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L’uomo che diventò donna

L’uomo che diventò donna

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L’uomo che diventò donna

Lunghezza:
341 pagine
5 ore
Editore:
Pubblicato:
Jun 11, 2018
ISBN:
9788894073843
Formato:
Libro

Descrizione

Un uomo decide di diventare un pittore per il fascino del racconto che può farne; una ragazzina scopre come riscattarsi grazie a una storia raccontata a un’amica; uno stalliere entra in un bar e scorge in uno specchio l’immagine di se stesso donna; un ragazzo va alle corse, si innamora di una spettatrice e non può fare a meno di raccontarle una sfilza di bugie…C’è una sola cosa di cui i protagonisti di queste dieci short stories – narratori tanto persuasivi quanto inaffidabili – sembrano essere certi, ed è il potere del racconto. Se in "Winesburg, Ohio", l’opera che qualche anno prima aveva consacrato Anderson come uno dei maestri della narrativa nordamericana, un coro di voci ricreava l’unica storia di una cittadina del Midwest, in quest’opera del 1923 (dal titolo originale "Horses and Men") Anderson sembra focalizzarsi sulle singole voci, scandagliandone il bisogno di raccontare la propria storia perché è attraverso la narrazione, come la protagonista di uno dei racconti dirà, che si scopre che, se non si può vivere nella vita che si svolge intorno a noi, si può sempre crearne un’altra. Con la prefazione di Valerio Aiolli.
Editore:
Pubblicato:
Jun 11, 2018
ISBN:
9788894073843
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Sherwood Anderson was born in Camden, Ohio. Following a brief stint in the Spanish American War, he started a family and founded a business -- both of which he abruptly abandoned at the age of 36 to pursue his life-long dream of writing. His simple and direct writing style, with which he portrayed important moments in the lives of his characters, influenced both Ernest Hemingway and William Faulkner. His other notable works include Triumph of the Egg; Horses and Men; and A Story Teller's Story.


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L’uomo che diventò donna - Sherwood Anderson

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Sherwood Anderson

L’uomo che diventò donna

Prefazione di Valerio Aiolli

Traduzione di Eleonora Antonini, Marina Pirulli, Lorenza Starace

Progetto grafico di Cristina Barone

Illustrazione di copertina di Riccardo Fabiani

Titolo originale: Horses and Men

Autore: Sherwood Anderson

Traduzione di Eleonora Antonini, Marina Pirulli, Lorenza Starace.

ISBN: 9788894073843

© 2018 Cliquot edizioni s.r.l.

via dei Ramni 26 – 00185 Roma

P. Iva 14791841001

www.cliquot.it

cliquot@cliquot.it

Un modo geniale di restare vivo

1. Ci sono lettori – anche lettori forti – che non amano più di tanto i racconti, in particolare le raccolte di racconti. Hanno la sensazione che il gioco non valga la candela: tempo e fatica dedicati a entrare in un’atmosfera, in un personaggio, e poche pagine dopo tutto è finito, si deve ripartire da zero. Forse non hanno letto i racconti giusti. Perché una delle caratteristiche dei grandi scrittori di racconti è proprio quella di farti entrare all’istante, già dalle prime quattro righe, nell’atmosfera. E di narrare una storia, un personaggio, per il tempo e lo spazio esattamente necessario a produrre nel lettore un’emozione duratura. Non una parola di più, non una di meno.

Nel 1842 Edgar Allan Poe, recensendo Racconti narrati due volte di Nathaniel Hawthorne, scrisse che proprio il racconto, molto più del romanzo, offre indiscutibilmente il migliore terreno per l’esercizio del talento più elevato¹. Io non sono così apodittico. Penso che il talento possa dispiegarsi in pieno sia nel racconto che nel romanzo. Quasi tutti gli scrittori sfornano sia racconti che romanzi. Quasi tutti sono più dotati in una delle due forme narrative, spesso senza sapere in quale. Pochissimi raggiungono alti livelli in entrambe le forme. Io amo gli scrittori di racconti anche soltanto per la loro generosità: condensano in poche pagine situazioni e personaggi che altri si terrebbero da conto per libri interi. Le loro pagine, quando siamo fortunati, pesano di più.

