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Il vento prima del vento: Storia cubana al tempo della revolucion
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Il vento prima del vento: Storia cubana al tempo della revolucion
E-book399 pagine5 ore

Il vento prima del vento: Storia cubana al tempo della revolucion

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Info su questo ebook

Nel giro di pochi minuti, i telefoni di tutte le agenzie stampa del mondo cominciarono a squillare: il famoso pilota di Formula 1 Manuel Fangio era stato rapito da un commando rivoluzionario del Movimento 26 Luglio. Intorno a questo rapimento anomalo si snoda la storia di Yara Gutierrez, la bella ereditiera di una delle famiglie più ricche dell’isola, tra una lunga scia di sangue, la violenza della corruzione della mafia italoamericana, la ferocia della dittatura, le passioni, i tradimenti, le vendette e il vento della rivoluzione. Tra le luci sfavillanti de L’Havana della fine degli anni ’50, i chiaroscuri di un intricato gioco di maschere, un giallo storico che conclude la saga che ha raccontato un secolo e mezzo di rivoluzioni nell’isola dei Caraibi. Il “Vento prima del vento” è il quarto e ultimo episodio della saga dei Gutierrez e svela la forza del movimento castrista e le debolezze del regime del dittatore Batista che di lì a pochi mesi sarebbe caduto per mano dell’esercito rivoluzionario.
LinguaItaliano
Data di uscita14 giu 2018
ISBN9788828335726
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    Anteprima del libro

    Il vento prima del vento - Roberto Fraschetti

    Roberto Fraschetti

    Il vento prima del vento

    Storia cubana al tempo della Revoluciόn

    UUID: 1a21c97e-6f55-11e8-9ea8-17532927e555

    Questo libro è stato realizzato con StreetLib Write

    http://write.streetlib.com

    Indice dei contenuti

    Intro

    Antefatto

    Prologo

    01

    02

    03

    04

    05

    06

    07

    08

    09

    10

    11

    12

    13

    14

    15

    EPILOGO

    Fonti

    ISBN:

    Ideazione e realizzazione grafica: Paula Filipe de Jesus

    Blog: robertofraschetti.blogspot.it

    Questo libro è un’opera di narrativa.

    Nomi, personaggi, società, organizzazioni, luoghi, eventi e circostanze, qualora non siano frutto dell’immaginazione dell’autore, vengono utilizzati per scopi narrativi.

    Intro

    Ancora una volta gli stivali dei militari; ancora una volta il campo Columbia detta legge, rimuovendo e nominando ministri; ancora una volta i carri armati ruggiscono minacciosi nelle nostre strade; ancora una volta la forza bruta impera sulla ragione umana.

    Non esiste nulla di così amaro nel mondo che lo spettacolo di un popolo che si addormenta libero e si sveglia schiavo.

    Fidel Castro

    (dopo il colpo di Stato di Batista del 10 marzo 1952)

    ***

    Cominciai a scrivere questo romanzo in un caldo febbraio cubano. Era l’anno 2006 e il sole picchiava su Santiago de Cuba senza clemenza. Alle 14 il taxero mi scaricò nella piazza del Mercado Ferreiro. Senza un filo d’ombra, con il mio zaino, il mio Panama e gli occhiali da sole avrei dovuto cercare la residenza del mio amico Ermanno. Dopo molte peripezie trovai la casa particular e venni accolto con una spremuta d’arancio fredda. Fu lì che conobbi la dueňa, la padrona della casa, una donna alta e in là con gli anni che, senza nemmeno domandare il mio nome, mi chiese se avevo visitato l’Avana. Al mio diniego iniziò un lungo monologo fatto di sospiri e rimembranze che aveva un ritornello: Era tanto bella prima – accompagnato, naturalmente dalla mia domanda: Prima di cosa?

    Lei, come se non avessi aperto bocca continuava: Le macchine, le luci, il lusso, gli artisti, i dollari, gli uomini eleganti, la musica…prima l’Avana era il centro del mondo.

    Continuò raccontando che le domeniche suo padre la portava nei campi della zafra dove i contadini si drizzavano solo per salutare il padrone tornando poi, sguardo a terra, a chinarsi sulla canna da zucchero. Puntandomi il dito esclamò: Ognuno sapeva quale era il suo posto prima! Non come oggi!

    Prima di che?

    Ma di Castro e della rivoluzione!

