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Giochi Pericolosi: Steele Security

Giochi Pericolosi: Steele Security

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Giochi Pericolosi: Steele Security

Lunghezza:
417 pagine
4 ore
Editore:
Pubblicato:
Nov 22, 2019
ISBN:
9781547531820
Formato:
Libro

Descrizione

Giochi Pericolosi (Steele Security, Libro 1 - edizione integrale)

Brianna ha lo scoop del secolo, quello che ogni giornalista d’inchiesta sognerebbe di aggiudicarsi. Ma la scia delle prove incriminanti porta all’unico uomo che abbia mai amato. Dopo aver perso un volo, vede il suo aereo esplodere a mezz’aria e capisce che a bordo c'era una bomba per metterla tacere. Di chi potrà mai fidarsi?

Dal giorno in cui l’ha persa, Noah non è più lo stesso. Fino al momento in cui sorprende un intruso in casa e scopre che la sua amata, che credeva morta, in realtà è ancora viva. Dentro di lui infuria una battaglia tra desiderio, amore, tradimento e lealtà.

La menzogna, l’inganno e il pericolo minacciano entrambi.Ma quando ad avere tutte le carte in mano è un nemico sconosciuto, come potranno sopravvivere a quel gioco pericoloso?

Editore:
Pubblicato:
Nov 22, 2019
ISBN:
9781547531820
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Giochi Pericolosi - A.D. Justice

Richard.

CAPITOLO UNO

Cinque anni prima

«Mamma! Non trovo gli occhiali da sole!» gridò Brianna dalla sua camera.

Diana si fermò sulla soglia. «Li hai in testa, Brianna».

Le sue mani schizzarono sulla parte superiore della testa. Trovandoci gli occhiali, Brianna sorrise mestamente. «Oh. Sono lì».

«Rilassati, tesoro. Tuo padre si è assicurato che tu sia ben protetta mentre sarai via. Sarai circondata dai migliori soldati del nostro esercito». Diana cercò di rassicurare Brianna, nonostante dentro di sé si sentisse tutt’altro che felice a proposito della scelta della figlia.

«Lo so» disse Brianna lasciandosi cadere sul letto. «È solo che sarà un cambiamento così grande. Non potrò correre nei negozi per prendere tutto quello che mi serve, niente cibo da asporto... Mi lascerò dietro tante di quelle cose che ora do per scontate».

«Per te sarà senz’altro un bel cambio di marcia» convenne Diana mentre si sedeva accanto alla figlia.

Evan, il padre di Brianna, camminò fino alla porta, si appoggiò al telaio e guardò la figlia maggiore. Sembrava solo ieri quand’era nata. Ripensando agli ultimi mesi, era sbalordito dall’efficacia con cui la sua capacità di persuasione aveva fatto effetto su di lui. In qualche modo l’aveva convinto che la sua vera vocazione era il giornalismo investigativo in Medio Oriente.

Evan e Diana Tate possedevano una catena di hotel di lusso in tutti gli Stati Uniti. La loro casa e la loro sede centrale erano ad Atlanta, ma Evan viaggiava spesso a Washington DC, per assicurarsi contratti alberghieri, negoziare tariffe e mantenere le autorizzazioni di sicurezza per gli ospiti VIP. Durante quelle visite si faceva molti amici, che avevano contatti in qualsiasi branca immaginabile del governo.

Quando, all’inizio, Brianna si era rivolta a lui con la richiesta di avere l’incarico speciale di intervistare l’unità di élite dell’esercito, la Delta Force, in una base fantasma in Medio Oriente, Evan aveva temuto che avesse preso una decisione immatura, avventata. Ma guardandola preparare i bagagli, mentre spuntava i vari articoli della lista per poi ricontrollarli, vide in lei la maturità di una giovane donna determinata.

Ma era pur sempre un padre, e si preoccupava della sicurezza di sua figlia. «Non farmi pentire di questo, signorina» la ammonì.

«Mai, papà» ricambiò lei con un sorriso splendente. «Questo è il viaggio e l’opportunità della mia vita!».

«Non posso credere che ci lascerai tra una settimana. E ne starai via altre sei» si lamentò Evan.

«Passerà come un lampo e tornerò prima che tu te ne accorga. Te lo garantisco» rispose Brianna con disinvoltura, sebbene nascondesse la trepidazione che provava al lasciare le comodità e la sicurezza della sua vita.