Sherwood Anderson è un grande scrittore di racconti. Uno dei più grandi.

2. Proprio Edgar Allan Poe – insieme allo stesso Hawthorne, a Melville e, in misura minore, a Mark Twain – è considerato uno dei fondatori del racconto americano. Twain in misura minore perché i suoi romanzi (Le avventure di Tom Sawyer e soprattutto Huckleberry Finn) fanno ombra alla sua corposa mole di racconti. Per quanto riguarda gli altri tre invece, nonostante i loro pur fondamentali romanzi (Gordon Pym, La lettera scarlatta, Moby Dick), ci hanno lasciato anche racconti (Il pozzo e il pendolo, Il Velo nero del ministro e Bartleby lo scrivano, tanto per citarne i più noti) che spiccano ancora nel nostro immaginario.

Anderson è figlio di questi padri? Certe atmosfere sospese, indefinite, tipiche di Hawthorne si ritrovano qua e là nei racconti di L’uomo che diventò donna, per esempio in Storia di un uomo, che mostra quanto possano essere separati, intangibili l’uno all’altro – seppur vicinissimi – il mondo dell’arte (o meglio del pensiero immerso nell’arte) e quello della realtà sensibile. Il particolare senso del tragico che caratterizza Melville (come in Billy Budd, storia dell’ingiusta, atroce impiccagione di un marinaio) lo si può scorgere nel racconto più lungo di questa raccolta, Intatta, dove passo passo viene ricostruito il lento avvicinamento alla fine di una ragazza che si dibatte nelle maglie dell’esistenza. E in certe fughe notturne dove gli elementi della natura assumono forme sinistre (quella di May alla fine di Intatta, quella dell’io narrante de L’uomo che diventò donna) si può indovinare un briciolo di Poe, sia pur meno raggelato e meno assoluto nell’orrore. Ma l’influenza più profonda mi pare quella di Mark Twain, proprio il Twain di Huckleberry Finn. Lo sguardo sghembo, laterale, il raccontare una vicenda facendo mostra di star parlando d’altro; lo stretto contatto con la natura: i cavalli, gli infiniti campi di granturco del Midwest, le piantagioni di fragole, il grande fiume che porta verso sud; il rapporto di fratellanza nella diversità con l’universo dei neri: tutti elementi presenti sia in Twain sia in Anderson. Che rispetto al suo predecessore mette in mostra un’ironia meno tagliente, più sotterranea, implicita, quasi che non ci sia bisogno di dirla tanto è evidente, tanto è contenuta nella realtà stessa.

3. Oppure su Anderson, più che la tradizione letteraria americana, influì la biografia? L’infanzia trascorsa in ristrettezze, cambiando spesso cittadina a seguito di un padre sventato simpatico e alcolista, può avergli fatto sviluppare quel particolare spirito di osservazione insito nell’istinto di sopravvivenza che poi gli sarebbe tornato utile più avanti: non c’è un solo personaggio nei suoi racconti che non sia stato messo a fuoco perfettamente, anche nelle figure di contorno. Il mestiere di copywriter che fece per molti anni magari lo abituò alla sintesi, alla capacità di far emergere il senso di una vicenda attraverso pochi snodi narrativi. E più tardi il suo diventare un businessman (proprietario e direttore di un’azienda che commerciava vernici) gli consentì di osservare direttamente dall’interno non solo le meccaniche economiche di un capitalismo tumultuoso che stava trasformando l’America da grande nazione rurale in enorme potenza industriale, ma anche l’animo di quegli uomini d’affari, apparentemente ottimisti e integrati ma a volte, sotto sotto, brancolanti nel vuoto e nell’angoscia.

Un’angoscia che lo stesso Sherwood Anderson provò e che lo spinse alla fuga alla fine di novembre del 1912, quando vagò per qualche giorno in stato confusionale per le campagne dell’Ohio e finì, di lì a poco, per lasciare il lavoro, la famiglia (moglie e tre figli: di mogli da quel momento in poi ne avrebbe avute altre tre), per trasferirsi a Chicago e cominciare sul serio a fare lo scrittore. Aveva trentasei anni. Non aveva ancora pubblicato nulla.