    Me ne andai al mare senza commentare, ma nei miei occhi rimase impressa la scena dei contadini chini sulla terra e pensai che questo era stata la Revoluciόn…la possibilità per quegli uomini di non doversi chinare più davanti al padrone.

    Così, con un’urgenza mai sperimentata prima iniziai a scrivere il Vento prima del vento.

    Tornato a casa, dopo due mesi di giravolte, cominciai a studiare la storia dell’isola rebelde per accorgermi che i cubani erano avvezzi alle rivoluzioni e che un lungo filo rosso legava un secolo di storia a partire dal 1868 passando attraverso la cacciata degli spagnoli alla fine dell’800, transitando per gli anni ’30 per giungere al dicembre del 1958. La storia dell’isola è una galleria di personaggi rivoluzionari a partire da José Martì, Maceo, Mella, Tony Guiteras, per finire con i fratelli Castro, Cienfuegos e Guevara.

    Avevo materiale sufficiente per creare una saga e mi vennero in soccorso i Gutierrez, coltivatori di tabacco, una delle famiglie più ricche dell’isola. A partire da Universo, ho raccontato le storie di cinque generazioni, passando attraverso Hadar, Salvador, Santiago e infine Yara. Storie di fantasia ma che hanno come sfondo la Storia unica dell’isola. E oggi, che la saga è arrivata alla fine, questi personaggi che hanno accompagnato i miei ultimi dodici anni di vita professionale mi mancheranno. Con le loro peripezie, il loro idealismo, l’essere sempre dalla stessa parte per difendere gli schiavi, le prostitute, i fuggiaschi e la verità. Per questo non finirò mai di ringraziarli: per aver alimentato il sogno di un mondo più giusto. Anche a costo della loro stessa vita.

    Non mi resta che ringraziare i tanti amici che in modo gratuito e senza interesse hanno collaborato alla realizzazione di questo mio complesso lavoro. Un pensiero speciale per i compagni che mi hanno sospinto nei momenti di scoramento, quelli che, senza chiedere nulla in cambio, continuano a difendere e diffondere idee egualitarie, di giustizia e solidarietà. Un grazie particolare al mio amico Ermanno senza il quale non avrei potuto raccontare le meraviglie di un popolo speciale sempre in lotta per difendere la Revoluciόn.

    A Paula per il suo aiuto e la sua pazienza.

    A te lettore che hai seguito questa avventura non rimane che salutarti alla cubana: hasta la victoria!

    Antefatto

    Salii sul taxi senza parlare, pensando agli ultimi sussulti dell’anno incredibile, il 1958 e di quel 31 dicembre, notte in cui la popolazione cubana poté finalmente riversarsi nelle strade e gridare: Batista ha huido!

    La notte in cui, insieme al dittatore in fuga, se ne andarono i sogni dei mafiosi sbarcati dagli States.

    L’ultima notte passata lontano dalla capitale habanera dagli uomini della Revoluciόn fidelista.

    Per ironia della sorte il canale su cui era sintonizzata la radio del taxero trasmetteva una vecchia canzone: …aqui se queda la clara, entraňable trasparencia, de tu querida presencia, comandante…

    Prologo

    Cuba. Yara, provincia de Oriente – gennaio 1957

    Il cielo sopra la Sierra aveva assunto una tonalità opprimente, screziata da grovigli di nubi scure. Per una ventina di minuti, prima dello scatenarsi della tempesta, la notte era stata spazzata da un vento caldo che faceva fremere l'erba, sollevando dalla piscina spruzzi d'acqua. Poi, di colpo, la pioggia aveva cominciato a scroscia­re con violenza, crepitando sui tetti, sulle foglie e sulle strade polverose, carica di rabbia, accompagnata da una scarica di tuoni, così puntuali nel loro scandirsi da poter sembrare colpi di arma da fuoco.