A ventidue anni, aveva da poco conseguito una doppia laurea in comunicazione e giornalismo, con grandi piani per la propria carriera futura. Durante il college Brianna si era immersa nello studio, facendo delle lezioni extra e sforzandosi al massimo per potersi immergere nel mondo e iniziare a vivere al più presto. Ricorrere a quell’incarico come trampolino di lancio per la propria carriera era un azzardo, ma uno che lei sapeva essere quello giusto. Il fremito della storia e il fatto di lavorare sul campo costituivano esattamente ciò a cui il suo cuore sapeva di appartenere.

La sera seguente le sorelle di Brianna, Missy, Jessie ed Ashley organizzarono una festa d’addio a sorpresa per festeggiare il suo primo incarico importante e la sua attività freelance dopo la laurea. Missy aveva appena compiuto ventun anni ed era la sorella più vicina a Brianna, in tutti i sensi. Essere cresciute con meno di due anni di differenza aveva fatto in modo che condividessero tutto, dai vestiti ai giocattoli ai ragazzi. Il compito di Missy era quello di portare Brianna alla festa senza rovinare la sorpresa.

«Preparati, sorellina! Ti porto fuori per un drink, o dieci! Dobbiamo passare insieme una bella serata tra sorelle prima che tu decolli verso quel deserto dimenticato da Dio» ingiunse Missy mentre piombava nella camera di Brianna. «Mi priverai di sei mesi del nostro tempo, perciò mi aspetto che stasera tu ti faccia perdonare».

«Va bene. Ma solo perché so che non mi lascerai in pace finché non lo farò» rispose Brianna con un sorriso.

«Mi conosci così bene!».

Una volta salite in macchina, Missy e Brianna chiacchierarono del più e del meno finché giunsero a destinazione. Brianna fremeva per l’emozione mentre entravano nel loro bar sport preferito. Chiacchierando animatamente con Missy dell’incarico imminente, Brianna non si accorse assolutamente del salone pieno di gente lì riunita per salutarla.

«Sorpresa!» urlarono tutti all’unisono.

Brianna sobbalzò, si lasciò scappare un urlo e si mise in fretta entrambe le mani sulla bocca. Aveva gli occhi spalancati, lo shock era evidente sul suo volto, ed era rimasta senza parole per la sorpresa. Missy le avvolse le spalle con un braccio e chinandosi verso di lei le chiese: «Sono stata brava? O sono stata brava?».

Brianna annuì prima di rispondere: «Certo che sei stata brava. Non me l’aspettavo!».

Scollando i piedi, fece infine il giro della sala per salutare uno ad uno i partecipanti alla festa. Praticamente tutte le persone che conosceva erano lì per augurarle buona fortuna. La festa era in pieno fervore, con un’intera pista da ballo a disposizione e l’alcool che scorreva liberamente. Prima che la serata fosse finita, Brianna aveva perso il conto di quanti drink aveva offerto a Missy.

Quando Evan le si avvicinò, i suoi occhi espressero quant’era preoccupato della sua partenza. Tese le braccia e lei gli corse incontro per un ballo finale tra padre e figlia, prima che chiudessero il locale. Ondeggiando dolcemente tra le braccia del padre, Brianna si sentì di nuovo bambina. Non riusciva ad immaginare di non averlo nella propria vita quotidiana, ma proseguire nella sua emancipazione era per lei come il canto di una sirena. Non poteva ignorarlo, né poteva resistergli.

Una mattina presto, la settimana dopo, Evan e Diana portarono Brianna ad un aeroporto militare di sicurezza. Con le lacrime agli occhi, Diana abbracciò la figlia, stringendola forte a sé un po’ più a lungo che in un addio normale.

«So che sei in buone mani, ma non sarai nelle mie» disse mentre lasciava andare Brianna e si asciugava gli occhi.

«Non preoccuparti, mamma» disse Brianna, sorridendo in modo rassicurante. «Sono adulta ormai. So badare a me stessa».

«Non importa quanti anni hai, ragazzina. Sarai sempre la mia bambina» rispose Diana. «Non andare in giro da sola. Sta’ al sicuro. Non fare niente di stupido».

Ridacchiando, Brianna annuì. «Stamattina me lo hai già detto una cinquantina di volte e non è ancora sorto il sole. Non che abbia troppa scelta, ma rimarrò vicina alla scorta militare e non me ne andrò in giro da sola. Tornerò prima che tu te ne renda conto».

Diana si tamponò gli occhi lucidi e fece un respiro soffocato mentre guardava i soldati che iniziavano ad imbarcarsi nell’enorme aereo militare. Evan fece un passo avanti, attirando Brianna in un caldo abbraccio, e le sussurrò all’orecchio: «Torna a casa da noi sana e salva e tutta intera. Ti voglio bene, piccola».