4. Aveva però già scritto un paio di romanzi (che non vedranno mai la luce) e ne avrebbe presto finiti altri due. I suoi romanzi, in generale, non sono affatto male. Ma per fortuna di lì a poco si mise a scrivere racconti. Sono i racconti che fanno di Sherwood Anderson uno degli scrittori più importanti del Novecento americano. Come spesso capita, lui considerava i suoi racconti come qualcosa di buono ma non fondamentale, e dedicava la maggior parte delle sue energie creative alla progettazione e alla scrittura di romanzi. Il suo libro più famoso, l’unico che ancor oggi venga ristampato con continuità, Winesburg, Ohio, lo si può definire quasi un romanzo in forma di racconti: i personaggi di una cittadina alle soglie della modernità si inseguono di storia in storia, apparendo scomparendo e riapparendo, con un incrocio di esperienze sogni e rimpianti che danno l’idea che la vita, la vera vita, stia scorrendo da qualche altra parte. Tant’è che alla fine George Willard, alter ego dell’autore, fuggirà per immergersi nella grande città.

Questa sensazione di vivere qualcosa di irreale, un simulacro della vita vera, si ritrova un po’ in tutti gli scritti di Anderson. Ma è solo nei racconti che la forma artistica si fa così compiuta da esprimere questo senso di irrealtà del reale con la semplicità e il nitore delle cose nascoste che magicamente diventano visibili.

Con lo stesso nitore Anderson ci mostra la vita rurale dei grandi spazi del Midwest, altrove mitizzata o anestetizzata, per quella che è: un misto di duro lavoro, silenzio, nefandezze, amoralità, ipocrisia, stranezze. Basta leggere alcune parti di Un Amleto di Chicago (con quella raccolta di patate all’imbrunire fatta da un figlio febbricitante e un padre inetto, che silenziosamente si detestano) o del già citato Intatta, dove nella famiglia della intelligente e pura May convivono i rozzi fratelli maschi, capaci solo di lavorare e ubriacarsi, e le sorelle sagge che si prostituiscono.

5. Ma non è questo, non è la sua pur notevole capacità di mostrare narrativamente quel passaggio socioeconomico fondamentale per l’America e per il mondo, a fare di Sherwood Anderson un grande scrittore. È qualcosa di più sottile.

Lo aveva capito subito Gertrude Stein: Questi scrittori [si riferiva anche a Fenimore Cooper, William D. Howells e Mark Twain] non rispecchiano la vita non descrivono la vita non ricamano la vita non fotografano la vita, essi esprimono la vita.² E, qualche anno più tardi: Sherwood Anderson [ha] un modo geniale di usare le frasi per comunicare un’emozione immediata

Ecco, è proprio questo il punto. È questo modo geniale di usare le frasi a fare di Sherwood Anderson, oltre che un grande scrittore, un punto di snodo della narrativa americana del Novecento. È un modo che crea istantaneamente una voce, la sua voce. È l’autore che entra in campo con la sua potente soggettività per raccontarci qualcosa, qualcuno: e nel far questo ci cattura con quel suo tono inconfondibile, quel girare intorno al centro del racconto suggerendone il tema attraverso la scelta delle cose da dire, sì, ma soprattutto mediante il modo scelto per dirle.

Fu immediatamente chiaro a molti che questo modo geniale di usare le frasi per esprimere la vita, apriva un campo inedito e fecondo per i nuovi narratori. Fu chiaro alla Stein, che per decenni continuò a scambiarsi con Anderson lettere piene di stima reciproca. Fu chiaro a Faulkner, che ancora nel 1956 dichiarava che Anderson è il padre della generazione di scrittori americani cui appartengo e della tradizione letteraria americana che sarà portata avanti dai nostri successori.⁴ E fu chiaro a Hemingway, che lo considerò un maestro, beneficiò delle sue lettere di presentazione per l’ambiente letterario parigino e poi lo sbeffeggiò scrivendo Torrenti di primavera, parodia di Riso nero, il romanzo di maggior successo di Anderson, che non gli era piaciuto. (Anderson continuò per tutta la vita a stimare Hemingway, ma i due non si incontrarono più.)

