliaia di successive scoperte che, lungi dal completare il mosaico, lo ampliarono, estendendone le tracce in ogni direzione e rendendolo più incomprensibile che mai.

Oggi ci troviamo di fronte a tracce di grandi culture fiorite in epoche che avrebbero dovuto essere caratterizzate da un’assoluta primitività, almeno secondo le teorie canoniche della scienza ufficiale. Segni evidenti ci attestano l’esistenza di importanti baluardi di civiltà là dove non li avremmo mai sospettati. Basti pensare all’imponente complesso megalitico di Göbleki Tepe in Turchia e alle straordinarie piramidi di Visoko, in Bosnia. In poche parole, oggi gli storici e gli scienziati avrebbero in mano dati, nozioni e prove ormai certe tali da poter retrodatare di migliaia di anni la storia della civiltà umana. Ma non lo fanno, dimostrandosi ottusamente chiusi nei loro paradigmi accademici e cattedratici. È doloroso doverlo affermare, ma l’Archeologia è una delle poche discipline scientifiche che non procede secondo un metodo scientifico. Corrosa e inquinata da pesanti rivalità professionali, da miopia e da ristrettezza di vedute, oltre che da una cronica mancanza di fondi per gli scavi e per la preservazione del patrimonio fin’ora scoperto, essa troppo spesso, anziché comportarsi da vera disciplina complementare, come dovrebbe essere, si rifiuta di accettare i dati di supporto della Geologia, della Chimica, della Biologia, e di altre discipline, e resta chiusa in sé stessa e nel suo immobilismo. Tutte le scoperte scomode, che rischiamo di alterare o stravolgere il paradigma comunemente accettato, vengono sistematicamente nascoste, occultare, ne viene negata la pubblicazione e la conoscenza da parte dell’opinione pubblica. E vi sono forze e poteri che, come già ho accennato, hanno letteralmente il terrore che l’umanità possa venire a conoscenza della sua autentica storia e, di conseguenza, investono ingentissime risorse nel tentativo di rafforzare o di puntellare un paradigma che è evidentemente ormai logoro e destinato a crollare.

Atlantide e altre pagine di storia proibita non è sicuramente un libro facile o alla portata di tutti. Mi rendo perfettamente conto della sua complessità, ma ritengo che, nelle mani delle persone giuste, possa contribuire in maniera considerevole a far finalmente crollare quel paradigma che ancora ingabbia la Storia e l’Archeologia, spianando la strada verso una piena riconquista del nostro passato, affinché il futuro dei nostri figli possa essere migliore.

Nicola Bizzi

PREFAZIONE

di Boris Yousef

Quando Nicola Bizzi mi ha proposto di realizzare una prefazione al suo ultimo saggio Atlantide e altre pagine di storia proibita, ho accettato subito e senza alcuna riserva, perché, conoscendo piuttosto bene l’Autore, la sua preparazione e il suo stile di scrittura - estremamente dotto ed erudito ma al contempo anche colloquiale ed esplicativo, già dal titolo avevo immaginato che si trattasse di un buon prodotto. E, una volta che mi sono cimentato nella sua lettura, non solo non ne sono rimasto deluso, ma devo confidarvi che mi sono ritrovato davanti ad un libro che, per prospettiva e profondità dei contenuti, travalicava di molto le mie seppur ottimistiche aspettative.

Atlantide e altre pagine di storia proibita di Nicola Bizzi non è un semplice saggio sui misteri del passato e sulle antiche civiltà scomparse come molti se ne possono trovare oggi nelle librerie. È un vero e proprio viaggio iniziatico, supportato dal rigore storico e dalla competenza del suo Autore, uno storico e scrittore che ha dedicato la propria vita alla ricerca delle più autentiche radici della civiltà umana sulla Terra e alla riscoperta della Tradizione Occidentale. Questo suo ultimo imponente lavoro può essere definito senza esitazioni un condensato di oltre venti saggi diversi, in cui il lettore viene trasportato e al contempo guidato per mano attraverso le barriere del tempo e dello spazio, dalla mitica Atlantide agli splendori e ai misteri della civiltà Minoica cretese, dall’Egitto dei Faraoni al Telestérion di Eleusi, fino ad arrivare a Ipazia di Alessandria, ai segreti della Teogonia di Esiodo e dell’Oracolo di Delfi e al mistero dei Templari. Un libro che nasce da una serie di riflessioni su grandi temi irrisolti della Storia, dell’Archeologia, della Mitologia e della sfera del sacro degli antichi popoli; temi ed argomenti che Nicola Bizzi, come ha specificato nella sua introduzione, ha avuto modo di affrontare nel corso degli ultimi anni in convegni e conferenze e su varie riviste, da Aesyr a Novum Imperium, da Archeomisteri a Satormagazine.

Conosco l’Autore fin dai primi anni ‘90. All’epoca mi trovavo a Roma per seguire un master di specializzazione in Antropologia Culturale e ricordo che Nicola Bizzi mi contattò attraverso un comune amico dopo aver letto alcuni miei articoli di argomento archeologico concernenti la civiltà Minoica cretese. Rimasi piacevolmente sorpreso dall’apprendere, già nel corso delle nostre prime telefonate, che non solo era esponente di un centro culturale improntato sullo studio della Tradizione Misterica Eleusina, ma che a tale Tradizione egli inoltre apparteneva, sia per percorso iniziatico che per trasmissione familiare. Nicola Bizzi, infatti, oltre ad essere uno stimato storico, uno scrittore, un editore e un organizzatore di eventi culturali, è soprattutto un grande Iniziato. Non fa certo mistero della sua appartenenza alla Massoneria e all’Ordine degli Eleusini Madre, una delle realtà iniziatiche più antiche, chiuse e misteriose, un’importante realtà iniziatica che è fra le poche ad essere sopravvissute dalla tarda antichità fino ad oggi, attraversando indenne la triste stagione delle persecuzioni cristiane nei confronti di tutti gli altri culti, un forzoso ma necessario ingresso nella clandestinità e i secoli bui del Medio Evo. Una realtà iniziatica che, attraverso l’operato di suoi importanti e celebri esponenti, ha dato vita all’Umanesimo e al Rinascimento; una realtà iniziatica che si pone alla base della stessa Tradizione Occidentale, e che solo da pochi anni, per decisione del 73° Pritan degli Hierofanti Guido Maria St. Mariani di Costa Sancti Severi, persona che conosco e che profondamente stimo, ha deciso di intraprendere una politica di graduale apertura nei confronti del mondo profano.

Da oltre vent’anni, quindi, conosco l’Autore di questo libro e ho avuto modo di apprezzare la sua competenza, collaborando con lui in più occasioni e in vari progetti culturali ed editoriali.

