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Il gioiello

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Il gioiello

valutazioni:
5/5 (1 valutazione)
Lunghezza:
216 pagine
2 ore
Pubblicato:
9 giu 2018
ISBN:
9788893845793
Formato:
Libro

Descrizione

Fin dal suo primo apparire, il gioiello non è una semplice espressione di vanità e seduzione, ma associa alla funzione decorativa una moltitudine di significati che lo trasformano a tutti gli effetti in un codice di comunicazione complesso e affascinante.
Esso è da sempre un indicatore di status sociale, sino a tutto il Medioevo è considerato uno strumento di protezione dotato di virtù magiche e a partire dall’età moderna si autodetermina come rappresentazione del gusto individuale in simbiosi col Sistema Moda.
Questo saggio mette a confronto la sua evoluzione merceologica, tecnica e stilistica con i cambiamenti politici, economici e culturali della Grande Storia, non tralasciando di analizzare la figura di chi crea questi manufatti, ovvero l’orefice/gioielliere, colto nel passaggio dalla dipendenza curtense alla libera imprenditoria, dalla dimensione artigiana a quella industriale.
Ma il gioiello è anche un oggetto d’Arte e, se nel Quattrocento s’impone come strumento iconologico per decrittare la ritrattistica coeva, nel Novecento, con l’affermarsi del concetto di design, si fa portavoce di una democratizzazione dello stile e paradossalmente di un fenomeno elitario e sperimentale qual è il “gioiello d’autore”. 

In copertina: Gioia da corsetto, primo trentennio del sec. XVIII - Sassari, Museo Diocesano.

Fabrizio Casu è nato a Sassari nel 1980. Ha frequentato il corso di fashion design alla NABA di Milano e si è laureato nel 2005 con qualifica di “esperto e creativo del settore moda”. 
Ha svolto docenza di Storia del Costume e Progettazione Moda in scuole pubbliche e private di Sassari, ha organizzato due mostre personali, “Sardinian Gothic” e “Dialogo Alternativo fra Arte e Moda” ed ha partecipato nel 2011 alla Biennale Sardegna, iniziativa promossa dal Padiglione Italia alla 54esima esposizione internazionale d’arte della Biennale di Venezia.
È autore dei saggi: Novecento: il secolo della moda e Madonna, vampira postmoderna pubblicati dalla casa editrice Edes nel maggio 2013 e Il lungo viaggio di una chemise pubblicato da Europa Edizioni nell’ottobre 2014.
Pubblicato:
9 giu 2018
ISBN:
9788893845793
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Libro

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Il gioiello - Fabrizio Casu

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PREFAZIONE

(BAGLIORI DELL’ARTE)

[…] sul madore della pelle, i diamanti aderenti scintillano; i braccialetti, le cinture, gli anelli sprizzano faville; sulla veste trionfale, intessuta di perle, ricamata d’argento, laminata d’oro, la corazza delle oreficerie di cui ogni maglia è una gemma, entra in combustione, intreccia serpenti di fuoco, fa formicolare sulla carne opaca, sulla pelle rosa tea, quasi degli splendidi insetti dalle elitre sfolgoranti, venate di carminio, punteggiate di giallo aurora, screziate di azzurro acciaio, tigrate di verde pavone"¹ così Joris-Karl Huysmans, nel suo celebre romanzo Á rebours, descrive la figura di Salomè protagonista del dipinto di Gustave Moreau L’Apparizione (1876)². La principessa giudaica è colta mentre si esibisce in una delle danze più sensuali della storia della pittura, di fronte al governatore Erode Antipa, grazie alla quale otterrà in seguito, come ricompensa, la testa di Giovanni Battista. Una cascata di gioielli orna il suo corpo alabastrino: smeraldi, rubini, zaffiri, perle e diamanti, di varia grandezza, sono incastonati nella corona, nel collare e nei larghi bracciali, ma anche sui veli e sui broccati che stanno scivolando a terra; si intrecciano variamente fra i capelli raccolti nella lunga treccia ma anche nel prezioso ed elaborato corpetto che le cinge il torace – quasi un precursore del bustier – partendo da sotto il seno, per proseguire nella cintura sistemata bassa sui fianchi mentre guizzi di luce sono irradiati dal triplo filo di perle legato alla caviglia e dai pendenti. Il corpo di Salomè ci offre un interessante campionario di monili sia per le tipologie sia per la varietà e il taglio delle pietre preziose: il pettorale di reminiscenza egizia scandito da una sequenza di smeraldi, i bracciali rigidi da avambraccio tempestati di rubini, la sontuosa cintura intrecciata con perle e piccole gemme alternate con zaffiri cabochon, gli orecchini e la cavigliera di perle.