Oltre a Hemingway e Faulkner, anche Salinger nei suoi Nove racconti, con quel loro tono in bilico fra l’ilare e il tragico, nuota nella scia aperta da Anderson. E ritrovo Flannery O’Connor – col suo ciglio asciutto di fronte al manifestarsi a volte assurdo del male – in racconti come Divinità (in Winesburg, Ohio) o come Un pagano dell’Ohio, contenuto in questa raccolta. Ed è sufficiente l’incipit di Bottiglie di latte, per non parlare di tutto il resto del racconto, per essere catapultati nell’iperrealismo pacato ma stralunato di un Raymond Carver.

Amo tutti questi scrittori di racconti. Che hanno mille differenze fra l’uno e l’altro, ma mantengono la caratteristica comune di scrivere racconti portentosi. Pieni di energia compressa, se capite cosa intendo. Personaggi memorabili, temi toccanti, voci originali e indimenticabili. Racconti spesso dotati di una forma perfetta, capace di contenere tutta quell’energia. Scritti, secondo la nota distinzione ripetuta da Hemingway, con parole da venti centesimi, non da cento dollari. Ecco, Sherwood Anderson è il predecessore di tutti loro. Quello che ha inventato quel modo lì di scrivere racconti, almeno per quanto riguarda il Nord America.

6. Elemento fondamentale nei racconti di Anderson è il ruolo dell’equivoco, della menzogna, a volte del mistero, come produttori di destino. Nel racconto d’apertura, Sono un cretino, una banale bugia sulle proprie origini familiari mette il giovane protagonista in condizione di farsi sfuggire un’opportunità forse irripetibile nel resto della sua vita. L’altrettanto giovane May, in Intatta, mette su un’elaborata, fantasiosa menzogna per provare a cancellare le conseguenze di qualcosa che le è accaduto, conseguenze che le ricadranno impietosamente addosso proprio per effetto di quella menzogna. In Storia di un uomo siamo avvinti dalla vicenda di un artista talmente preso dalle sue riflessioni da non accorgersi che… no, leggetevelo!

Equivoco, menzogna, mistero: i racconti di Anderson diventano degli intriganti thriller interiori, privi di quel meccanicismo che contraddistingue spesso i thriller propriamente detti. Il narratore (sia che lo faccia in prima che in terza persona) non sa tutto, conosce solo un pezzetto della realtà. Spesso visto in modo distorto. E ne è consapevole. Ma non fa niente per cambiare la situazione. Perché sa (Anderson lo sa) che questa visione parziale e distorta è connaturata all’essere umano, nei confronti di se stesso e degli altri. Altri che sono specchi involontari dei nostri più riposti angoli del carattere o della coscienza, come accade a Will osservando l’ometto incontrato in treno ne I tristi suonatori di corno, e contemporaneamente all’ometto osservando Will. O come succede a Tom in Un Amleto di Chicago, che attraverso l’avventura con la moglie tedesca del suo datore di lavoro accede a una visione misteriosa e arcana, come quella della donna spezzata in chiusura di racconto.

7. Che appaiano come visioni o che siano in carne ed ossa, i personaggi femminili sono espressi con grande finezza e profondità nei racconti di Anderson. La May di Intatta spicca su tutte, con la sua esigenza di crearsi un mondo di sentimenti che travalichi le ristrettezze del suo mondo materiale. Ma in generale Anderson è uno fra i non moltissimi scrittori maschi che riconoscono e ci fanno conoscere il lato femminile dell’esistenza, anche quello che sta dentro la personalità maschile. Il ragazzo di L’uomo che diventò donna, che si pone le inquietanti domande adolescenziali sulla propria capacità di diventare uomo, ed è costretto a una fuga angosciosa per sfuggire a due ubriachi che l’hanno scambiato per una ragazza, rimane nella memoria come una delle più riuscite e aspre incarnazioni letterarie della ricerca di se stessi dal punto di vista sessuale.