«Anch’io ti voglio bene, papà» rispose lei con la voce spezzata. «Ora è meglio che vada».

Liberandola dall’abbraccio, Evan e Diana la guardarono imbarcarsi su un aereo da trasporto militare C-17 che lasciava la regione di Atlanta per dirigersi verso la base fantasma in Medio Oriente. Una profonda sensazione di terrore prese Evan allo stomaco. Si preoccupava già abbastanza per le sue figlie e non sapere dove sarebbe stata esattamente Brianna nelle sei settimane seguenti gli provocava addirittura un dolore fisico.

Mentre saliva a bordo dell’aereo, Brianna capì immediatamente che quei giorni di vita confortevole e piena di coccole sarebbero giunti bruscamente al termine. Nella sua mente si sviluppò un rispetto nuovo nei confronti degli uomini e delle donne dell’esercito. Decise che l’avrebbe detto forte e chiaro e che l’avrebbe diffuso in tutti i notiziari che avessero accettato di raccontare la sua storia. Ignorando il mal di testa che minacciava di rendere difficile quel viaggio, estrasse il taccuino e iniziò a prendere appunti sugli argomenti che voleva coprire.

Dal momento che gli operatori della Delta Force sono considerati talmente segreti che il governo non ne riconosce nemmeno l’esistenza, l’autorizzazione per il viaggio le era stata concessa solo perché il suo contatto confidenziale nel Dipartimento della Difesa era egli stesso un agente della Delta Force, che voleva che il gruppo ricevesse i riconoscimenti che meritava. Aveva già fornito a Brianna un elenco di argomenti su cui era proibito discutere con i civili. La ragazza sapeva che se avesse fatto domande su qualcosa di riservato ad ogni modo non le avrebbe risposto nessuno. Lui cercava semplicemente di risparmiarle un po’ di problemi e di frustrazione, aiutandola a partire col piede giusto.

Sistemandosi sullo scomodo sedile per il volo di venti ore, Brianna si mise i tappi per le orecchie che aveva tenuto in tasca. Consapevole del fatto che gli aerei sono noti per il rumore al loro interno, aveva svolto delle ricerche su come sopravvivere al meglio a quel lungo volo. Molti dei sedili erano stati rimossi per fare spazio alle merci da consegnare, permettendo così che le due dozzine di persone a bordo potessero anche sdraiarsi. Alcune di loro si erano portate dei materassini gonfiabili e dei sacchi a pelo per ammazzare il tempo dopo il decollo.

Brianna era troppo concentrata sulla sua missione e su come sarebbe stato accolto l’articolo una volta tornata a casa, per poter dormire. Rifletté su cos’avrebbe voluto sapere il pubblico a proposito di quella squadra. Voleva renderle il giusto merito per le sue capacità, l’intenso addestramento che aveva superato e i metodi improvvisati con cui si teneva in allenamento. Stabilì che avrebbe descritto le condizioni tutt’altro che piacevoli in cui viveva, così lontana da casa, e la mancanza delle comodità che la maggior parte delle persone dava per scontate.

Ma più di ogni altra cosa, voleva che l’articolo ricordasse a tutti che alla fine della giornata quei guerrieri temprati dalla guerra erano comunque dei semplici uomini. Il fatto che avessero coraggio non significava che non avessero paura, ma che andavano avanti nonostante quella paura. Avevano dei sogni e una vita fuori dall’esercito. Avevano famiglia, mogli, fidanzate e amici che non vedevano per lunghi periodi di tempo.

Quando l’aereo raggiunse la quota di crociera, in molti prepararono dei letti improvvisati sul pavimento dell’aereo e si misero comodi. Ansiosa di cominciare, Brianna pensò per un attimo di cambiare posto per mettersi a parlare con i soldati e le soldatesse che erano in aereo con lei, ma cambiò idea quando si rese conto che il rumore del motore di per sé avrebbe impedito di poter sostenere una lunga conversazione.

Brianna decise che un diario dettagliato di tutto ciò che vedeva, sentiva e provava durante il viaggio l’avrebbe aiutata a creare l’articolo più descrittivo che avesse potuto elaborare. Con quel proposito iniziò l’arduo compito di descrivere ogni pensiero, decisione e conversazione che l’avevano condotta fino a quella missione.

Passando la maggior parte del volo a riempire le pagine bianche con i suoi pensieri e le sue sensazioni, Brianna vide come la storia iniziava a prendere forma mentre le parole le scorrevano tra le dita. Quando non poté più tenere gli occhi aperti, né reggere la penna con la mano in preda ai crampi, reclinò lo schienale del sedile il più possibile e dormì per il resto del viaggio.