    Quando Yara Gutierrez vide una Chevrolet parcheggiata con il motore acceso davanti al cancello della villa dei suoi genitori, capì che la sua vita sarebbe cambiata per sempre. E allora cominciò a correre, correre senza pensare a altro, percorrendo quei sentieri di cui co­nosceva ogni filo d’erba. Con la paura a riempire la bocca asciutta, gli oc­chi aperti su un futuro nero come la notte, in preda al panico, senza avere il tempo di piangere. Lo avrebbe voluto fare fino a squarciarsi la gola, ma la paura la assaliva a ondate si­mili a pugni e intorpidiva le sue reazioni. Si sentiva come se avesse fumato una di quelle erbe dal sapore denso che circolavano tra gli studenti, trascinata in un mondo lontano, in un incubo non suo sul quale non aveva alcun controllo. E così, dopo essersi ve­stita in tutta fretta, con un paio di pantaloni di cotone, una maglietta e un paio di scarpe afferrate al volo, fuggì dalla villa. Uscì dalla parte posteriore della casa e fu la sua salvezza. Attraversò il grande giardino tremando, con l’acqua che le bagnava i capelli, penetrando sotto i vestiti. Una borsa contenente alcuni diari e pochi dollari che suo padre, el jefe Gutierrez, era riuscito a ficcarci dentro, erano tutta la sua ricchezza.

    Yara, verranno subito a cercarti. E’ meglio che non ti trovino – le aveva detto.

    Si fermò prima di affacciarsi in strada, indecisa, con la caute­la naturale della preda che fiuta l'odore della trappola. Davanti a lei si estendeva la semplice planimetria delle campagne, fatta di strade dritte. Un territorio conosciuto che diventava improvvisamente ostile. Media Luna, scelse come direzione, verso il fiume Yara, dove era stata concepita e da cui aveva preso il nome.

    Strinse i diari a sé, la storia della sua famiglia, come per proteggersi e s'incamminò sul bordo della strada deserta a capo chino, senza più guardare a destra e sinistra, con il passo affrettato per mettere più distanza possibile tra lei e la vecchia vita che si spegneva alle sue spalle. Percorse la notte senza voltarsi. Miglia e miglia nella campagna. Le scarpe che portava si erano slabbrate, decise di togliersele. Legò i lacci e se li passò intorno al collo, lasciando le scarpe libere di penzolare, sorridendo per un istante a quella immagine di sé. Nel buio nessuno l’avrebbe vista ma con la luce del giorno, una ragazza scalza avrebbe attirato sguardi sospetti. Sperò di non dover correre sul terreno accidentato. Si sarebbe storta una caviglia. Continuò ad avanzare, avvertendo sotto i piedi la pista di terra, attraverso i campi, ascoltando qualche volta l’abbaiare dei cani. Si fermò diverse volte. Cercando di orientarsi. Per controllare se la seguivano. Aveva bisogno di pensare. Non vide niente di sospetto o qualcosa che indicasse un pericolo e, per riprendere fiato e calmare il battito cardiaco, si appoggiò a un grande albero senza mai perdere d'occhio la strada. La fatica, il sonno, l’ansia sembravano non darle tregua. Decise di non spingere indietro i capelli umidi. Una volta asciutti avrebbero nascosto i suoi lineamenti agli sguardi indiscreti. Il pensiero tornava ai diari che suo padre le aveva consegnato un momento prima di lasciarla andare via: numeri di telefono, indirizzi, appunti, contatti. Così tanti nomi di amici e nemici che non era facile distinguere gli uni dagli altri. Alcuni messicani, altri statunitensi ma soprattutto cubani, di l’Avana e Santiago de Cuba.

    I diari leggili e poi bruciali – le aveva urlato – giurami che lo farai".

    Yara, confusa aveva annuito. Poi era fuggita nel buio della notte. Non aveva avuto molto tempo per capire. Non aveva neanche preso l’orologio che i suoi le avevano regalato per il suo compleanno. Scacciò quel pensiero frivolo. Guardò verso il mare e si accorse che stava albeggiando. Il sentiero sembra­va tranquillo, il traffico ancora inesistente, qualche campesino si affacciava nei poderi. Nessuno fermo nelle vicinanze. Il paese non doveva essere lontano. Erano ormai due ore che camminava. Non ebbe il coraggio di guardare i propri piedi quando si rimise le scarpe. Vide il carretto di un poverac­cio che vendeva bibite, sigarette e giornali. L’uomo era sdraiato in terra, sopra uno scatolone da imballaggio.

    Provò di nuovo dolore alla schiena, ai muscoli sotto sforzo. Colpa del freddo della notte che la stava attanagliando. Si sentiva battere nei timpani: un pulsare sordo, ripetuto, che si sovrapponeva ai suoi pensieri che rimbombavano nella sua testa. In quel momento, non sarebbe sta­ta in grado nemmeno di capire da dove sarebbe partito il colpo che avrebbe messo fine a quel supplizio. Il sapore acre che aveva in bocca si accentuò di col­po. Dovette fermarsi per vomitare tutto quel poco che aveva ingoiato la sera prima.