8. Alla fine, quando si legge un libro scritto quasi cento anni fa – cento anni in cui è successo di tutto e il mondo è stato rivoltato come un calzino – l’unica domanda davvero essenziale è: quanto parla a noi, oggi, questo libro? A me ha parlato e parla moltissimo, dalla prima all’ultima riga. Mi ha divertito, intrigato, emozionato. Forse la spiegazione sta qui, in questo brano scritto da Anderson stesso: Quando scrivo, sono fuori dal mondo della realtà. Qui sta l’equivoco che molte menti sembrano non riuscire a superare. Il mondo dell’arte, di qualsiasi arte, non è mai il mondo reale. Il mondo del romanzo, del racconto, non è il mondo della realtà. È un mondo che viene creato al di fuori della realtà. Il punto non è quello di essere veritieri rispetto al mondo della realtà ma rispetto al mondo al di fuori della realtà. È necessario trovare il colore – il colore delle parole – che dia vitalità anche a quel mondo. E in quel mondo, quando è creato felicemente, conta tutto. Ogni parola viene posta accanto all’altra con cura e sempre istintivamente, come ogni pittore dispone un colore vicino all’altro.

Ecco, è per questa sua geniale capacità di porre le parole da venti centesimi l’una accanto all’altra che il mondo espresso nei racconti di Sherwood Anderson – pur essendo per noi lontano nel tempo e nello spazio, un mondo di corse di cavalli itineranti, di villaggi polverosi, di fienili e di solitudini inurbate – ci appare oggi così assolutamente vicino. E vivo.

Valerio Aiolli

1 In Graham’s Magazine, maggio 1842.

2 In Ex libris, marzo 1925.

3 In Autobiografia di Alice B. Toklas, 1933.

4 Intervista di Jean Stein contenuta in The Paris Review, primavera 1956.

5 In Gertrude Stein, American Spectator, aprile 1934.

A Theodore Dreiser

in presenza del quale ho sentito a volte la stessa ventata d’energia che al cospetto di un cavallo purosangue.

Introduzione

Ti è mai venuta in mente una cosa del genere: c’è un’arancia, o diciamo una mela, poggiata su un tavolo davanti a te. Allunghi la mano per prenderla. Magari la mangi, la fai diventare parte della tua vita fisica. L’hai toccata? L’hai mangiata? È questo che mi chiedo.

L’unico motivo per cui tutta questa storia m’interessa è che io voglio la mela. Quali aromi sottili nasconde; che sapore ha, che odore, che consistenza? Insomma, diamine, la sensazione che dà la mela nella mano è qualcosa di rilevante, o sbaglio?

Per un bel po’ ho pensato solo alla mia intenzione di mangiare la mela. Poi, anche la sua fragranza è diventata importante. È sgusciata attraverso la stanza, oltre la finestra, fino alle strade. Ha formato un tutt’uno con gli odori delle strade. Diavolo! A Chicago o a Pittsburgh, Youngstown o Cleveland se la sarebbe passata brutta.

Non importa.

Il punto è che, dopo che la forma della mela ha iniziato ad attirare il mio sguardo, mi sono spesso ritrovato del tutto incapace di toccarla. Le mie mani andavano verso l’oggetto del desiderio e poi tornavano indietro.

Rimanevo lì seduto, nella stanza, con la mela davanti a me, e le ore passavano. Mi ero spinto in un mondo dove nulla ha esistenza. L’avevo fatto davvero, oppure ero soltanto uscito momentaneamente dal mondo delle tenebre per entrare nella luce?

Forse i miei occhi sono ciechi e non riesco a vedere.

Forse sono sordo.

Le mie mani sono nervose e tremano. Quanto tremano? Ora, ahimè, sono assorto nella contemplazione delle mie mani.

Con queste mani nervose e incerte, posso davvero sentire la forma delle cose nascoste nelle tenebre?

Dreiser

Pesante, pesante, sulla tua testa,

Fino o sopraffino?

Theodore Dreiser è vecchio; è molto, molto vecchio. Non so quanti anni sia vissuto, forse quaranta, forse cinquanta, fatto sta che è molto vecchio. In lui si personifica qualcosa di grigio e tetro e doloroso, qualcosa che forse è nel mondo da sempre.