Nicola Bizzi sa quindi di cosa parla quando introduce i lettori nel mondo degli antichi Misteri, e quando ci narra del martirio di Ipazia di Alessandria e di Galeria Valeria, due donne straordinarie, due Iniziate di cui è stata tentata addirittura la cancellazione della memoria storica. E sa di cosa parla quando ci spiega i misteri ed i segreti della Teogonia di Esiodo e la realtà storica della Titanomachia, e quando afferma categoricamente che non sono mai esistite, se non nei sogni degli sciocchi o dei contro-iniziati, né una fantomatica Unica Tradizione Primordiale né tantomeno una presunta unità trascendente di tutte le religioni.

In suoi precedenti saggi ed articoli, Nicola Bizzi ha sostenuto che la comune visione che abbiamo oggi della mitologia greca e romana è profondamene errata e in questo suo nuovo libro ci spiega quanto tale visione sia necessariamente da riscrivere e da reinterpretare se vogliamo comprendere le più autentiche radici della Tradizione e del Mito. E ci spiega con grande naturalezza come, prima di quella attuale, siano esistite sulla Terra altre precedenti umanità che ci hanno lasciato innumerevoli resti e testimonianze che l’Archeologia, aggrappata ai suoi obsoleti preconcetti e alle sue paure, si ostina a ignorare o a negare. E, parlando di Atlantide, non gira intorno all’argomento, ingolfando le pagine di se e di ma o di sterili e inutili ipotesi e congetture, come sono soliti fare molti altri scrittori privi di argomenti. Lui viene subito al punto, sbattendo letteralmente in faccia all’intero establishment accademico, ingessato nei suoi falsi stereotipi e nei suoi traballanti paradigmi, che non solo esistono ormai da decenni le prove documentarie che prima del X° millennio a.C. siano esistite non una ma varie civiltà avanzate e progredite, ma che addirittura da pochi anni è stata finalmente trovata dagli scienziati la pistola fumante, ovverosia la prova oggettiva del tracollo e della repentina scomparsa di tali civiltà: i due impatti cometari del Dryas Recente.

Nicola Bizzi non si dimostra tenero neppure con quella schiera di sedicenti storici e ricercatori che pretenderebbero di identificare l’Atlantide descrittaci da Platone con la Creta minoica, basandosi sul fatto che fu l’eruzione di Santorini che, attorno al 1600 a.C. pose drammaticamente fine a tale civiltà e ipotizzando goffamente che il grande Filosofo e Iniziato ateniese potesse essersi sbagliato, indicando la fine di Atlantide novemila anni prima della sua era anziché novecento! Rigettando con fermezza simili scempiaggini, egli ci dimostra come la Tradizione Misterica Eleusina abbia tramandato alcuni testi segreti che non solo confermano cronologicamente la versione di Platone, ma che ci narrano con dovizia di particolari la storia di una grandiosa civiltà sorta nell’Atlantico settentrionale, su quelle che vengono definite come le Sette Grandi Isole del Mar d’Occidente; una civiltà che al suo apice di espansione conquistò e colonizzò l’America centrale e meridionale, il bacino mediterraneo, l’Europa meridionale e buona parte del Nord Africa e del Vicino Oriente, lasciando ovunque in quelle terre testimonianza di sé. Una civiltà che scomparse drammaticamente attorno al 9600 a.C., una data che non solo corrisponde a quella indicataci da Platone ma che è anche la stessa del secondo grande impatto cometario che devastò l’intero pianeta facendolo ripiombare nella preistoria, ponendo fine alla piccola era glaciale del Dryas Recente e determinando in tutto il mondo un repentino innalzamento del livello dei mari. O, se preferite, un Diluvio, quel grande Diluvio di cui troviamo menzione in tutte le tradizioni mitologiche e religiose della Terra.

La civiltà Minoica di Creta non sarebbe quindi stata Atlantide, ma soltanto una delle colonie di tale civiltà nel contesto del Mediterraneo.

Per non parlare, poi, delle straordinarie conferme che i testi misterici della Tradizione Eleusina forniscono a determinate oscure ed intricate realtà che troviamo solo parzialmente esposte in saggi come L’altra Europa di Paolo Rumor!

La Storia che ci racconta Nicola Bizzi è quindi realmente una Storia proibita, perché per troppo tempo i Controllori della Matrix hanno deciso che tale dovesse essere, impedendo al genere umano di accedervi, di conoscerla. Ma non vi anticipo altro, lasciandovi alla lettura di un libro che senz’altro non vi lascerà indifferenti. Un libro che probabilmente avrà il potere di risvegliare le vostre coscienze.

Boris Yousef

Belgrado, Maggio 2018.

ATLANTIDE

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ATLANTIDE: LE PROVE DEFINITIVE DELLA

SCOMPARSA DEL CONTINENTE PERDUTO

La pistola fumante è stata finalmente trovata: l’impatto cometario del Dryas Recente. Quanto ancora a lungo resisterà l’assurdo paradigma che impedisce all’Archeologia di essere una vera scienza?

Colin Ranfrew e Paul Bahn, nel loro saggio del 1991 Archaeology: Theories, methods and practice, riconosciuto internazionalmente come un testo basilare in ambito universitario, ci forniscono questa definizione dell’Archeologia: «L’Archeologia (dal Greco ἀρχαιολογία, voce composta dalle parole ἀρχαῖος, antico, e λόγος, discorso o studio) è la scienza che studia le civiltà e le culture umane del passato e le loro relazioni con l’ambiente circostante, mediante la raccolta, la documentazione e l’analisi delle tracce materiali che hanno lasciato (architetture, manufatti, resti biologici e umani). Considerata in passato come scienza ausiliaria della Storia, adatta a fornire documenti materiali per quei periodi non sufficientemente illuminati dalle fonti scritte, in alcuni paesi, e specialmente negli Stati Uniti d’America, è stata sempre considerata come una delle quattro branche dell’Antropologia (insieme all’Etnologia, la Linguistica e l’Antropologia fisica), avente come obiettivo l’acquisizione di conoscenza delle culture umane attraverso lo studio delle loro manifestazioni materiali».

In numerosi miei articoli ho duramente criticato l’Archeologia, accusandola senza mezzi termini di ottusità, malafede e, soprattutto, di anti-scientificità.