La destarono la voce del pilota che tuonava nell’interfono e le luci lampeggianti che avvertivano l’equipaggio dell’imminente atterraggio. Mentre raccoglieva le proprie cose e le riponeva nello zaino, le sue gambe saltellavano energiche e nervose, nell’attesa di iniziare quell’emozionante avventura. Quando l’aereo si fermò e poté sbarcare, a malapena riuscì a contenere la trepidazione.

I membri della scorta individuarono subito Brianna tra la ressa, facilmente riconoscibile per l’abbigliamento civile. «Signorina Tate?» chiese rivolgendosi a lei un giovane soldato.

«Sì, sono Brianna Tate» sorrise.

«Venga con noi, signorina. Abbiamo ordini precisi di portarla immediatamente a destinazione» fece seguito il soldato.

Brianna notò che portava sul braccio sinistro lo stemma e la fascia della polizia militare. La fascetta col nome diceva Roberts. «OK, tenente Roberts, mi faccia strada».

Lui sorrise educatamente, mentre altri tre poliziotti militari la circondavano e la conducevano alla jeep dell’esercito che la attendeva. Una volta che si furono sistemati saldamente all’interno, uno dei militari le mise una benda nera sugli occhi. «Scusi, signorina. Sono gli ordini».

«Va bene. Mi avevano già avvisata delle misure di sicurezza» rispose lei sorridendo.

Brianna tentò di stare attenta agli impercettibili rumori, agli spostamenti all’interno del veicolo e alle conversazioni formali che vi si tenevano. Prese appunti mentali di tutto quello che doveva documentare nel proprio diario. Dopo vari minuti di viaggio, il veicolo rallentò ad uno stop e Brianna udì tre portiere aprirsi e richiudersi. Dovette respingere deliberatamente il panico che cercò di annidarsi dentro di lei quando udì altre voci maschili, vicinissime, anche se nessuna si rivolgeva direttamente a lei.

La voce del tenente Roberts la fece trasalire quando le disse all’orecchio: «Signorina Tate, adesso la farò uscire dal veicolo e la trasferirò su un altro mezzo. Sono autorizzato a portarla solo fin qui. Da qui in poi, questi ragazzi si prenderanno cura di lei».

«OK» rispose, sapendo di non avere altra scelta.

Dopo aver cambiato mezzo e dopo un’altra ora di viaggio, finalmente sentì come la vettura si fermava, quindi udì come veniva spento il motore. Una persona invisibile le aprì la portiera e qualcuno la aiutò a scendere dal veicolo.

Quando le tolsero la benda, il sole splendente la accecò per un attimo. Coprendosi gli occhi con una mano, mentre estraeva assorta gli occhiali da sole dalla borsa, rimase immobile per un attimo, per osservare ciò che la circondava. La sua prima reazione fu pensare che il complesso assomigliava al vecchio programma televisivo MASH, solo che questo aveva tende color sabbia anziché del tipico verde militare.

Grandi tende erano sparpagliate per tutta la base. Veicoli militari, jeep e grossi camion si muovevano lentamente lungo le strade. Le truppe erano sparse in unità di pochi membri, da tre a cinque; ciascun gruppetto svolgeva mansioni diverse, per far sì che quella città in miniatura continuasse a funzionare regolarmente.

Il sole era alto sulle loro teste ed incredibilmente caldo, più caldo di quanto Atlanta avesse mai potuto immaginare. Gocce di sudore si affacciarono sulla superficie della sua pelle. Brianna recuperò uno dei suoi quaderni dallo zaino e iniziò a sventolarsi per cercare di attenuare il caldo intenso. Una delle prime domande che avrebbe fatto agli uomini che avessero acconsentito a farsi intervistare aveva già preso forma nella sua mente. Come preparate il vostro corpo per sopportare questo caldo così intenso?

«Da questa parte, signorina» le indicò il soldato semplice che portava i suoi bagagli. «Dato che è nostra ospite, avrà la sua tenda privata. È proprio lì».

Brianna marciò decisa verso la tenda che le aveva indicato il militare di scorta, sentendosi sia grata sia in colpa di ricevere quel trattamento speciale. Iniziò a prepararsi mentalmente a come avrebbe dovuto avvicinarsi a quella banda di soldati evasivi. I membri della Delta Force erano noti per essere dei professionisti silenziosi. Non si vantavano con nessuno delle loro missioni. Quando si occupavano dei casi più estremi, entravano e uscivano dalle zone più esplosive senza che nessuno sapesse nemmeno che c’erano stati.