Quando Dreiser se ne sarà andato, altri uomini scriveranno libri, ne scriveranno tanti, e nei libri che scriveranno ci saranno moltissime delle qualità che a Dreiser mancano. I nuovi, quelli più giovani, avranno senso dell’umorismo, e lo sanno tutti che Dreiser non ne ha. Ma soprattutto, i prosatori americani avranno grazia, leggerezza di tocco, un sogno di bellezza che si apre un varco attraverso gli involucri della vita.

Oh, quelli che verranno dopo di lui avranno tante cose che Dreiser non ha. Questo è parte del miracolo e della bellezza di Theodore Dreiser, le cose che altri avranno per merito suo.

Molto tempo fa, quando era direttore del Delineator, Dreiser un giorno andò, con un’amica, a visitare un orfanatrofio. La donna mi ha raccontato una volta di quel pomeriggio nel grosso edificio grigio e sgraziato, con Dreiser che appariva cupo, goffo e vecchio, seduto su una pedana a piegare e ripiegare il fazzoletto da tasca e a osservare i bambini, tutti nelle loro piccole uniformi, che marciavano in gruppo.

«Aveva le guance rigate di lacrime e scuoteva il capo» ha detto la donna, il che è un ritratto credibile di Theodore Dreiser. È vecchio di spirito e non sa cosa farne della vita, così la racconta come la vede, in modo semplice e onesto. Le lacrime gli rigano le guance, e lui piega e ripiega il fazzoletto da tasca e scuote il capo.

Pesanti, pesanti, i passi di Theodore. Com’è facile fare a pezzi alcuni dei suoi libri, ridere di lui per la pesantezza di tanta sua prosa.

I passi di Theodore stanno tracciando un sentiero, i suoi passi pesanti e brutali. Stanno avanzando attraverso la giungla delle menzogne, tracciando un sentiero. Tra breve il sentiero sarà una strada, con arcate maestose e guglie finemente scolpite che sembrano bucare il cielo. Lungo la strada correranno dei bambini, gridando: «Guardatemi. Guardate cosa abbiamo fatto io e i miei colleghi della nuova epoca»… dimenticando i passi pesanti di Dreiser.

I colleghi di penna, i prosatori d’America che verranno dopo Dreiser, avranno da fare molte cose che lui non ha mai fatto. La loro strada è lunga, ma, grazie a lui, quelli che verranno dopo non dovranno mai affrontare il cammino attraverso la giungla della negazione puritana, cammino che Dreiser ha affrontato da solo.

Pesante, pesante, sulla tua testa,

Fino o sopraffino?

6 Filastrocca di un gioco per bambini molto diffuso nella prima metà del Novecento negli Stati Uniti con cui vengono elargite le penitenze dei giochi svolti in precedenza. Un bambino sta seduto su una sedia al centro della stanza e fa il giudice. Un altro si trova dietro di lui e fa il capo. Il capo tiene sospeso sulla testa del giudice un oggetto appartenente a colui o colei che dovrà subire la penitenza, e dice: «Pesante, pesante, sulla tua testa». Il giudice domanda: «Fino o sopraffino?», chiedendo cioè se l’oggetto appartiene a un maschio (fino) o a una femmina (sopraffino). In base al sesso del bambino da punire (ma senza conoscerne l’identità), il giudice stabilisce la penitenza.

Sono un cretino

Fu un colpo tremendo, uno dei peggiori che mi sono mai capitati. E tutto per colpa della mia stessa stupidaggine, tra l’altro. Ancora adesso a volte, quando ci ripenso, mi viene da piangere o smadonnare o prendermi a calci. Forse, persino ora, dopo tutto questo tempo, proverò una certa soddisfazione nel raccontare la mia figuraccia.

Cominciò tutto alle tre di un pomeriggio di ottobre, mentre sedevo in tribuna durante la gara autunnale di trotto e ambio a Sandusky, in Ohio.