    Una vita … prima.

    Quel brandello di sopravvivenza l’aveva spinta ad andare avanti. Le aveva dato uno strattone proprio quando si era convinta che sarebbe sprofondata nel vortice delle tenebre dove i nemici di suo padre l’avrebbero voluta relegare. Il suo carattere, la sua forza, le avevano indicato la via della salvezza. Vide in lontananza risplendere i lumini votivi del cimitero e intuì che lì dentro, nel regno dei morti, avrebbe trovato la sua protezione. Così, quella notte senza luna e di nuvole pesanti in cielo, aiutarono la fuga coprendo le ombre e i rumori. I cipressi, schierati come un esercito di sentinelle mute ai lati del piccolo viottolo sembrarono piegarsi in segno di lutto e inchinarsi al dolore, mostrando un gesto di rispetto al passaggio dell’erede dei Gutierrez. Il soffio del vento sembrò voler trascinare via ogni cosa, mescolando alle ombre della notte, la paura, il dolore e l’ansia che si annidavano dentro di lei, annebbiandole i sensi, lasciando vivo solo l’istinto di sopravvivenza, finché la corsa e il fiato grosso, la mancanza di ossigeno, non divennero un’anestesia e la sua corsa trovò la sua fine in una cappella vuota. Decise di nascondersi lì per trovare il tempo di pensare ai suoi genitori, alle parole di suo padre, alla sua nuova vita. Se suo padre l'avesse vista così, l'avrebbe forse derisa ma a cosa erano serviti i suoi soldi? Dove erano finiti i suoi potenti amici? Dove stavano, cosa facevano? Perché non lo avevano avvisato? E cosa avrebbe fatto lei, adesso che tutto sembrava finire? Non ebbe tempo di rispondersi. Si addormentò esausta.

    ***

    L’acqua color cobalto del golfo de Guayacanabo, le spiagge immacolate e una strada di palme e manghi, luce e natura incontaminata, ispiravano un senso di pace e armonia. Yara si era lasciata alle spalle Niquero e aveva percorso dieci chilometri fino a raggiungere Media Luna. Sapeva di rischiare quando entrò nella cittadina, puntando verso calle Ge­neral Maceo. Il sole era alto nel cielo. Giallo intenso, come i suoi capelli. Troppo.

    Suo padre le aveva spiegato che, se mai l'aves­sero seguita, avrebbe dovuto percorrere strade secondarie e avanzare in senso contrario al traffico, per poter osservare meglio le automobili che si avvicinavano. Arrivò in centro, evitando l'edificio sbiadito del Municipio

    I negozi avevano aperto da tempo i battenti. Entrò in un caffè. Una radio a tutto volume sparava un motivetto. Yara conosceva la canzone. La conosceva fin troppo bene, perché era in voga nell’isola.

    Chiese una sigaretta alla cameriera, se la fece accendere, ignorando lo sguardo stupito con cui la ragazza osservava i suoi vestiti umidi e i piedi infangati. Rimase calma a fumare, mentre cercava di riordinare le idee. Adesso il fumo nei polmoni le restituì una certa serenità; abba­stanza per pensare al passo successivo. Chiese un paio di forbici e si diresse in bagno. Tagliò con rabbia tutte le ciocche dei lunghi capelli. Si sentì più si­cura. Uscì dal caffè e si mescolò alla folla, decisa a salire su un autobus.

    Rimani nei posti affollati. Non ti uccidono quasi mai in posti del genere. E neanche ti sequestrano. Devi allontanarti senza dare l’idea che tu stia fuggendo – ripeté ad alta voce le parole di suo padre per soffocare il singhiozzo che le stava salendo alla gola. Poi si guardò a destra e a sinistra, continuando a scrutare la piazza alla ricerca di un indizio, di una presenza che indicasse una minaccia. Di sicuro i nemici della sua famiglia non si sarebbero arresi e avrebbero mandato qualcuno a finire il lavoro. La sua unica speranza era di riuscire a mettere qualche ora e molta distanza tra lei e gli assassini che solito andavano in giro in coppia, per aiutarsi e per tenersi d'occhio, in un ambiente in cui non ti potevi fidare neanche di tua madre. Ma se anche li avesse individuati, cosa avrebbe potuto fare. Avrebbe urlato? Chi l’avrebbe aiutata?