È doloroso doverlo affermare, ma l’Archeologia è oggi una delle poche discipline scientifiche (o con pretesa di scientificità) che non procedono secondo un metodo scientifico. Corrosa e inquinata da pesanti rivalità professionali, da miopia e da ristrettezza di vedute, oltre ad essere minata da una cronica mancanza di fondi per gli scavi e per la preservazione del patrimonio fin’ora scoperto, essa troppo spesso, anziché comportarsi da vera disciplina complementare, come dovrebbe essere, si rifiuta di accettare i dati di supporto della Geologia, della Chimica, della Biologia, dell’Astronomia e di altre discipline, e resta chiusa in sé stessa e nel suo immobilismo. Tutte le scoperte scomode, che rischiano di alterare o stravolgere il paradigma comunemente accettato, vengono sistematicamente nascoste, occultare, ne viene negata la pubblicazione e la conoscenza da parte dell’opinione pubblica.

Scrivo a riguardo con cognizione di causa, in quanto mi sono personalmente scontrato per anni con questa triste realtà già in ambito universitario, quando, contestando determinate datazioni imposte in maniera dogmatica e mettendo apertamente in discussione il paradigma, mi sentivo ripetutamente dire da stimati cattedratici «no, questo non sin può dire». Non mi dicevano «questo è impossibile» o, semplicemente, «questo è errato»; mi dicevano «questo non si può dire», perché evidentemente le mie affermazioni di studente non si riferivano a fatti o circostanze al di fuori della realtà, ma andavano a toccare dei nervi scoperti e mettevano in crisi, appunto, il paradigma. E, riscontrando un simile atteggiamento miope non solo nei docenti, ma addirittura anche nella stragrande maggioranza degli studenti, che ad esso si adeguavano come a un dogma di fede, decisi di cambiare traiettoria e di laurearmi in Storia.

Ma vediamo che cos’è questo famigerato paradigma. Come ci riferisce l’enciclopedia on-line Wikipedia, nel linguaggio comune un paradigma è un modello di riferimento, un termine di paragone. La parola deriva dal Greco antico paràdeigma, che significa esemplare, esempio. In Filosofia la parola archetipo è analoga.

In Filosofia della Scienza un paradigma è la matrice disciplinare di una comunità scientifica. In questa matrice si cristallizza una visione globale (e globalmente condivisa) del mondo, e più specificamente, del mondo in cui opera e del mondo su cui indaga la comunità di scienziati di una determinata disciplina.

Lo storico della Scienza Thomas Kuhn diede a tale termine il suo attuale significato quando lo descrisse come «un insieme di teorie, leggi e strumenti che definiscono una tradizione di ricerca in cui le teorie sono accettate universalmente, all’interno di un periodo di tempo»⁴. Nel testo La struttura delle rivoluzioni scientifiche Kuhn definisce il paradigma scientifico «un risultato universalmente riconosciuto che, per un determinato periodo di tempo, fornisce un modello e soluzioni per una data comunità di scienziati». Ovvero: ciò che può essere osservato come tale; il tipo di domanda che si suppone possa essere fatta e le risposte in relazione al problema; come queste domande sono strutturate; come dovrebbero essere interpretati i risultati di indagini scientifiche; come dovrebbe essere condotto un esperimento e quale attrezzatura è disponibile per condurre l’esperimento.

Una delle enigmatiche teste in pietra della tomba-santuario di Antioco I° di Commagene sul Nemrut Dağı (Turchia orientale)

Il paradigma, quindi, nella visione che ne ha chi lo applica, costituisce e delimita il campo, la logica e la prassi della ricerca stessa, come principio ordinatore leibniziano. Ed è all’interno della logica paradigmatica che la ricerca scientifica ritiene di dover individuare il suo oggetto di studio, i problemi più cogenti e la tecnica migliore per affrontarli.

Proprio per questa funzione di primo motore immobile del paradigma è necessario per Thomas Kuhn che esso sia largamente condiviso dalla comunità di studiosi. Solo le discipline più mature, non a caso, possiedono un paradigma stabile. In questa forma, nella Scienza, un paradigma è la congiunzione di esperimenti, basati su modelli, che possono essere copiati o emulati. E il paradigma prevalente rappresenta, spesso, una forma specifica di vedere la realtà o le limitazioni di proposte per l’investigazione futura; qualcosa di più e di diverso da un metodo scientifico generico, secondo Kuhn, ma anche un freno ed un limite talvolta inaccettabile, secondo me. Concordo infatti con Graham Hancock quando, parlando di paradigma archeologico, sostiene che «l’uso da parte dell’Archeologia ortodossa di presupposti aprioristici riguardo a ciò che accadde in passato come motivo per non effettuare indagini ad ampio raggio su ciò che effettivamente accadde in passato è segno di scarsa erudizione»⁵. Ma anche di stupidità o malafede, aggiungo io.

Kuhn, sempre in La struttura delle rivoluzioni scientifiche, sostiene anche che, in modo complementare, una rivoluzione scientifica sia necessariamente caratterizzata da un cambiamento di paradigma. Ed è mio parere che sia in atto da circa vent’anni una grande rivoluzione archeologica, e non soltanto archeologica. Benché persistano all’interno degli ambienti accademici una grande miopia ed una malcelata ottusità, stiamo assistendo fortunatamente ad un ricambio generazionale, alla crescita professionale e all’avvento di una nuova generazione di giovani storici e archeologi con uno spettro di vedute un po’ più ampio della precedente, e soprattutto con più determinazione e con una maggiore apertura verso la multidisciplinarietà. Mi rendo conto che sono ancora pochi quelli disposti a rischiare, magari a compromettere le loro carriere, pur di portare avanti teorie innovative, ma comunque quei pochi ci sono, e sono sempre di più. Questa rivoluzione è ormai partita e ritengo che niente possa più fermarla, e cercherò di spiegare in questo articolo come l’attuale paradigma storico ed archeologico abbia ormai i giorni contati e sia condannato ad essere inesorabilmente rovesciato. È questione di tempo, poco tempo, ma per tentare di sopravvivere combatterà con le unghie e con i denti, lasciando sicuramente ancora molti valorosi caduti sul campo di battaglia.

Un dato sicuramente a favore dei pochi coraggiosi pionieri di questo nascente revisionismo storico-archeologico è sicuramente il rinnovato interesse da parte dell’opinione pubblica, indubbiamente favorito dall’avvento e dalla diffusione di Internet, che ha potenzialmente ampliato in maniera esponenziale l’accesso ai dati e alle notizie. Inoltre, grazie alla pubblicazione e alla diffusione a livello mondiale di libri rivoluzionari di studiosi come Robert Bouval, Graham Hancock, John Antony West, Alan Alford, e alla nascita di importanti testate giornalistiche e riviste specializzate a larga diffusione, come l’italiana Archeomisteri, sta sempre più crescendo nell’opinione pubblica l’interesse per l’Archeologia, e soprattutto la voglia di sapere, di conoscere, di non limitarsi alle apparenze e alle verità ufficiali e di comodo.