A dir la verità, mi sentivo un tantino stupido già per il fatto di starmene seduto lì, in tribuna. L’estate precedente avevo lasciato il mio paese con Harry Whitehead e, assieme a un nero di nome Burt, ero diventato lo stalliere di uno dei due cavalli che Harry quell’anno portava alle corse autunnali. Mia madre pianse e mia sorella Mildred, che sperava per l’autunno di ottenere un posto da insegnante nel nostro paese, girò per casa sbraitando come una furia per tutta la settimana prima della mia partenza. Tutt’e due pensavano che era scandaloso che uno della famiglia si mettesse a fare lo stalliere nelle corse dei cavalli. Credo che Mildred vedeva la mia decisione come un ostacolo a quel posto da insegnante per cui si era data tanto da fare.

Ma dopotutto dovevo pur lavorare, e non avevo nient’altro per le mani. Un giovanotto di diciannove anni grosso e imbranato come me non poteva mica ciondolare per casa senza far nulla, ed ero diventato troppo grande per tagliare i prati del vicinato o vendere giornali. I ragazzetti più piccoli mi portavano sempre via il lavoro, attirandosi le simpatie della gente con il loro aspetto mingherlino. Ce n’era uno che continuava a dire a tutti quelli che volevano farsi tagliare il prato o pulire una cisterna che stava mettendo da parte i soldi per il college, e io passavo le notti sveglio, steso lì a escogitare nuovi modi per fargli del male senza essere scoperto. Immaginavo continuamente autocarri che lo investivano o mattoni che gli cadevano in testa mentre camminava per la strada. Ma lasciamo stare.

Presi il posto con Harry, e Burt mi piaceva molto. Andavamo magnificamente d’accordo. Era un nero massiccio dalla figura sbracata e indolente, con gli occhi dolci e gentili, e quando si trattava di fare a pugni colpiva peggio di Jack Johnson. Lui si occupava di Bucefalo, un grosso maschio ambiatore morello che poteva correre in 2.09 o 2.10, se doveva, mentre io ne avevo uno piccolo, castrato, chiamato Dottor Fritz, che non perdeva una sola gara in tutto l’autunno quando Harry voleva che vincesse.

Partimmo da casa a luglio inoltrato in un furgone con i due cavalli, e da lì in poi, fino alla fine di novembre, continuammo a spostarci tra corse e fiere. Per me fu un periodo eccezionale, devo proprio dirlo. A volte mi ritrovo a pensare che i ragazzi tirati su in casa come si conviene, che non hanno un bravo nero come Burt come migliore amico, e vanno al liceo e al college, e non gli capita mai di rubare qualcosa, o ubriacarsi un po’, o imparare a bestemmiare da chi lo sa fare come si deve, o passare in maniche di camicia e con i pantaloni da cavallo inzaccherati davanti a una tribuna piena di gente agghindata a festa durante una corsa… Ma che lo dico a fare? Tipi così non sanno niente di niente. Non hanno mai avuto occasioni.

Ma io sì. Burt mi insegnò come strigliare un cavallo, come fasciarlo dopo la corsa e pulirlo col vapore e un sacco di altre cose che ognuno dovrebbe sapere. Le sue fasciature erano così perfette che se fossero state dello stesso colore della zampa del cavallo nessuno le avrebbe notate, e penso che sarebbe diventato anche un grande driver, famoso come Murphy e Walter Cox e gli altri, se solo non fosse stato un nero.

Cavolo, se era divertente. Arrivavi in un capoluogo di contea, mettiamo un sabato o una domenica, e la fiera cominciava il martedì successivo e durava fino al venerdì pomeriggio. Dottor Fritz avrebbe partecipato, mettiamo, alla gara di trotto del martedì pomeriggio, e il giovedì pomeriggio Bucefalo li avrebbe stesi tutti nel free-for-all. Così restava un sacco di tempo per andar in giro, ascoltare discorsi sui cavalli e vedere Burt stendere qualche idiota che faceva troppo il simpatico, e venivi a sapere un bel po’ di cose sugli uomini e sui cavalli, tutta roba che ti sarebbe stata utile per il resto della tua vita, se avevi quel pizzico di buon senso necessario a tenerti stretto quello che sentivi, provavi e vedevi.