Il fascino che esercitano i gioielli è innegabile e soprattutto antichissimo; attraggono per la raffinatezza esecutiva, per il pregio dei materiali e per la varietà e bellezza delle gemme. Preziosi manufatti che da sempre assurgono a simbolo di vanità, di ricchezza e di potere, evidenziando il prestigio dello status sociale di chi li indossa o trasformandosi in oggetti devozionali e di culto, pegni di sottomissione a Dio (come le statue dei santi ricoperte di gioielli), simbolo di appartenenza e di fede (la croce cristiana, la mano di Fatima, la stella di David, la statuetta di giada di Buddha) con una precisa funzione apotropaica contro il maligno, nei quali ricercare virtù magiche e terapeutiche; ornamenti che racchiudono nel loro sfavillio incantatore superstizione, bellezza, magia e potere. Nelle pagine de I Trattati dell’Oreficeria e della Scultura, l’opera fatta pubblicare a Firenze da Benvenuto Cellini nel 1568, possiamo scoprire numerose indicazioni circa i particolari significati alchemici attribuiti a pietre preziose come il rubino, lo smeraldo, lo zaffiro e il diamante, a cui sono abbinati i quattro Elementi (rispettivamente fuoco, terra, aria e acqua)³; le gemme ostentate al dito montate su anelli o al collo applicati alle collane e collier si trasformano così in una sorta di amuleto⁴: il diamante si opponeva alla malvagità favorendo l’amore, lo smeraldo contrastava i demoni e l’epilessia, lo zaffiro diffondeva la concordia, il rubino la passione, il corallo proteggeva dal malocchio, la perla allontanava la malinconia mentre l’opale era il simbolo di speranza e purezza, la stessa pietra iridescente che brilla ad esempio sull’abito della regina Ester, dipinta da Andrea del Castagno per il ciclo di affreschi degli Uomini e donne illustri (Firenze, Galleria degli Uffizi). La grande pietra ovale è montata su un fermaglio che orna l’abito della sposa ebrea di Assuero, re di Persia, mentre il suo sguardo fiero ricorda il coraggio dimostrato nell’impedire l’eccidio del suo popolo da parte dei persiani.

Ma i gioielli possono caricarsi di un valore più intimo, legandosi alla sfera emozionale degli affetti per simboleggiare un pegno d’amore o di fedeltà, l’emblema di un’amicizia o del ricordo di persone care lontane o purtroppo scomparse; singolare la storia del bracciale a cattedrale in stile neogotico (Gorizia, Palazzo Coronini Cronberg), che ci viene raccontata da alcuni documenti di famiglia: realizzato nella bottega di Jean-Baptiste Fossin, ospita un ritratto miniatura del conte Edwin de Fagan; il giovane perse la vita dopo la caduta da un calesse e in punto di morte donò il prezioso oggetto alla sorella Sophie che lo conservò gelosamente in suo ricordo⁵.

La piccola Bianca de’ Medici, ritratta all’età di cinque anni da Agnolo Bronzino nel 1542 (Firenze, Galleria degli Uffizi), ostenta al collo una catena d’oro da cui pende un medaglione aureo con il profilo del Granduca Cosimo I, di cui era figlia illegittima ma prediletta, come segno evidente del profondo legame d’affetto che la legava al padre; il medesimo gesto è ripetuto da Sophie Kushnikova – paffuta bimba di appena due anni colta in braccio alla madre Ekaterina dal pennello di Vladimir Lukic Borovikovskj (Gorizia, Palazzo Coronini Cronberg) – che regge nella mano sinistra un ciondolo ovale (locket) agganciato a una lunga catena d’oro appesa al collo della mamma, in cui è inserito il ritratto in miniatura del padre/marito Serge Kushnikov, statista e governatore di Kiev⁶. I gioielli definiti sentimentali, usati a partire dal XVIII secolo ma che conobbero la più ampia diffusione nel corso dell’Ottocento – da ricordare la particolarità di quelli realizzati con capelli intrecciati⁷ di cui si conservano splendidi esemplari al Victoria&Albert Museum di Londra – rivelano la loro accezione attraverso la presenza di iscrizioni e dediche affettuose; ciondoli e medaglioni si trasformano in portaritratti o piccole miniature, scandendo i momenti più importanti della vita come il fidanzamento, le nozze, la nascita, la morte sicché indossarli rappresenta un modo per riattivare costantemente il ricordo⁸. Lo zar Nicola II Romanov donò alla futura moglie, la principessa Alice d’Assia e Renania (Aleksandra Feodorovna dopo la sua conversione alla religione ortodossa), un sautoir di perle di Cartier e una corona di platino e diamanti che dal giorno del matrimonio, celebrato a San Pietroburgo nella cappella del Palazzo d’Inverno il 26 novembre 1894, non smise mai di indossare. Il dipinto di Laurits Regner Tuxen Il matrimonio dello zar Nicola II (San Pietroburgo, Museo dell’Ermitage, 1895) descrive con dovizia la bellezza e lo sfarzo dei gioielli indossati quel giorno dalla zarina: i bagliori di perle e diamanti della tiara scivolano sugli orecchini e sulla collana, per poi propagarsi sulle onorificenze e i monili appuntati agli abiti di dignitari e dame di corte che la circondano. Aleksandra è ritratta di profilo al centro dell’opera, il bel volto illuminato dalla fiamma della candela rituale che regge fra le mani alla pari del suo sposo, mentre un diafano velo di pizzo puntato sulla nuca si allarga adagiandosi morbidamente sopra il ricco panneggio del mantello dorato bordato di ermellino.