    Il clacson di un autobus annunciò la partenza e Yara vide nella vettura la sua salvezza. Salì in partenza per la nuova vita, senza conoscere la destinazione, convinta che fosse inutile sapere dove andare. Viaggiò per due ore. La testa bassa incassata tra le spalle, la fatica nelle ossa, la disperazione nell’anima. Senza ascoltare le voci dei passeggeri che si accalcavano intorno ai suoi pensieri. C’era un ché di assurdo in quelle parole, in quei discorsi di tutti i giorni, quasi fossero suoni stranieri che accentuavano l’impressione di irrealtà. Come un uccello costretto a uscire dalla gabbia – pensò. L’aria calda e stagnante dell’autobus riempì i suoi polmoni di piombo fuso.

    Scese poco prima del capolinea e riprese a camminare senza direzione. Il sole bruciava nei suoi occhi, la fame la prese allo stomaco. Pensò che nella sua vita non aveva mai provato una sensazione così lancinante. La strada stava diventando la sua compagna insieme alla solitudine.

    Continuò ad avanzare con len­tezza, guardandosi alle spalle con la coda dell'occhio. Vedere anche solo in lontananza un’auto della Polizia, le diede un tuffo al cuore. Molti delle Guardias Rurales erano sul libro paga dei gangster, con il quantitativo giornaliero di cocaina a disposizione, gli ingressi gratis nei locali e una mulatta sempre caliente. Erano gli occhi e le orecchie dei boss locali, girandosi dalla parte opposta al momento opportuno e capaci di intuire un movimento sospetto a distanza di centinaia di metri. Da qualche anno avevano l’obbligo di perquisire i carri dei campesinos in cerca di armi destinate ai ribelli che si annidavano non lontano. L’avrebbero fermata e sicuramente portata in caserma. Doveva abbandonare le strade principali e avanzare su i viottoli di campagna. Avanzare? Fino a quando e per andare dove?

    Vide una radura e i ruderi di una vecchia costruzione. Gli alberi spuntavano tra i muri sfondati come totem. Il clima tropicale non aveva avuto pietà delle rovine, coprendole con una fitta vegetazione. Entrò e si riparò all’ombra. Si appoggiò ad un muro, abbandonandosi al sonno e alla fatica.

    ***

    Eccola! – esclamò una donna, alzando appena il tono della voce, indicando il corpo di Yara, rannicchiata e addormentata sul pavimento, nell’incavo di quello che un tempo era stato un camino. Quando aprì gli occhi, insieme alla cognizione del tempo, Yara ebbe la sensazione di aver perduto anche l'uso delle gambe. Camminare per ore e rimanere poi ripiegata su se stessa in posizione fetale, le aveva provocato una parziale atrofia dei muscoli. Si rese conto di non riuscire a reggersi in piedi e si sentì sollevare da due uomini che la adagiarono su una barella. Arrivati in una capanna che fungeva da infermeria fu adagiata su un pagliericcio che le parve un paradiso. Gemette dolorosamente, la schiena era talmente contratta da non permetterle neppure di assumere una posizione confortevole. I piedi, infangati, sembravano reclamare pietà.

    Udì delle voci lontane, una percezione appena avvertita dei suoni e dei colori del mondo reale. E il dolore che, come una sirena, ululava nella sua testa, impedendole di dimenticare.

    Yara arresa alla fatica, si guardò intorno e vide un giovane che si stava avvicinando: Forza, proviamo ad alzarla – intimò mentre una donna la sollevò sorreggendola per le ascelle.

    Yara tremava ed era zuppa di sudore freddo. Ce la fai? – le chiese la donna.

    Lasciatemi – disse Yara provandosi a difendere. Le persone non sembravano appartenere alla Polizia, né tantomeno ai suoi aguzzini, ma nelle sue condizioni, ogni momento poteva essere l’ultimo. La donna le sorrise: Sei conciata male, ragazza mia. Quanto tempo è che cammini? Lei sorrise appena come se quel­la domanda le avesse infuso l'energia per riprendere a lottare. Pur barcollando riuscì a lasciare il posto dove si era addormentata. Incrociò gli occhi della donna accorsa ad aiutarla che le sussurrò: Stai tranquilla, nessuno di noi ti farà del male.

    Yara si rilassò.