E poi alla fine della settimana, quando le gare erano finite e Harry era corso a casa per occuparsi degli affari della scuderia, tu e Burt attaccavate i due cavalli ai carri e attraversavate pian piano la campagna verso il luogo della corsa successiva, in modo da non accaldare troppo le bestie eccetera eccetera.

Cavolo, madonna santissima, i begli alberi di noce e i faggi e le querce e altri tipi di alberi lungo la strada, tutti rossi e marroni, e i buoni odori, e Burt che cantava una canzone che si chiamava Deep River, e le ragazze di campagna alle finestre e tutto quanto. Teneteveli pure i vostri college. Io la mia cultura me la son fatta da un’altra parte.

Ed ecco, una di quelle piccole cittadine che ti ritrovavi lungo la strada, mettiamo un sabato pomeriggio, e Burt che diceva: «Fermiamoci qui». E così facevate.

E portavate i cavalli in una stalla e gli davate da mangiare, e poi tiravate fuori da una cassa i vestiti buoni per indossarli.

E la cittadina era piena di contadini a bocca aperta, perché capivano che venivate dalle corse dei cavalli, e i bambini forse non avevano mai visto un nero e avevano paura e scappavano quando voi due camminavate per la strada principale.

Ed era prima del proibizionismo e di tutte quelle sciocchezze là, e così entravate in un saloon, tutti e due, e una folla di idioti vi si faceva intorno, e c’era sempre qualcuno che fingeva di saperne di cavalli e cominciava a parlare e fare domande, e a voi non restava che mentire e mentire a più non posso sui cavalli che avevate, e io mi spacciavo per il proprietario dei cavalli, e allora un tizio diceva: «Che ne dite di un sorso di whiskey» e Burt lo faceva rimanere con gli occhi di fuori dicendogli, senza tanti complimenti: «Oh, beh, d’accordo, un goccetto me lo faccio volentieri. Dividiamoci un litro». Cavolo.

Ma non è questa la storia che voglio raccontare. Tornammo a casa alla fine di novembre, e promisi a mia madre che avrei lasciato perdere le corse una volta per tutte. Alle madri bisogna promettere un sacco di cose, perché proprio non sanno com’è che va il mondo.

E così, non essendoci nel nostro paese più lavoro di quanto ce n’era prima che partissi per le corse, me ne andai a Sandusky e trovai un lavoretto niente male come stalliere per un tizio che possedeva una ditta di trasporti e stoccaggio e carbone e compravendita d’immobili. Era un buon impiego, si mangiava bene e c’era un giorno libero a settimana, e si dormiva su una branda in un grande fienile, e per lo più dovevi semplicemente portare fieno e avena a un sacco di grossi cavalli mezzi decrepiti, che non avrebbero potuto gareggiare manco con un rospo. Non ero inappagato e potevo mandare a casa un po’ di soldi.

E poi, come dicevo all’inizio, la stagione autunnale delle corse arrivò a Sandusky e io avevo il giorno libero e ci andai. Lasciai le stalle a mezzogiorno e mi misi i vestiti buoni e la mia nuova bombetta marrone, che avevo comprato il sabato prima, e il colletto rigido.

Per prima cosa andai in centro a passeggiare tra i bellimbusti. Mi sono sempre detto: Cerca di fare bella figura, e così feci. Con i quaranta dollari che avevo in tasca, andai al West House, un grande albergo, e mi avvicinai al banco dei sigari. «Mi dia tre sigari da venticinque cent» dissi. L’atrio e il bar erano pieni di cavalieri e forestieri e gente ben vestita venuta da altre città, e io mi mescolai con loro. Al bar c’era un tizio con bastone e cravatta, che a guardarlo mi dava la nausea. Mi piacciono gli uomini che si vestono da signori, ma non quelli che si atteggiano da snob. Così lo spinsi di lato, in maniera un po’ rude, e ordinai un bicchierino di whiskey. E allora lui mi guardò, come se voleva reagire, ma poi cambiò idea e non disse niente. E io mi presi un altro whiskey, tanto per

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