Il gioiello più caro a Maria Luigia d’Asburgo Lorena, moglie di Napoleone Bonaparte, invece, fu il meraviglioso collier di diamanti – composto da 234 gemme alternativamente tagliate a brillante e briolette realizzato dal celebre gioielliere parigino François-Regnault Nitot – che il marito le donò in occasione della nascita, il 20 marzo 1811, del figlio tanto atteso Napoleone Francesco. Anche l’imperatrice dei francesi, come la zarina di Russia, continuò per tutta la vita a indossare gli straordinari diamanti, anche quando, in varie occasioni posò per dei ritratti ufficiali come quello eseguito da Giovan Battista Borghesi – l’immagine più nota di Maria Luigia, dove il suo perfetto ovale è illuminato non solo dai diamanti della collana, ma anche da quelli degli orecchini, della cintura e del diadema – oppure quelli di Paolo Toschi (Parma, Galleria Nazionale) e di Giovanni Battista Callegari (Parma, Museo Glauco Lombardi) dove abiti e onorificenze sono diversi, ma al collo dell’imperatrice assisa in trono brilla sempre il collier di Nitot; infine, il dipinto di Joseph Boniface Franque (Versailles, Museo Nazionale del Castello di Versailles e del Trianon) che la ritrae seduta su un canapè di seta rossa mentre veglia, quasi adorante, il sonno del figlioletto appena nato: indossa un abito di raso bianco in stile impero dai riflessi cangianti e dall’ampia scollatura quadrata e il decolleté è ancora una volta illuminato dallo straordinario gioiello, conosciuto anche con l’appellativo de "il collier del re di Roma"⁹.