Aveva ragione il ricercatore italiano Mauro Quagliati, quando scriveva che «la Rivoluzione archeologica parte dall’Egitto». È, infatti, proprio grazie a tutta una serie di nuove scoperte inerenti alla Sfinge e alle piramidi, che questa rivoluzione ha potuto finalmente aprirsi un varco nell’immobilità degli accademici. Nonostante le negazioni a oltranza di certe autorità, proprio dall’Egitto sono emersi dei dati estremamente importanti. Recenti scoperte hanno dimostrato ad esempio, con il supporto della Geologia, che la Sfinge è stata scolpita non meno di 12.000 anni fa. Il suo corpo è stato infatti eroso da millenni di piogge tropicali, quando l’Egitto aveva un clima ben diverso dall’attuale. Molte altre nuove scoperte tenderebbero a datare alla stessa epoca le tre piramidi di Giza, il Tempio della Valle e molti altri monumenti egizi.

A chi mi chiede se la mitica Atlantide descritta da Platone sia realmente esistita o se si tratti solo di una leggenda, solitamente ribadisco che prima di rispondere ad una simile domanda dobbiamo partire dalla constatazione di quella che è una realtà oggettiva: la storia della civiltà umana sulla Terra si spinge molto più indietro nel passato di quanto ci venga oggi insegnato sui banchi di scuola. Fino a pochi anni fa il passato dell’uomo sembrava non avere misteri: sulla base di alcuni rinvenimenti gli scienziati credevano di poter stabilire, a grandi linee, la storia della nostra evoluzione, di essere in grado cioè di seguire lo sviluppo della civiltà attraverso le Età della Pietra, del Bronzo e del Ferro. Ma lo schema fissato da questi studiosi era troppo semplicistico per rispecchiare la realtà. Lo dimostrarono migliaia di successive scoperte che, lungi dal completare il mosaico, lo ampliarono, estendendone le tracce in ogni direzione e rendendolo più incomprensibile che mai.

La Sfinge della Piana di Giza (Egitto)

Oggi ci troviamo di fronte a tracce di grandi culture fiorite in epoche che avrebbero dovuto essere caratterizzate da un’assoluta primitività, almeno secondo le teorie canoniche della scienza ufficiale. Segni evidenti ci attestano l’esistenza di importanti baluardi di civiltà là dove non li avremmo mai sospettati. In poche parole, oggi gli storici e gli scienziati avrebbero in mano dati, nozioni e prove ormai certe tali da poter retrodatare di migliaia di anni la storia della civiltà umana.

Per non parlare della rivoluzionaria scoperta di Göbekli Tepe, nella Turchia orientale, un sito archeologico imponente e straordinario, fino ad oggi solo in minima parte portato alla luce, la cui datazione ufficiale ed attestata va oltre il 9.500 a.C. E di altri siti come quello bosniaco di Visoko, le cui impressionanti piramidi, che ho personalmente più volte visitato e che sono ancora in corso di scavo, sono state datate addirittura al 29.000 a.C.!

Schema grafico delle piramidi di Visoko (Bosnia), tratto dal sito Bosnianpyramid.com

Penso sinceramente che, se non assisteremo a una manipolazione di questa rivoluzione archeologica, il castello di carte degli storici accademici sia destinato inesorabilmente a crollare. Sarà allora che il paradigma sarà finalmente rovesciato e la verità inizierà a venire alla luce in tutto il suo splendore.

Oggigiorno diventa pericoloso soltanto mettere in discussione, dal punto di vista storico, alcuni eventi della Seconda Guerra Mondiale, quindi possiamo immaginarci quanto pericoloso possa essere mettere in discussione l’intera cronologia ufficiale della storia dell’uomo! Esistono dei poteri forti, delle vere e proprie lobby che pretendono di decidere sulle teste dei cittadini di questo mondo in tutti campi, non soltanto nella Politica e nell’Economia, ma anche nella Storia; lobby di potere che hanno sempre attuato una sistematica e deliberata soppressione delle informazioni relative alle scoperte archeologiche più scomode, operando simultaneamente, oltre al taglio dei fondi e delle risorse, al discredito professionale degli archeologi impegnati in determinate ricerche e in determinati scavi.

Ammettere l’esistenza di una civiltà avanzata prima dell’inizio della nostra era comporterebbe una vera rivoluzione dei parametri storici. Tutto sarebbe da riscrivere e molti ostinati negatori di certe realtà perderebbero la faccia. È molto più facile per gli studiosi attenersi al paradigma e ignorare le nuove scoperte, piuttosto che intraprendere ricerche archeologiche e subacquee che si rivelerebbero costosissime ed estremamente difficoltose. Ma anche i più miopi ed ostinati non potranno farlo ancora a lungo. Queste nuove scoperte scomode si susseguono, sempre più numerose, con un ritmo ormai impressionante e gli argini della diga del paradigma mostrano crepe e spaccature ogni giorno sempre più grandi.

Come evidenzia Graham Hancock nel suo ultimo libro Il ritorno degli Dei, una casa costruita sulla sabbia rischia sempre di crollare. E le prove dimostrano con sempre maggiore evidenza che l’edificio del nostro passato eretto dagli storici e dagli archeologi poggia su fondamenta difettose e pericolosamente instabili. Tra il 10.800 e il 9.600 a.C. il nostro pianeta venne sconvolto da un cataclisma di dimensioni apocalittiche. Si trattò, come sottolinea sempre Hancock, di «un evento che ebbe conseguenze globali e che influì molto profondamente sul genere umano», restando vivo nella memoria, nei miti e nelle tradizioni di tutti i popoli, coma ho avuto modo di approfondire in molti miei precedenti articoli. Un evento sul quale molto è stato scritto, dibattuto e teorizzato, dal Medioevo fino ad oggi, ma che, tuttavia, soltanto fra il 2007 e il 2014 è stato pienamente confermato dalle prove e dalle testimonianze scientifiche.

Graham Hancock, classe 1950, è uno stimato scrittore e giornalista scozzese, autore di numerosi saggi (fra cui ci tengo a ricordare Impronte degli Dei, Custode della Genesi, Civiltà sommerse e La Guerra degli Dei), divenuti vere e proprie pietre miliari di quella rivoluzione archeologica che sta scardinando vecchie convinzioni e obsoleti paradigmi. Ed è stato anche ispiratore dei film 10.000 A.C. e 2012 del regista Roland Emmerich. E non si tratta di un semplice scrittore da tastiera e scrivania, ma di un ricercatore costantemente in giro per il mondo, dal Perù all’India, dall’Indonesia alla Turchia, dal Nord America all’Isola di Pasqua, per documentare e verificare sul campo le sue ricerche e le sue scoperte. Nei suoi libri ha messo a nudo con precisione e chiarezza le incongruenze e le omissioni dell’Archeologia ufficiale, facendo luce sulle più importanti e straordinarie scoperte degli ultimi decenni.