    Lasciamola riposare – disse la voce del ragazzo. Torneremo più tardi.

    Passarono le ore e Yara riaprì gli occhi. Le portarono due banane e un fico d’india rubati, probabilmente lungo la strada. Rimase immobile per un attimo, incapace di mettere due pensieri in fila, finché non le venne voglia di piangere.

    Volse appena il capo incontrando il volto del ragazzo. Sconosciuto ma dal sorriso che sapeva di buono: Forza ragazza, il peggio è passato – furono le prime cose che riuscì a registrare.

    Yara Gutierrez provò un brivido. Cosa sarebbe successo ora?

    La frutta le aveva ridato un poco di ener­gia. Riuscì a mettere a fuoco la figura china sopra di lei. I lineamenti, sottili, delicati, come il sorriso mite che le rivolgeva, gli occhi mobili e acuti, la barba sottile e poco folta, quasi caprina. I capelli ribelli che uscivano da un basco nero con incisa una stellina rossa. Era poco più che un ragazzo. Non c’erano altre persone a cui affidarsi.

    Sono il medico del Movimento 26 luglio – le disse – e non sei messa bene.

    L’accento di un paese lontano, lo tradì. Poteva essere una buona notizia, pensò Yara.

    Dobbiamo fare qualche piccolo controllo – suggerì il giovane, sedendosi sulla sponda del pagliericcio, al suo fianco. Poi la squadrò: Chi sei, da cosa stai fuggendo?

    Yara Gutierrez sci­volò in un piacevole torpore. Adesso ricordava il nome da cui scappava e rievocare quel viso la fece rabbrividire: Masferrer – disse solamente, come se quel suono fosse una parola d’ordine.

    Il giovane medico annuì. Prese atto delle sue condizioni con un cenno di assen­so.

    Yara Gutierrez socchiuse le palpebre. Sono di nuovo nel mondo dei vivi, pensò. Per il momento doveva cercare di riprendere un poco le for­ze. Dio, com'erano buone quelle banane. Si riaddor­mentò senza neppure accorgersene.

    01

    Roma, 2016

    Manuel Fangio a l’Avana. Ti dice niente questa storia?

    Con una foto in bianco e nero tra le mani, Sanpi il mio editore, mi aveva accolto nel suo ufficio, seduto dietro l’immensa scrivania piena di oggetti e appunti come da copione. Di fronte a lui, c’era il responsabile della pagina sportiva, Muzi intento nell’osservare alcune fotografie del campione.

    In realtà, più che una riunione di redazione, sembrava una riunione conviviale tra vecchi commilitoni.

    Siedi. Riconosci questi quattro? – chiese il capo, sventolando sotto i miei occhi la foto.

    Sorrisi. Conoscevo bene quella foto che immortalava mio padre, i due individui che avevo davanti e il fotoreporter Ermanno Bonvelli. Divenuto in seguito famoso per i suoi scatti, si era trasferito a Cuba, godendo del sole caraibico mentre gli altri, qui in Italia, avevano continuato a riempire le pagine dei giornali e condiviso responsabilità, nostalgie, rughe e capelli bianchi. Tutti amici di mio padre, scomparso da tempo, tutti uniti dal sacro vincolo dell’amicizia dal periodo in cui, giovani reporter, dividevano le ansie per le critiche ai loro articoli e le gioie per la vita spensierata.

    Andiamo a mangiare qualcosa – disse Maci dopo i convenevoli.

    Quel giorno intorno a un tavolo, la proposta mi arrivò improvvisa e studiata, mentre mangiavamo fettuccine al ragù: Stiamo ricostruendo la storia di Manuel Fangio – disse Depetri. Ci mancano le informazioni relative ai giorni trascorsi a Cuba. Te la senti di far parte del gioco?

    Rifiutai mentre ero impegnato a evitare di sbrodolarmi con il sugo. Il contratto con la casa editrice prevedeva solo romanzi, niente biografie o articoli giornalistici. Ma il rapporto che mi legava a queste persone era affettivo più che di lavoro: Non sono un giornalista, le storie le invento e sono di carattere storico – risposi sulla difensiva.

    Allora fai in modo che sia una inchiesta storica.