Dopo aver svoltato l’angolo di una tenda, i piedi di Brianna si fermarono involontariamente quando il suo sguardo si immerse nella vista degli uomini che si trovavano proprio davanti a lei. Uno sedeva su una sedia pieghevole, col cappello fornito dal governo, gli occhiali da sole della Oakley, senza maglietta e con i pantaloni dell’uniforme da fatica arrotolati all’altezza delle ginocchia. Era chiaro che si stava abbronzando, ma Brianna non riusciva a distogliere lo sguardo dal suo torace scolpito, dai muscoli delle sue spalle, delle sue braccia e… oh wow, gli addominali a tartaruga. Fu contenta di indossare gli occhiali da sole, perché in quel momento di sicuro aveva gli occhi grandi come piatti.

A giudicare dalla forma assunta dai pantaloni, naturalmente anche le sue cosce erano come la parte superiore del corpo. Brianna risalì con lo sguardo fino al suo viso e si fece immediatamente di una tonalità di rosso ancora più intensa di quanto già non fosse stata per il caldo del sole rovente. Dal sorriso smagliante che lui le rivolse, capì che l’aveva beccata praticamente a sbavargli addosso.

«Sei la nostra nuova recluta?». C’era un sorriso nella sua voce profonda, stuzzicante e chiaramente compiaciuta che le piacesse ciò che vedeva.

«Ehm… Sono… eh… Brianna». Non aveva un solo pensiero coerente in testa. Non aveva idea neanche di come aveva infilato quelle due parole una dietro l’altra.

Lui continuò a sorridere mentre si alzava in piedi. Lei non poté celare lo stupore mentre inspirava profondamente. Quell’uomo era enorme. Aveva muscoli sporgenti ovunque e sovrastava la sua corporatura da un metro e sessantasette. Doveva essere alto quasi un metro e novantacinque e ogni centimetro del suo corpo era di solida roccia.

Aveva i capelli neri, corti, la mascella quadrata e gli zigomi alti. Sebbene non potesse vedergli gli occhi, poteva sentire come la trapassavano. Sapeva che doveva sembrare davvero idiota, lì impalata a fissarlo, ma in vita sua non aveva mai visto nessun uomo così, letteralmente.

Alla faccia del dare una buona prima impressione, pensò mestamente tra sé e sé.

«Bene, Brianna,» proseguì il soldato, sempre sorridente, «piacere di conoscerti. Io sono Reaper. Ti presento il resto del gruppo». Fece un cenno verso gli altri uomini seduti sulle sedie logore sparse attorno alla tenda. «Questo è Rebel. Questo qui è Bull. Quello là è Shadow, stacci attenta. E questo è Judge».

Ciascuno annuì e sorrise, mentre lei li salutava man mano che Reaper li presentava.

Brianna sorrise guardando il gruppo. «Niente nomi veri. Capito».

«Forse questa possiamo tenercela, Reaper» disse quello soprannominato Shadow. «Sarebbe bello se oggi non dovessi nascondere un altro cadavere».

«La giornata è ancora giovane. Forse tra non molto dovrà aiutarmi a nascondere il tuo cadavere» ribatté Brianna con un sorriso scherzoso.

«Oh sì, ce la terremo stretta» rispose Rebel con una risata. «Sta già mettendo in riga Shadow. Fantastico!».

Ridendo insieme, il ghiaccio sembrò rompersi velocemente con tutti, tranne uno. Bull era il più silenzioso del gruppo e non sorrise neppure. Avvertendo che le sarebbe risultato difficile romperne la corazza esterna, Brianna capì di doversi guadagnare la sua fiducia per riuscire a parlare anche con lui prima di andar via da quel campo segreto.

Mentre guardava gli uomini che la circondavano, si accorse che ciascuno di loro era grande e grosso come un difensore di football. Ogni centimetro del loro corpo era ricoperto di muscoli. Erano tutti alti, dal corpo grosso, muscoloso, e sembravano trovarsi completamente a loro agio in quell’ambiente così crudo.

Si rese conto in fretta che quegli agenti appositamente addestrati erano capaci di adattarsi a qualsiasi luogo in cui fossero andati proprio grazie al rigido addestramento che dovevano completare. Era ovvio anche che prendevano tutti molto sul serio l’allenamento e il mantenersi in forma, a giudicare dal loro aspetto.