Sontuose opere di oreficeria si sono spesso trasformate in doni di rappresentanza, come massima espressione di stima e di rispetto, elargiti a eminenti personalità, come la celeberrima saliera di Benvenuto Cellini, progettata inizialmente a Roma nel 1540 per il cardinale Ippolito d’Este ma poi realizzata per Francesco I di Francia, che fu donata nel 1570 da Carlo IX di Valois all’arciduca Ferdinando d’Asburgo in segno di ringraziamento per aver agevolato le sue nozze con Elisabetta d’Austria; la saliera è un esempio insuperato di oreficeria manierista che lo stesso autore descrive nella propria autobiografia: […] era in forma ovata ed era di grandezza di dua terzi di braccio in circa, tutta d’oro, lavorata per virtú di cesello. […] avevo figurato il Mare e la Terra assedere l’uno e l’altro, e s’intramettevano le gambe, sí come entra certi rami del mare infra la tetra, e la terra infra del detto mare: cosí propiamente avevo dato loro quella grazia. […] L’acqua era figurata con le sue onde; di poi era benissimo smaltata del suo propio colore. Per la Terra avevo figurato una bellissima donna, con il corno della sua dovizia in mano, tutta ignuda come il mastio appunto; nell’altra sua sinistra mana avevo fatto un tempietto di ordine ionico, sottilissimamente lavorato; […] Sotto a questa femina avevo fatto i piú belli animali che produca la terra; e i sua scogli terrestri avevo parte ismaltati e parte lasciati d’oro. […] Ancora v’era quattro altre figure della medesima grandezza, fatte per i quattro venti principali, con tanta puletezza lavorate e parte ismaltate, quanto immaginar si possa. Quando questa opera io posi agli occhi del Re, messe una voce di stupore, e non si poteva saziare di guardarla¹⁰. Il capolavoro del Cellini sottolinea come i gioielli siano delle opere d’arte frutto di un complesso e straordinario lavoro eseguito dalla Natura a cui si affianca l’esperienza dell’uomo con la fatica di schiavi e minatori, la perizia e abilità di artigiani, la fantasia e creatività di tagliatori e orafi. Sono oggetti meravigliosi diretti testimoni e chiavi di lettura di un’epoca ma purtroppo assai effimeri per il valore venale che racchiudono; il trascorrere del tempo e il repentino mutare delle mode li hanno fatti smontare e riadattare secondo il gusto del momento, problemi di natura economica o esigenze di liquidità ne imposero la vendita o l’ipoteca, in casi fortuiti furono ricomprati talvolta anche smarriti o rubati; al riguardo Guglielmo Gonzaga (1538-1587), mecenate, musicista e raffinato collezionista, consapevole della problematica caducità dei gioielli sostenne che "le belle pitture son gemme, non facili ad essere rubate né ad esser mandate da questa a quella mano, come i rubini e i diamanti, i quali, perché hoggi conservati fino da’ plebei non trovano più principe alcuno che mandi dall’occidente all’oriente i gioielli per haverne o di grandezza straordinaria o di bellezza incomparabile"¹¹ . I monili più preziosi sopperirono anche ad esigenze completamente diverse: usati per corrompere, per sedurre, per fondare regni o per finanziare guerre e grandi imprese, come fece Isabella di Castiglia¹², la sovrana spagnola che attraverso la vendita delle sue collane di rubini finanziò il viaggio che Cristoforo Colombo intraprese per dimostrare che l’Estremo Oriente fosse raggiungibile anche navigando verso Occidente; alcuni dei suoi splendidi rubini li possiamo ammirare nel ritratto che di lei fece Tiziano Vecellio nel 1548 (Madrid, Museo del Prado) dove sul sontuoso abito rosso è applicata una spilla con pendente di perla a goccia, al cui centro sono incastonati uno zaffiro e un grosso rubino, mentre sull’elaborata acconciatura ne brilla un altro come ornement de coiffure.

Inevitabilmente – come già affermato – le vicissitudini dettate dalle mode, dal trascorrere del tempo e dalle varie necessità, hanno decretato la perdita di moltissimi gioielli, tuttavia importanti indicazioni sono conservate negli archivi: la consultazione di inventari, ventilazioni o testamenti, così come la paziente lettura della corrispondenza o dei diari hanno spesso fatto reperire tracce piuttosto precise di beni e oggetti preziosi. Un esempio, in tal senso, è rappresentato dal Ritratto della famiglia Gozzadini (Bologna, Pinacoteca Nazionale) che Lavinia Fontana realizzò nel 1583 per celebrare una fra le casate nobili bolognesi più facoltose dell’epoca; il dipinto, al di là della struttura compositiva piuttosto statica che ostenta il rango sociale e la potenza economica raggiunta dai Gozzadini¹³, si dimostra interessante per la quantità di gioielli indossati dai personaggi ma soprattutto perché molti di questi monili sono stati descritti in un diario di ricordi scritto da Camillo Gozzadini fra il 1569 e il 1582, rintracciato da Giovanni Gozzadini (suo discendente) che lo rese pubblico nel 1883 con un articolo¹⁴. I cinque personaggi raffigurati sono disposti attorno a un tavolo: seduto al centro Ulisse Gozzadini, il capofamiglia, in abito senatoriale, accanto a lui in primo piano le figlie Ginevra e Laodamia, con i rispettivi mariti in piedi. Ma su tutto spicca la sontuosità delle vesti e lo sfoggio degli ornamenti da parte delle due donne: fra le collane e bracciali, le annotazioni di Camillo Gozzadini ci fanno riconoscere la collana di perle orientali "di numero cinquantacinque per ornamento di Madonna Laodamia che le scende sul petto e la centura d’oro smaltata […] con delle Perlete e Cadennine […] alternata di losanghe e di dischi vaghissimi che orna l’abito della sorella Ginevra; riconosciamo poi gli anelli a castone nei Doi anneli, cioè Diamante et Rubino […] tenuti da Laodamia nel pollice della destra e nell’indice della sinistra, ma anche i pendenti con perle et con Christali e la pelliccia da mano di zibellino con Testa d’oro et smaltata"¹⁵ – ornamento esclusivo, ricercato

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