    Tentennai con una bistecca al sangue, abbandonai la partita al dolce. Avevano vinto. Al caffè stavamo analizzando i pro e i contro dell’inchiesta. La vicenda di Fangio in terra cubana era stata sempre avvolta di mistero. O per meglio dire, gli eventi che girarono intorno al campione non furono mai approfonditi. Non conoscendo l’Avana, mi preparai alla spedizione nell’isola caraibica, cercando informazioni sulla città che non era altro che un vago punto sulla carta geografica, una idea sotto forma di qualche fotografia e ritagli di giornale, spiagge immacolate e ragazze mozzafiato. Così dopo essere en­trato in possesso di tutte le notizie necessarie al viaggio, cominciai a interessarmi del campione considerato un fuoriclasse del volante e dei luoghi da lui frequentati. Dopo un paio di settimane l’editore mi chiamò, dicendomi che aveva contattato Bonvelli, il fotografo da tempo residente sull’isola e che un biglietto aereo per l’isola caraibica mi attendeva nel suo ufficio perché potessi comple­tare la ricostruzione di quella vicenda.

    Alla fine, abbracciato con entusiasmo l’idea di visitare la perla dei Caraibi, volai a l’Avana e l’inchiesta si tra­sformò presto in un progetto letterario complesso, in cui il campione e la sua storia furono solamente lo sfondo.

    ***

    Ermanno Bonvelli mi ricevette affettuosamente.

    Al tem­po della sua gioventù affamata, si era affezionato alla mia famiglia. Con mio padre, Sanpi e Muzi avevano condiviso avventure e passioni. Me lo raccontò nei miei giorni di permanenza a Cuba, quando accettò di ricevermi nel suo appartamento del Vedado, fresco e pieno di libri. Lo trovai circondato da pappagalli di tutti i colori e dalle sue macchine fotografiche che avevano attraversato la storia. Le fotografie di Man, come era stato subito ribattezzato sull’isola, relative a quel periodo della sua vita, erano conosciute anche in Europa. L’apparecchio fotografico aveva un posto centrale nella sua esistenza. Man percorse il mondo e ne fotografò convulsioni e sofferenze, le rovine nell’immediato dopoguerra in Europa o la carestia in India. Per sconfiggere la povertà e costruire un avvenire di libertà, la foto doveva, secondo lui, commuovere con rispetto, evocare con equilibrio ed esprimere senza insistenza tutta la drammaticità del mondo. La storia del fotografo italiano, si legò indissolubilmente a quella del pilota e soprattutto ad una donna. Prima dei suoi successi come fotografo, si sapeva solo che era sbarcato a l’Avana prima del campione e che aveva alloggiato in uno dei migliori alberghi della capitale grazie ai buoni uffici di un direttore di giornale cubano, José Fernandez, che lo aveva introdotto nel bel mondo della città. Quanto a lui, tossi­va e gesticolava come se le parole non fossero sufficienti a raccontare il suo mondo. Alto, magro, ossuto, le spalle larghe e il petto sporgente, si ingobbiva impercettibilmente quando camminava. Il suo corpo vigoroso, si era alquanto affinato dai tempi della famosa foto che mi mostrò in seguito, tanto cara ai giornali e l'età aveva domato e diradato la sua zazzera ribelle. Le rughe, che circondavano la bocca sottile, sembravano essere tutt’uno con il naso lungo e affilato che fiu­tava l’aria. La pelle del volto, dopo decenni passati al sole dei Caraibi, aveva assunto un colorito bronzeo. Il suo sguardo era duro e ardente, e i suoi movimenti avevano un ché di felino e al tempo stesso un’amabilità intonata a quel sorriso delicato che rivolgeva al suo interlocutore. Mentre parlava le sopracciglia spes­se si aggrottavano facilmente, gli occhi grandi e grigi avevano una straordinaria ricchezza di espressioni. Capii, ascoltandolo, che era dominato da una avidità di conoscere e comprendere le cose che lo circondavano, di non fermarsi alle apparenze, non tollerava la menzogna. La verità a qualunque costo.

    Durissimo verso gli americani, dispotici a suo dire per il trattamento riservato alla perla delle Antille e al suo popolo, vidi subi­to in lui il testimone per eccellenza degli eventi che si svolsero alla fine degli anni ’50. L’osservatore imparziale che, essendo straniero, aveva capito i principi della Revoluciόn e li aveva appoggiati. Senza condizioni. E come tale, mi illustrò la situazione di Cuba, le sue ricchezze e le sue miserie. Mi parlò con entusiasmo e ancor più con una sofferenza mista a collera per l’embargo, nonostante gli anni e i vestiti rispettabili che gli conferivano una solida aria borghese. Citò José Martì, l’eroe della rivoluzione chieden­domi se ne avessi letto qualche passo.