Il soldato semplice si schiarì la gola, ricordando agli altri che stava ancora aspettando con i bagagli di Brianna. Sentendosi immediatamente in colpa per essersi dimenticata di lui, Brianna finì di presentarsi velocemente. «Come dicevo, sono Brianna Tate. Sono qui in missione per intervistarvi e gettare luce su quello che fate per il vostro paese, sul perché lo fate, su com’è la vostra vita de queste parti, e per promuovere il sostegno nei vostri confronti da parte dell’opinione pubblica.

«Vado a disfare le valigie e poi possiamo cominciare, se siete d’accordo».

«Va benissimo» rispose Reaper. Dopo che ebbe fatto un lieve cenno al soldato semplice, Brianna notò che questi si girò e depositò velocemente i suoi bagagli nella tenda senza bisogno di ricevere nessun ordine verbale.

La sua missione l’avrebbe impegnata per tutte le sei settimane e Brianna pensava di trascorrerne la maggior parte ponendo un sacco di domande e conoscendo ciascun soldato. I militari sembravano comprendere quel suo compito e che lei voleva davvero dare il giusto riconoscimento al lavoro che stavano svolgendo.

Trenta minuti più tardi, Brianna tornò nella zona in cui li aveva lasciati e li ritrovò tutti ancora lì, tranne Bull.

«Allora, chi vuole essere il primo?» chiese con un sorriso.

«Io» rispose Reaper, togliendosi gli occhiali da sole e sfoderando il suo sorriso perfetto. «Andiamo di qua, così potremo stare più comodi».

Brianna e Reaper si spostarono su di un tavolo da picnic in una zona d’ombra del campo. Era abbastanza lontano dagli altri per far sì che Brianna potesse fare comodamente delle domande indiscrete senza mettere a disagio nessuno. Sperava che servisse anche per garantirle delle risposte più approfondite da parte dei propri interlocutori.

«Allora, Reaper, eh? Come mai questo soprannome?» gli chiese mentre si accomodavano.

«I soprannomi nel mio squadrone sono dovuti alla nostra personalità e alle cose che sappiamo fare bene» rispose evasivo.

«E mantengono anche segreta la vostra identità, giusto?» chiese Brianna.

«Giusto» rispose Reaper.

«Farò fatica a riuscire a conoscerti?» chiese Brianna, cercando di fargli abbassare la guardia.

Non ebbe fortuna.

Il sorriso attraversò il volto di Reaper, strisciando lentamente. I suoi denti bianchi scintillarono perfino all’ombra, con l’ilarità che danzava nei suoi occhi castani. «Molto probabilmente».

«Presumo che tu sia il leader della squadriglia?»

«Lo sono» confermò. «Siamo tutti ufficiali, ma io sono quello al comando. Se lo racconti a qualcuno, lo negherò e poi ti ucciderò nel sonno».

«Con me il tuo segreto è al sicuro» promise Brianna facendosi il segno della croce. «Non c’è bisogno d’incutermi tutta questa paura».

Reaper rise e si rilassò un po’. «Rischi del mestiere».

«È che sono cose che letteralmente non riesco neanche a immaginare. Per questo sono qui. Ovviamente ci sono cose che non mi puoi dire, ma vorrei tanto raccontare agli altri di te e del resto del gruppo per far capire alla gente i sacrifici che fate» rispose Brianna in tutta onestà.

Reaper guardò Brianna attentamente, osservando tutti i dettagli del suo viso, della sua postura e del suo linguaggio corporeo. La sua formazione e la sua esperienza sul campo nella lotta al terrorismo, nella controsorveglianza, nella lettura delle microespressioni facciali, gli avevano insegnato a saper leggere e decifrare una persona a tempo di record. Per quanto aveva potuto valutare, Brianna era una signorina fiduciosa, onesta ed ingenua che voleva fare sinceramente un buon lavoro in quella sua prima missione.

Inoltre, aveva già ricevuto su di lei una relazione informativa dettagliata, prima ancora che si imbarcasse sull’aereo ad Atlanta. Sapeva già tutti i dettagli della sua vita e di chiunque le si potesse minimamente associare. La posta in gioco era troppo alta perché fosse altrimenti. C’erano in ballo delle vite, le vite dei suoi migliori amici, e lui non avrebbe permesso a nessuno di metterli a rischio più di quanto fosse assolutamente necessario.

«OK, Brianna, mi sembra giusto. Sono sicuro che sarai stata informata di cosa non discuteremo, ma ti aiuteremo il più possibile col tuo articolo. Mi assicurerò anche che gli altri ragazzi della squadra partecipino attivamente. Però dovremo leggerlo e approvarlo prima che vada in stampa».

«Grazie mille. Non hai idea di quanto significhi per me» proruppe lei prima di rivolgergli un sorriso luminoso.