Ma il suo ultimo lavoro, Il ritorno degli Dei, edito in Italia da Corbaccio nel Febbraio del 2016, risulta fondamentale per fare chiarezza sul cataclisma che fra 12.800 e 11.600 anni fa sconvolse il mondo, fornendone finalmente tutte le prove scientifiche e tutti i riscontri oggettivi.

Si tratta di un lavoro che tantissimi storici e ricercatori, fra cui il sottoscritto, da tempo aspettavano, perché ci fornisce le tanto attese prove che ci permettono di far uscire una volta per tutte questo evento di portata apocalittica dal calderone delle ipotesi e dalle nebbie del mito, contestualizzandolo cronologicamente e geograficamente.

Come ha scritto Randall Carlson in My Journey to Catastrophism, «Il nostro è un pianeta terribilmente dinamico, che ha subito cambiamenti profondi su una scala che supera di gran lunga qualsiasi cosa accaduta in un arco di tempo a noi prossimo. E in effetti mi rendo conto soltanto adesso che ciò che consideriamo la nostra storia è semplicemente la testimonianza di eventi umani che si sono verificati a partire dall’ultima grande catastrofe planetaria». Eppure i popoli con i quali solitamente si vuol fai iniziare la Storia ufficiale, ovvero i Sumeri e gli Egiziani, ci hanno lasciato documenti scritti che parlano di migliaia di anni della loro storia precedenti a quella che conosciamo, migliaia di anni di storia precedenti al grande evento apocalittico che, in tutte le culture, fa da cerniera temporale fra il prima e il dopo.

Come osserva Graham Hancock nel suo saggio, alla luce delle nuove scoperte ci troviamo nel mezzo di un profondo cambiamento di paradigma per quanto riguarda il modo in cui guardiamo l’evoluzione della civiltà umana. Gli archeologi hanno l’abitudine di considerare gli impatti cosmici, che secondo quanto erroneamente si è sempre supposto si verificherebbero a intervalli di parecchi milioni di anni, come sostanzialmente irrilevanti nell’arco dei 200.000 anni di esistenza dell’uomo anatomicamente moderno. Finché si credeva che l’ultimo grande impatto fosse stato quello con l’asteroide che sessantacinque milioni di anni fa si ritiene che abbia spazzato via i dinosauri, aveva ovviamente poco senso cercare di correlare gli incidenti cosmici su questa scala quasi inimmaginabile con l’arco di tempo molto più breve della storia dell’umanità. Ma lo scenario da incubo emerso dalle ricerche di quel gruppo di scienziati che ha recentemente dimostrato, come vedremo più avanti nel dettaglio, il devastante impatto del Dryas Recente, vale a dire quell’evento sconvolgente di dimensioni apocalittiche che ha sconvolto il nostro pianeta solo 12.800 anni fa, alle porte della nostra storia ufficiale, cambia decisamente e in maniera definitiva le carte in tavola. Anzi, oserei dire che rovescia direttamente il tavolo con tutto quello che c’è sopra. E lo rovescia talmente bene che si comprendono le tenaci e disperate resistenze che da parte dell’establishment accademico sono state fin dall’inizio rivolte verso gli studi rivoluzionari di J. Harlen Bretz prima e verso le scoperte di Jim Kennett e del suo team di scienziati poi. Resistenze che, paradossalmente, per quanto si scontrino con le prove e con le evidenze, continuano tutt’oggi.

Come sottolinea sempre Hancock, alla luce di certe prove oggettive, la cronologia della Storia insegnataci come dato di fatto nelle scuole e nelle università, i lenti dolorosi passi dal Paleolitico al Neolitico, lo sviluppo dell’agricoltura, la nascita delle prime città e così via - in sintesi tutte le conclusioni a cui ritiene di essere giunta l’Archeologia riguardo le origini della nostra civiltà - si basano su false fondamenta. Perché con quale altra parola se non con false possono essere descritte le basi del paradigma storico esistente, quando sappiamo adesso che furono definite senza prendere in considerazione il più grande cataclisma che abbia colpito la Terra dall’estinzione dei dinosauri?

Testa di una statua di epoca tolemaica sui fondali al largo di Alessandria d’Egitto

Questo cataclisma, evidenzia sempre Hancock, si verificò inoltre in un periodo molto specifico e cronologicamente assai vicino a noi, il Dryas Recente (tra i 12.800 e gli 11.600 anni fa) e venne immediatamente seguito da grandi e importanti segnali di civiltà a Göbekli Tepe in Turchia e subito dopo in molte altri parti del mondo. E non si trattava di civiltà primitive appena uscite dalle caverne, bensì di popoli con strutture sociali complesse e già evolute, con alto senso artistico e religioso e con conoscenze astronomiche ed architettoniche chiaramente riscontrabili negli imponenti edifici e monumenti che ci hanno lasciato.

Riconoscere, come fanno adesso gli archeologi (perché sono stati costretti dall’evidenza e dalle datazioni a farlo), che questi che considerano i primi esperimenti di vita civilizzata ebbero tutti luogo subito dopo il punto di interruzione rappresentato dal Dryas Recente, ma non tenere conto del trauma immane e della distruzione globale messi in moto dagli impatti cosmici che causarono il Dryas Recente rappresenta una vera e propria carenza nei metodi di ricerca e di valutazione. Ma ciò che è peggio, tuttavia, è che parallelamente non si è pensato di considerare anche solo per un momento la possibilità che capitoli cruciali della storia umana, forse persino una grande civiltà della remota preistoria, possano essere stati cancellati (anche se ciò non è avvenuto nella memoria storica e nei miti di tutti i popoli antichi) da questi impatti e dalle inondazioni, dalle piogge nere bituminose, dall’oscurità e dal freddo indescrivibile che ne seguirono.