    Ricordo perfettamente il sorriso che si disegnò sul viso di chi ha vissuto la vita con pienezza. Un misto di soddisfazione e appagamento e il successivo sguardo distante e silenzioso. Fu un momento di intensità e di silenzi, così lungo che ebbi paura che la nostra conversazione dovesse finire con un sospiro: Certo – aggiunse – ora che sei a Cuba lo sentirai citare spesso.

    Immaginai che dietro quelle parole vi fossero ricordi, sofferenze, speranze, sogni, voli e ritorni sulla terra. Non volevo rompere l’incantesimo, sembrare invadente, per cui rimasi in silenzio. Il suo lungo viaggio di fotografo racchiudeva episodi che mi interessavano molto più delle sue foto, delle donne immortalate, dei panorami. La sua voce era più preziosa di ogni altra cosa.

    Credo che il termine esatto per descrivere il mio stato d’animo fosse felice. Felice di aver trovato la persona che seguivo da anni attraverso i suoi lavori, felice di ascoltare le sue parole. La gioia dell’attesa che si fa voce, corpo, occhi veloci che seguivano i miei. In quella stanza adesso si confrontavano due modi differenti di essere artista. La parola scritta e le immagini, i desideri di raccontare e di sapere che si incrociavano, fermando il tempo.

    Fuori da questa stanza – disse – a pochi metri da noi, parola e immagini rischiano di essere concetti astratti; tutto si costruisce, fino a che realtà e leggenda diventano semplici materiali di lavoro, carte da gioco che si mischiano, pronte a una nuova partita. Ho lasciato l’Italia con la mia Leika, una reflex Vigtlander e due obbiettivi con l’idea di cercare l’anima in ogni cosa, rifiutando a priori l’astrattezza – disse, mostrandomi orgoglioso le sue creature. Poi, come tessere di un mosaico, poggiò alcune fotografie sul tavolo: Non sono semplici immagini ma tracce di vita vissuta, passaggi di tempo, avvenimenti, sguardi, messaggi nascosti che so di aver visto, di aver conosciuto e di averli captati con i miei obbiettivi.

    Fissai le immagini in bianco e nero di un mondo lontano.

    Lui intanto continuava: Queste fotografie sono testimonianza che raccontano dei passaggi della storia e rivederle mi lascia sempre la sensazione di un completamento. L’occhio vede il tutto ma la memoria si lascia alle spalle i particolari. E allora ecco che l’obiettivo completa il ricordo. E’ come se queste immagini possano offrire sostanza a un pubblico lontano capace di trovarvi i pensieri e le azioni di chi le ha abitate e che attraverso esse vivrà per sempre.

    Aveva estratto un sigaro dalla camicia e mi avevo fissato: Sai da dove viene questo sigaro.

    No – risposi.

    Da quella che un tempo era la tenuta di uno spagnolo.

    E ora? – chiesi invitandolo a continuare.

    Appartiene al popolo cubano. Sei qui per questo, no?

    Annui senza capire il senso della domanda.

    Sapeva di me, ovviamente, ma sentii la necessità di spiegare il perché della mia permanenza: Sto scrivendo la storia del grande Manuel Fangio e delle sue corse.

    Sorrise. Aveva già capito dove sarei andato a parare.

    Mi manca una foto della sua vita. La più importante.

    Manuel Fangio, non corse mai qui a l’Avana.

    Come sarebbe?

    Appoggiò sul tavolo l'accendino e alcuni sigari: Ho alcune foto delle prove. Del suo arrivo e della conferenza stampa.

    Bene.

    Ma nient’altro.

    E la corsa?

    Oh, la corsa. È una storia lunga ed è legata ad una donna affascinante.

    Avrai una foto…

    Una foto? Ne ho moltissime.

    Di nuovo quello sguardo dall’espressione sognante. Rimase a fissarmi immerso nel fumo del sigaro, con gli occhi appena socchiusi, come a leggere un passato lontano.

    Poi si alzò e andò verso una credenza per tornare con due piccoli bicchieri e una bottiglia di Anejo, il ron che faceva impazzire i cubani.

    " Sai – riprese – noi fotografi abbiamo il vantaggio che chi vede i nostri lavori accetta con sorprendente

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