Quando gli occhi di Brianna incontrarono i suoi, la reazione di Reaper fu del tutto nuova per lui. Rimase calmo e avvertì la stessa sensazione di quando un nemico gli sparava con un fucile ad alta potenza. Poteva far fuori da solo vari terroristi in una situazione di sequestro, senza battere ciglio né ferire un solo ostaggio in tutta l’operazione.

Ma quando Brianna gli rivolse il suo più sincero e caloroso sorriso, gli mancò il fiato. Il suo cuore accelerò e gli svolazzò furiosamente nel petto. Il caldo si diffuse in tutto il suo corpo e i suoi sensi fremettero in modo insolito. Lei era senz’altro diversa da chiunque avesse mai conosciuto.

«Non vedo l’ora di conoscerti meglio nelle prossime settimane, signorina Tate» affermò Reaper, incrociando le braccia muscolose davanti al corpo.

Gli occhi di Brianna ne seguirono il movimento, incantati sia dalle dimensioni che dalla fluidità dei suoi muscoli. Facendo guizzare la lingua per inumidirsi le labbra, mentre i suoi occhi si alzavano lentamente fino alla bocca di Reaper e ne incrociavano lo sguardo, Brianna respirò profondamente quando sentì come lo sguardo di lui la toccava fisicamente.

«Pensavo che fossi io a fare le interviste qui» proferì, poco più che sussurrando.

«Staremo a vedere. No?».

CAPITOLO DUE

La prima settimana nel deserto per Brianna fu la più dura della sua vita. Il caldo intenso, di giorno, intorno ai quaranta gradi, di notte crollava sotto i trentadue. Abituarsi a quelle avversità fu un processo lento per lei. Tuttavia, le fece sviluppare un nuovo livello di apprezzamento per quegli uomini e quelle donne che non potevano permettersi il lusso di aspettare che il loro corpo accettasse i cambiamenti.

Aveva trascorso gran parte della settimana come ombra personale di Reaper. Lo aveva seguito in giro per la base, aveva preso appunti su ciò che faceva, su come si comportava e su come reagiva, e aveva cercato di costruirne un profilo caratteriale. Sapeva che non le sarebbe stato permesso di usare il suo soprannome nell’articolo, ma poteva dargli un nome fittizio e descriverlo accuratamente per i lettori.

Reaper era benvoluto da tutti quelli che incontravano. Non portava mai l’uniforme completa, tranne quando, occasionalmente, indossava la vecchia mimetica. Dopo aver assistito per vari giorni alla sua scarsa osservanza delle regole standard dell’esercito, alla fine Brianna trovò il coraggio per chiedergliene ragione.

«Reaper, perché non indossi l’uniforme standard?».

«Il mio lavoro non lo richiede. Abbiamo delle regole più blande della media per via dei compiti che siamo tenuti a svolgere. Se dovessi partire in fretta per affrontare una missione a caso in una grande città, devo essere in grado di entrare e uscire di lì senza rivelare la mia vera identità» spiegò con un’alzata di spalle.

«E quali altre norme vi permettono di infrangere?» chiese lei, intrigata.

Reaper socchiuse gli occhi incontrando lo sguardo di lei, rifletté su cosa avrebbe dovuto dire e infine rispose: «La maggior parte. Qualsiasi cosa sia necessaria per portare a termine il lavoro».

Brianna sapeva già che Reaper era il leader dello squadrone, dal momento che lui stesso gliel’aveva confermato. Pensava di aver avuto un bel colpo di fortuna quando aveva sentito per caso un altro soldato che si riferiva a lui come il capitano. Ma purtroppo il soldato semplice non aveva continuato con un cognome e Reaper gli aveva intimato subito di non rivolgersi mai più a lui con quel titolo.

«Pensavo che avrei avuto un colpo di fortuna» spiattellò Brianna.

Reaper piegò la testa, col senso dell’umorismo acceso negli occhi, e sogghignò mentre pensava a cosa rispondere. «Sono piuttosto sicuro che sia questo il comportamento da seguire».

Il viso di Brianna s’infiammò per l’imbarazzo, mentre ansimava e sprofondava la faccia tra le mani. «So cosa vuoi dire» insisté lei. «Pensavo che stesse per svelare il tuo nome» chiarì, alzando lo sguardo fino a incontrare quello di lui.

Reaper ridacchiò e annuì. «Potresti avere ragione. Ma penso che il tuo giorno fortunato non sia ancora arrivato» concluse con un ghigno.