Fino a non molti anni fa gli studiosi e i ricercatori che indagavano su questo cataclisma apocalittico, di cui esistevano molteplici evidenze, ma non le prove scientifiche delle sue cause, ipotizzavano l’impatto di un meteorite di considerevoli dimensioni, sul modello di quello che si ritiene abbia provocato la scomparsa dei dinosauri. Ma, con l’inizio del nuovo Millennio, iniziò a farsi strada un’altra ipotesi assai più inquietante, corroborata dalla massa crescente di indizi attestanti che 12.800 anni una cometa gigante, in viaggio su un’orbita che la portò a intersecare il Sistema Solare interno, si frantumò in una miriade di frammenti e che molti dei quali, con un diametro anche superiore ai due km., colpirono la Terra. Molti scienziati e ricercatori iniziarono a individuare il Nord America come l’epicentro del cataclisma, arrivando a delineare un quadro in base al quale i principali impatti dei frammenti cometari sarebbero avvenuti proprio sulla calotta glaciale nord-americana (esattamente sulle calotte Lauretide e della Cordigliera), provocando lo scioglimento di colossali masse di ghiaccio e causando spaventose alluvioni, maremoti e proiettando grandi nuvole di polvere nell’alta atmosfera, avvolgendo l’intero pianeta e impedendo per lungo tempo ai raggi del Sole di raggiungere la superficie. Era stata finalmente individuata la vera causa, che negli anni successivi sarebbe stata corroborata da solide prove scientifiche, del misterioso e repentino periodo di congelamento globale che i geologi chiamano Dryas Recente. In sostanza, stava emergendo una verità a lungo solo ipotizzata e da molti, in ambito scientifico ed accademico, temuta e rifiutata.

Graham Hancock, nel suo libro, evidenzia tutti i passi che hanno portato l’ Ipotesi dell’impatto del Dryas Recente, come questa teoria venne formulata dai suoi sostenitori in un articolo su The Journal of Geology, a divenire col tempo sempre più concreta e fondata, man mano che gli indizi si trasformavano in solide prove.

La scoperta di un grandissimo quantitativo di nanodiamanti, rilevati in una vasta aerea ritenuta quella dei principali impatti, rafforzò ulteriormente la teoria. I nanodiamanti, infatti, sono diamanti microscopici che si formano in condizioni estremamente rare di pressione e calore di livelli altissimi, e sono ritenuti le impronte caratteristiche - proxy, o indicatori diretti, nel linguaggio scientifico - di potenti impatti di comete o asteroidi. E il team di scienziati guidato da Richard Firestone e da James Kennett, nel 2014, dopo già sette anni di accese discussioni e dibattiti, spiegò che i campioni di sedimento sui quali si fondavano le prove contenevano, oltre ai nanodiamanti, diversi altri tipi di detriti che potevano avere unicamente un’origine extraterrestre, riconducibili a una cometa o a un asteroide. Tali detriti includevano infatti minuscole sferule di carbonio che si formano quando goccioline di materiale organico fuso si raffreddano rapidamente a contatto con l’aria e molecole di carbonio contenenti il raro isotopo Elio-3, molto abbondante nel cosmo, ma non sulla Terra. Il team arrivò poi alla conclusione che la causa della devastazione fosse da imputare a una cometa, e non a un asteroide, dal momento che nello strato principale dei sedimenti esaminati erano del tutto assenti gli alti livelli di Nichel e Iridio che caratterizzano gli impatti degli asteroidi.

Si delineavano così con chiarezza le cause scatenanti del Dryas Recente: l’impatto dei frammenti di una super-cometa che avrebbero colpito la calotta glaciale nord-americana in più punti e una vasta aerea dell’emisfero settentrionale, arrivando a toccare il Mediterraneo, la Turchia e la Siria.

Riassumendo i danni provocati da queste collisioni, gli autori dello studio immaginarono «un’onda d’urto devastante e di altissima temperatura che provocò un picco di sovrapressione, seguito da un’onda di pressione negativa, che diede luogo a venti intensi che spazzarono il Nord America viaggiando a centinaia di chilometri orari, accompagnati da potenti vortici generati dagli impatti. (...) Una sfera di fuoco rovente avrebbe saturato la regione vicina agli impatti e a distanze maggiori il rientro in atmosfera ad altissima velocità del materiale surriscaldato espulso al momento delle collisioni avrebbe provocato enormi incendi che avrebbero decimato foreste e praterie, distruggendo le riserve di cibo degli erbivori e producendo carbone, fuliggine, fumi tossici e cenere»⁶.

Lo scrittore Graham Hancock

E in che modo tutto ciò avrebbe potuto causare il drammatico congelamento del Dryas Recente? Gli autori dello studio proposero come soluzione molti meccanismi operanti simultaneamente, e tra questi il più rilevante sarebbe stato l’enorme pennacchio di vapore acqueo proveniente dallo scioglimento della calotta glaciale che sarebbe stato scagliato nell’atmosfera, combinato a immense quantità di polvere e detriti composti da frammenti dei corpi impattanti, dalla calotta glaciale e dalla crosta terrestre sottostante, oltre al fumo e alla fuliggine prodotta dagli incendi che devastarono l’intero continente.

Nel complesso, come rileva Hancock, risulta abbastanza facile capire in che modo una tale quantità di detriti proiettata nell’atmosfera potesse aver portato ad un rapido raffreddamento, bloccando il passaggio della luce solare. L’insieme di vapore acqueo, fumo, fuliggine e ghiaccio avrebbe generato una cortina persistente di nubi nottilucenti, con conseguente diminuzione della luce solare e raffreddamento della superficie, riducendo in tal modo l’insolazione alle alte latitudini, aumentando l’accumulo nevoso e causando un ulteriore abbassamento delle temperature in un ciclo continuo di retroazione.

Per quanto di per sé già gravi e devastanti, questi fattori diventano quasi insignificanti se paragonati alle conseguenze che gli impatti possono aver avuto sulla calotta glaciale:

«Il maggiore effetto potenziale sarebbe stata la destabilizzazione e/o lo scioglimento parziale della calotta glaciale in seguito all’impatto. Nel breve periodo ciò avrebbe liberato repentinamente acqua di disgelo e enormi blocchi di ghiaccio negli oceani del Nord Atlantico e dell’Artico, abbassando la salinità con conseguente raffreddamento superficiale. E gli effetti di congelamento a lungo termine sarebbero derivati in gran parte dal successivo indebolimento della circolazione termoalina nell’Atlantico Settentrionale, mantenendo un clima freddo nel Dryas Recente per più di 1.000 anni, fino a quando i meccanismi ciclici ripristinarono la circolazione oceanica»⁷.

I risultati pubblicati su Proceedings of the National Academy of Science il 4 Giugno 2013 beneficiarono inoltre dei più recenti progressi nella tecnologia del radiocarbonio per raffinare la datazione dell’impatto cosmico da 12.900 a 12.800 anni fa e resero possibile una mappatura molto più particolareggiata dell’area di dispersine del materiale da impatto, che incluse quasi cinquanta milioni di chilometri quadrati del Nord, Centro e Sud America, una grande sezione dell’Oceano Atlantico e gran parte dell’Europa, del Nord Africa e del Medio Oriente. E il fatto che i calcoli, presenti negli studi del 2013, indicassero il deposito di oltre dieci milioni di tonnellate di sferule all’interno di questo vasto campo di caduta, uniti agli studi presentati l’anno successivo sulla presenza nell’area interessata di enormi quantità di nanodiamanti, fece sì da togliere dalla mente dei ricercatori ogni dubbio sul fatto che al centro di tutto questo vi fosse un impatto cosmico, e nello specifico l’impatto di una supercometa.