Brianna lo fissò fintanto che riuscì a contenere le risate. «Va bene. Questo round lo hai vinto tu. Ma arriverà anche il mio turno».

«La speranza è l’ultima a morire» rispose Reaper con un ampio sorriso.

«Sì, sei nei guai, su questo non c’è dubbio» replicò Brianna scuotendo la testa, ma ricambiando il sorriso. Lui era più che affascinante e brillante e lei sapeva già che si stava cacciando in un bel guaio con lui.

«Sei sexy quando arrossisci. Specialmente quando lo fai a causa mia».

Brianna arrossì di nuovo e abbassò il mento sul torace, nel tentativo di nascondere il sorriso. Una risatina rombò nel petto di Reaper e la obbligò a chiudere gli occhi, mentre le inondava il corpo. Non serviva che Reaper avesse il dono della telepatia per sapere quali immagini le avessero attraversato la sua mente.

«Andiamo. Oggi puoi venire con me» offrì Reaper.

«Davvero? Dove andiamo?» si sollevò di scatto Brianna. Gli occhi spalancati, le labbra socchiuse e il sorriso che le inghiottiva la faccia.

Immaginò di andare in qualche operazione speciale con lui. Una in cui sarebbe rimasta nascosta dietro un grosso carro armato, al sicuro da ogni pericolo, che le avrebbe assicurato una vista aerea dell’operazione. Ad essere realista, sapeva che non sarebbe mai successo, ma un’aspirante giornalista aveva pure il diritto di sognare.

«Al poligono di tiro».

«Al primo appuntamento? È un po’ azzardato, non trovi?» scherzò Brianna. «Scommetto che ci porti tutte le ragazze».

«No. Solo quelle di cui sono abbastanza sicuro che non mi useranno come bersaglio» rispose con umorismo.

«Ah, allora ti fidi tanto da darmi una pistola?».

«Ne hai mai usata una?» chiese Reaper sollevando un sopracciglio, mentre la esaminava con quegli occhi che tutto vedevano.

«Solo una ad aria compressa, da bambina» ammise lei.

«Per questo sono abbastanza sicuro che non mi sparerai. Non penso che potresti colpirmi».

«Ah, grazie! Ogni volta che penso che ti stai comportando come un ragazzo gentile, devi sempre dire qualcosa in più e rovinare tutto». Brianna si mise a ridere mentre gli dava un colpetto scherzoso sul braccio.

«Andiamo. Ti insegnerò a sparare, così potrai difenderti» disse Reaper, agganciandole il collo con un braccio e stringendola a sé.

La pura verità fu che Brianna si divertì nel tempo che trascorse con Reaper. Lui aveva un carattere estroverso che faceva sì che fosse facile andarci d’accordo, ma lei vide anche il suo lato dominante, spietato. Provò compassione per chi avesse dovuto affrontare quel suo aspetto in un vicolo buio, perché solo uno ne sarebbe uscito intero. Ed era sicura che sarebbe stato Reaper.

«Aspettami qui» Reaper allentò la presa attorno a lei appena fuori dall’ingresso della tenda di commando. «Prendo le chiavi e arrivo subito».

Quando tornò con le chiavi, aveva anche un panno lungo e nero per bendarle gli.

«Davvero? Ancora non ti fidi di me?». Brianna aveva l’espressione abbattuta, ma cercò di riprendersi in fretta. Dallo sguardo avveduto che lui le rivolse, si rese conto di non essere riuscita a nascondere la delusione, evidente nella sua voce.

Reaper le rivolse un sorrisino di comprensione. «Non è che non mi fido di te, Brianna. Ma se cadessi in mani nemiche, ti estorcerebbero l’ubicazione di questo campo. E allora la vita di tutti quelli che sono qui sarebbe in pericolo. Devo fare tutto il possibile per aiutare a proteggere l’incolumità di questa base».

«Capisco» accettò lei. «Non vorrei essere responsabile di aver messo in pericolo qualcun altro».

«Ecco la mia ragazza!» disse Reaper con un sorriso. «Salta dentro che ti bendo». E mosse le sopracciglia verso di lei, in modo provocante.

«Sempre così bravo con le parole dolci» borbottò mentre saliva sull’Humvee.

Reaper si mise in piedi presso la portiera e le fissò saldamente la benda sugli occhi. «Non è troppo stretta, no?».

«No, va bene».

«OK, allora andiamo».

Brianna avvertì il movimento dell’Humvee mentre Reaper la conduceva al poligono di tiro. Ebbe la netta sensazione che ci fossero state curve e soste non necessarie lungo il percorso. Non aveva dubbi che si

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