La calotta glaciale Nord-Americana

Sono stati, infine, individuati con chiarezza anche diversi punti d’impatto: la depressione di Charity Shoal nel Lago Ontario, la conca di Bloody Creek nella Nuova Scozia, il cratere di Corossol nel Golfo di San Lorenzo in Canada e l’area di Quebacia Terrain, sempre in Canada, ad Ovest di Corossol. E questi elencati sono i punti d’impatto che è stato possibile individuare grazie alle evidenze geologiche, mentre si ritiene che quelli maggiori e più devastanti, dovuti a frammenti della cometa di dimensioni nell’ordine di due chilometri e mezzo di diametro calcolati da Firestone, Kennett e West, abbiano riguardato la calotta di ghiaccio in punti più a Nord e più a Ovest.

Come rileva sempre Hancock, ciò che colpisce in special modo nel risultato di queste scoperte è il fatto che i cambiamenti climatici avvenuti sia all’inizio che alla fine del Dryas Recente (e questi ultimi, quelli della fine, li prenderemo in esame fra poco) abbiano avuto estensione planetaria e si compirono entrambi nell’arco di una generazione umana. 12.800 anni fa una forza esplosiva combinata calcolata dagli studiosi in dieci milioni di megatoni avrebbe sollevato nell’atmosfera sufficiente materiale da far piombare la Terra in una lunga, prolungata oscurità simile ad un inverno nucleare, quel periodo di oscurità di cui parlano tanti antichi miti. E il repentino riscaldamento verificatosi 11.600 anni fa, che pose fine al Dryas Recente, sarebbe sì in parte spiegabile con la dispersione finale della nuvola di materiale espulso, unita alla fine dell’inerzia sistemica che aveva alterato la circolazione termoalina del Nord Atlantico. Ma vi sarebbe, a completare il quadro, anche un’altra possibilità, non necessariamente in contraddizione con alcuno dei meccanismi sin qui descritti. Molti frammenti della cometa, secondo il parere del team di scienziati, inclusi alcuni di enorme dimensioni, sarebbero rimasti in orbita, fino a impattare nuovamente con il nostro pianeta nel 9.600 a.C. La Terra, quindi, avrebbe nuovamente interagito 11.600 anni fa con la scia di detriti della medesima cometa frammentata che aveva causato l’inizio del Dryas Recente, determinandone una repentina fine. In questa seconda occasione, però, l’analisi degli scienziati suggerisce che gli impatti principali non siano avvenuti sulla terraferma o sul ghiaccio, ma negli oceani terresti, molto probabilmente nell’Atlantico Settentrionale, il che avrebbe provocato l’innalzamento di enormi pennacchi di vapore acqueo che crearono un effetto serra, dando il via ad una rapida fase di riscaldamento globale.

Gli scienziati stimano che questa seconda ondata di impatti abbia determinato, nel giro di appena cinquant’anni, un aumento delle temperature medie di oltre 7 gradi centigradi, con il conseguente scioglimento di enormi masse di ghiacci e il repentino aumento, in tutto il mondo, del livello dei mari e degli oceani di decine e decine di metri. Ciò ebbe come causa primaria la fine del Dryas Recente e l’avvento della lunga fase temperata attuale, ma anche la sommersione non solo di tutti i tratti di costa, ma anche di vastissime aree un tempo emerse. Aree che sicuramente erano abitate e popolate dall’uomo e sulle quali probabilmente fiorivano diverse civiltà.

Gli archeologi ortodossi si sono sforzati per anni nel sostenere che Platone, che attraverso i suoi dialoghi Timeo e Crizia ci ha tramandato la storia della scomparsa di Atlantide per via di un terribile cataclisma di fuoco e acqua 9.000 anni prima di Solone - e cioè nel 9.600 a.C. secondo il nostro calendario, si sia inventato tutto, dilettandosi a scrivere un’opera di fantasia o di mera speculazione metaforica e filosofica, ignorando deliberatamente l’esistenza di centinaia di miti e antiche tradizioni che, in tutto il mondo, dalle Americhe al Mediterraneo, dall’Africa all’Asia, confermano, direttamente o indirettamente, la narrazione platonica. Narrazione che, peraltro, è pienamente avvalorata dal corpo dei testi della Disciplina Arcaico Erudita tramandati dalle Scuole Misteriche Eleusine, i quali ci raccontano la storia di una civiltà evolutasi su quelle che vengono menzionate come le Sette Grandi Isole del Mar d’Occidente, un insieme di vaste terre che sorgevano nell’Atlantico Settentrionale e che si sarebbero inabissate esattamente nel 9.600 a.C. E tali testi ci descrivono una società avanzata, con grandi conoscenze scientifiche, che, evolutasi nell’arco di circa 10.000 anni, sarebbe arrivata, all’apice del suo splendore, a conquistare e colonizzare l’America Centrale e Meridionale, il bacino mediterraneo, l’Europa Meridionale, il Medio Oriente e parte dell’Asia e dell’Africa, portandovi la propria cultura e le proprie tradizioni. Una civiltà che non chiamava se stessa atlantidea, bensì ennosigea, dal nome di una delle principali di queste sette terre, chiamata appunto En’n. Ma apprendiamo da tali testi che, proprio nella terra di En’n, situata ad Ovest dello stretto di Gibilterra, le mitiche Colonne d’Ercole dell’antichità, ed avente un’estensione approssimativa pari a quella della Francia e della Spagna messe insieme, esisteva una regione, collocata in posizione nord-orientale, denominata Hathlanthivjea. Un tempo un fiorente stato indipendente, prima della conquista ennosigea avvenuta attorno al 12.000 a.C., il suo nome, composto da quattro diversi geroglifici, significherebbe La Grande Madre venuta dal Mare. Non possiamo quindi escludere (anche se i testi delle Scuole Misteriche Eleusine non costituiscono una prova, in quanto, anche se attribuiti ad autori dell’antichità, sono stati oggetto di più trascrizioni attraverso il Medio Evo e i secoli ad esso successivi e non se ne possiedono più gli originali) che Platone, nelle sue narrazioni, faccia proprio riferimento alla regione di Hathlanthivjea.

Tornando a Hancock, egli ha ragione quando sostiene che la posizione di riserva, tra coloro che sono disposti a riconoscere a denti stretti una qualche veridicità alle informazioni contenute nel Timeo e nel Crizia, è che Platone abbia forse basato il suo racconto su un cataclisma molto più recente avvenuto nel Mediterraneo, come ad esempio l’eruzione di Thera (Santorini) attorno al 1500 a.C. Ma si tratta di una visione miope e di convenienza, del resto ormai superata e surclassata dal pieno riconoscimento scientifico dell’impatto cometario del Dryas Recente.

Ipotetica ricostruzione grafica dell’impatto cometario che determinò il Dryas Recente

Il concetto di un disastro globale verificatosi più di 11.000 anni fa, e in particolare l’idea eretica che esso abbia potuto spazzare via una grande civiltà evoluta esistente in quell’epoca, è sempre stato strenuamente respinto e ridicolizzato dall’Archeologia ufficiale «perché - come sottolinea Hancock - ovviamente gli archeologi dichiarano di sapere che non vi fu, e non avrebbe mai potuto esistere in nessuna circostanza, una civiltà altamente sviluppata in quel periodo. Lo sanno non grazie a prove inconfutabili che permettano di escludere l’esistenza di una civiltà tipo Atlantide nel Paleolitico Superiore, ma piuttosto basandosi sul principio generale che il risultato di meno di duecento anni di Archeologia scientifica rappresenti una linea temporale accettata per il progresso della civiltà, che vede i nostri antenati uscire lentamente dal Paleolitico Superiore per entrare nel Neolitico intorno al 9.600 a.C. e da lì in poi evolvere attraverso lo sviluppo e il perfezionamento dell’agricoltura nei millenni successivi»⁸.

Ma, tirando le somme, mi sembra evidente che stiamo ormai assistendo alla fine dell’attuale paradigma e che la rivoluzione archeologica in atto sia ormai incontenibile e irreversibile.

È stato geologicamente provato, grazie alle ricerche condotte da numerose spedizioni oceanografiche, che vaste aree di quello che è oggi l’Atlantico Settentrionale si trovavano in stato di emersione fino a circa 12.000 anni fa. Ed inoltre, il fondale atlantico, proprio in tali aree che vanno dai Carabi fino alle Azzorre e a Gibilterra, è cosparso di rovine, di mura, di strutture piramidali e di veri e propri resti di città, estese anche numerosi ettari, con strade che si intersecano perfettamente ad angolo retto. Stiamo parlando di strutture la cui origine non può essere assolutamente attribuita alla natura. Si tratta di opere dell’uomo realizzate in un’epoca ovviamente precedente alla sommersione di questi tratti di fondale. Sommersione che, grazie a campioni di tectiti, di fossili e di lava vulcanica prelevati dai fondali e opportunamente analizzati, è databile grosso modo al 9.600 a.C. Guarda caso si tratta della stessa data fornitaci da Platone in merito all’affondamento della sua Atlantide.

Senza stare necessariamente a parlare di Atlantide, occorre prendere atto che di Atlantidi ne sono esistite numerose, in ogni angolo del globo, o che quantomeno sono esistite diverse civiltà madri precedenti alla nostra che ci hanno lasciato le loro testimonianze inconfutabili, dal Perù ai fondali dell’Atlantico, dal Medio Oriente alla Siberia, dall’Amazzonia all’Indonesia, dal Pacifico all’Antartide. E le prove scientifiche dell’impatto cometario del Dryas Recente che di tali civiltà decretò la scomparsa costituiscono quello che in gergo poliziesco si chiama pistola fumante. La Storia è ormai da riscrivere, da riscrivere completamente, e non ci sarà paradigma che possa impedire di farlo.

I MINOICI IN AMERICA

E LE MEMORIE DI UNA CIVILTÀ PERDUTA

L’esistenza di un continente al di là dell’oceano Atlantico era ben nota agli antichi popoli mediterranei, e la scienza lo ha dimostrato, e dobbiamo a segrete scuole misteriche, eredi di tali antiche civiltà, se nel Rinascimento

l’esistenza di tale continente poté essere finalmente divulgata

Ho più volte denunciato, in miei vari saggi ed articoli quanto l’Archeologia sia una delle poche discipline scientifiche (o con pretesa di scientificità) a non procedere con rigoroso metodo scientifico. Essa, infatti, troppo spesso si arrocca e si chiude a riccio sui propri ingessati paradigmi, rifiutando la complementarità con altre fondamentali discipline quali la Geologia, l’Astronomia, la Chimica, l’Archeometria e la Mineralogia, rifiutando o ignorando clamorosamente le conclusioni di queste ultime quando esse risultano scomode o capaci di mettere in discussione i dati archeologici o le cronologie comunemente accettate. E, di conseguenza, tutte le scoperte archeologiche scomode, che rischiano di alterare o stravolgere il paradigma comunemente accettato, anche se risultano perfettamente convalidate dai Geologi o da scienziati di altre discipline, vengono sistematicamente nascoste, occultare, ne viene negata la pubblicazione e la conoscenza da parte dell’opinione pubblica.

Chi ha un minimo di conoscenza della storia dell’Archeologia sa bene quanto le scoperte pionieristiche di grandi archeologi come Heinrich Schliemann e Arthur Evans siano state inizialmente osteggiate dagli ambienti accademici perché andavano palesemente a stravolgere il paradigma dell’epoca e le errate convinzioni di generazioni di studiosi. Non vi è infatti alcun dubbio sul fatto che la scoperta di Troia, là proprio dove Omero nei suoi poemi l’aveva collocata, e la scoperta a Creta della grandiosa e avanzatissima civiltà Minoica, che possiamo a tutti gli effetti considerare la civiltà-madre dell’Europa mediterranea, abbiano messo pesantemente in crisi l’establishment archeologico dell’epoca. E, paradossalmente, sotto molti a-spetti, tali scoperte, continuano, a distanza di oltre un secolo, a mettere in crisi l’establishment archeologico attuale, ancora incredibilmente chiuso, ingessato, legato a vecchi schemi stereotipati e restio ad accogliere ed accettare qualsiasi nuova scoperta che metta in discussione, anche se solo parzialmente, dei luoghi comuni la cui stessa scientificità è tutt’altro che acclarata. Prova evidente ne è il fatto una certa Archeologia cattedratica da decenni non perde occasione, tornando spesso puntualmente alla carica come se seguisse un piano stabilito, di denigrare, o quanto meno di ridimensionare, le realtà storico-archeologica di Troia e della Creta Minoica.

In questo capitolo ci rapporteremo con la Metallurgia e con la Chimica, portando ed esponendo prove ed evidenze che non solo confermano piena-mente la realtà della Talassocrazia Minoica, ma che ci rivelano che le navi e le tecnologie di quella grande civiltà si sono spinte assai più lontano di quanto si possa pensare o immaginare.

A mio parere, di quella che è stata l’Età del Bronzo europea e mediterranea, gli archeologi, tranne rare illuminate eccezioni che nel corso di

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